Archivi categoria: Studi e Ricerche

Cinzia LOI, Palmenti rupestri della Sardegna centrale tra archeologia ed etnografia.

In Sardegna le più antiche testimonianze della coltivazione della vite risalgono al Bronzo Medio tardo (XV-XIV sec. a.C. ).
Le ricerche sull’archeologia della vite e del vino nell’isola si sono notevolmente sviluppate in questi ultimi anni, tuttavia rimangono aperti numerosi interrogativi legati non solo alle origini e alle modalità della domesticazione della vite, ma anche alle metodologie di produzione del vino.
Riguardo a quest’ultimo punto, chi scrive ha intrapreso uno studio finalizzato alla costituzione di un repertorio tipologico-funzionale dei cosiddetti palmenti, ovvero di quei manufatti impiegati nella fase di schiacciamento delle uve per pressione.
Considerati reperti meno nobili di altri, questi manufatti hanno goduto fino ad oggi in Sardegna, di scarso interesse presso gli archeologici e i ricercatori in genere. Gli esemplari giunti fino a noi pongono pertanto notevoli difficoltà di interpretazione e di datazione.
Il lavoro di ricerca qui presentato, si è concentrato soprattutto in un piccolo centro del Barigadu (Sardegna centrale), Ardauli, caratterizzato da un paesaggio collinare in cui prosperano l’oliveto ed il vigneto lavorati ancora con metodi tradizionali.
In queste vigne, in cui la vite è allevata ad alberello e l’aratura avviene ancora con l’asino, si coltivano decine di uve differenti: Bovale Sardo, Bovale di Spagna, Moscatello, Semidano, Vermentino, Nasco, Barbera Sarda, etc..
All’interno di questo territorio, attraverso varie campagne di ricerca sul campo e di indagine etnografica, sono stati individuati finora una quarantina di palmenti chiamati qui lacos de catzigare (vasche per la pigiatura), alcuni dei quali utilizzati fino ad epoca recente.
Il loro numero è sicuramente destinato a crescere con il prosieguo delle ricerche, anche se l’abbandono delle campagne e il conseguente venir meno degli stili di vita tradizionali, può aver causato in questi ultimi anni l’obliterazione e/o la distruzione di molti di essi.
La tipologia più comune, scavata nella roccia affiorante, è costituita da un sistema di due vasche comunicanti attraverso un foro o un’apertura a canaletta. Di grande interesse la serie di ortostati infissi a coltello che delimitano la vasca per la pigiatura.
In questo territorio si conservano anche numerose vasche scavate su massi di roccia isolati.

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Autore: Cinzia Loi – loicinzia71@gmail.com

Michele SANTULLI. Modigliani e i Ciociari.

Dopo l’anno testè concluso dedicato in tutto il mondo alla commemorazione di Leonardo del quale, si ricordi, Amleto Cataldi, lo scultore di Roma, ha realizzato una imponente scultura in bronzo collocata proprio nell’isoletta formata dalla Loira ad Amboise di fronte al castello di Francesco I dove si trovano le spoglie, ricorre tra breve il centenario  della fine di un altro massimo artista della civiltà occidentale, Amedeo Modigliani, …

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Stefano PRUNERI, Daria CESANA, Il Castello di Montorfano (Co).

I resti del castello di Montorfano sorgono a settentrione dell’omonimo abitato, isolati sopra un ampio dosso boscoso la cui sommità raggiunge i 554,5 m di quota.
L’altura, orientata da ONO a ESE, presenta un versante settentrionale quasi inaccessibile e un versante meridionale piuttosto ripido; il sottofondo roccioso è formato da calcarei marnosi, utilizzati in passato per l’estrazione di pietre da costruzione e la produzione di calce.
La fortificazione occupava una posizione strategica centrale, a controllo del tracciato viario che collegava Lecco a Como e di altri tracciati minori provenienti dalla Brianza.

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William SAMBO, Le fortificazioni tardoantiche in Friuli e le ricerche sul Castrum Nemas.

Oggetto della tesi di laurea triennale sono state le fortificazioni tardoantiche in Friuli e, in particolar modo, il Castrum Nemas, citato da Paolo Diacono, e le ricerche che lo hanno interessato.
Dopo un’introduzione relativa ai due modelli di fortificazione tardoantica (Tractus Italiae Circa Alpes e Claustra Alpium Iuliarum), l’autore si è spostato spiegando nel dettaglio la fortificazione di Nimis. Si giunge così ad un inquadramento geografico, topografico e storico del territorio su cui insiste il territorio di Nimis e, infine, al cuore stesso della tesi ovvero Castrum Nemas e, tramite una collazione di varie fonti, scritte e orali, propone una serie di nuove considerazioni a riguardo.
Purtroppo la mancanza di oggetti da ricondurre chiaramente all’ambiente militare non permette una chiara interpretazione del sito, così come il cattivo stato di conservazione delle strutture rinvenute. L’autore propone che il sito del Castrum Nemas possa essere la vicina Chiesa di San Gervasio e Protasio, posta su di un modesto rilievo lungo la strada che porta da Cividale del Friuli al Norico; purtroppo anche in questo caso le vicende storiche non permettono di chiarire maggiormente la situazione: l’edificio è risultato essere stato spogliato delle sue sepolture attorno al 1880.
Lo studioso, in conclusione, afferma che il tema delle fortificazioni tardoantiche in Friuli e soprattutto, per quanto riguarda quella Regione, delle fortificazioni citate dallo storico longobardo Paolo Diacono, risulta essere una tematica tutt’altro che chiusa, definitiva e spenta della sua forza vitale e pertanto meriterebbe aggiornamenti.

Intervento effettuato nell’ambito del progetto “Seguendo le tracce degli antichi” effettuato il 31 ottobre 2019 presso la Sede della Torre di Porta Villalta della Società Friulana di Archeologia odv a Udine.

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