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Sandrino Luigi Marra. La migrazione economica elvetica nel Meridione d’Italia di casa Borbone.

Nel 1734 il Regno di Napoli andò a creare all’interno del proprio esercito i Reggimenti Svizzeri, questi inizialmente erano a seguito delle truppe di Carlo di Borbone durante la conquista del Regno il quale poi in data 7 ottobre 1734 li inquadrò attraverso delle Capitolazioni. …

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Autore: Sandrino Luigi Marra – sandrinoluigi.marra@unipr.it

Michele Santulli. Il costume ciociaro … oggi.

Che cosa si intende per costume ciociaro? In realtà, all’inizio, erano i veri e propri stracci colorati che indossavano i braccianti agricoli, gli ultimi della società che abitavano le frazioni sperdute di certi villaggi della Valcomino, una valle conficcata nella regione Molise, a otto Km circa dall’Abbazia di Montecassino, nota solo agli arruolatori di soldati, agli esattori delle tasse ed ai trafficanti di bimbi.
Un mondo del massimo degrado che alle ultime decadi del 1700 iniziò a cercare rifugio e speranza verso il contiguo Stato della Chiesa: le Paludi Pontine, sebbene micidiali a causa della malaria, erano il primo richiamo perché ricche di prodotti commestibili vegetali ed animali e poi la Città Eterna e, i più audaci, al di là delle Alpi. La conquista napoleonica favorì l’esodo.
‘Ciociaro’ da ‘cioce’, le calzature indossate che hanno dato il nome ‘Ciociaria’ all’antica regione a Sud del Tevere fino a Montecassino, tra gli Appennini ed il Mar Tirreno: all’origine terra di Saturno, poi dei Volsci, degli Ernici, dei Sanniti, poi Campania et Latium, poi Campagna di Roma, poi Marittima e Campagna, poi ecc…. fino a Mussolini e la frantumazione del territorio in tre unità amministrative: province di Frosinone, di Latina e di parte meridionale di Roma.
E’ a Roma che avviene quello che possiamo definire: il miracolo.
Si immagini lo spettacolo in una strada qualsiasi in un giorno qualunque, tra le ultime decadi del 1700 e le prime del 1800, su quel palcoscenico irripetibile della storia dell’umanità che era ancora la Città Eterna di quegli anni: folla di preti, di monaci, di monache, di trovatelli e trovatelle, di chierichetti e sagrestani e confraternite, di nobili, di forestieri, quantità di pellegrini con candele e bastoni e poi il popolo come descritto da Bartolomeo Pinelli: e in mezzo a tale umanità amorfa e incolore, quelli che prorompevano erano i poveri braccianti della Valcomino nei loro sgargianti e scintillanti stracci: rossi incredibili, azzurri raramente visti, marroni invadenti, neri solenni: si trattava di colori vegetali ottenuti in casa con le erbe in giro, un rosso o un azzurro mai uguale all’altro….
Le centinaia di pittori stranieri ogni giorno dell’anno presenti a Roma, sbalordivano allo spettacolo, letteralmente. Stracci, altro non potevano permettersi queste creature, canapa e lino erano normali prodotti che coltivavano, la pecorella che dava la lana presente in ogni abitazione, da qui le loro vestiture che loro stessi confezionavano e poi bollivano e tingevano: la fuliggine, le ginestre, la robbia, il mallo delle noci, la corteccia del castagno, il guado, erano gli ingredienti naturali che trovavano in giro, da qui i colori.
Altro motivo di sorpresa dei pittori erano, quando non scalzi, le calzature ai piedi che ricordavano quelle dei contadini dei classici greci o latini.
E nacque l’amore! E gli artisti iniziarono a dipingere queste creature mai viste prima: avvenne che gli ultimi della società assursero al primo posto! Mai accaduto, una vera rivoluzione: non più, o non solo, cristi e madonne e mitologia e accademia e veneri discinte o paesaggi imponenti di boschi abitati da ninfe e baccanti e satiri. E nelle esposizioni di Parigi e di Monaco e di Vienna cominciarono a vedersi, fine 1700-inizi 1800, questi quadri che ritraevano in primo piano il contadino o la ciociarella o il pifferaro e, incredibile, perfino i briganti di Sonnino o di Itri, in queste vestiture splendide e acclamate che nel corso degli anni, grazie ai continui e anche proficui contatti con gli artisti europei si erano perfezionate fino al vero e proprio costume ciociaro quale B. Pinelli per primo individuò e che dopo alcuni anni, Gregorovius descrisse e decantò quale presente nelle migliaia di dipinti: era nato addirittura un nuovo genere pittorico che gli artisti belgi verso il 1820 battezzarono ‘pittura di genere all’italiana’, aprendo una nuova pagina nel libro della Storia dell’arte.
La nuova iconografia si diffuse in tutta Europa tanto che negli anni ’40 del 1800 Baudelaire, il grande poeta, commissario della esposizione annuale detta ‘Salon’ di Parigi, alla vista di tutti quei quadri, quell’anno ancora più numerosi degli anni precedenti, proruppe: “basta ora con questi soggetti!” La contrarietà del poeta, classico e accademico, sarebbe stata ancora più evidente se avesse potuto prevedere che negli anni seguenti e per tutto il secolo, quelle presenze sarebbero invece aumentate.
Nel corso di circa centocinquantanni, questo soggetto è stato il più illustrato dagli artisti europei tra i quali, apoteosi unica, H.Robert, L.L.Robert, B.Pinelli, e poi Degas, Renoir, Corot, Manet, Leighton, Sargent, Bouguereau, Briullov, Cézanne, e poi Van Gogh, Ant. Mancini, perfino Picasso, De Chirico, Severini, i futuristi … non c’è un soggetto che possa vantare tale compendio di paternità.
La glorificazione della straordinaria iconografia viene offuscata dal fatto che sebbene presente in gran parte dei musei del pianeta come, in effetti, nessun altro soggetto, in realtà le appellazioni più bizzarre ne celano origine e provenienza, rendendolo anonimo: costume tradizionale, romanesco, campagnolo e poi italiano, abruzzese, napoletano, calabrese, zingaro, basco .. noto a tutti i cultori d’arte, in realtà sconosciuto! La causa? Certamente non solo la pur evidente difficoltà di pronuncia e di scrittura del termine ‘ciociaro’.
Chi scrive, sono anni che si sforza di richiamare alla importanza storica del costume ciociaro con risultati modesti rispetto all’importanza oggettiva del tema: ancora nelle case d’aste, anche in quelle importanti, quando appaiono le opere con personaggi ciociari, e ciò avviene normalmente perché centinaia e centinaia sono gli artisti europei che si sono occupati del soggetto come di nessun altro, il solo termine corretto di: ciociaro, è impiegato molto raramente. Il sito web inciociaria.org offre risposte e consiglia anche dei libri quale IL COSTUME CIOCIARO NELL’ARTE EUROPEA DEL 1800.
Questa pagina gloriosa del costume ciociaro che solo la Francia ha promosso e fatta valere già da duecento anni, che i belgi già nei primi anni del 1800 individuarono come un fenomeno particolare, in realtà è stata rimossa dalla Storia, sicuramente senza intenzione voluta, comunque strappata.
In questo momento pare che l’Italia finalmente stia aprendo gli occhi su tale capitolo, grazie al sottosegretario alla cultura On. Vittorio Sgarbi. E la prova incoraggiante della sua attenzione è stata quella di vestirsi da brigante ciociaro in occasione di una manifestazione ad Arpino; esaminando una collezione di opere di vari artisti ha notato un quadruccio di Ch. de Chatillon del 1827 che ritrae “Il brigante De Cesaris, a Sonnino” che il suo staff ha incaricato una sarta del luogo di riprodurre e che il sottosegretario, grazie al suo fascino personale, ha saputo valorizzare e far apprezzare dal numeroso pubblico astante e non solo: si è trattato di una vera e propria rivoluzione, dando al termine il significato originario, in quanto è la prima volta che un massimo rappresentante dello Stato apprezza e perfino indossa, esaltandolo, il costume ciociaro! Si ha motivo di ritenere che lo Stato Italiano voglia riappropiarsi finalmente di questa sua perla cosmopolita della Storia dell’arte, dando una patria e un nome.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele Santulli. Borboni, papalini e … Ciociari!

I Ciociari, chi sono e dove sono? Offesi e insultati dai sempre vegeti ‘borbonici’ che li dichiarano, a dir poco, ‘papalini’ e dai ‘papalini’ cioè i romani per i quali i ciociari da sempre sono oggetto di risa e di insulto.
Gli inglesi dall’alto del loro wit, humor di grandi colonialisti, si divertono non poco, a tale situazione. Infatti alcuni nostalgici, per loro ragioni e motivazioni, dicendo ‘papalini’ oppure ‘noi non siamo ciociari’ in senso se non proprio dispregiativo certamente non affermativo, dimenticano o ignorano che ‘borboni’ -se è questa la connotazione che prediligono- e ‘papalini’ sono stati per secoli amici e sodali: tutti ricordano la famosa chinea, la mula o ciuchina o cavalla bianca, tramandano le cronache, che ogni anno a giugno alla festa di San Pietro, i re di Napoli presentavano al papa con un carico di monete d’oro, a sottolineare il secolare tributo e rapporto, tutti ricordano ancora che i Borboni secoli prima furono chiamati dalla natia Spagna dal Papa ad impadronirsi dell’Italia; da qui il secolare rapporto di subordinazione e di devozione della Spagna cattolicissima: non si dimentichi inoltre che il luogo più prestigioso di Roma è da sempre Piazza di Spagna.
E allora stando così la storia inappuntabile, perché ostili e negativi avverso i Ciociari? Su quale fondamento storico? E ancora, chi e che cosa sono i Ciociari? In realtà sono come un vetro dicroico: cambiano colore a seconda della direzione della luce: perciò papalino per gli uni, guitto e zotico per gli altri, grande invece e prestigioso per la comunità internazionale.
Hanno tutti ragione e anche torto marcio, ecco perché le risa dell’Inglese, di chi conosce il wit e l’humor. Ciociaro infatti prima di tutto non è un concetto geografico o amministrativo o altro: è un concetto folklorico, cioè allude ad una comunità che vestiva in un certo modo, vestitura questa sì particolare e unica! Di conseguenza il termine ciociaro, come è già stato autorevolmente precisato, è un termine spirituale, sentimentale, ideale. Certamente idoneo ad essere borbonico o papalino o, aggiungo, anche cinese o turco perché è l’abito e solo l’abito che fa il ciociaro! Che parli romano o napoletano o giapponese o vikingo, è un dettaglio! Ciociaro in effetti è un valore cosmopolita, cosa che non è né il borbone nostrano né il papalino nostrano.
Si mette sul tavolo tutta una terminologia alquanto curiosa, per tutti: Basso Lazio, Lazio Meridionale, quindi per converso Alto Lazio o Lazio Settentrionale o Lazio Centrale, perfino qualche impunito buontempone Terre di Comino e altro ancora. I nostalgici ancora coinvolgono Terra di Lavoro che esiste ormai solo nella fantasia: la sola realtà storica e scientifica riferita al Ciociaro è la componente folklorica, cioè la vestitura indossata che storicamente contrassegna e definisce, Ciociaria, il territorio dove vive o trova rifugio la comunità che ha dato il nome, cioè i braccianti e giornalieri agricoli, cioè gli ultimi della scala sociale. E se si conoscono e leggono i documenti dell’epoca già dalla metà del 1800 in poi, quindi non solo pittorici ma anche, abbondanti, fotografici, si scopre che anche una certa categoria sociale di borbonici è pienamente e indiscutibilmente ciociara dal punto di vista delle vestiture indossate, sempre con riferimento non ai signorotti o ai professionisti o ai mercanti ecc. ma agli ultimi della scala sociale, cioè ai manovali ed ai braccianti agricoli: è infatti da questa umanità derelitta che è nato il ‘ciociaro’! E da questo mondo di fame e di miseria e di oppressione avvenne, dopo la loro emigrazione, gradualmente la evoluzione dagli stracci iniziali “azzuppati nel colore” a quello nato e maturato a contatto con gli artisti europei prima a Roma poi negli anni successivi a Parigi, a Londra, a Monaco… cioè al costume cosiddetto ciociaro, al costume tradizionale più noto e più conosciuto in Europa, presente nelle gallerie e musei del pianeta come nessun altro soggetto: nacque dunque a Serre, a Immoglie, a San Gennaro, a Vallegrande e Agnone, a Pié delle Piagge e nella Piana del Melfa….
Una gloria del territorio che si chiami come si vuole, ma sicuramente in realtà costume ciociaro, il costume dell’Italia, d’Europa e del Mondo, come hanno decretato gli artisti!
La disgrazia vera? non si capisce e soprattutto colpevolmente non si conosce! Ancora! E, in aggiunta, il termine offensivo ‘ciociaro’ non è altro che la identificazione dalla calzatura primitiva evolutasi, parimenti al costume, e chiamata ‘ciocia’ e se si è curiosi in merito alla storia del termine, si consulti il libro ‘CIOCIARIA SCONOSCIUTA’ e andare nel sito web: http://www.inciociaria.org.
Oltre a quello sopra citato, anche: ORGOGLIO CIOCIARO/Ciociaria Pride e poi IL COSTUME CIOCIARO nell’arte europea del 1800. E da queste letture viene fuori, se si vogliono coinvolgere anche ormai purtroppo obsolete identità amministrative o geografiche quali Terra di Lavoro e Campagna di Roma e Lazio Nuovo o Aggetto, che i vituperati e insultati ‘ciociari’, non erano altro all’origine che figli anche loro di Alta Terra di Lavoro: i luoghi degradati da cui si dipartirono, pezzenti e miserabili, erano certe frazioni più sopra ricordate di Picinisco, di Acquafondata, di Villalatina, di Atina e altre ancora, disperdendosi nella Campagna di Roma specie nelle famigerate Paludi Pontine e a Roma e i più disperati e motivati, al di là delle Alpi e certamente non in macchina!
Quindi al lavoro! veramente, da parte di tutti, per far conoscere al meglio e promuovere questa realtà artistica universalmente conosciuta, nata in queste terre dell’antico Regno di Napoli, realtà primaria e non solo nella Storia dell’Arte, da noi ed in Italia ancora vergognosamente senza nome!!!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

Sandrino Luigi Marra. Breve analisi politica e sociale di un uomo chiamato Maometto.

La vita e le azioni sociali e politiche di Maometto, in arabo Muhammad, ruotano intorno al componimento del testo sacro dell’Islam, il Sacro Corano.
Egli nasce e vive in una regione del Medio Oriente conosciuta come Penisola Arabica (oggi identificata più nell’odierna Arabia Saudita) vasta e particolarmente arida e desertica che comprendeva l’intera penisola come la conosciamo oggi estendendosi dal confine con la Turchia fino alle coste del mare Arabico. Un luogo in apparenza desolato, una terra che di fatto era il confine a Est tra l’Africa e l’Asia, o meglio l’Estremo Oriente, dove essa nel VI° secolo dopo Cristo era al centro tra l’Impero Bizantino e l’Impero Sasanide, ovvero l’Impero Romano d’Oriente e i persiani Sasanidi. Era terra di commercianti per la maggior parte nomadi, di carovanieri di fatto, di una moltitudine di tribù che viveva di scambi commerciali tra le regioni del Nord Africa e l’Estremo Oriente.
Pochi gli agglomerati urbani in tale terra ma ove esistevano erano piccoli paradisi, sviluppatisi intorno ad oasi verdeggianti e ricche di acqua che dal sottosuolo risalendo in superficie portava vita, prosperità e ricchezza, più di quanto si possa pensare.
Una società tribale e patriarcale con una spiritualità politeistica e animista, ma che contemporaneamente si rapportava con il monoteismo di ebrei e cristiani in una multiculturalità che si legava in particolare alle origine “semitiche” delle tribù arabe, riferendosi a quei popoli che parlavano lingue appunto del ceppo semitico, ovvero gli Arabi, gli Ebrei, gli Aramei, gli Assiri, i Cananei. Un luogo dove emerge tra le città-oasi, la ricchezza di queste e la loro varietà e finezza culturale, la Mecca del VI° secolo d.C.
Tra il 602 e il 628 si combatté la grande guerra romano-persiana. I due imperi finiscono con l’indebolirsi a vicenda favorendo la crescita economica di Mecca, la quale con l’abbandono della via di commercio tra Siria e Mesopotamia, a tutto vantaggio della via del mar Rosso, riesce a sfruttare il vicino approdo marittimo di Gedda. Ne vengono così, dal punto di vista tribale, favoriti i Quraysh, tribù dominante di Mecca, divenendo i principali organizzatori di grandi carovane e nella loro città a grandi fiere annuali (mawṣim). Una ricchezza che si riflette anche nella cultura, documentata dalle splendide Mu‘allaqāt, una raccolta di sette componimenti poetici caratterizzati da un grado di perfezione stilistica e linguistica che prelude a quello del Corano, oltre a testimoniare i sentimenti, le aspettative ed i valori (spesso materialistici ed edonistici) della vita beduina nell’Arabia del tempo.
Al tempo dunque di Muhammad l’Arabia è una regione in forte crescita economica, ma con divisioni interne di carattere tribale che di fatto rallenta in parte tale crescita. Muhammad è un Quraysh e cresce (dopo essere rimasto orfano, secondo la tradizione) nella famiglia dello zio Abu Talib, un agiato commerciante meccano. In tale ambiente da adulto comprende, molto probabilmente, il freno economico del suo paese, egli è conoscitore della realtà carovaniera e delle possibilità che il commercio offre. Ha acquisito nel tempo una enorme esperienza in materia, prima attraverso i viaggi delle carovane dello zio, poi dopo il matrimonio con la ricca vedova Khadigja con l’amministrazione del patrimonio commerciale di lei. E ‘così che si rende conto che la frammentazione tribale e religiosa fatta di un politeismo vario e variabile da luogo a tribù, è più un danno che un bene.
E’ vero che la ricchezza delle singole tribù non è soggetta ad un centralismo statale, ma è anche vero che è soggetto invece ad una notevole dispersione.
All’età di 40 anni matura una spiritualità particolare e nuova, fondata sulla hanīfyya, la “religione naturale monoteistica” del genere umano. A Mecca all’epoca di Muhammad ebrei e cristiani, incentrano il proprio culto intorno alla Ka‘ba, la pietra sacra (di origine meteoritica) la cui venerazione era intrinsecamente legata alla vicenda di Abramo. Matura una visione teologica-politica dove comprende che il politeismo rappresenta una frammentarietà anche sociale, la società a cui appartiene è lo specchio di tale politeismo, è smembrata, suddivisa esattamente come tale religione. Comprende che la grandezza storica di alcune realtà vicine sia territorialmente che storicamente, sono il risultato di una visione teologica-politica monoteista ovvero un monoteismo religioso, un monoteismo politico. La non lontana Costantinopoli che ben conosce per rapporti commerciali aveva avuto con l’Imperatore Costantino e il Cristianesimo come religione di Stato un esempio di grandezza politica ed economica.
Inizia così con tale visione della società la sua “illuminazione”, la sua predicazione incentrata sulla parola di “Allah” (Dio), dove egli è solo la voce del Signore, è il tramite del verbo di Dio. Nel 612 la missione di Maometto diventa pubblica ed egli comincia a diffondere la parola di Allah, inizia così la rivelazione coranica; è l’Islam, traducibile con “sottomissione, abbandono, consegna totale di sé a Dio” che deriva dalla radice “aslama”, congiunzione causale di “salima” che significa “essere o porsi in uno stato di sicurezza”, ed è collegato alla parola “salām” ovvero pace. Ma è proprio da tale “illuminazione spirituale” che iniziano i primi dissidi con i Meccani, che lo accusano di essere un mago. Alla morte della moglie e dello zio egli decide di emigrare, ha necessità di un nuovo luogo e di un nuovo campo di azione, forse comprende anche che le accuse che gli vengono rivolte quale mago, non sono solo dispregiative, ma mascherano l’intento di una sua eliminazione fisica.
Il suo predicare fa proseliti e li fa anche all’interno di un ceto sociale di ricchi commercianti. Sua moglie (ricca commerciante) crede nelle sue parole, non solo nel monoteismo che il marito professa, ma nella eguaglianza sociale che professa, nella fratellanza, nella parità dei diritti e dei doveri tra uomini e donne in una realtà fortemente patriarcale. Suo Zio lo appoggia, ma lo appoggiano anche altri ricchi commercianti meccani, così come lo appoggiano la comunità ebraica e cristiana, ma anche i senza diritto, gli schiavi e gli umili, il mendicante ed il pastore. E’ una sorta di rivoluzione sociale, dove si annullano le differenze intrinseche di una società tribale.
Muhammed sconvolge un ordine costituito da sempre, appare forse un folle, che attraverso certe parole certe idee sovverte usi, costumi e tradizioni, ma soprattutto l’ordine sociale. Non è possibile pensare ad una eguaglianza dove chiunque non solo può arricchirsi attraverso il lavoro, ma nella nuova società deve guardare al più debole, al più fragile, occuparsi di questo, deve non fare più distinguo alcuno tra le persone, si è fratelli e sorelle figli di Allah, e come figli in una famiglia contribuire al miglioramento della famiglia stessa. Forse comprende che restare a Mecca è pericoloso per la sua stessa vita.
Emigra, si sposta a Medina, dove trova una realtà più aperta, più attenta al suo modo di vedere e qui non edifica una struttura politica istituzionale, né tantomeno si fa capo di una gerarchia ecclesiastica. Al contrario, rifiuta di farsi chiamare “re” ed esercita il comando politico sul modello dello shaykh beduino, un primus inter pares riconosciuto come guida dalla comunità (la Umma) e che prende le decisioni fondamentali della vita collettiva solo dopo essersi consultato con i maggiorenti, secondo il costume della consultazione (shurā; una prefigurazione e una legittimazione di una forma di governo democratica).
Conserva così le tradizioni, ma contemporaneamente diviene guida politica, non per diritto divino ma per decisione della collettività. Dal punto di vista religioso non si professa figlio di Dio, è solo la voce di Dio, è un semplice profeta, non ha nulla di divino e ciò impressiona chi lo ascolta. Ma rispetto al primo periodo, al periodo meccano dove accetta passivamente di subire la persecuzione a cui i Qurayshiti sottopongono lui e i suoi primi seguaci, il secondo periodo a Medina è il momento di una decisa svolta e “storicizzazione” della nuova rivelazione.
Nel periodo medinese Muhammad, a differenza di quanto aveva fatto finché predicava a Mecca, si erge a vero e proprio capo carismatico di una neocostituita comunità politica e sociale, la Umma dei credenti, che prende le armi per difendersi dagli attacchi dei meccani politeisti e dei loro alleati e per realizzare un nuovo soggetto teologico-politico.
Dopo qualche iniziale difficoltà politico-militare segue la svolta decisiva. Riesce a sottomettere le tribù beduine unificandole sotto un’unica entità religiosa ed un nuovo credo, il quale ad una nuova visione di fratellanza conserva parte delle tradizioni.
Alla sua morte il lascito è non solo religioso ma anche politico e attraverso i suoi successori si giunge ad una realtà sociale e territoriale (Impero Ottomano) giunta fino agli inizi del ventesimo secolo. Dal punto di vista religioso l’Islam nato attraverso la “dettatura del Corano” è oggi la seconda religione nel mondo per numero di fedeli, ma questa è un’altra storia.

Autore: Sandrino Luigi Marra – sandrinoluigi.marra@unipr.it