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Vincenzo ANDRAOUS. Nuova quotidianità del vivere civile.

Ricordo le parole di  un grande Magistrato: “ Il discorso sulla sicurezza è diventato un’ossessione, ma non bisogna aspettarsi la soluzione dei problemi da un maggior numero di caserme ( io aggiungerei di carceri), e sebbene sia giusta e congrua l’azione delle Forze dell’ordine, non dovremmo mai perdere di vista l’essere umano, la fragilità della vita umana”.
Quando penso al carcere, mi viene in mente quel nobile russo dell’era zarista a nome Oblomov, di cui mi ha raccontato don Franco Tassone della comunità “Casa del Giovane “: era una brava persona, non fece mai male ad alcuno, tanto meno lo si sentì mai lamentarsi. Semplicemente, non faceva nulla, sopravviveva a se stesso, nel più totale disconoscimento del fare, così tutto ciò che gli apparteneva decadeva per usura del tempo e nell’introvabilità di una scelta.
Questo immobilismo è oggi denominato come la patologia dell’ oblomovismo.
Oblomov aveva un sacco di progetti, di architetture mentali, ma morì senza avere costruito nulla, lasciando ai posteri ruderi e miserie.
Sicurezza non è un ramo staccato dal vivere civile.
Sicurezza sta a significare il coraggio con cui affrontare l’insicurezza, che è anche e soprattutto solitudine e mancanza di relazioni umane.
Sicurezza non può essere lo strumento con cui chiedere alla giustizia penale di risanare ogni contraddizione.
Infatti per chi varca la soglia di un carcere, la pena avrà un termine, quella persona uscirà, ma tutto quello che viene prima e deve venire dopo, deve riguardare un intervento che coinvolga l’intera società.
Le scelte di politica criminale non possono essere dissociate da precise politiche sociali.  Se ciò non è, allora equivale ad ammettere, per tecnici del diritto ed editorialisti di fama, che reprimere e rinchiudere conviene assai di più che recuperare, rieducare, risocializzare.
Conviene, perché costa meno in termini finanziari, costa meno in risorse umane specializzate, costa meno in termini di ideali cristiani e democratici.
Infine, comporta meno rischi da correre, è inevitabile che sia così.
Eppure la storia è vita, e la vita non è uno slogan elettorale, ci rammenta cosa eravamo, chi siamo, e cosa vorremmo essere.
Un carcere a misura di uomo significa concedere la possibilità di rivedere con occhi e sguardi nuovi ciò che è stato, e soprattutto di intendere il proprio riscatto e riparazione, non come l’assunzione di un servizio statuale, che come tale rimane uno scarabocchio sulla carta, ma dovrà essere inteso come una vera e propria conquista di coscienza.
Rieducare non deve essere un traguardo per pochi privilegiati, ma una realtà costante, alimentata dalla capacità di mediare i principi del vivere civile alla quotidianità.
Ritengo non più dilazionabile l’urgenza di coniugare in modo autentico teoria e prassi, sicurezza e risocializzazione, in quanto entrambe le istanze sono elementi costitutivi della nostra collettività.
Forse, oltre la condivisione dei principi morali, i quali sono logicamente immutabili, sarebbe più consono e umano condividere le modalità e le sfumature, che invece  purtroppo cambiano sovente.

Autore: Vincenzo Andraous

Giuseppe Costantino BUDETTA, Le funzioni delle reti mirabili encefaliche.

La vera funzione delle estese reti mirabili encefaliche sarebbe quella di regolare il volume e la pressione dei liquidi cerebrali, cioè: CBF: flusso sanguigno cerebrale, ICP: pressione intracranica, CSF: liquido cerebro spinale, MAP: pressione arteriosa media e CPP:  pressione di perfusione cerebrale. Nelle reti mirabili encefaliche c’è il netto calo dell’energia cinetica sanguigna generata dalla sistole cardiaca. Ciò facilita il controllo di  CBF, ICP, CSF, MAP e CPP.


Lo studio completo si trova nell’allegato; vedi.

Autore: Giuseppe Costantino Budetta

Allegato: Reti mirabili encefaliche.pdf

Vincenzo ANDRAOUS. Onestà intellettuale e nuove locuzioni.

Una autorevole associazione di volontariato ha lanciato una proposta: cancellare definitivamente da tutti i testi formativi la parola “carcere” e sostituirla con una locuzione conforme al dettato costituzionale: Istituto di Rieducazione Civile.
Ho trascorso trentatre anni in questo pianeta carcerario rifiutato e sconosciuto, in questo recinto dove pochi vogliono guardare, e quei pochi che lo fanno difficilmente riescono a mettere insieme la consapevolezza per un progetto di rinascita effettivamente condiviso.
Ho attraversato in lungo e in largo i perimetri dei suoi crateri detentivi, osservandone i cambiamenti, vivendone i mutamenti, e nonostante le spinte in avanti dettate dal riconoscimento e dal rispetto della dignità umana, continuo a rimanere perplesso di fronte a certe etichettature futuristiche, che sono certamente aspettative oneste, ma distanti anni luce dalla vere priorità che investono l’intera organizzazione penitenziaria.
Il carcere è cambiato, gli operatori sono cambiati, i detenuti sono cambiati, il sangue e le rivolte sono memoria storica, i deliri di onnipotenza surclassati dai troppi suicidi in deliranti commiserazioni.
Alla solidarietà costruttiva, requisito indispensabile al buon andamento di un istituto penitenziario, è subentrata una rancorosa indifferenza, come se l’unica prassi vincente e risolutiva sia l’esclusione e il silenzio per chi ha sbagliato e paga il proprio debito, e se accade che si riesca a riparare in qualche modo, c’è pure il disprezzo per quanti condividono la fatica della risalita al consorzio sociale.
Un uomo rimane in carcere trenta-quaranta anni, ha imparato qualcosa, ha perduto qualcosa, ha acquisito altre cose, di certo non è più espressione di una violenza senza limite, né di una stanchezza parassitaria, può addirittura incontrare una condizione particolare che è vitale in un essere umano, la quale giorno dopo giorno soggiorna nell’interiorità.
Modificare e sostituire con una nuova locuzione il carcere?
In questi anni di restrizione e di impegno personale ho compreso che lo strumento liberante dalla propria condizione finanche disumana, è il lavoro, la possibilità di lavorare comporta un’assunzione di responsabilità verso se stessi e gli altri, nel lavoro vi è la possibilità di fare convergere maturità e formazione, consegnando finalmente sostanza e coerenza all’irrinunciabile ideale della rieducazione, troppo spesso relegata a una alienante e vana attesa.
Non è importante innovare la parola, ma una proposta educativa che consenta al detenuto di alimentare esperienze urgenti e corrette di lavoro, perché saranno queste a favorire un effetto profondamente pedagogico, nella fatica delle relazioni con le persone, una presa in carico della nostra dignità, per ripensare a noi stessi, a ciò che stiamo facendo, a ciò che vogliamo essere oggi.
Una giustizia equa raccoglie le istanze della società, ma tiene presente che esistono uomini che hanno scontato decenni di carcere per tentare di riparare al male fatto, ritrovando un senso e un ruolo sociale definito per non esser rispediti nuovamente a una umanità ignorata e esclusa.

Autore: Vincenzo Andraous

Vincenzo ANDRAOUS, Altro che spegnere la speranza.

Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo.
Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha mostrato in pochi minuti come la sola ritorsione non solo è contraddetta dall’etica evangelica, ma non porta i risultati desiderati.
Da qualche tempo sul carcere italiano è calato un silenzio refrattario all’impegno dell’ascolto, una indifferenza che genera un trascinamento lontano dal dolore e dalla sofferenza, come se dialogare sulla umanizzazione della pena fosse diventato un atto di lassismo politico e istituzionale.
Eppure il carcere è luogo deputato alla elaborazione della pena, della colpa, dove l’uomo della pena nel tempo non sarà più l’uomo della condanna, ma quale uomo potrà diventare in una condizione di perenne disagio, costretto fino alle ginocchia nel proprio malessere, e in quello dell’altro.
Un tempo il dentro e il fuori interagivano, riuscendo a edificare ponti di socializzazione, attraverso una capacità di coinvolgimento-partecipativo da parte del personale penitenziario, con impegno da parte di quel volontariato solidale perché costruttivo, basato sulla fatica dialogica e comportamentale, e con una interazione proficua e necessaria con la società tutta.
Perfino a chi disconosce la  funzione del carcere e l’utilità della pena, non può sfuggire il valore educativo del lavoro, che la stessa Costituzione pone a fondamento del nostro Stato Repubblicano: senza occasioni di lavoro, senza l’acquisizione di strumenti formativi  professionali, il carcere come istituzione non può raggiungere gli obiettivi che gli sono richiesti, gli scopi per cui esiste nella sua utilità sociale.
In questa inquietante insicurezza, che spinge a richiedere maggiori tutele e garanzie per le vittime e i cittadini onesti, forse è proprio questo il momento di ripensare non all’abolizione della Riforma Penitenziaria, non a rendere nuovamente invisibili uomini che hanno saputo ravvedersi e tornare ad essere parte viva del consorzio sociale. E’ necessario ripensare un carcere dove esistano veramente tempi e modi di ristrutturazione educativa, rifacendo per davvero i conti con la metà della popolazione detenuta non italiana, con un buon altro quarto di tossicodipendenti, mentre la rimanenza è quella criminalità che ben conosciamo.
Riforme e innovazioni non sono istituti-totem da imbalsamare, ma vista prospettica per rispondere efficacemente alla richieste della collettività, che si duole di una recidiva che permane un mostro a due facce: una dimostra che la pena non aiuta a migliorare le persone, l’altra che il carcere non si riappropria della funzione di salvaguardia della comunità.
Altro che ammazzare la speranza annullando la legge Gozzini, è urgente trasformare l’ozio e un tempo pericolosamente bloccato in occasioni di lavoro e abitudine alla fatica progettuale, affinché il rispetto per la dignità personale divenga qualcosa da guadagnarsi durante l’arco della condanna, proprio perché quella speranza di essere uomini  migliori dipenderà dal lavoro che ognuno di noi sarà disponibile a fare con se stesso.

Autore: Vincenzo Andraous