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Vincenzo ANDRAOUS. Gli stessi errori ripetuti all’infinito.

Quando il dolore e le sofferenze delle immagini superano l’inganno del più astuto componimento politico, quello è il momento di fare i conti con la realtà, quella più vicina alla verità, perché rivendica una giustizia che non può essere denudata dei principi fondamentali quali pari opportunità e pari dignità, nei riguardi dell’uomo e della stessa umanità.
Nel mondo ci sono ingiustizie e tormenti istituzionalizzati, dimenticanze studiate a tavolino, una degnazione colpevole al punto da apparire normalità, accettabilità, consuetudine.
Eppure di fronte alle sequenze che ci vengono mosse contro, non è possibile fare spallucce.
Un paese enorme la Cina, invadente e invasivo, per la sua potenza economica e militare, per la sua politica unidimensionale che non arretra neppure al bisogno di se stessa in difficoltà.
La Cina e il Tibet, sembra la favola del gigante e la bambina, ma non si tratta di filmografia né di letteratura, è la scena di una violenza ideologica, è aggressione che non conosce ritardo, a scapito di diritti non meglio definiti, e quando questi non sono del tutto condivisi, diventano motivo di contrasto, al punto da annientare popoli e religioni, la stessa capacità di organizzare il convivere umano.
Business e olimpiadi, censura e ciurma che arresta, tortura, uccide, in nome dell’ordine e dello Stato sovrano, di quanti non rispettano le minoranze destinate all’estinzione.
Il Tibet è lì, in tutta la sua pena, perduto e piagato, all’angolo delle coscienze, con il suo dolore e il suo sangue a rivendicarne la storia, calpestata dalla sordità di chi non sa accoglierne i segni della pace e dell’amore.
Olimpiadi e scelta personale di partecipare, obiettare, rinunciare, condizione del cuore, delle gambe, della testa, dei richiami alla fratellanza allargata, delle eguaglianze, delle mani che stringono altre mani.
Olimpiadi e Tibet in fuorigioco, invisibile testimone del bene e del male che fanno la differenza, debbono esser differenza, per tentare di spiegare le dinamiche, evidenti e mal riposte, che producono violenze inenarrabili, parole e gesti investiti malamente per generare altro male.
Olimpiadi e desiderio di competere, gareggiare, primeggiare, voglia di non esserci alla cerimonia di apertura dei giochi, voglia di dire la mia, di dissentire, voglia di esserci e dare il mio contributo per amore della pace, proprio nel momento in cui si sta consumando un martirio.
Quanto tempo dovrà ancora trascorrere prima che gli uomini intelligenti prendano in mano la propria coscienza e spunto dai propri sbagli per costruire un modo più efficace di funzionare in futuro.
Queste Olimpiadi dovrebbero indurre gli uomini a essere meno arroganti, a percepire il fremito degli atleti che daranno il massimo per vincere non solo una medaglia, non solo un applauso, questi giochi  stellari non saranno terreno fertile né facile per chi non si mostra capace di riflessione, riempiendo stoltamente il proprio vivere degli stessi errori ripetuti all’infinito.

Autore: Vincenzo Andraous

Vincenzo ANDRAOUS. Nuova quotidianità del vivere civile.

Ricordo le parole di  un grande Magistrato: “ Il discorso sulla sicurezza è diventato un’ossessione, ma non bisogna aspettarsi la soluzione dei problemi da un maggior numero di caserme ( io aggiungerei di carceri), e sebbene sia giusta e congrua l’azione delle Forze dell’ordine, non dovremmo mai perdere di vista l’essere umano, la fragilità della vita umana”.
Quando penso al carcere, mi viene in mente quel nobile russo dell’era zarista a nome Oblomov, di cui mi ha raccontato don Franco Tassone della comunità “Casa del Giovane “: era una brava persona, non fece mai male ad alcuno, tanto meno lo si sentì mai lamentarsi. Semplicemente, non faceva nulla, sopravviveva a se stesso, nel più totale disconoscimento del fare, così tutto ciò che gli apparteneva decadeva per usura del tempo e nell’introvabilità di una scelta.
Questo immobilismo è oggi denominato come la patologia dell’ oblomovismo.
Oblomov aveva un sacco di progetti, di architetture mentali, ma morì senza avere costruito nulla, lasciando ai posteri ruderi e miserie.
Sicurezza non è un ramo staccato dal vivere civile.
Sicurezza sta a significare il coraggio con cui affrontare l’insicurezza, che è anche e soprattutto solitudine e mancanza di relazioni umane.
Sicurezza non può essere lo strumento con cui chiedere alla giustizia penale di risanare ogni contraddizione.
Infatti per chi varca la soglia di un carcere, la pena avrà un termine, quella persona uscirà, ma tutto quello che viene prima e deve venire dopo, deve riguardare un intervento che coinvolga l’intera società.
Le scelte di politica criminale non possono essere dissociate da precise politiche sociali.  Se ciò non è, allora equivale ad ammettere, per tecnici del diritto ed editorialisti di fama, che reprimere e rinchiudere conviene assai di più che recuperare, rieducare, risocializzare.
Conviene, perché costa meno in termini finanziari, costa meno in risorse umane specializzate, costa meno in termini di ideali cristiani e democratici.
Infine, comporta meno rischi da correre, è inevitabile che sia così.
Eppure la storia è vita, e la vita non è uno slogan elettorale, ci rammenta cosa eravamo, chi siamo, e cosa vorremmo essere.
Un carcere a misura di uomo significa concedere la possibilità di rivedere con occhi e sguardi nuovi ciò che è stato, e soprattutto di intendere il proprio riscatto e riparazione, non come l’assunzione di un servizio statuale, che come tale rimane uno scarabocchio sulla carta, ma dovrà essere inteso come una vera e propria conquista di coscienza.
Rieducare non deve essere un traguardo per pochi privilegiati, ma una realtà costante, alimentata dalla capacità di mediare i principi del vivere civile alla quotidianità.
Ritengo non più dilazionabile l’urgenza di coniugare in modo autentico teoria e prassi, sicurezza e risocializzazione, in quanto entrambe le istanze sono elementi costitutivi della nostra collettività.
Forse, oltre la condivisione dei principi morali, i quali sono logicamente immutabili, sarebbe più consono e umano condividere le modalità e le sfumature, che invece  purtroppo cambiano sovente.

Autore: Vincenzo Andraous

Giuseppe Costantino BUDETTA, Le funzioni delle reti mirabili encefaliche.

La vera funzione delle estese reti mirabili encefaliche sarebbe quella di regolare il volume e la pressione dei liquidi cerebrali, cioè: CBF: flusso sanguigno cerebrale, ICP: pressione intracranica, CSF: liquido cerebro spinale, MAP: pressione arteriosa media e CPP:  pressione di perfusione cerebrale. Nelle reti mirabili encefaliche c’è il netto calo dell’energia cinetica sanguigna generata dalla sistole cardiaca. Ciò facilita il controllo di  CBF, ICP, CSF, MAP e CPP.


Lo studio completo si trova nell’allegato; vedi.

Autore: Giuseppe Costantino Budetta

Allegato: Reti mirabili encefaliche.pdf

Vincenzo ANDRAOUS. Onestà intellettuale e nuove locuzioni.

Una autorevole associazione di volontariato ha lanciato una proposta: cancellare definitivamente da tutti i testi formativi la parola “carcere” e sostituirla con una locuzione conforme al dettato costituzionale: Istituto di Rieducazione Civile.
Ho trascorso trentatre anni in questo pianeta carcerario rifiutato e sconosciuto, in questo recinto dove pochi vogliono guardare, e quei pochi che lo fanno difficilmente riescono a mettere insieme la consapevolezza per un progetto di rinascita effettivamente condiviso.
Ho attraversato in lungo e in largo i perimetri dei suoi crateri detentivi, osservandone i cambiamenti, vivendone i mutamenti, e nonostante le spinte in avanti dettate dal riconoscimento e dal rispetto della dignità umana, continuo a rimanere perplesso di fronte a certe etichettature futuristiche, che sono certamente aspettative oneste, ma distanti anni luce dalla vere priorità che investono l’intera organizzazione penitenziaria.
Il carcere è cambiato, gli operatori sono cambiati, i detenuti sono cambiati, il sangue e le rivolte sono memoria storica, i deliri di onnipotenza surclassati dai troppi suicidi in deliranti commiserazioni.
Alla solidarietà costruttiva, requisito indispensabile al buon andamento di un istituto penitenziario, è subentrata una rancorosa indifferenza, come se l’unica prassi vincente e risolutiva sia l’esclusione e il silenzio per chi ha sbagliato e paga il proprio debito, e se accade che si riesca a riparare in qualche modo, c’è pure il disprezzo per quanti condividono la fatica della risalita al consorzio sociale.
Un uomo rimane in carcere trenta-quaranta anni, ha imparato qualcosa, ha perduto qualcosa, ha acquisito altre cose, di certo non è più espressione di una violenza senza limite, né di una stanchezza parassitaria, può addirittura incontrare una condizione particolare che è vitale in un essere umano, la quale giorno dopo giorno soggiorna nell’interiorità.
Modificare e sostituire con una nuova locuzione il carcere?
In questi anni di restrizione e di impegno personale ho compreso che lo strumento liberante dalla propria condizione finanche disumana, è il lavoro, la possibilità di lavorare comporta un’assunzione di responsabilità verso se stessi e gli altri, nel lavoro vi è la possibilità di fare convergere maturità e formazione, consegnando finalmente sostanza e coerenza all’irrinunciabile ideale della rieducazione, troppo spesso relegata a una alienante e vana attesa.
Non è importante innovare la parola, ma una proposta educativa che consenta al detenuto di alimentare esperienze urgenti e corrette di lavoro, perché saranno queste a favorire un effetto profondamente pedagogico, nella fatica delle relazioni con le persone, una presa in carico della nostra dignità, per ripensare a noi stessi, a ciò che stiamo facendo, a ciò che vogliamo essere oggi.
Una giustizia equa raccoglie le istanze della società, ma tiene presente che esistono uomini che hanno scontato decenni di carcere per tentare di riparare al male fatto, ritrovando un senso e un ruolo sociale definito per non esser rispediti nuovamente a una umanità ignorata e esclusa.

Autore: Vincenzo Andraous