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Vincenzo ANDRAOUS, La tua preghiera al mio cuore.

Un amico sacerdote mi ha ricordato con una preghiera, e immediatamente mi sono sentito meglio: quando qualcuno accompagna me e la mia famiglia con un abbraccio fraterno, dentro me qualcosa si muove, si accalora, si divincola dalla mia insensibilità mutante.
Qualcuno prega per me e lo fa senza scalpiccio di parole, né palcoscenico di ritorno, lo fa così come ne è capace, con la dolcezza di una preghiera.
E’ una verità che moltiplica la mia curiosità, la mia meraviglia, e mi fa diventare audace perfino nel chiedermi se sono capace di pregare, se riesco a farlo perché ne sento il morso che mi avverte della mia poca capacità alla fatica verso me stesso e gli altri, oppure è solamente un momento di calma piatta per non soccombere allo stress.
Pagine di sussurri e grida, volumi e autori di fede, silenzi che parlano messi da parte in attesa di un sussulto, di una domanda che spinge e esige una risposta, anche solo una parola che sollecita un sollievo a non esser più soli, ma insieme agli altri, a quelli che caparbiamente seguono orme digitali che non è facile vedere, forse solamente udire, un richiamo che accompagna il cuore dove le bramosie smodate, l’odio cieco, le intolleranze più rigide, hanno esigenza di essere messe pancia a terra, nei luoghi della riflessione e del rinnovamento.
Il mio amico don mi ha spedito in un messaggino la sua preghiera, nessun vociare o gran parlare, pochi segni per sentirmi meglio, un po’ meno avanti rispetto alla realtà quella vera, un po’ meno indietro rispetto alla verità che non è possibile barare.
Una preghiera semplice, comprensibile alla testa come al cuore, affinché abbia occhi e sguardi nuovi per applicarmi, impegnarmi, nella fatica che occorre per favorire nuovi cambiamenti.
Una preghiera con le labbra ferme, con energia psichica in movimento, che incontra le altre parti, quelle logorate, dimenticate, una preghiera che bisogna fare circolare, sconvolgendo le linee di confine,  opponendo ai divieti dell’egoismo e dei giudizi arbitrari, la consapevolezza che non è importante vivere di rendita, sugli allori delle medaglie ottenute, bensì vivere in modo dignitoso, costruttivo, anche quando i detriti del passato rimangono a destare la coscienza.
Non è certo la verità a creare problemi, la si cerca e ricerca partecipando con un dubbio, con una certezza, attraverso una sensibilità differente, guardando noi stessi riflessi in quella Croce, in quell’Uomo, in quella bocca chiusa, in quella voce che non fa rumore, ma si sente, dentro, dove non è facile riscattarsi dalle abitudini che offendono e umiliano l’amore più grande, troppo spesso preso a gomitate per mancanza di altri responsabili.
Chissà se sono capace di pregare, dismettendo i panni della violenza nel barricarci dentro noi stessi, nel non rispondere a nessuna chiamata, nel  pensare unicamente alle nostre esigenze, calpestando quelle degli altri.
Una preghiera, un canto silenzioso, una parola dietro l’altra, sopra e sotto ogni giorno che la vita dedica, una preghiera per imparare a credere, a avere fiducia, a entrare nel proprio vissuto, in quello dell’altro, una preghiera per essere finalmente disposti a cogliere le prossimità, le reciprocità, le responsabilità di un impegno sempre nuovo.
Una preghiera per essere davvero disposti a tenere conto di chi mi è vicino, anche di chi poco più in là rimane sempre più  spesso invisibile.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Laura TUSSI. I concetti di multicultura, intercultura e transcultura. Alcune precisazioni lessicali.

Il progressivo ampliarsi del fenomeno migratorio e la sua estensione generalizzata a tutti i Paesi del pianeta hanno influenzato anche il lessico quotidiano, introducendo termini con cui è opportuno assumere confidenza e rispetto ai quali è utile una chiarificazione terminologica.


Con il significato di multicultura si può intendere la compresenza, su uno stesso territorio, di popoli differenti per etnia, lingua e cultura. Questo termine non contiene giudizi di valore, limitandosi a indicare una realtà sempre più diffusa attualmente, che vede diverse popolazioni insieme, senza che questo presupponga necessariamente un confronto, uno scambio e un incontro. Quindi il concetto di multicultura delinea una situazione statica del fenomeno rappresentato da una pluralità di popolazioni nell’ambito di uno stesso contesto territoriale.


Invece il termine intercultura presuppone l’impegno nel ricercare forme, strumenti, occasioni per sviluppare un dialogo tra le culture e un confronto costruttivo e creativo, che presuppongano la capacità di promuovere situazioni di comparazione di idee, valori, culture differenti, nella ricerca di punti di incontro che valorizzino le diversità e le differenze, attraverso un intreccio dialettico di interazioni necessarie per il reciproco riconoscimento, dove il prefisso inter indica la reciprocità interculturale la prossimità del diverso, in un terreno fecondo di negoziazione e di scambio, tramite la ricchezza e la produttività del confronto.


Dunque l’intercultura costituisce la risposta educativa alla società multiculturale e multietnica, condizione oggettiva oggi nella maggior parte del territorio del nostro Paese.


In base a questi presupposti concettuali risulta possibile delineare l’idea di una transculturalità intesa come capacità di attraversare i confini delle singole culture in virtù della consapevolezza della nostra comune appartenenza alla comune specie umana e a un’unica madre Terra, nella condivisione di un progetto di cittadinanza planetaria, sorretta dai principi e dai valori di un’etica universale.


Risulta di conseguenza necessario costruire una cultura nuova, una transcultura capace di passare oltre le singole culture, nell’intesa comune basata su valori vincolanti per poter pensare e realizzare un progetto di coesistenza pacifica, che assicuri i fondamentali diritti alla libertà, alla conoscenza, alla creatività e al rispetto delle proprie differenze di lingua, cultura, religione. Per costruire un’autentica inter-trans-cultura occorre investire culturalmente su concetti valoriali pedagogici che coinvolgano le diverse istituzioni educative nell’elaborazione di un progetto formativo finalizzato a educare alla differenza, al dialogo e al confronto interculturale.

Autore: Laura Tussi

Vincenzo ANDRAOUS. Non per mafia né camorra.

Quando ci si addentra nel mondo giovanile c’è il rischio di imbattersi improvvisamente  in un altro mondo vicino, c’è una difficoltà estrema a distinguere i tratti di una violenza priva di significati, soprattutto di utilità.
Nel Regno Unito le babygang spadroneggiano nelle città come nelle periferie, gli adolescenti sono fotocopie di “eroi” delle playstation, i ragazzini non sono più imberbi fautori del “tutto e subito”, ma veterani di una guerra che non è mai stata loro, un morto dietro l’altro.
Accade in quell’Inghilterra che da anni ammiriamo, che vorremmo imitare per capacità creative e economiche.
Da noi per ora, bullismo non è criminalità, non è ancora calamità nazionale, soprattutto non è ancora serbatoio di alcuna organizzazione criminale.
Il nostro è un bullismo del benessere, è abuso dell’agio, persino chi non ha niente,  possiede qualcosa al fondo delle tasche, non è disagio che picchia contro al mancato raggiungimento di un traguardo economico, è disagio relazionale, paura delle vita, non della morte, è incapacità e rigetto della scelta.
Ciò che accade dall’altra parte della Manica è differente, perché nasce da una povertà endemica in alcuni strati sociali, da degenerazioni famigliari estese a interi quartieri, da un alcolismo adulto che insegna ai più giovani a non fare prigionieri.
Sono morti ammazzati diciotto ragazzi in un solo anno, una bestemmia indicibile, forse questa volta non si eluderà la condivisione della tragedia, del dolore, con la solita richiesta-risposta di inasprire le condanne, di invocare le solite certezze delle pene.
Stiamo parlando di un paese dove migliaia di minori sono diventati “esseri esiliati dalla vita” in qualche carcere, molti muoiono in quelle celle, e non occorrono tante spiegazioni.
Le carceri inglesi scoppiano di giovani all’arrembaggio, eppure le punizioni sono esemplari, l’uso del braccialetto e del controllo sono espressi alla massima potenza, ma in un anno diciotto ragazzi sono stati assassinati, e altri trenta sono deceduti negli istituti penitenziari.
Un paese che non ama, non protegge e non rispetta i suoi giovani, ma li emargina e li criminalizza, appare una dicitura post-mortem, invece è quanto ogni cittadino, non inglese ma del mondo, deve riflettere e ponderare.
Ci preoccupano i nostri bulli, invochiamo la frusta, ma se guardiamo al paese dei Re e delle Regine, delle tendenze e dei suoni, c’è la risposta da dare alle nostre generazioni, c’è l’avviso a non incappare nelle superficialità che potremmo pagare a caro prezzo, c’è la necessarietà a attuare piani economici e politiche sociali che vedano coinvolti non solamente i ragazzi, ma anche gli altri, in quel famoso sostegno alla genitorialità troppe volte dimenticato a metà del guado.
Diciotto morti ammazzati in un anno, non per mafia, nè camorra, unicamente ragazzini dai pantaloni a vita bassa, con le tasche grandi,  con le mani conficcate dentro,  in compagnia del freddo di una lama tra le dita.

Autore: Vincenzo Andraous