Archivi categoria: Sociologia

Vincenzo ANDRAOUS. Un assalto umano disumanizzato.

Non c’è giorno che non venga scandito da un assalto umano disumanizzato, perpetrato nei riguardi delle donne, nei confronti di un bambino,  di una giovanissima.
Il branco è nell’ombra, predisposto a un’opera demolitrice, a violare la realtà dell’altro, sconvolgendone l’equilibrio e compromettendone  il benessere, un’azione infame nel più profondo del termine, dove non c’è lessico che tenga per definirne il raccapriccio.
Ciò che deve scuotere le coscienze è l’infamia che non consente giustificazioni, né ansia da contagio, ma promuove una linea comportamentale priva di black-out ideologici: infatti con le ideologie stendiamo ipocrisie e false aspettative, non cogliamo le urgenze né le insopprimibili necessità-priorità, a riconferma che donne, bambini e anziani non si toccano, non si debbono toccare, non bisogna permettere che ciò accada.
Il branco si fa beffe della bellezza, della fragilità, entra a gamba tesa dove l’innocenza e la stessa femminilità regalano al mondo il piacere dell’esistenza, e all’esistenza il miracolo del futuro che nasce e cresce, perché custodisce il segreto dell’amore più grande.
Sociologi, pedagogisti, psicologi, preoccupati per le dimensioni crescenti di questo  fenomeno, nella torsione in cui  costringe l’attualità, che somiglia sempre più a un’apnea soffocante, tant’è che ognuno esplicita ragioni diverse  per spiegarne l’exploit.
Si coglie il male, lo si traveste di bugie, lo si affascina con il dolore dell’altro, per colmare i propri vuoti e le proprie assenze, che diventano patologie.
Non c’è ritocco al corredo del codice genetico umano, una eventualità del genere non è possibile nel breve passo che intercorre tra una generazione e l’altra, allora come è possibile che a ogni pagina appare la notizia di uno stupro, di una violenza da poco commessa, ciò non solo nelle strade, nei vicoli ciechi, nelle campagne buie, ma nelle famiglie, dove dovrebbe prevalere il principio dell’amore, dei vincoli affettivi, nella continuità del vivere insieme. Eppure proprio all’interno del nucleo famigliare, vicino al focolare passa sotto silenzio questa pratica infame, proprio lì, ognuno assume il ruolo parossistico di teatrante, recita la parte di chi nega, di chi non vede, di chi occulta e passa avanti agli abusi che non hanno fine.
In questa ferita c’è l’esperienza intera del dolore, dell’amore frustrato, un modello che si tramanda senza che alcuno intervenga a porre un freno, eppure come ha detto qualcuno “ i ragazzi violenti del futuro sono ora dei bambini “, proprio quelli afferrati come oggetti e spogliati di ogni emozione.
Occorre ritrovare un senso comune non più rinviabile, non sono più sufficienti le notizie, il bombardamento mediatico, forse è arrivata l’ora di un ripensamento culturale che sia sinonimo di coinvolgimento, nel discuterne e  rifletterne insieme, non solo per preservare le menti giovani dalla violenza che non risparmia alcuno, ma per coltivare in chi cresce un senso critico sano e attento ai valori della vita, quella di tutti, soprattutto delle donne, dei bambini, degli anziani, CHE NON SI DEBBONO TOCCARE MAI.


 

Autore: Vincenzo Andraous

Vincenzo ANDRAOUS. La violenza non corre all’angolo della pietà.

Ricordo un paese del nord, un campo sportivo, tanti ragazzini rincorrere un pallone, scalciare e gridare.
A scuola, in classe, per la strada, le solite voci, sempre quelle, come i volti e le mani additare, “ecco arriva il terrone, eccolo è  arrivato”.
Un giorno dopo l’altro, dalle elementari, alle medie, a rimbombare nella testa quella parola “terrone”.
Uno sgambetto, un goal annullato, un dribbling di troppo, e quel ragazzino per terra, sempre sotto, schiacciato dal peso e dalle manate dei compagni, finchè un giorno accadde qualcosa di imprevisto: “ il terrone “ fece una scoperta inaspettata, un incontro che mutò la sua esistenza, tracciò la sua storia e purtroppo quella di tante altre persone.
Mentre la squadra compatta avanzava verso l’obiettivo da atterrare, il terrone afferrò una pietra ai bordi del campetto, senza pensarci due volte, la calò con forza sulla testa del primo ragazzino che gli stava venendo addosso.
Il plotone d’assalto si arrestò, le urla cessarono, da quel giorno non ci furono più sberleffi, minacce, offese, né in campo, né in paese, il ragazzino era diventato il pericolo da rispettare, quel gesto aveva trasformato l’ambiente e le persone, a 13 anni era diventato un “protagonista”.
Così fù con tutte le tragedie che seguirono.
Rammento bene quella rappresentazione adolescenziale, non ci fu apprendistato per il terrone, la discesa al dirupo fu istantanea.
A tanti anni di distanza il mondo si è capovolto, è andato in testa e coda, si è rinnovato, eppure persistono ancora le identiche dinamiche e pratiche conflittuali, violenze e indifferenze, come se la storia fosse una comparsa anonima che replica se stessa, senza un passato e un presente che collaborano e convivono per disegnare una forma accettabile di futuro.
La violenza non fa passi indietro, non si piega alla ritirata, non corre all’angolo della pietà. L’attualità sconvolge i cuori e la ragione, giovanissimi che violentano una compagna di banco, bulli che rapinano e stendono a terra i coetanei impauriti, piccoli devianti che bruciano e lacerano nel tentativo di asservire al loro vuoto esistenziale il più debole e indifeso.
La società imbarbarita e abbruttita non ha più capacità educative autorevoli per mettersi a mezzo a una fraintesa adrenalina derivante dal sangue, dal dolore, dalla morte.
Ogni giorno il livello di scontro culturale è in aumento, non ci sono più regole, solamente territori da conquistare, a caccia di prede ignare da impallinare “per vedere l’effetto che fa”.
A tu per tu con la violenza, da quella dei resoconti di ieri e di oggi, che diventano una regia ben orchestrata per quella violenza che sarà senz’altro domani, è una violenza che spesso non incoglie inaspettatamente, è una violenza sottopelle, c’è, è lì, inebetita dalle immagini, dalle sequenze, dai suoni che la accompagnano: i video, i film, internet, la tv, sparano e ripropongono la botta alla nuca come una malvagità attraente, il colpo finale come una metafora soddisfacente, la carne a brandelli come una sintesi del vivere quotidiano più normale.
La violenza è sempre podroma di sciagure e devastazioni, soprattutto tra i più giovani, quelli che non sanno o vogliono contare fino a dieci, quelli del  tutto e subito, quelli che usano il sasso invece della pazienza  e della capacità di chiedere aiuto agli altri, perché ci hanno insegnato a non fidarci di nessuno, a pensare illusoriamente a salvarci da soli.
Se ripenso a quel ragazzino, a quella pietra, alla scoperta della violenza, mi viene in mente come a volte il passo sia breve per passare da un comportamento bullistico a quello deviante, entrare a fare parte della sequela degli abbandoni, delle visioni unidimensionali, dei deliri di onnipotenza.

Autore: Vincenzo Andraous

Vincenzo ANDRAOUS. Parole sulla paglia facile a bruciare.

Voce grossa, minacce, multe e ammende, per barboni e clochard, per pezzetti di umanità dislocata qua e là, a margine delle coscienze.
Fronte comune contro queste presenze inaccettabili, nelle città, come nelle periferie, come a voler scacciare un’immagine che fa paura, semplicemente perché quella fine non vogliamo neppure che ci sia messa di fronte, come uno spaccato di qualcosa poco bello che ci passa da tempo vicino, al punto da farci infastidire e sobbalzare.
“Marginalizzati e solitudinalizzati”, termini ufoidi per definire una nuova classe  di intoccabili, “cose” da tenere lontano, ben recintate nella nostra indifferenza e timore di averci a che fare.
Queste persone ( perché di persone si tratta ), rimangono concentrate dove il buio le nasconde agli occhi innocenti, in liste ben redatte per meglio distribuirne le strategie dell’incuranza, uomini e donne che ogni giorno trasudano la propria sofferenza nella malattia dell’inconciliabilità, in una diaspora esistenziale che esprime la resa di uno spicchio non indifferente di umanità.
C’è un senso di inquieta ripulsa verso chi è povero e derelitto, verso chi inciampa e cade malamente, una sensazione strana e ambigua nei riguardi di chi non ce la fa  a stare al passo del più fortunato, con quello sbilanciato nell’acquisto e nello smercio  delle merci, intese come beni di consumo e non delle idee.
A rendere le cose ancora più opprimenti e irreggimentate nel nuovo pensiero di lontananza, sullo schermo televisivo scorrono immagini studiate a tavolino per apparire socialmente accettabili, perché non abbiamo mai tempo per pensarci su, per prendere una distanza, una posizione costruttiva foriera di un cambiamento, di una emancipazione, infatti la notizia successiva incalza, non consente libertà di senso critico: allora è meglio additare e tenere lontano chi non regge il ritmo, evitando contaminazioni deplorevoli.
Quando abbiamo a che fare con gli ultimi, con quelli che davvero non  hanno niente e non vogliamo essere noi, spesso scordiamo che il mondo, le sue strade e le sue città, sono state percorse e vissute da altri poveri, che ne hanno tracciato la storia, permeando la vita di un coraggio semplice e importante, al punto da cancellare le dimenticanze culturali, costruendo un ponte di reciprocità convissuta.
San Francesco, Madre Teresa, don Enzo Boschetti, uomini e povertà ricca di dignità, di generosità, di doni preziosi per altri uomini che hanno speso l’intera vita a cercare, a ascoltare, a fare, dimostrando come l’essere umano può elevarsi alle altezze dello spirito, in  slanci straordinari di gratuità. 
Attraverso questi testimoni del nostro tempo, dobbiamo renderci conto che il nostro agire quotidiano  con gli altri, non è sostenuto da un impegno concreto a edificare la casa del rispetto per l’altro, evitando di fare consumare le parole sulla paglia facile a bruciare, scansando scambi relazionali soddisfacenti, meglio, umanamente degni.
Sono uomini e sono poveri, ma restano comunque individui, persone e cittadini, che meritano rispetto.

Autore: Vincenzo Andraous

Vincenzo ANDRAOUS. Bullismo una vera e propria contrapposizione culturale.

Bullismo in percentuale accettabile, sento dire da qualche tempo, trasgressione da ragazzi, devianza che non è ancora diventata un dato esponenziale, insomma si tratta di una violenza addomesticabile, è tutto sotto controllo, come se la scuola innanzitutto e la famiglia in coda, avessero deciso di stendere un velo su questo argomento.
Bullismo che non è più riconducibile al solo disagio relazionale che assale gli adolescenti e pure qualche adulto idiota, ormai bisogna parlare di una vera e propria contrapposizione culturale: una parte non troppo marginale dei nostri giovani ha deciso di intraprendere un tragitto di vita senza servirsi degli strumenti salvavita che la prudenza e la pazienza impongono, l’esperienza che il  mondo adulto gli mette a disposizione.
E’ pesante la sensazione che di bullismo non si debba più parlare, quasi non si trattasse di  un cancro, una metastasi culturale da estirpare.
Qualcuno cita inopportunamente altri paesi, altre realtà e altri organigrammi sociali per fare intendere come si dovrebbe operare per risolvere definitivamente l’epidemia; durezza e galera, come in Inghilterra, in America, omettendo però di dire che si tratta di parallelismi assurdi. Infatti sono situazioni e problematiche che non è possibile fotocopiare, e soprattutto in questi paesi, dove si è cercato di “ridurre il danno” attraverso una dose robusta di castigo e punizione statuale, s’è venuta a creare una situazione insostenibile, minori morti ammazzati ai bordi delle strade, carceri stracolme di giovanissimi pronti a morire alla prima occasione.
Atti di bullismo zero, ma allora  come è possibile che a ogni corridoio di scuola,  angolo di classe, al centro di una piazzetta, dentro un raduno, l’odore della prepotenza si respira senza possibilità di errore.
Come è possibile dialogare sulle problematiche giovanili con un fare e dire sempre più isterico, sempre meno professionale, e di rimando con un uso improprio delle regole  e delle civicità calate dall’alto, autoassolvendo il mondo dei grandi da una responsabilità imperdonabile.
Chissà se forse non occorrono meno effetti speciali, mettendo davanti a quanti sono già futuri “carcerati”, persone lacerate dalla sofferenza, da quel  dazio pagato e ancora da pagare, testimoni senza più parola che potrebbero spiegare ciò attende coloro che si sentono stoltamente i più furbi.
Opporre alla violenza di un’età bloccata, la storia raccontata in prima persona da chi è diventato vecchio da giovane per quella prepotenza perpetrata, per il male fatto e per  la tragedia colpevole che ne è seguita, e non avrà a disposizione un’altra vita per provare a riconsegnare dignità alla propria esistenza.
Insegnanti assenti, educatori distratti, genitori dall’arringa aggressiva, disposti a sferrare schiaffi e gomitate pur di difendere a spada tratta i propri pargoli: forse è il caso di riformare il mondo della maturità diplomata e laureata, quella maturità raggiunta senza troppe fatiche, che quindi  reclama   altrettante  facilità operative, forse è più urgente “insegnare” dapprima ai grandi: per poter arrivare senza fraintendimenti ai più piccoli, l’importanza del rispetto per se stessi e per gli altri. E questo rispetto non è possibile impararlo attraverso la solita formuletta disegnata alla lavagna, semmai con l’esempio autorevole di chi rimane un protagonista positivo del proprio destino.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it