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Vincenzo ANDRAOUS. Gesuita nella coerenza e nella generosità.

Quando si parla o si scrive di una persona che non c’è più, a cui ci si è legati per un lungo tragitto di vita insieme, a dispetto di qualsiasi avversità, c’è sempre il rischio di  incorrere in una idealizzazione, di appiccicare addosso medaglie e nastrini, sommando parole che non confortano il dolore di questa assenza.
Padre PierSandro Vanzan non era solamente un Gesuita senza paura, un giornalista e uno scrittore arguto e instancabile di Civiltà Cattolica, della carta stampata, è stato soprattutto un amico, un fratello, un padre, e un orizzonte a vista per tutti noi della Comunità Casa del Giovane, una “consueta” coscienza critica, a volte aspra e ammonitrice, ma sempre colma di amore, in nome dell’amicizia con don Enzo Boschetti, fondatore di questa grande casa-comunità di servizio-terapeutica.
Pochi mesi fa era tornato nuovamente tra noi per svolgere ulteriori esami clinici dal Prof. Viganò, con il quale era nato un rapporto affettivo bellissimo, basato sulla stima reciproca. Stava in mezzo a noi con il passo più lento, con l’udito meno buono, ma con la mente lucida di chi non aveva timore di sporcarsi le mani nel dolore e nelle tragedie degli uomini.
Per ogni suo amico, sono certo, ci sarà un momento di sbandamento, ma altrettanto convintamene, indipendentemente dalla fede che si professa, c’è bisogno di ricordare ciò che questo uomo diceva, scriveva, faceva, perché da questa esperienza personale e comunitaria potranno sorgere e rafforzarsi nuove energie cui fare leva, nuove forze interiori per imparare a amare con ardimento: i Santi non sono cartoline illustrate da acquistare nei giorni di festa, ma il respiro di cui non possiamo fare a meno per avere fede e credere a quella Croce dove ora Padre Vanzan sta al suo legno.
Per chi segue il solco di un Vangelo mai ripiegato su se stesso, non è difficile tradurre dalle intenzioni di tante storie tramandate, più che mai attuali, lo stile di vita, i comportamenti quotidiani, e non è irriguardoso accostare Padre Vanzan a un prosieguo della storia più antica e giovane, per continuare ad avvicinare le parole che ci ha lasciato, senza per questo disegnare una verità folgorante che gia c’è, il rischio è più palese e vicino alla terra sotto i nostri piedi, cioè di raccontare e narrare senza sosta la vita di quel legno stretto alle sue mani, facendo ulteriore prossimità con Dio, e non più a quel dubbio che ci serve a nascondere le nostre stanchezze, i nostri limiti, le nostre incapacità ad abbandonarci a ciò che è.
Nei tanti anni che ci hanno visti accanto, ho conosciuto “sottopelle” Padre Vanzan, siamo stati insieme, come lo è stata tutta la Casa del Giovane, fino a diventare la sua grande casa, non era mai un pensiero scontato, non era semplice seguire le sue tracce, le sue orme, perché a volte parevano così profonde da incutere timore, manco fossero di un orso eretto al cielo.
Sono tanti gli episodi che danno l’idea del carico di autorevolezza di questo sacerdote profeta nella santità profetica di chi lo attraversava e accompagnava come don Enzo Boschetti e le sue intuizioni, la sua vista prospettica, il coraggio delle scelte, la generosità della coerenza. Insieme hanno cresciuto un albero della vita importante, la Casa del Giovane, una radice formidabile perché affondata nel loro amore.
L’intensità della passione quando postulava Giovanni Palatucci, il famoso Questore buono, la sua capacità di raccontare quanta giustizia albergava nel cuore di questo funzionario di Polizia, di questo uomo delle istituzioni, e di quanto un uomo possa scegliere di essere giusto, mentre è schiacciato e ucciso dall’ingiustizia più inenarrabile.
C’è un bisogno sincero di onorare persone come queste, di ancorarle al cuore, alla vita spirituale di ognuno, alle fatiche dell’esistenza, per farne esempio da rileggere ogni volta che servirà.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Giuliano CONFALONIERI, Fabbriche di sogni.

La grande fabbrica dei sogni romana nasce sulle ceneri degli stabilimenti cinematografici della Cines, distrutti da un vasto incendio nel 1935.
Mussolini fu sempre un convinto assertore della propaganda politica e sociale fatta anche attraverso le immagini in movimento: i documentari dell’Istituto LUCE – tra i più ricchi reperti storici del cinema – sono saturi della sua presenza tra gli operai, alla trebbiatura, in Libia, alle ‘adunate oceaniche’. Il Duce comprese subito l’importanza del cinema per costruire un ennesimo monumento al regime e non perse l’occasione per realizzare un nuovo complesso destinato alla produzione ed alla diffusione di film: il 28 aprile 1937 inaugurò 12 teatri di posa, attrezzature tecniche, la grande piscina e tutti i servizi necessari per far funzionare la macchina industriale che avrebbe sfornato in un anno di attività una settantina di film a fronte dei 21 prodotti mediamente dalla vecchia Cines (nel 1935 era stato fondato dal Miniculpop, Ministero Cultura Popolare, il Centro Sperimentale di Cinematografia per formare registi, attori e tecnici specializzati).
La ‘Hollywood sul Tevere’, un’area di quasi 600 mila mq. a nove chilometri da Roma sulla via Tuscolana – bombardata durante la seconda guerra mondiale, invasa da sfollati alla ricerca di un riparo e di legna da ardere – fu nuovamente in grado di lavorare nell’immediato dopoguerra.
La realizzazione dei kolossal americani diede a Cinecittà l’impulso necessario per rimettere in moto set e sale di montaggio, impianti di registrazione sonora e di sincronizzazione. Gli addetti si conformarono ai sistemi di lavorazione d’oltreoceano quando furono realizzati “Quo Vadis?”, “Ben Hur”, “Cleopatra”.
Nel 1959 Federico Fellini vi girò “La dolce vita” e di Cinecittà, suo abituale luogo di lavoro, diceva: ‘Mi piace avventurarmi e girovagare tra quelle crete spaccate dal sole, quelle montagne di legno infradiciato… Ci ho abitato come in casa, molte volte anche la domenica pomeriggio… perché mi piaceva il suo silenzio da sanatorio o da ospizio nel quale potevo lavorare calmo e solo. Il teatro 5 è il posto ideale… un mondo da creare.’ 
Quando negli anni 1970/1980 il grande schermo entrò in crisi per la strettoia delle reti televisive e delle videocassette, anche Cinecittà segnò il passo. Fortunatamente, la ristrutturazione in occasione del cinquantenario e la richiesta di strutture adeguate per la realizzazione di spot pubblicitari e film tv, ha ridato nuova linfa ad uno stabilimento nel quale è possibile ‘entrare con il copione sottobraccio ed uscire con il prodotto pronto per il mercato’.
Oggi, l’area specializzata romana è così sponsorizzata: ‘Il sogno di una fabbrica, un cantiere dai lavori sempre in corso, un laboratorio sempre aperto in cui operatori, sceneggiatori, registi, scenografi, macchinisti, musicisti, sarte, fonici e comparse lavorano tutto l’anno…’


Il sobborgo di Los Angeles è la capitale dell’industria cinematografica americana da più di 90 anni. Nei secoli passati faceva parte del territorio abitato dalle tribù indiane Cahuenga e Cherokee.
Fu uno dei primi coloni bianchi alla fine dell’Ottocento a battezzare la zona con il nome Hollywood, il cui significato è ‘bosco di agrifoglio’.
Nel 1907 un produttore di Chicago pensò di sfruttarne le condizioni ottimali climatiche e ambientali per girare gli esterni della storia del Conte di Monte Cristo. Quattro anni dopo fu installato un teatro di posa permanente con conseguente migrazione da New York di alcune Case di produzione.
C.B. De Mille girò a Hollywood nel 1913 il suo primo film “The Squaw Man”. In quegli anni furono fondate la Paramount, la Universal, la Fox, la Warner, la United Artists e la MGM.
Nel 1921 si produssero 854 film, l’anno successivo fu elevata sul monte Lee la scritta alta 17 metri ‘Hollywoodl

Gennaro TEDESCO. Manoscritto ritrovato ad Elea.

Anonimo bizantino, secolo XI-XII, ovvero  “aspettando i predatori dell’arca perduta”.
Lo stato attuale del palinsesto è pessimo. Lo stile è tra il proto e il medio-bizantino, un miscuglio tra lo stile originale e “moderno” della cronografia, modello Amato di Montecassino, Italia meridionale longobardo-normanna, ed il panegirico, modello Michele Psello. La “cifra” del testo è perciò spesso criptica e ambigua: si dà molto spazio alle suggestioni interpretative del lettore e si creano molte difficoltà al traduttore.


L’intero studio si trova nell’allegato, vai >>>


 

Autore: Gennaro Tedesco

Email: tedesco@irre.lombardia.it

Allegato: 17.pdf

Giuliano CONFALONIERI, Confesso che ho vissuto (Cesare Pavese e Saint Exupéry.

Lo scrittore piemontese Cesare Pavese (S. Stefano Belbo, Cuneo, 1908 – Torino 1950) per l’intera sua vita, conclusasi con il suicidio in un albergo, ebbe difficoltà nei rapporti con gli altri, forse per la congenita propensione ad una  malinconica solitudine, forse per quel sottile senso di autodistruzione che lo accompagnò sempre malgrado il successo nel lavoro.
Cominciò l’attività nel campo letterario negli anni Trenta traducendo numerosi grandi scrittori americani (Melville, Lewis, Anderson, Dos Passos, Defoe, Faulkner, Stein) lasciando in eredità alla nostra lingua testi che rimangono esempi di come fare questa professione per la sua capacità di mantenere lo stile ed il pathos degli autori.
Nel primo dopoguerra Pavese pubblicò saggi critici collaborando con la Casa editrice Einaudi e le opere narrative “Lavorare stanca“, “Paesi tuoi“, “Feria d’agosto“, “Il compagno”,Dialoghi con Leucò“, “Prima che il gallo canti“, i racconti ambientati a Torino (“La bella estate“, “Il diavolo sulle colline“, “Tre donne sole“, “La luna e i falò“.
Postumi sono usciti “La letteratura americana e altri saggi“, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (poesie) e soprattutto il diario “Il mestiere di vivere (1935/1950)” nel quale confessa le sue struggenti ambiguità e idiosincrasie: alla vigilia del suicidio, concluse il testo con le parole “sembrava facile pensarci, eppure donnette lo hanno fatto; ci vuole umiltà, non orgoglio”.
La tematica della sua opera si concentra sul contrasto città-campagna con i relativi problemi di inurbamento della civiltà contadina, l’incomunicabilità tra le persone e la meditazione sulla morte.
Il “vizio della solitudine” che compromise i suoi rapporti sentimentali facendolo soffrire, la costante tensione nel riempire le pagine con uno stile scarno e l’inevitabile partecipazione alla vita pubblica, incrementarono in lui quella fatica di vivere – malgrado il successo letterario – che lo avrebbe portato a morire. Pochi giorni prima, nel “Diario” scrisse: “Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell’inquieta angosciosa, sono ricaduto nella sabbia mobile. Da marzo mi ci dibatto … Resta che ora so quale è il mio più alto trionfo e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita. Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono. Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò“.
L’incomunicabilità tra gli uomini, le meditazioni sulla morte, le ricorrenti crisi sentimentali, e le lacerazioni interiori nella costante ricerca di uno stile letterario personale, fanno di Cesare Pavese un protagonista della cultura del XX secolo.
L’influenza americana derivata dal lavoro di qualificato traduttore non gli impedì di gettare sulla pagina parole scarne influenzate dal contrasto tra le Langhe piemontesi e le città nelle quali lavorava, in un miscuglio di predisposizione alla solitudine, di impegno intellettuale e sociale (il confino politico nel 1935/1936 a Brancaleone Calabro fu la conseguenza di una sua presa di posizione politica avversa al Regime).            


Nel 1995 una produzione inglese ha realizzato il film biografico “Saint-Ex” (regia Anand Tucker, protagonista Bruno Ganz), film che ripercorre la vita breve (1900/1944) di Saint-Exupéry, poeta-scrittore e aviatore.
Tratto dal libro del giornalista Paul Webster “Antoine de Saint-Exupéry – The Life and the Death of the Little Prince”, il film racconta l’esistenza tribolata di un u