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IL NATALE NON E’ IN VENDITA

Il Bambino nasce per ogni uomo libero,
per tanti altri ai ceppi,
qualcuno dimenticato,
per ciascuno che ritorna alla propria casa.
E’ un tempo di ricongiungimenti auspicati,
di separazioni schiodate ai legni,
di una pena che non possiede cadenza
dei domani che bussano alla porta.
Natale è festa sprovvista di timbri sul passaporto,
non concede autorizzazione
né rilascia vacanze pagate al miglior offerente,
è attesa che non regala favole inventate,
lettura di qualche pagina consunta
dalle dimenticanze,
usurate,
nell’indifferenza.


E’ Avvento di perdono che non teme tradimenti,
non lascia scampo alle attenuanti,
quelle comode di ieri,
di oggi che è già domani,
non sta nascosto alle parole,
ai gesti, ai comportamenti.


Non sarà Natale delle solite promesse,
delle rese,
delle perdite consistenti,
non sarà percorso di gara
da affrontare con il numero UNO
in bella mostra sulla pettorina,
quel Bambino nasce per tutte le colpe
che non sono facili da raccontare,
per formare un sentiero
dalle radici piantate profonde,
affinché l’albero della vita
non tema il vento né la tempesta
che pure ci saranno.


E’ momento di con-partecipazione,
di cittadinanza e appartenenza a un progetto,
richiamo per coloro che non vedono,
guardano a ciò che è accaduto,
a ciò che ancora accade tutti i giorni,
senza pensare a questa venuta
che induce a prendere coscienza,
a non avere paura dei muri di gomma,
del prossimo rimbalzo,
del potere che non fa servizio,
e rimanda alla strada del tempo freddo
che non finisce,
spinge fuori
dalle assi di coordinamento sociale,
sbalestrate al punto da intenderle
linee architettoniche inarrivabili.


Riconoscere Natale non sta nell’acquisto
dell’albero di luce meglio addobbato,
alla messa di mezzanotte
perentoriamente in prima fila.


Quando la pietà non fa scaramucce,
è pietà che non ha coraggio da vendere,
solamente da offrire,
mai miserabile o miserevole,
è pietà che offre alla gamba di spinta
un lungo e lento viaggio di ritorno,
per chi  non ha voce,
non ha più tempo,
non ha amore.


Per chi possiede ancora un barlume di dignità,
persino quando la vicinanza è imbarazzante,
con quanti si ritengono giudici ultimi,
nei giudizi espressi,
senza conoscere e senza sapere
chi vive e chi muore,
chi cammina con le ginocchia consumate,
o quanti non ce la fanno più neppure ad arrabbiarsi,
figuriamoci mantenere viva la speranza.


Non sarà il solito Natale in vendita,
è un monito a difesa di chi ha bisogno,
di chi rimane indietro,
di chi è in difficoltà,
non ci sarà bisogno di recarsi
al mercato delle bugie
per acquistare un altro po’
di quella speranza indignata,
essa sta dietro ogni croce piegata,
ogni fossa  scavata malamente,
ogni fallimento del cuore,
non del portafoglio.


Non sarà Natale da comprare,
bensì una relazione d’amore
da fare crescere insieme,
lascerà sparse orme buone,
non saranno quelle del famoso Orso,
ma sono certo
fanno un po’ di aiuto
per un mondo finalmente migliore.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Vincenzo ANDRAOUS, L’angolo della paura.

La ragazzina torna a casa a passi veloci dal centro città sfavillante alla periferia meno illuminata, meno controllata, meno interessata a tutelare lo scambio delle merci e delle persone.
Dal marciapiede alla strada da attraversare, dal vicolo stretto allo sterrato per arrivare alla propria abitazione, tutt’intorno negozi chiusi, porte sbarrate, luci inchiodate allo spegnimento,  solo un ristorante aperto lasciato alle spalle.
Pochi metri ancora, il cassonetto è sempre lì al suo posto, bisogna passargli dietro, improvvisamente una sagoma più nera della tenebra, stagliarsi minacciosa, sbarrare il passo, obbligare all’arresto, con la paura a mordere le viscere, afferrarti il cuore.
La giravolta, la fuga a perdifiato, cercando disperatamente un appiglio, una mano amica a trascinarti via dal baratro, è buio, la carreggiata deserta, ma inaspettatamente il miracolo in quel ristoratore ancora aperto, spalancata la porta, catapultarsi dentro, implorare la pietà di un conforto.
Dietro l’angolo non c’è più nessuno, la ragazza viene accompagnata a casa, tutto ritorna tranquillo, tranne il rischio di una violenza che poteva fare davvero male a una donna, indifesa, innocente.
A fare da sentinella resta qualche parola spesa qua e là, un po’ di apprensione sfogata con gli avventori, i vicini di casa, un paio di righe su un giornale, qualche sottolineatura di circostanza, niente di più e niente di meno  per raccontare uno spavento di periferia.
Per una sorta di esorcismo al contrario, voltiamo pagina immediatamente, è materia da contenere sottopelle, non farne un dramma, è un episodio che non ha avuto conclusioni drammatiche, occorre passare avanti, pensare ad altro, il sangue scorrerà domani.
Ma domani sarà senz’altro un momento a cui dedicare più importanza e attenzione, non ci potrà essere dispendio di banalità scontate del pensare, del dire, del fare, perché una giovane donna: tua figlia, mia sorella, nostra madre, poteva essere depredata di ogni bellezza, per una vita intera umiliata e ferita nella propria dignità.
Qualcuno accenna a dire che è accaduto in una zona malandata, popolata da molte persone per bene, ma circondata da tribù di reietti, di ultimi rimasti al palo tra bottiglie vuote a azioni compulsive, altri ripetono che si tratta di una parte della città abbandonata all’incuria.
Forse occorre osare disturbare ogni giorno all’orecchio più ottuso e concluso.
“Qualcuno dice, nessuno dice”, questa è la politica che non educa alla  prevenzione, non aiuta a fare spesa pubblica necessaria per una luce in più, una lampadina di riserva, uno sguardo sensibile mai in doveroso eccesso.
E’ quartiere abbruttito dal disagio, attraversato dal fantasma di una violenza condensata, contratta e proiettata sulle persone corrose dalla povertà, dalla malattia, dalle solitudini armate.
Di fronte a accadimenti così indegnamente miserabili, c’è da chiedersi se si tratta di spinte agite dalla violenza patologica, oppure  non sia anche una sorta di violenza sopita, adagiata tra le macerie di una architettura della sopravvivenza, in un ambiente che appare senza più uscita, e allora non può che degenerare.
La speranza è che quanto successo ieri non si ripeta, e che qualcuno domani non abbia a ricordare che eravamo stati avvertiti.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo-andraous@cdg.it

Giuliano CONFALONIERI. 150° ANNIVERSARIO DELL’UNITA’. Una riflessione sulla lingua armoniosa.

L’evidente dicotomia tra l’uso della ‘lingua da vocabolario’ ed i messaggi al cellulare, è un abisso che non sarà mai più colmato: l’allontanamento dei giovani dalla lettura, il bombardamento giornaliero  della televisione, le novità di Internet e di sigle criptate. Così, la lezione di Dante, Petrarca e Boccaccio rimane soffocata malgrado lo sforzo dell’Accademia della Crusca (sorta a Firenze nel Cinquecento a cura di alcuni letterati) che pubblicò i lemmi revisionati dal 1612 al 1923 e oltre. Dopo l’invenzione dei caratteri mobili per la stampa del tedesco Johann Gutenberg (1400/1468) si evidenziò l’esigenza di una diffusione sempre maggiore degli scritti.


Il suo lavoro più famoso rimane la prima stampa della Bibbia in duecento copie, nell’edizione delle ‘42 righe’ detta anche Mazarina dal nome della biblioteca parigina nella quale nel Seicento fu ritrovato un esemplare. Terminata prima del 15 agosto 1456, l’opera era già in vendita nello stesso mese come testimoniano le date riportate sul frontespizio. Nel 1465 la stampa venne introdotta in Italia per merito del tipografo Aldo Manuzio che, nonostante l’ampia percentuale di analfabeti, riuscì ad infiltrare la novità nelle classi abbienti radicandola, lentamente, nel tessuto sociale. La politica culturale e religiosa a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento (Riforma e Controriforma) influì notevolmente sulla diffusione e diversificazione della stampa. Migliaia di esemplari della Bibbia tedesca nella traduzione di Martin Lutero uscirono in contrapposizione al precedente divieto del Concilio di Tolosa (1229) alla lettura del testo a chi non fosse sacerdote. Nel 1559 fu istituito l’indice dei libri proibiti; il Concilio di Trento decise che nessun libro poteva essere diffuso senza l’autorizzazione dell’Inquisizione: lo Stato istituì il monopolio per la stampa e la vendita.


Nacque così un mercato illegale, parallelo a quello ufficiale che ormai dipendeva quasi esclusivamente dalla Chiesa. Anche le guerre del Seicento contribuirono a portare crisi nel settore favorendo le tipografie protestanti. Amsterdam in particolare ha il merito di aver fatto conoscere autori celebri nelle edizioni ‘pirata’. Un esempio di censura è costituito dall’editto di Maria Teresa d’Austria del 1768: “Non sarà permesso ad alcuno di stampare e pubblicare libri in Milano o in altre Città o Luoghi dello Stato, se prima non avrà presentato al Segretario della Giunta una copia del Manoscritto destinato alla stampa per ottenere la dovuta Licenza”.


Molti tipografi-editori dell’epoca non erano soltanto artigiani specializzati ma anche uomini di cultura che sapevano valutare e commentare con rigore filologico e critico i testi che pubblicavano. Una caratteristica che contribuì a mantenere elevata la qualità dei libri in un mercato in divenire, non tutelato da leggi ad hoc, in balia di fazioni politiche e religiose, sottomesso alle frequenti oscillazioni delle crisi economiche, talvolta in difficoltà per la precarietà delle comunicazioni e quindi degli scambi commerciali.


Nel Settecento, il rinnovato gusto per la cultura ridiede vita all’editoria. Al tradizionale pubblico maschile si affiancò quello femminile e subito aumentò la produzione di testi di narrativa. Per abbattere il costo dei libri e renderli quindi accessibili a tutti, si tentò la strada dell’edizione economica sostituendo la rilegatura in pelle con una copertina di cartone e abbandonando gli inutili e costosi ornamenti barocchi. Si stamparono Robinson Crusoe di De Foe (1719), I viaggi di Gulliver di Swift (1726). I dolori del giovane Werther di Goethe (1774); l’Enciclopedie di Diderot ebbe una tiratura di 4.250 copie. Nonostante la Chiesa tentasse di arginare ciò che considerava il ‘mortale flagello dei libri’, la richiesta di una maggiore informazione da parte del pubblico, insieme alle nuove tecniche di lavorazione industrializzata, incrementarono produzione e vendita.


I Promes

Giuliano CONFALONIERI. Cent’anni fa moriva suicida Emilio Salgari.

Sandokan pirata, Marianna la Perla di Labuan, i fedelissimi tigrotti della Malesia (le tigri di Mompracem), i compagni di sempre Yanez de Gomena, Tremal-Naik e Kammamuri, l’acerrimo e infido nemico colonialista James Brook.


Pareti colme di volumi, dorsi colorati, pagine sfogliate, nomi e trame, realtà e fantasia, emozioni ed affanno,dolcezza ed amore lieve. Libri che sembrano dormire sui ripiani, mondi nei quali la vita si confonde: duelli all’arma bianca, ferite di punta e taglio sui giustacuori trapuntati, fendenti e mulinelli, parate ed affondi, legamenti e stoccate, cappa e spada per le Dame e per l’Onore dietro il convento delle carmelitane scalze, all’alba.


Matamoros soldataccio, Quijote sognatore, Capitan Fracassa spaccone, Cyrano poeta innamorato, d’Artagnan moschettiere, con gli amici Athos, Portos, Aramis.


Piccolo mondo antico di pirati e corsari, grassatori tagliagole, nobili avventurieri: personaggi colorati dei romanzi d’appendice, ricordi segnati da cimeli asettici nella penombra dei manieri e dei musei, sangue e morte, passione e viltà, paura e sentimento nelle pagine ingiallite dei vecchi tomi e nelle bacheche.


Emilio Salgari (Verona 1862, Torino 1911). Con i personaggi esotici  (“I Pirati della Malesia”, “Le Tigri di Mompracem”) ottenne un successo strepitoso; ciononostante lo scrittore veronese fu sempre assillato dai debiti tanto da essere indotto al suicidio. Emigrò da Torino a Genova nel 1898. In quel periodo lavorò per un editore tedesco di Via Luccoli e scrisse “Il Corsaro Nero”. Durante il soggiorno genovese arricchì la lista di eroi esotici chiedendo notizie su luoghi e personaggi per ambientarli con caratteristiche plausibili: incontrava marinai nell’area portuale, ascoltava racconti in Via Pré, frequentava le osterie per assorbire le atmosfere da riproporre sulla pagina scritta. Da giovane tentò gli studi per ottenere la licenza di capitano marittimo, senza tuttavia raggiungere lo scopo (fece un solo viaggio in Adriatico durato tre mesi). Dedicatosi in un primo tempo al giornalismo attivo e poi a quella narrativa amata da generazioni di lettori, produsse circa 80 romanzi e centinaia di racconti, continuamente ristampati a grande richiesta. Come in altri casi clamorosi, il favore del pubblico non corrispondeva alle valutazioni della critica accademica che imputava allo scrittore uno stile elementare ed ingenuità psicologiche che, comunque, non diminuivano la sua capacità di raccontare usando i colori forti dell’invenzione. Il cinema si è appropriato dei personaggi salgariani soprattutto negli anni Sessanta filmando varie versioni delle avventure di Sandokan (interprete Kabir Bedi, insignito a New Delhi dall’ambasciatore italiano per il suo ruolo di ponte tra la cultura italiana e quella indiana del Cavalierato dell’Ordine al merito della Repubblica) e del Corsaro Nero. Nel 1941 furono realizzati “I pirati della Malesia” e “Le due tigri”, nel 1953 “I misteri della jungla nera” con risultati mediocri. Il narratore veronese malgrado il successo clamoroso dei suoi libri dovette conquistare giorno dopo giorno la sopravvivenza per sé e la famiglia, sempre rincorso dal bisogno di denaro fino al 26 aprile 1911 quando i giornali riportarono la notizia del suicidio a Torino. Nel 2010 venne organizzato il convegno “La tigre del Po, Emilio Salgari”, un’occasione per riscoprire lo scrittore approdato nel 1893 nella capitale piemontese per trovare l’ispirazione dei suoi più grandi romanzi. Quando nel 1909 un giornalista andò ad intervistarlo, trovò lo scrittore in estrema indigenza con la moglie e i quattro figli in due stanze, infiacchito da decenni di impegno sul tavolo dove la fervida immaginazione creava ambienti e personaggi sanguigni in un intricato dedalo di situazioni. Senza muoversi da casa si immergeva nelle atmosfere di paesi lontani, coloriti e v