Archivi categoria: Sociologia

Vincenzo ANDRAOUS. La prevenzione preziosa.

Non c’è giorno in cui scorrendo le pagine di un quotidiano non leggiamo di un’operazione di Polizia che riguarda il fermo o l’arresto di giovanissimi implicati nello spaccio, nell’acquisto,  o nel consumo di sostanze stupefacenti.
Fin troppo facile esorcizzare il fattaccio asserendo che sono episodi che investono il mondo giovanile dalla notte dei tempi: forse il modo migliore per affrontare questo suicidio generazionale è parlare di droga ribadendo con forza che nessuna fa bene, non ne esistono che fanno poco male. E’ un imperativo che va portato avanti senza indugi e senza tregue di comodo in famiglia, nelle classi di ogni scuola, negli oratori, occorre farlo in maniera progettuale, preventiva, non solamente quando qualcosa sconvolge il quieto vivere.
Per evitare qualche dispiacere domani, è meglio parlarne oggi con la determinazione di chi sa quanto dolore reca la droga, quanta sofferenza straripa dal rimpianto che cresce per un mondo falsificato e adagiato su mille bugie.
Ogni giorno giovanissimi che vanno in frantumi, non è un quadro sociale inventato, è quello che accade in ogni città, in ogni periferia, una attualità che non serve rimpicciolire e neppure ingigantire, ma trattare con interventi coerenti, con lo sguardo in alto di chi non intende venire meno al richiamo della propria coscienza.
Ragazzi in carcere a imparare a vivere, a rimettere insieme i cocci, a ripensare quel che è stato; a volte, ed è tutto dire, con questo carcere che annienta le personalità, perfino una cella può diventare un punto di partenza necessario per evitare sciagurate trasformazioni in inesistenti punti di arrivo. E’ chiaro che non è il carcere a poter risolvere l’uso e abuso di sostanze da parte di chi strappa l’adolescenza  e prosegue dentro un futuro di rischi estremi, di devianza latente, non possono essere le catene né la disumanità di un penitenziario a educare chi ancora non lo è stato.
Fare prevenzione significa incontrare le tribù nelle classi, nelle scuole, negli oratori, lì, c’è il territorio da esplorare con la testa e con il cuore, testimoniando con la parola quanto può costare e quanto può annientare usare droga, quanto male può portare lo stordimento di una canna, una tirata di polvere, il reiterato calare giù di pasticche e alcol, lo si può e lo si deve fare attraverso la storia personale di chi ha perduto tutto, peggio, ha dilaniato tutto agli altri, anche la vita.
Prevenire significa agire un passo prima della caduta, prima che il vizio divenga malattia, ma per arrivare a questa condizione di aiuto sociale, bisogna crederci e quindi mettercela tutta, per esserci dove è importante non essere assenti, per evitare di produrre “invisibili” in serie, quelli che riteniamo per “comodità” disturbanti, a poco a poco irrecuperabili, addirittura percepiti come interessi da pagare al benessere a cui non intendiamo rinunciare.
Anche oggi un minore è caduto, si è fatto male, ha causato sofferenza agli altri, il portone del carcere s’è richiuso alle sue spalle, anche oggi un giovanissimo è entrato in comunità per intraprendere un percorso da “entronauta”, e comprendere come rimandare il momento di affrontare un problema può significare non trovare per tempo una mano tesa a trarti dall’impaccio della bugia, che non rispetta la fragilità e le potenzialità di ognuno.
Forse alla prevenzione preziosa di cui parlo, quella pratica che anticipa la caduta, è possibile arrivare con un ripetuto ritrovarsi sul campo, con un progetto che si costruisce insieme.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Vincenzo ANDRAOUS. Gesuita nella coerenza e nella generosità.

Quando si parla o si scrive di una persona che non c’è più, a cui ci si è legati per un lungo tragitto di vita insieme, a dispetto di qualsiasi avversità, c’è sempre il rischio di  incorrere in una idealizzazione, di appiccicare addosso medaglie e nastrini, sommando parole che non confortano il dolore di questa assenza.
Padre PierSandro Vanzan non era solamente un Gesuita senza paura, un giornalista e uno scrittore arguto e instancabile di Civiltà Cattolica, della carta stampata, è stato soprattutto un amico, un fratello, un padre, e un orizzonte a vista per tutti noi della Comunità Casa del Giovane, una “consueta” coscienza critica, a volte aspra e ammonitrice, ma sempre colma di amore, in nome dell’amicizia con don Enzo Boschetti, fondatore di questa grande casa-comunità di servizio-terapeutica.
Pochi mesi fa era tornato nuovamente tra noi per svolgere ulteriori esami clinici dal Prof. Viganò, con il quale era nato un rapporto affettivo bellissimo, basato sulla stima reciproca. Stava in mezzo a noi con il passo più lento, con l’udito meno buono, ma con la mente lucida di chi non aveva timore di sporcarsi le mani nel dolore e nelle tragedie degli uomini.
Per ogni suo amico, sono certo, ci sarà un momento di sbandamento, ma altrettanto convintamene, indipendentemente dalla fede che si professa, c’è bisogno di ricordare ciò che questo uomo diceva, scriveva, faceva, perché da questa esperienza personale e comunitaria potranno sorgere e rafforzarsi nuove energie cui fare leva, nuove forze interiori per imparare a amare con ardimento: i Santi non sono cartoline illustrate da acquistare nei giorni di festa, ma il respiro di cui non possiamo fare a meno per avere fede e credere a quella Croce dove ora Padre Vanzan sta al suo legno.
Per chi segue il solco di un Vangelo mai ripiegato su se stesso, non è difficile tradurre dalle intenzioni di tante storie tramandate, più che mai attuali, lo stile di vita, i comportamenti quotidiani, e non è irriguardoso accostare Padre Vanzan a un prosieguo della storia più antica e giovane, per continuare ad avvicinare le parole che ci ha lasciato, senza per questo disegnare una verità folgorante che gia c’è, il rischio è più palese e vicino alla terra sotto i nostri piedi, cioè di raccontare e narrare senza sosta la vita di quel legno stretto alle sue mani, facendo ulteriore prossimità con Dio, e non più a quel dubbio che ci serve a nascondere le nostre stanchezze, i nostri limiti, le nostre incapacità ad abbandonarci a ciò che è.
Nei tanti anni che ci hanno visti accanto, ho conosciuto “sottopelle” Padre Vanzan, siamo stati insieme, come lo è stata tutta la Casa del Giovane, fino a diventare la sua grande casa, non era mai un pensiero scontato, non era semplice seguire le sue tracce, le sue orme, perché a volte parevano così profonde da incutere timore, manco fossero di un orso eretto al cielo.
Sono tanti gli episodi che danno l’idea del carico di autorevolezza di questo sacerdote profeta nella santità profetica di chi lo attraversava e accompagnava come don Enzo Boschetti e le sue intuizioni, la sua vista prospettica, il coraggio delle scelte, la generosità della coerenza. Insieme hanno cresciuto un albero della vita importante, la Casa del Giovane, una radice formidabile perché affondata nel loro amore.
L’intensità della passione quando postulava Giovanni Palatucci, il famoso Questore buono, la sua capacità di raccontare quanta giustizia albergava nel cuore di questo funzionario di Polizia, di questo uomo delle istituzioni, e di quanto un uomo possa scegliere di essere giusto, mentre è schiacciato e ucciso dall’ingiustizia più inenarrabile.
C’è un bisogno sincero di onorare persone come queste, di ancorarle al cuore, alla vita spirituale di ognuno, alle fatiche dell’esistenza, per farne esempio da rileggere ogni volta che servirà.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Giuliano CONFALONIERI, Fabbriche di sogni.

La grande fabbrica dei sogni romana nasce sulle ceneri degli stabilimenti cinematografici della Cines, distrutti da un vasto incendio nel 1935.
Mussolini fu sempre un convinto assertore della propaganda politica e sociale fatta anche attraverso le immagini in movimento: i documentari dell’Istituto LUCE – tra i più ricchi reperti storici del cinema – sono saturi della sua presenza tra gli operai, alla trebbiatura, in Libia, alle ‘adunate oceaniche’. Il Duce comprese subito l’importanza del cinema per costruire un ennesimo monumento al regime e non perse l’occasione per realizzare un nuovo complesso destinato alla produzione ed alla diffusione di film: il 28 aprile 1937 inaugurò 12 teatri di posa, attrezzature tecniche, la grande piscina e tutti i servizi necessari per far funzionare la macchina industriale che avrebbe sfornato in un anno di attività una settantina di film a fronte dei 21 prodotti mediamente dalla vecchia Cines (nel 1935 era stato fondato dal Miniculpop, Ministero Cultura Popolare, il Centro Sperimentale di Cinematografia per formare registi, attori e tecnici specializzati).
La ‘Hollywood sul Tevere’, un’area di quasi 600 mila mq. a nove chilometri da Roma sulla via Tuscolana – bombardata durante la seconda guerra mondiale, invasa da sfollati alla ricerca di un riparo e di legna da ardere – fu nuovamente in grado di lavorare nell’immediato dopoguerra.
La realizzazione dei kolossal americani diede a Cinecittà l’impulso necessario per rimettere in moto set e sale di montaggio, impianti di registrazione sonora e di sincronizzazione. Gli addetti si conformarono ai sistemi di lavorazione d’oltreoceano quando furono realizzati “Quo Vadis?”, “Ben Hur”, “Cleopatra”.
Nel 1959 Federico Fellini vi girò “La dolce vita” e di Cinecittà, suo abituale luogo di lavoro, diceva: ‘Mi piace avventurarmi e girovagare tra quelle crete spaccate dal sole, quelle montagne di legno infradiciato… Ci ho abitato come in casa, molte volte anche la domenica pomeriggio… perché mi piaceva il suo silenzio da sanatorio o da ospizio nel quale potevo lavorare calmo e solo. Il teatro 5 è il posto ideale… un mondo da creare.’ 
Quando negli anni 1970/1980 il grande schermo entrò in crisi per la strettoia delle reti televisive e delle videocassette, anche Cinecittà segnò il passo. Fortunatamente, la ristrutturazione in occasione del cinquantenario e la richiesta di strutture adeguate per la realizzazione di spot pubblicitari e film tv, ha ridato nuova linfa ad uno stabilimento nel quale è possibile ‘entrare con il copione sottobraccio ed uscire con il prodotto pronto per il mercato’.
Oggi, l’area specializzata romana è così sponsorizzata: ‘Il sogno di una fabbrica, un cantiere dai lavori sempre in corso, un laboratorio sempre aperto in cui operatori, sceneggiatori, registi, scenografi, macchinisti, musicisti, sarte, fonici e comparse lavorano tutto l’anno…’


Il sobborgo di Los Angeles è la capitale dell’industria cinematografica americana da più di 90 anni. Nei secoli passati faceva parte del territorio abitato dalle tribù indiane Cahuenga e Cherokee.
Fu uno dei primi coloni bianchi alla fine dell’Ottocento a battezzare la zona con il nome Hollywood, il cui significato è ‘bosco di agrifoglio’.
Nel 1907 un produttore di Chicago pensò di sfruttarne le condizioni ottimali climatiche e ambientali per girare gli esterni della storia del Conte di Monte Cristo. Quattro anni dopo fu installato un teatro di posa permanente con conseguente migrazione da New York di alcune Case di produzione.
C.B. De Mille girò a Hollywood nel 1913 il suo primo film “The Squaw Man”. In quegli anni furono fondate la Paramount, la Universal, la Fox, la Warner, la United Artists e la MGM.
Nel 1921 si produssero 854 film, l’anno successivo fu elevata sul monte Lee la scritta alta 17 metri ‘Hollywoodl

Gennaro TEDESCO. Manoscritto ritrovato ad Elea.

Anonimo bizantino, secolo XI-XII, ovvero  “aspettando i predatori dell’arca perduta”.
Lo stato attuale del palinsesto è pessimo. Lo stile è tra il proto e il medio-bizantino, un miscuglio tra lo stile originale e “moderno” della cronografia, modello Amato di Montecassino, Italia meridionale longobardo-normanna, ed il panegirico, modello Michele Psello. La “cifra” del testo è perciò spesso criptica e ambigua: si dà molto spazio alle suggestioni interpretative del lettore e si creano molte difficoltà al traduttore.


L’intero studio si trova nell’allegato, vai >>>


 

Autore: Gennaro Tedesco

Email: tedesco@irre.lombardia.it

Allegato: 17.pdf