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Michele SANTULLI, Francia e Italia.

 

Quale argomento e quale tema fenomenali, ecco perché, forse, si affrontano solo marginalmente e episodicamente: se ne ha paura! Infatti è incredibile e inimmaginabile quanto accomuna e unisce i due Paesi. Francia e Italia vengono da sempre definite ‘cugini’: in verità tale definizione è parecchio limitativa perché non si conosce quanto e che cosa in effetti le saldi ed amalgami, da sempre, dagli inizi della storia: gli anfiteatri di Nîmes, di Arles, l’acquedotto del Gard, la grande Lione, Giulio Cesare, sono solo l’inizio di una serie di tappe infinite, di un lunghissimo percorso comune, stupefacente, quale con nessun altro paese in siffatta entità e qualità ma soprattutto affinità, fino ad oggi, quando perfino le cattedre delle università più antiche e prestigiose sono normalmente  aperte  agli italiani di qualità.
La Francia ha fatto -e continua a farlo- per l’Italia e gli Italiani, direttamente e indirettamente, molto di più e più qualificante, di quanto l’Italia medesima abbia fatto, e faccia, per i suoi figli! Sembra un paradosso ma non lo è. E’ vero, si dirà, si sono avuti episodi infami, di intolleranza e di violenza, ma sono niente o poco rispetto al buono che affratella.
In realtà e in sostanza non sono ‘cugini’ bensì ‘fratelli’,  più fratelli di quanto non lo sia il lombardo rispetto al pugliese o al calabrese o il piemontese rispetto al napoletano o siciliano, molto di più. La disgrazia di fondo è sempre la medesima: la ignoranza o la superficialità, forse anche l’egoismo nazionale ed il campanilismo. E’ sicuro che se si sentono parlare o perfino si osservano fisicamente i personaggi che reggono oggi, e anche dell’immediato passato,  le sorti di questi due ‘fratelli’ o che li rappresentano, si comprende immediatamente perché sovente sorgono più dissapori incomprensioni e perfino litigi piuttosto che armonia e accordo e più intima collaborazione:  gente tutta apparenza, che nulla e niente conosce del proprio passato, che nulla e niente ha dello statista illuminato, preparato e saggio: solo parolai al vento e, questo sì, fondamentalisti e detentori della verità unica e perciò pericolosi. Di conseguenza un rapporto che in base ai fatti e alla storia potrebbe dare esiti e risultati ancora mille volti più utili e ricchi di quanto comunque già non lo siano oggi a dispetto dei governanti, vengono ignorati e trascurati, a vantaggio di ridicole beghe e piccolezze: mancano i Moro, i Mitterand, i De Gaulle, i Malraux, i De Nicola… Solo gentarella a far polvere, a turbare e a imbrogliare gli animi, presuntuosa ed arrogante. Comunque fortunati i fratelli francesi che sanno scendere in piazza e cercare di rimediare e stimolare.
Abbiamo ricordato mesi addietro di un inserto dedicato agli “Italiani che hanno fatto la Francia” apparso nella rivista parigina HISTOIRE nel settembre scorso: ora, dopo quasi un anno, un nuovo ricco supplemento, luglio-settembre n.84,, si occupa del medesimo argomento, con un titolo ancora più conturbante e provocante: “IL GENIO DEGLI ITALIANI” cioè gli Italiani in Francia dal 1450 al 1650, i secoli del Quattrocento, di Leonardo ad Amboise, di Caterina dé Medici, di Maria dé Medici, del cardinale Mazzarino, dell’Accademia di Francia a Roma, di Bernini a Parigi, dei cantanti di opera, degli attori di teatro, dei compositori, degli architetti ed ingegneri, degli artisti, dei banchieri fiorentini e lombardi in Francia… I libri di storia raccontano e registrano le vicende significative di cui questi personaggi sono stati protagonisti o responsabili.  Naturalmente consigliamo la lettura di queste cento pagine perché descriveranno puntualmente quanto varia e multiforme e ricca è stata la incidenza della cultura italiana nella storia dell’epoca della Francia, molto più incisiva e profonda e  stimolante che non, per esempio, le lotte di religione che in quel periodo per  molti anni insanguinarono e immiserirono il grande Paese.
Quanto ancora dovrà tenere occupati i giornalisti e redattori della rivista HISTOIRE nella loro opera della riscoperta e valorizzazione dei passati legami e vincoli che saldano l’Italia alla Francia e viceversa!  quanto nel periodo romano, quanto nel periodo medievale, quanto ancora nel 1700 e 1800 e quanti episodi e personaggi…! Tutti restiamo in attesa.
L’essenza è sempre la medesima, così conclude l’inserto: “Que ce ne sont ni la puissance économique ni les succès militaires qui font rêver le monde, mais bien les révolutions culturelles”: “…sono la cultura e la civiltà che arricchiscono e fanno sognare l’umanità e non i soldi o le guerre vittoriose…”

 Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele SANTULLI. San Benedetto, l’Europa e la Ciociaria.

L’undici luglio ricorre la commemorazione di San Benedetto, morto il 21 marzo del 547, Patrono d’Europa. San Benedetto, con il suo insegnamento, con la sua ‘Regola’, con la diffusione del suo pensiero ed ammaestramento grazie alla diffusione incredibile dei  monasteri  benedettini in tutta Europa, tanto che nell’anno mille all’incirca se ne contavano, di soli maschili, oltre mille sparsi in ogni nazione,  è stato il giusto riconoscimento tributato ad una delle menti eccelse dell’Occidente.
Grazie ai suoi monasteri una nuova voce e un nuova ideologia presero  gradualmente posto negli animi. Nuovi concetti e sentimenti iniziarono a farsi spazio: il significato dello studio e della lettura, il ruolo del superiore eletto dalla maggioranza della comunità ma anche il ruolo del singolo nell’esporre i propri principi: cioè si gettavano i primi semi della convivenza democratica. E poi l’amore per il prossimo, il significato della preghiera, l’assistenza ai derelitti e poveri, la lotta alla violenza e alla vendetta. Ma soprattutto la scoperta rivoluzionaria fu la valutazione differente e perfino dirompente che veniva riconosciuta al lavoro: fino ad allora, e anche dopo purtroppo, e anche oggi in  certi luoghi,  si conosceva solo la schiavitù e il servaggio totale e lo sfruttamento: ora invece si comincia a sentire  per la prima volta che il lavoro non solo è necessario per procacciarsi il sostentamento ma altresì un contributo che si fornisce al benessere della  società: è una riprova della benedizione di Dio. E quindi il famoso precetto:  ora, labora et lege.
Pio XII subito dopo la fine degli orrori  del secondo conflitto mondiale, ritenne sua primaria responsabilità rammentare che San Benedetto era il  ‘Padre dell’Europa’  con tutto quanto ciò comportava;  e poi qualche anno più tardi  -le istituzioni europee erano state chiamate in vita da poco-   Paolo VI Montini colse tale fondamentale occasione di collaborazione europea e di buona volontà per proclamare  San Benedetto : ‘Messaggero di Pace’ cioè Patrono d’Europa: il 24 ottobre 1964 con l’enciclica ‘Pacis Nuntius’  ‘Messaggero di pace’  Papa Montini metteva finalmente fine ad un ritardo secolare a proposito del riconoscimento internazionale degli insegnamenti dell’umile monaco di Montecassino.
E Montecassino, porta del Sud della Ciociaria, ha rappresentato ed ancora rappresenta per l’Europa un luogo di ricovero, di rifugio e di fiducia nel futuro. E’ vero, si  dirà, malgrado la presenza dei monasteri benedettini in tutta Europa, ai quali agli inizi del 1100 andranno ad  aggiungersi quelli dei Cistercensi e dei Certosini e di altri ordini, tutti originari dai benedettini, le guerre e le carneficine continuarono ad imperversare in tutta Europa anche nei secoli successivi, è vero, perché il male purtroppo è quello che sempre prevale, ma si immagini che cosa sarebbe mai potuto avvenire senza la presenza di queste migliaia e migliaia di monaci e di monache che diffondevano i loro messaggi e le loro testimonianze.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Elia Fiorenza, La Calabria, il Mezzogiorno e l’Europa al tempo di San Francesco da Paola.

Martedì 11 giugno scorso la Galleria Nazionale di Palazzo Arnone di Cosenza ha ospitato la presentazione del volume “La Calabria, il Mezzogiorno e l’Europa al tempo di San Francesco da Paola”. Con Monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, arcivescovo metropolita di Reggio-Bova, sono intervenuti il presidente della Regione Mario Oliverio, l’assessore regionale all’Istruzione e alle attività culturali Maria Francesca Corigliano, il segretario regionale MiBAC per la Calabria, Salvatore Patamia. Le relazioni scientifiche sono state affidate alla direttrice del Polo Museale del MiBAC per la Calabria Antonella Cucciniello, e al professor Pietro Dalena, ordinario di Storia medioevale presso l’Università della Calabria.
L’evento di martedì si è inserito nel quadro delle manifestazioni relative alla mostra omonima, promossa e finanziata dalla Presidenza della Regione Calabria ed organizzata e realizzata dal Segretariato Regionale del MiBACT per la Calabria sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.
«La figura del Santo di Paola – hanno scritto gli organizzatori in una nota – è centrale nella storia dell’occidente cattolico e da secoli riunisce, come già accadeva nella tormentata Europa del XV secolo, un vastissimo popolo di devoti – uomini del popolo ed illustri feudatari, laici ed ecclesiastici – cui si deve la commissione delle tante e pregevolissime testimonianze d’arte che ancora oggi adornano numerosi altari ed arricchiscono private collezioni».
«Attraverso questi studi – scrive Mons. Morosini nelle pagine introduttive del volume – che venivano man mano pubblicati, abbiamo imparato a conoscere S. Francesco di Paola come uomo che si è adoperato per il riscatto sociale dei poveri, che vivevano le vessazioni della casa aragonese nel Regno di Napoli; come il diplomatico che svolge delicate missioni per conto del papa, del re di Napoli e del redi Francia; come il riformatore che prende a cuore il futuro destino della Chiesa e si impegna per la sua riforma. Diversi Convegni in Italia, Francia e Spagna celebrati in quest’ultimo cinquantennio, con contributi da parte di studiosi di livello internazionale, hanno cercato di mettere in luce questi aspetti nuovi della vita del Santo, parzialmente conosciuti nel passato e mai approfonditi storicamente».
«Se noi vogliamo rispondere veramente alle domande su chi sia stato S. Francesco di Paola e su come abbia interpretato il suo ruolo nel tempo in cui visse, – continua l’arcivescovo minimo – dobbiamo ricordare i grandi temi sociali, religiosi e politici che hanno agitato la Chiesa e la società del secolo XV. A mano a mano che si vanno moltiplicando tali studi e le iniziative culturali atte a farci conoscere meglio questo Eremita del nostro Sud, si vanno scoprendo nuovi elementi e tematiche della sua azione, attorno alle quali bisogna costruire uno nuovo giudizio storico, che si ripercuote naturalmente su di una nuova comprensione di lui, della sua azione e della sua personalità».

Autore: Elia Fiorenza – elia.fiorenza@unical.it

Sandrino Luigi MARRA, Regolamentazione dell’uso delle acque in un comune del meridione di Italia 1809-1939.

L’uso delle acque pubbliche ovunque e dovunque ha sempre creato dissapori, litigi, contenziosi di vario genere, ed in passato ove spesso lungo i corsi di fiumi e torrenti vi erano impianti produttivi che funzionavano con la forza motrice di origine idraulica, le dinamiche di uso erano oltremodo complesse e nel tempo abbisognarono di una regolamentazione particolare, oltre ad una sorveglianza costante da parte dei comuni dell’uso e dello sfruttamento delle stesse.
Un esempio particolare era il Torano a Piedimonte di Alife (oggi Matese), il quale nel suo corso e lungo il suo letto ospitava diverse attività legate alla forza motrice idraulica. Mulini, piccole attività artigianali per la lavorazione della carta, ma in particolare il cotonificio di Piedimonte che sfruttava la forza motrice generate dalle acque del Torano per far funzionare le proprie macchine, le quali nel 1845 ammontavano a 170 telai meccanici modello Jacquard mossi da tale energia, con un impiego complessivo di 1200 operai tra uomini e donne. Ma queste non erano le uniche attività che ne facevano uso, poiché con la stessa forza motrice per decenni funzionarono segherie idrauliche, ben 4 diversi molini, due cartiere, alcune concerie, diverse piccole industrie per la lavorazione della lana, di panni di lino, ed anche tintorie e gualcherie, ma in particolare le acque erano usate come ancora oggi per l’irrigazione dei campi. In questa attività le acque del Torano venivano irreggimentate in un dedalo di canali e canaletti che offrivano la possibilità di irrigare campi anche lontani alcuni chilometri dal letto stesso. Tale sistema era poi gestito dalla amministrazione del comune, attraverso dei regolamenti, con la sorveglianza della distribuzione delle acque affidata al corpo di polizia municipale ed il pagamento di una tassa di uso. Nel caso del Torano che attraversava più di un comune, il regolamento veniva strutturato dai rappresentanti dei comuni stessi toccati dalle acque del torrente, riferendosi comunque ad un regolamento legislativo regnicolo.  In questo caso specifico, ovvero il Torano parliamo di un torrente che aveva al tempo, come oggi anche se irreggimentata, una portata di acqua che variava da 1000 a 2500 litri al secondo, ben sufficiente nel XIX° secolo all’uso ed alla bisogna industriale ed agricola.,,

Leggi tutto nell’allegato: Regolamentazione uso acque

Autore: Sandrino Luigi Marra – slmarra@libero.it