Archivi categoria: Sociologia

Michele Santulli. A Roma, mai Ciociaro!

Il concetto di ‘costume ciociaro’ nella pittura setteottocentesca europea è una autentica pietra miliare: è stato il soggetto più amato e più illustrato dagli artisti di ogni Paese nel corso di circa centocinquantanni; la sua presenza è in quasi tutti i musei del globo: perfino i massimi pittori dell’epoca lo hanno illustrato!
A raffronto di tale successo internazionale, lascia a dir poco perplessi la costatazione che di tale fenomeno artistico non si conosca il nome: è un caso unico nella storia dell’arte, milioni di persone che visitano i musei del pianeta lo hanno infatti sotto gli occhi ogni giorno alle pareti delle pinacoteche e allo stesso tempo apprendono dalle etichette affianco ad ogni opera, o nelle didascalie dei libri, che si chiama: costume italiano, romano, abruzzese, calabrese, siciliano, napoletano, savoiardo, basco, zingaro, e altre connotazioni: tuttavia il termine ciociaro, il solo idoneo e pertinente, non è menzionato, è sconosciuto!
I rapporti tra Roma e il territorio ai suoi piedi, la Ciociaria, che all’epoca si chiamava diversamente, è stata una tangibilità storica come nessun’altra, che si ripercorre e documenta ed evidenzia sin dalle origini e attraverso tutti i secoli, ininterrottamente fino ad oggi! Un plurisecolare groviglio e intersecarsi di rapporti e relazioni tra Roma e la sua ‘ombra’ la Ciociaria! Basti richiamare alla memoria personaggi originari di questa terra che diedero un contributo fondamentale alla sua grandezza quali Caio Ponzio, Aulo Hirzio, Cicerone, Caio Mario, L. Munazio Planco, M. Vipsanio Agrippa, Attilio Regolo, Giovenale, Aulo Plauzio, i Petreio, i Saturnini e tanti altri: oppure la residenza papale in questa terra, ad Anagni, la città dei papi, per molti anni, oppure papi ciociari quali Innocenzo III, Alessandro IV, Gregorio IX, Bonifacio VIII, Innocenzo XIII, Leone XIII senza menzionare il fatto che questa terra è stata da sempre la fucina, anzi la sacrestia vera e propria della Chiesa, a partire dai preti e monaci fino alle alte sfere dei nunzi e cardinali. Pur se arduo ad ammettere e a riconoscere, la Ciociaria in verità è la madre di Roma, come è già stato osservato! I libri ‘CIOCIARIA SCONOSCIUTA’ e ‘ORGOGLIO CIOCIARO/Ciociaria Pride’ illuminano su queste realtà.
L’orgoglio della romanitas induceva il popolo alla supponenza e al vero e proprio dileggio avverso i non romani e in particolare avverso i ciociari, la componente più numerosa e attiva: allora come oggi sono sempre cafoni, rozzi, guitti cioè pagliacci, sporchi, ecc.: il termine stesso ‘ciociaro’ si identificava, e ancora oggi in certe bocche e contesti, con la medesima connotazione!
Nulla mutò a tale atteggiamento, nemmeno quando alla fine del 1800 una fioritura mai vista di pittori romani produsse migliaia di quadri ed acquerelli in cui i personaggi raffigurati erano solo ciociari e non il popolino così magistralmente descritto a suo tempo da Pinelli, padre e figlio.
Tutto quanto più sopra ricordato e, in aggiunta, le opere della stragrande quantità degli artisti europei negli anni precedenti, non ricordando opere letterarie e composizioni musicali e in particolare le ricerche e le indagini folkloriche e storiche del Gregorovius, tali realizzazioni non hanno comportato quasi alcun mutamento alle concezioni originarie summenzionate: l’anonimato è continuato e continua.
Le istituzioni nazionali, anche quelle propriamente ciociare, gli studiosi delle relative discipline, la scuola, la città di Roma soprattutto, continuano ad ignorare tale gloriosa pagina della Storia dell’Arte rappresentata dal costume ciociaro e, allo stesso tempo, la secolare interrelazione e simbiosi Roma-Ciociaria. Attualmente ancora, quando si incontrano le opere con questi soggetti, opere tra l’altro ricercate ed appetite dai collezionisti, da sempre, esse vengono individuate con il termine figure romane o costume laziale o romanesco o della campagna romana o popolana o regionale e analoghi. Il sempre vilipeso termine ‘ciociaro’ non esiste!
Sono anni che lo scrivente documenta e tiene viva la memoria delle secolari comuni vicende: è certo e notorio che i pur consolidati e noti periodici editi e stampati a Roma, mai si sono occupati di quanto fin qui ricordato! E’ arduo a dedurre che possa essere ancora determinante quanto di negativo, pur se erroneamente, scrisse Giuseppe Tomassetti sulla ciociarella del Serrone e del Piglio divenuta emblema della città di Roma o la emarginazione, o ignoranza, del fenomeno nella dottrina del folklore da parte di Paolo Toschi.
Imbarazzante, inoltre, che gli studiosi che si occupano di arte dell’Ottocento non facciano che oscurare il termine quando si imbattono in tali soggetti, ricorrendo alle connotazioni più bizzarre: ancora più imbarazzante è che anche i galleristi e i commercianti che quotidianamente hanno tra le mani tali opere, ricorrano normalmente alle medesime erronee connotazioni, privilegiando però il termine ‘figure romane’ che nel significato del Gregorovius, che per primo lo aveva adottato, ben altra accezione possedeva. E’ quasi come se si avesse paura ad affrancare il ciociaro da tali vincoli e riserve!
Ancora più imbarazzante e quasi non scusabile che si ignori perfino in che modo la stampa nazionale e quella straniera illustrassero la presa di Porta Pia: la nobildonna con la corona in testa -l’Italia unita- che con una mano salutava il bersagliere liberatore e con l’altra il ciociaro cittadino di Roma liberato! A conferma cioè di una consolidata e storicizzata realtà e pagina che si chiama addirittura: ‘ciociarizzazione’ di Roma e che anche nessuna resipiscenza ha risvegliato!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Pierluigi Guiducci. Il Pange lingua…

Il Pange lingua (‘Canta, o mia lingua’) è un inno in latino. Venne composto da san Tommaso d’Aquino. Era un religioso dell’Ordine dei Frati Predicatori (Domenicani).
Questo testo è inserito in diverse composizioni richieste dal Papa Urbano IV. Il Pontefice, infatti, avendo deciso di istituire la Festa del Corpus Domini (Orvieto, 1264), aveva necessità dei testi per la Liturgia delle Ore e per la Messa della Solennità. Tale ricorrenza religiosa fu preceduta da un evento straordinario avvenuto a Bolsena l’anno precedente.
La prima riga del Pange lingua richiama una sequenza latina di Venanzio Fortunato: “Pange lingua gloriosi proelium certaminis”…

Leggi tutto, vai a:
https://storiedistoria.com/2022/09/un-canto-per-adorare-dio-il-pange-lingua-le-origini-della-composizione-lautore-i-contenuti-del-testo-lattualita-di-un-messaggio/

Autore: Pierluigi Guiducci – plguiducci@yahoo.it

Michele Zazzi. Uso degli strigili in Etruria.

Lo strigile era uno strumento di metallo (di solito in bronzo o ferro) usato nell’antichità (Grecia, Magna Grecia, Etruria, Roma…) per la pulizia del corpo, per detergere la pelle dall’olio, dal sudore e dalla polvere. In particolare veniva utilizzato nelle palestre e nelle gare dagli atleti, ma veniva usato anche alle terme e dopo il bagno.
L’oggetto era composto da una sorta di stretto cucchiaio allungato e curvo verso il lato concavo e da un manico.
In Etruria lo strigile si ritrova dal V secolo a.C. e si diffonde in età ellenistica, come attestato da numerosi esemplari metallici e da rappresentazioni su ceramiche provenienti prevalentemente da contesti funerari.
L’oggetto, che era utilizzato da uomini e donne, era una sorta di status symbol delle classi sociali più elevate.
Emblematico dell’uso femminile è lo strigile trovato nella tomba cd. della Truccatrice del III – II secolo a.C. a Vulci (scavata nel dicembre 2016), che fa parte del corredo della defunta unitamente al altri oggetti da toeletta quali, uno specchio, una piccola cista, spatole e forbici.
Ci sono pervenuti anche alcuni strigili con iscrizioni etrusche, impresse all’interno di cartigli sulla faccia anteriore dei manici, interpretabili come marchi di fabbrica (cfr. Gianluca Tagliamonte, Iscrizioni etrusche su strigili, Atti della tavola rotonda di Roma, 3-4 maggio 1991). In diversi esemplari (due da Viterbo, uno da Pienza, uno forse da Tarquinia) risulta iscritto il marchio “serturies/serturiesi”. In uno strigile conservato alla Biblioteque Nationale di Parigi si legge la formula onomastica “cae cultces”. Uno strumento della specie conservato al Britisch Museum di Londra risulta inscritto “ae vipie cultces”. Su uno strigile rinvenuto nei pressi di Perugia, conservato al Museo Civico di Bologna, c’è scritto “cafre atnas”.
Le immagini riguardano strigili etruschi (da Tuscania, Volterra e Monteriggioni), uno strigile conformato a ragazza da Palestrina, un terminale di candelabro a forma di atleta con strigile da Spina, ed una hydria attica a figure rosse da Vulci con atleta munito di strigile.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Santulli. La volpe impiccata.

La ferocia e non di rado la connessa perversione mentale, come avevano già a suo tempo scoperto gli antichi romani, sono le caratteristiche dell’essere umano in certi suoi comportamenti sia nei confronti dei bipedi stessi sia nei confronti degli animali. Le cronache rigurgitano purtroppo delle nefandezze commesse da tali individui quasi sempre mentalmente disarticolati, ai quali disgraziatamente viene consentito di muoversi liberamente, almeno fino al giorno della cronaca che li rende protagonisti a danno di qualcuno. In effetti si tratta di individui, solo apparentemente sani, che al contrario dovrebbero essere tenuti costantemente sotto sorveglianza, se si vuole impedire che commettano scelleratezze. E le vittime di tali mentecatti sono di regola i deboli o gli infermi o i bimbi o le mogli o gli animali. Sono incredibili gli atti di ferocia e di efferatezza commessi da tali mentalmente labili, tra l’altro di solito vigliacchi e vili in quanto non leveranno nemmeno la voce davanti ad uno che può difendersi. Elencare gli episodi che assurgono all’onore delle cronache sarebbe una recita degli orrori. Qui ci limitiamo a ricordare solo qualche episodio.
I poveri animali sono da sempre l’oggetto più facile e meno complicato delle attenzioni di tale umanità malata e, va precisato, nel caso degli animali, anche dei cosiddetti sani di mente. Chi mai potrà raccontare le perversioni e le cattiverie commesse dagli uomini nel corso del tempo, contro l’animale più umile e più affettuoso e più disinteressato, il cane? La efferatezza maggiore è il bipede che ha la conformazione mentale tale da avere il coraggio di abbandonare, senza un minimo di senso di colpa, il proprio cane in mezzo ad una strada quando va in vacanza con la famiglia!
Il gatto che ruba la salsiccia o il cane che abbaia al bambino o il lupo che divora la pecora o, in questo caso, la volpe che ammazza la gallina, tali atti non vengono considerati come normali e naturali aspetti della vita degli animali, no, da siffatti dilapidati mentali questi fatti vengono personalizzati, vi viene letta la volontà di arrecare danno volutamente! un torto personale, dunque, che va punito! E’ come voler punire la zanzara che ci morde o la pulce che ci pizzica. Si cerchi di immaginare il bipede malato di mente che studia e cerca tutti i mezzi per impadronirsi della volpe e vendicarsi, per aver ammazzato la gallina o mangiato i pulcini: non si preoccupa di meglio proteggere il proprio pollaio, ma è quasi accecato dall’odio e dal desiderio di vendetta. E riesce finalmente nell’intento, catturare la volpe. E’ veramente terribile e umiliante che la società debba ospitare gente del genere a piede libero in giro! Infatti il demente impicca la povera volpe, gode ai suoi spasimi e ai suoi contorcimenti! E non basta: la espone pubblicamente, sulla Via Casilina, a Roccasecca, patria di San Tommaso d’Aquino e di Severino Gazzelloni, ultimamente proclamata città della cultura. Vuole che la gente condivida il suo gesto di pazzo sfrenato, tanto è orgoglioso della sua impresa!
L’altro episodio riguarda una coppia di contadini il cui motivo di gratificazione era il piacere di ammazzare i gatti! E per conseguire tale finalità ricorrevano ad una procedura orribile. I gatti che secondo questi due feroci dementi avevano commesso qualche cosa che li disturbava, venivano scientemente adescati, catturati e rinchiusi in un sacco. Successivamente, subito, dopo un giorno, dopo due giorni, venivano massacrati a colpi di bastonate dentro il sacco!
E’ doloroso ricordare tali realtà ma peggio sarebbe ignorarle, come pure ignorare che si parli sempre di cacciatori nei loro paludamenti ai quali è consentito, nel nome della legge, di ammazzare gli animali e i pochi volatili ancora vivi oppure vedere alla televisione che si decantano l’hamburger o la coscia di pollo o la costoletta di agnello o la bistecca di manzo o il tonno o il salame: è terribile che si consenta ancora così facilmente di celebrare e promuovere gli ammazzamenti e le uccisioni, che tali situazioni che hanno insanguinato la storia dell’uomo dall’inizio, si debbano sempre tenere vive e attuali e perfino considerarle normali nell’esistenza dell’uomo, oggi ancora: con quale spirito mettere a morte un agnelluccio o un vitellino e poi divorarlo? E abituare, come normalità, i bimbi a tali spettacoli? Si continua ancora a impiegare termini e a illustrare situazioni -ammazzare, uccidere- che si dovrebbero cancellare e annullare nell’educazione di ognuno e magari sostituirle con altri proponimenti e ammaestramenti.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu