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Michele Santulli. Appuntamento a Parigi.

Un certo giorno di sabato alle 16,00 un piccolo incontro a Vavin, di fronte al caffè la Rotonde e al caffé Charivari, dove si leva il monumento allo scrittore Balzac, al quale Rodin diede, dopo non pochi tentativi e esperimenti, il volto di Celestino, modello ciociaro della Valcomino, padre di Rosalina, la Semeuse! Incredibile i miracoli dell’arte: l’umile Celestino è diventato Balzac e Balzac…Celestino!
Ci troviamo in un luogo classico di Parigi, all’incrocio del Boulevard du Montparnasse col Boulevard Raspail, al Municipio 14, luogo dove si trovano ancora caffè e ristoranti risalenti alla fine del 1800, che hanno ospitato la crema artistica e letteraria e politica e diplomatica e finanziaria mondiale, oggi sempre attivi e ricercati: la Coupole, le Dôme, le Select, la Clôserie des Lilas, la Rotonde….
Le cronache, tra il tanto, ricordano che Modigliani, il grande artista, passava tra i tavoli, cantando e declamando, offrendo in vendita i propri disegni, per guadagnare qualche soldo! Quale umiliazione: oggi le sue opere, terribile nemesi, sono le più costose e le più ricercate! Ma questo luogo è memorabile anche perché vi aveva luogo ogni giorno una iniziativa unica e tipica della Parigi dell’epoca e cioè il cosiddetto mercato delle modelle di artista e dei modelli, dove i pittori e scultori, all’epoca in numero elevatissimo provenienti da tutto il mondo, si recavano a individuare la modella o modello desiderato e contrattare il prezzo per le sedute, ecc. Siamo in un luogo strategico di Parigi per ritrovare e ricordare certe memorie che hanno fatto la storia dell’arte.
A poche decine di metri si distende una stradina, Rue Campagne Première, dove al n.3, oggi un informe palazzone, si trovava la trattoria Chez Rosalie tenuta da Rosalia Tobia, con addentellati di Picinisco, nella gioventù modella dal corpo statuario, come si ammira nelle opere di Bouguereau: qui solo cucina e vino italiani, Modigliani e Utrillo erano di casa, frequentata anche da Apollinaire, Ungaretti, Arago, Picasso, da Susanne Valadon, dalla leggendaria amatrice Kiki di Montparnasse; nei pressi gli studi di numerosi artisti, ancora sui luoghi.
A pochi metri Rue de la Grande Chaumière dove al n.10 ancora si leva il palazzetto che ospitava l’Académie Colarossi fondata nel 1870 da Filippo Colarossi, da Picinisco, a Parigi col fratello già nel 1855-56 e rimasta attiva fino agli anni ’30 del Novecento.
Assieme alla Accademia di Belle Arti statale, era une delle due scuole private più ricercate di Parigi: qui fu per la prima volta possibile insegnare pittura e scultura alle donne, in massima parte straniere e da modelli maschili o femminili viventi, già dagli anni ’70 dell’Ottocento, cosa prima di allora impossibile e proibito, solo maschilismo.
Altra novità quasi rivoluzionaria all’Académie Colarossi fu che per la prima volta salì in cattedra una donna, nel 1910! Migliaia hanno frequentato l’Académie Colarossi nel corso dei suoi quasi ottanta anni di vita sia in questa via sia in una succursale in altra parte della città: Camille Claudel, Gauguin, Modigliani, Alphonse Mucha, Lionel Feininger e decine di altri grandi artisti oltre a migliaia di sconosciuti di tutto il mondo, presero lezioni all’Académie Colarossi dove, tra l’altro, uomini e donne frequentavano assieme.
Oggi l’attività didattica continua sotto un altro nome. A poche centinaia di metri si leva ancora, in un angolo, la sempre attiva e frequentata Clôserie des Lilas, ristorante e birreria dove era abitudine vedere seduti Hemingway, Picasso, Apollinaire, Salmon, Stravinskji: si racconta che più di una volta il povero Modigliani, in preda ai fumi dell’alcol, veniva trovato disteso su una panchina là davanti, talvolta sotto la pioggia: qualche caro amico, Soutine o Moỉse Kisling, lo alzavano e accompagnavano da Rosalie, lì vicino, che l’accoglieva e faceva riposare in angolo su una coperta, per terra, fino al risveglio.
Nelle vicinanze al n.49 del Bd. du Montparnasse in una stanza al primo piano cui si accedeva a mezzo di una scala esterna, operò con successo per una ventina d’anni l’Académie Vitti, scuola d’arte anche essa fondata e gestita da ciociari della Valcomino. Nel contesto delle scuole di disegno operate da ciociari va ricordata anche l’Académie Carmen, gestita da una famosa modella ciociara, detta la Venere di Montparnasse, con grande successo, frequentata da allievi in gran parte americani sotto la guida del grande pittore Whistler; altra scuola analoga pure guidata da un ciociaro di Atina, fu quella fondata personalmente da Rodin e frequentata anche da Matisse.
Ancora nelle vicinanze si trova Rue du Maine dove abitavano in gran parte solo gallinaresi quali i Pignatelli e i Bevilacqua al.n.16 e nei pressi, all’Avenue du Maine, al nr. 51, nel cortile, abitò per molti anni la famiglia di Celestino e l’ultima inquilina fu la figlia Rosalina, la Seminatrice; davanti si levava l’Hotel de Paris, oggi ancora sui luoghi.
Una passeggiata nei dintorni, a pochi passi dal cimitero, si irradiano una serie di stradine tutte in gran parte abitate, all’epoca, da ciociari: Rue Delambre, Rue Vandamme, Rue Huyghens, Rue Poinsot, Rue du Cange… Quanti ricordi, quale nostalgia…

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

Michele Santulli. A Roma, mai Ciociaro!

Il concetto di ‘costume ciociaro’ nella pittura setteottocentesca europea è una autentica pietra miliare: è stato il soggetto più amato e più illustrato dagli artisti di ogni Paese nel corso di circa centocinquantanni; la sua presenza è in quasi tutti i musei del globo: perfino i massimi pittori dell’epoca lo hanno illustrato!
A raffronto di tale successo internazionale, lascia a dir poco perplessi la costatazione che di tale fenomeno artistico non si conosca il nome: è un caso unico nella storia dell’arte, milioni di persone che visitano i musei del pianeta lo hanno infatti sotto gli occhi ogni giorno alle pareti delle pinacoteche e allo stesso tempo apprendono dalle etichette affianco ad ogni opera, o nelle didascalie dei libri, che si chiama: costume italiano, romano, abruzzese, calabrese, siciliano, napoletano, savoiardo, basco, zingaro, e altre connotazioni: tuttavia il termine ciociaro, il solo idoneo e pertinente, non è menzionato, è sconosciuto!
I rapporti tra Roma e il territorio ai suoi piedi, la Ciociaria, che all’epoca si chiamava diversamente, è stata una tangibilità storica come nessun’altra, che si ripercorre e documenta ed evidenzia sin dalle origini e attraverso tutti i secoli, ininterrottamente fino ad oggi! Un plurisecolare groviglio e intersecarsi di rapporti e relazioni tra Roma e la sua ‘ombra’ la Ciociaria! Basti richiamare alla memoria personaggi originari di questa terra che diedero un contributo fondamentale alla sua grandezza quali Caio Ponzio, Aulo Hirzio, Cicerone, Caio Mario, L. Munazio Planco, M. Vipsanio Agrippa, Attilio Regolo, Giovenale, Aulo Plauzio, i Petreio, i Saturnini e tanti altri: oppure la residenza papale in questa terra, ad Anagni, la città dei papi, per molti anni, oppure papi ciociari quali Innocenzo III, Alessandro IV, Gregorio IX, Bonifacio VIII, Innocenzo XIII, Leone XIII senza menzionare il fatto che questa terra è stata da sempre la fucina, anzi la sacrestia vera e propria della Chiesa, a partire dai preti e monaci fino alle alte sfere dei nunzi e cardinali. Pur se arduo ad ammettere e a riconoscere, la Ciociaria in verità è la madre di Roma, come è già stato osservato! I libri ‘CIOCIARIA SCONOSCIUTA’ e ‘ORGOGLIO CIOCIARO/Ciociaria Pride’ illuminano su queste realtà.
L’orgoglio della romanitas induceva il popolo alla supponenza e al vero e proprio dileggio avverso i non romani e in particolare avverso i ciociari, la componente più numerosa e attiva: allora come oggi sono sempre cafoni, rozzi, guitti cioè pagliacci, sporchi, ecc.: il termine stesso ‘ciociaro’ si identificava, e ancora oggi in certe bocche e contesti, con la medesima connotazione!
Nulla mutò a tale atteggiamento, nemmeno quando alla fine del 1800 una fioritura mai vista di pittori romani produsse migliaia di quadri ed acquerelli in cui i personaggi raffigurati erano solo ciociari e non il popolino così magistralmente descritto a suo tempo da Pinelli, padre e figlio.
Tutto quanto più sopra ricordato e, in aggiunta, le opere della stragrande quantità degli artisti europei negli anni precedenti, non ricordando opere letterarie e composizioni musicali e in particolare le ricerche e le indagini folkloriche e storiche del Gregorovius, tali realizzazioni non hanno comportato quasi alcun mutamento alle concezioni originarie summenzionate: l’anonimato è continuato e continua.
Le istituzioni nazionali, anche quelle propriamente ciociare, gli studiosi delle relative discipline, la scuola, la città di Roma soprattutto, continuano ad ignorare tale gloriosa pagina della Storia dell’Arte rappresentata dal costume ciociaro e, allo stesso tempo, la secolare interrelazione e simbiosi Roma-Ciociaria. Attualmente ancora, quando si incontrano le opere con questi soggetti, opere tra l’altro ricercate ed appetite dai collezionisti, da sempre, esse vengono individuate con il termine figure romane o costume laziale o romanesco o della campagna romana o popolana o regionale e analoghi. Il sempre vilipeso termine ‘ciociaro’ non esiste!
Sono anni che lo scrivente documenta e tiene viva la memoria delle secolari comuni vicende: è certo e notorio che i pur consolidati e noti periodici editi e stampati a Roma, mai si sono occupati di quanto fin qui ricordato! E’ arduo a dedurre che possa essere ancora determinante quanto di negativo, pur se erroneamente, scrisse Giuseppe Tomassetti sulla ciociarella del Serrone e del Piglio divenuta emblema della città di Roma o la emarginazione, o ignoranza, del fenomeno nella dottrina del folklore da parte di Paolo Toschi.
Imbarazzante, inoltre, che gli studiosi che si occupano di arte dell’Ottocento non facciano che oscurare il termine quando si imbattono in tali soggetti, ricorrendo alle connotazioni più bizzarre: ancora più imbarazzante è che anche i galleristi e i commercianti che quotidianamente hanno tra le mani tali opere, ricorrano normalmente alle medesime erronee connotazioni, privilegiando però il termine ‘figure romane’ che nel significato del Gregorovius, che per primo lo aveva adottato, ben altra accezione possedeva. E’ quasi come se si avesse paura ad affrancare il ciociaro da tali vincoli e riserve!
Ancora più imbarazzante e quasi non scusabile che si ignori perfino in che modo la stampa nazionale e quella straniera illustrassero la presa di Porta Pia: la nobildonna con la corona in testa -l’Italia unita- che con una mano salutava il bersagliere liberatore e con l’altra il ciociaro cittadino di Roma liberato! A conferma cioè di una consolidata e storicizzata realtà e pagina che si chiama addirittura: ‘ciociarizzazione’ di Roma e che anche nessuna resipiscenza ha risvegliato!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Pierluigi Guiducci. Il Pange lingua…

Il Pange lingua (‘Canta, o mia lingua’) è un inno in latino. Venne composto da san Tommaso d’Aquino. Era un religioso dell’Ordine dei Frati Predicatori (Domenicani).
Questo testo è inserito in diverse composizioni richieste dal Papa Urbano IV. Il Pontefice, infatti, avendo deciso di istituire la Festa del Corpus Domini (Orvieto, 1264), aveva necessità dei testi per la Liturgia delle Ore e per la Messa della Solennità. Tale ricorrenza religiosa fu preceduta da un evento straordinario avvenuto a Bolsena l’anno precedente.
La prima riga del Pange lingua richiama una sequenza latina di Venanzio Fortunato: “Pange lingua gloriosi proelium certaminis”…

Leggi tutto, vai a:
https://storiedistoria.com/2022/09/un-canto-per-adorare-dio-il-pange-lingua-le-origini-della-composizione-lautore-i-contenuti-del-testo-lattualita-di-un-messaggio/

Autore: Pierluigi Guiducci – plguiducci@yahoo.it

Michele Zazzi. Uso degli strigili in Etruria.

Lo strigile era uno strumento di metallo (di solito in bronzo o ferro) usato nell’antichità (Grecia, Magna Grecia, Etruria, Roma…) per la pulizia del corpo, per detergere la pelle dall’olio, dal sudore e dalla polvere. In particolare veniva utilizzato nelle palestre e nelle gare dagli atleti, ma veniva usato anche alle terme e dopo il bagno.
L’oggetto era composto da una sorta di stretto cucchiaio allungato e curvo verso il lato concavo e da un manico.
In Etruria lo strigile si ritrova dal V secolo a.C. e si diffonde in età ellenistica, come attestato da numerosi esemplari metallici e da rappresentazioni su ceramiche provenienti prevalentemente da contesti funerari.
L’oggetto, che era utilizzato da uomini e donne, era una sorta di status symbol delle classi sociali più elevate.
Emblematico dell’uso femminile è lo strigile trovato nella tomba cd. della Truccatrice del III – II secolo a.C. a Vulci (scavata nel dicembre 2016), che fa parte del corredo della defunta unitamente al altri oggetti da toeletta quali, uno specchio, una piccola cista, spatole e forbici.
Ci sono pervenuti anche alcuni strigili con iscrizioni etrusche, impresse all’interno di cartigli sulla faccia anteriore dei manici, interpretabili come marchi di fabbrica (cfr. Gianluca Tagliamonte, Iscrizioni etrusche su strigili, Atti della tavola rotonda di Roma, 3-4 maggio 1991). In diversi esemplari (due da Viterbo, uno da Pienza, uno forse da Tarquinia) risulta iscritto il marchio “serturies/serturiesi”. In uno strigile conservato alla Biblioteque Nationale di Parigi si legge la formula onomastica “cae cultces”. Uno strumento della specie conservato al Britisch Museum di Londra risulta inscritto “ae vipie cultces”. Su uno strigile rinvenuto nei pressi di Perugia, conservato al Museo Civico di Bologna, c’è scritto “cafre atnas”.
Le immagini riguardano strigili etruschi (da Tuscania, Volterra e Monteriggioni), uno strigile conformato a ragazza da Palestrina, un terminale di candelabro a forma di atleta con strigile da Spina, ed una hydria attica a figure rosse da Vulci con atleta munito di strigile.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it