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Michele Santulli. Amleto Cataldi e fascismo.

ARTE E FASCISMO è una esposizione aperta nell’aprile scorso nel Museo MART di Rovereto in provincia di Trento da “un’idea di Vittorio Sgarbi” come informa il comunicato stampa.
Una iniziativa che intende illustrare l’arte decorativa e gli artisti dell’epoca. Quello mussoliniano fu un momento particolarmente ricco di realizzazioni architettoniche non solamente di singoli manufatti ma addirittura di fondazioni di vere e proprie città e quartieri: una impronta visibile in molte città d’Italia dallo stile inconfondibile e l’iniziativa espositiva di cui è questione vuole occuparsi delle opere d’arte di decorazione degli artisti pittori e scultori maggiormente sensibili o partecipi dell’epoca e delle istanze politiche: è stato un momento ricco di opere presenti nei musei e nelle collezioni private, a prescindere dalla validità artistica rimessa ai gusti personali.
Ma qui non si vuole entrare nei dettagli delle opere e degli artisti, solo soffermarci su una lacuna, a mio avviso, imperdonabile ed inqualificabile dell’organizzazione: ci riferiamo ad uno scultore, che al contrario ben altro comportamento avrebbe, a rigore, preteso: basti aggiungere che viene ignorato perfino nel comunicato stampa fatto circolare!
Stiamo alludendo ad Amleto Cataldi (1882-1930) lo scultore di Roma, documentato in musei e istituzioni, in Italia e all’estero. Già la speciale connotazione di scultore di Roma lo connota ed evidenzia in maniera inequivocabile: nessun artista, pittore o scultore, è presente nella Capitale con tante opere quanto le sue, opere -per rimanere nel tema – ordinate e commissionate dal Regime medesimo, il che fa una sensibile differenza, salvo eccezioni, rispetto a quelle di altri artisti.
Le sculture governative di Amleto Cataldi sono del più grande significato e presenti nei luoghi istituzionali o all’aperto quali al Villaggio Olimpico con quattro coppie colossali di atleti in bronzo all’origine presentate dal Duce sulla facciata dello Stadio Flaminio, il Monumento alla Guardia di Finanza alto 20 m. in Largo XXI Aprile inaugurato dal re l’8 dic.1930, le due sculture in bronzo di donne distese nel salone della motonave Conte Grande nel 1928, le quattro sculture in bronzo di ninfe nel padiglione italiano a Parigi nel 1925 alla Mostra Int. Arti Decorative, la Dea Roma sulla facciata del Palazzo Italia alla fiera di Tripoli, la donna in corsa sulla sommità del Palazzo delle Esposizioni a Roma in occasione della Mostra Intern. delle automobili nel 1929, i busti in marmo al Pincio e al Gianicolo, il Monumento agli Studenti Romani alla Univ. la Sapienza, il Monumento ai Caduti a Foggia nel 1928 tra i più importanti d’Italia inaugurato dal Re e quello in marmo di Carrara a Lanciano dal Principe Umberto, sempre governativi, il Monumento ai Caduti di Capranica, di Bassano Romano e di Grottaferrata.
Oltre a queste, ed alcune altre di minore importanza pure commissionate dal Regime, a Roma sono visibili altri capolavori da altre committenze quasi tutte pubbliche dell’epoca quali i due busti al Campidoglio e al Senato, la Fontana della Ciociara nota come l’anfora sul Pincio, una delle quattro Vittorie (quella con le braccia abbassate) sul Ponte Vitt. Eman.II, la Fontana con la Portatrice d’acqua del Palazzo della Protezione Civile in Via Ulpiano, alla Galleria Nazionale cinque opere e alla Galleria Comunale con tre e poi i due Arcieri alla Banca d’Italia e al Quirinale, la Ekaté in marmo di Carrara pure a Roma, al Ghetto la Edicola a Giggi Zanazzo, senza ricordare altre minori.
I cinque-sei anni di attività di Amleto Cataldi in epoca mussoliniana terminati con la sua morte imprevista nell’agosto 1930, sono stati all’insegna del massimo successo e dei più manifesti riconoscimenti da parte delle gerarchie a partire dal Re e dal Duce. La celebrità dell’artista si registra a partire dal 1903 ed è tutta una continua ascesa di opere di successo sparse un pò dovunque che nella critica del tempo trovarono il dovuto ampio riconoscimento: i sei anni circa mussoliniani esaltarono e glorificarono un artista già pienamente conosciuto ed affermato in Europa e che con impegno e partecipazione accettò e valorizzò anche le peculiarità del Regime, pur se tale totale dedizione e peso di lavoro dovettero essergli fatali.
Con la sua morte inizia anche la fine critica. Stando alle parole di un noto studioso la causa sarebbe la “demonizzazione fascista” che ne avrebbe provocato il totale disconoscimento e disattenzione! In effetti dalla sua morte non vi è stato un segno di vita da parte della ricerca se si esclude una tesi di laurea sulla sua figura ed un paio di articoli in un periodico; il resto quasi sempre insignificanti rievocazioni o riletture. A tale a dir poco immeritato oblio nonché negligenza, si aggiunge, appena si va in internet, l’incontro con la scheda biografica fornita da nota casa editrice che rappresenta la summa della superficialità, delle omissioni, dei giudizi strampalati nonché di macroscopici errori nelle citazioni, che malauguratamente ancora oggi rappresenta, pedestremente convalidato e ribadito, il cibo critico di cui si nutre chiunque vuol dire qualche cosa sull’artista, anche se in questi ultimi anni, ad attenta ricerca, è possibile gustare anche altri cibi, genuini!
E per tornare alla mostra MART tra le circa quattrocento opere in esposizione è anche un nudo in marmo di donna, di circa 80 cm firmato dallo scultore ciociaro Cataldi: opera in verità sconosciuta alla critica dell’epoca, scultura su commissione che anticipa o si ispira manifestamente all’opera in bronzo del medesimo soggetto, nudo con specchio, in grandezza naturale presentata nel 1930 a Venezia: l’opera al MART, con riferimento anche alla fattura di quelle mani e di quel fondo schiena degni di raffinato scalpello, sono firma e prova del valore dell’artista creatore.

Autore :Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

Pier Luigi Guiducci. Quando la Madonna «mena». Alcune espressioni artistiche mariane.

Nel trascorrere dei secoli ogni artista ha cercato di esprimere dei modi diversi per rappresentare la Vergine Maria con il Bambino Gesù. Tali espressioni creative hanno comunque dovuto rispettare diversi aspetti teologici, primo tra tutti quello che riguarda il ruolo della Madonna: Madre di Dio. Per tale motivo si è voluto dipingere o scolpire Maria in modo regale: su un trono, in posizione centrale, con vesti preziose, con un contesto di angeli. La Madonna, poi, è rappresentata orante, china verso Gesù, in ascolto del Figlio. In tale contesto, però, esistono anche degli artisti che hanno cercato di evidenziare nelle loro opere dei momenti di una «quotidianità» familiare. In tal senso le diverse opere presentano dei dettagli innovativi, semplici ma significativi. Questo saggio presenta alcuni esempi….

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https://www.storico.org/nascita_cristianesimo/quandomadonna_mena.html

Mario Zaniboni. Due Flagon – recipienti bronzei di lusso.

Quando si intraprendono lavori che interessano il suolo, con sterri ed escavazioni di grande rilievo, non di rado si incontrano oggetti che provengono dal passato, anche molto lontano. Ed è quanto è successo nel 1927, durante la costruzione di una ferrovia presso la città di Basse Yutz nel dipartimento francese della Mosella: in quell’occasione, sono venuti alla luce due flagon (flaconi, brocche o caraffe, che dir si voglia); comunque, che si chiamino in un modo o in un altro, non cambia nulla.
Forse avevano ragione i Greci quando affermavano, abbastanza disgustati, che i Celti erano formidabili bevitori di vino, birra e idromele (quest’ultimo da loro definito la “bevanda degli dei”, ottenuto dal miele e forse il fermentato alcolico più antico del mondo). Ed è probabile che essi preferissero che le loro preziose bevande fossero contenute in altrettanto preziosi flaconi. In realtà risulta che, fin da circa 500 anni prima di Cristo, gli alcolici scorressero a fiumi durante le feste e le riunioni celtiche, dominate dal lusso sfrenato. E così, i flagon erano oggetti molto apprezzati, particolarmente quando erano arricchiti con incrostazioni di corallo rosso del Mediterraneo.
I due Basse Yutz Flagons, appartenenti all’età del ferro e databili verso la metà del 500 a.C., sono molto simili e alti rispettivamente 39,65 e 40,60 centimetri. Si tratta di oggetti ben fatti e rifiniti, a dimostrazione che gli artigiani celti erano bravi e validi conoscitori della lavorazione dei metalli e che erano in collegamento con altre popolazioni europee, con le quali si verificavano scambi commerciali e culturali, come lo ricordano i richiami all’arte egiziana e delle isole inglesi.
Sono molto simili fra di loro, tanto rassomiglianti da far pensare a due gemelli, con la forma riscontrabile nei flagon etruschi della stessa epoca. Sono realizzati in bronzo (lega rame e stagno) e formati per battitura, partendo da una lastra unica. I piedi, fusi, sono impreziositi da pezzetti di corallo rosso mediterraneo e vetro, fissati al loro posto mediante resina.
La stessa resina ricopre tutto l’interno dei contenitori per evitare eventuali perdite di liquido. Pure i beccucci ed i coperchi sono di fusione e sono fissati al corpo dei flagon per mezzo di perni infissi in intagli praticati negli stessi.
Dalle radiografie eseguite per conoscerli meglio nei dettagli si è riscontrato che a tenere insieme i pezzi partecipano solamente perni e resina. Sui coperchi, di fianco alle prese a forma di pomolo, sono sdraiati dei cani, mentre sui beccucci anatre sembrano muoversi sul liquido quando viene mesciuto; le parti inferiori del beccuccio sono incrostate come i piedi. I manici sono fusi a forma di cani che fra i denti tengono catenine fissate ai coperchi; nella parte inferiore dei manici, all’attacco sui corpi dei flaconi, sono volti umani. I particolari esecutivi e ornamentali dei due flagon richiamano le arti greca ed etrusca, a parte le anatre sui beccucci, che sono un innovazione celtica.
Altri ritrovamenti hanno dimostrato che quei flaconi erano un po’ comuni nelle comunità celtiche di quell’epoca, come quello, per esempio, che è stato rinvenuto in una sepoltura di carri a Bad Dürrnberg, un villaggio austriaco nello stato di Salisburgo, presso la città di Hallein, nel cui museo, il Keltenmuseum, ora è esposto. Altri importanti pezzi si possono ammirare al British Museum.
I flagon, che furono realizzati con forme varie ma sempre belle e piacevoli, sono uno spaccato della cultura dell’Europa del Nord di 2500 anni fa, che dimostrano come la tecnica lavorativa fosse ad un elevato livello e che la cultura fosse molto evoluta sul piano sociale ed economico.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it