Molteplici sono state le occasioni, dal 2004 a oggi, per parlare e scrivere dell’altare di Ratchis e di quanto emerso dalla nostra ricerca, maturata in seno all’Università degli Studi di Udine e coordinata dal Prof. Valentino Pace.
Gli esempi di rapacità sui siti archeologici si susseguono da tempi remoti. Già gli antichi egizi depredavano le tombe arricchite di valori per accompagnare il defunto nell’ultimo viaggio. La prassi negativa si è sempre più consolidata fino ad arrivare agli eccessi odierni che, comunque, bisogna sommare all’incuria delle istituzioni; l’esempio più lampante è Pompei con i suoi preziosissimi reperti quasi abbandonati.
Gli Autori, in seguito a recenti sopralluoghi sul crinale montuoso che, da Nord a Sud, separa la Val Pora (ad Est) e la Val Maremola (ad Ovest), hanno potuto osservare la presenza di strutture megalitiche che potrebbero rivelarsi di grande interesse archeologico ed archeoastronomico.
In epoca romana, e per buona parte del Medio Evo, con il termine aurifodinae venivano indicate le miniere d’oro, sia quelle in giacitura primaria, cioè filoni di quarzo aurifero incassati nelle rocce, che quelle in giacitura secondaria, cioè sedimenti alluvionali auriferi.