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Barbara CARMIGNOLA: LA SCRITTURA, dai geroglifici alle rune.

“Nello scritto si afferma il distacco del linguaggio dal suo effettivo essere parlato. Nella forma dello scritto, tutto ciò che è tramandato è contemporaneo di qualunque presente. In esso si ha una peculiare coesistenza di passato e presente, in quanto la coscienza presente ha la possibilità di un libero accesso a ogni tradizione scritta. Senza più dover ricorrere alla trasmissione orale, che mischia le notizie del passato con il presente, ma rivolgendosi direttamente alla tradizione letteraria, la coscienza comprendente acquista un’autentica possibilità di spostare e di allargare il proprio orizzonte, arricchendo così il proprio mondo di tutta una dimensione nuova”. A scriverlo era Hans George Gadamer nel suo autorevole testo “Verità e Metodo”.

Libri, giornali, pagine web, annunci pubblicitari, scritte murali: la nostra vita è inondata di messaggi veicolati da segni grafici che hanno una corrispondenza fonetica e che, attraverso la pratica ermeneutica, quotidianamente rendiamo comprensibili a noi stessi e integriamo nel nostro universo culturale.

Scriviamo e siamo letti, leggiamo e comprendiamo e niente di tutto ciò ci sembra magico.

A fondamento della dibattito filosofico sul linguaggio, tradizionalmente viene posto il Cratilo platonico, ma, secoli e secoli prima, un popolo sostentato dal limo del letto del Nilo già si era interrogato sulla funzione della parola: gli egizi.

Questo popolo di agricoltura e pastorizia, di piramidi e segreti, precursore delle più grandi civiltà, credeva che nella parola risiedesse un magico potere. Il nome, per gli egizi, evocava, creava, plasmava, soprattutto “era” la cosa nominata con cui esso stabiliva un nesso inscindibile, un legame fortissimo.

Tanto era ritenuta importante la parola quanto lo era la scrittura.

In Egitto non erano degli uomini qualunque a vergare la “carta” ottenuta dalla pianta del papiro. A questa alta funzione erano preposti gli scribi, gli adepti alla conoscenza dei segreti della scrittura che in virtù di tale status godevano di onori, stima e grande considerazione, ed erano annoverati tra le figure emergenti dei ranghi del regime faraonico ed apprezzati come valenti maghi dalla maggior parte della popolazione.

Chiunque avrebbe potuto aspirare a questa professione; non erano previste discriminazione di classe. Ad operare la differenza sarebbero stati l’impegno e la solerzia con cui gli alunni avrebbero conseguito la loro preparazione spesso legata alla più importante istituzione scolastica egiziana, la cosiddetta “Casa della Vita”, il cui più famoso dislocamento era situato ad Abydos.

Oltre al compito di svolgere le intricate pratiche della burocrazia ed a rivestire incarichi di ogni sorta, gli scribi svolgevano anche la funzione di sacerdoti e ciò può farci comprendere meglio come la scrittura, al pari della parola, fosse ritenuta depositaria di una valenza esoterica e della capacità di operare profondendo un’aurea dai prodigiosi effetti che potevano essere benigni o maligni a seconda di ciò che veniva rappresentato e di come lo era.

Dai ritrovamenti scopriamo che il geroglifico che rappresentava animali velenosi, quale ad esempio quello usato per designare lo scorpione, veniva spesso raffigurato senza il pungiglione per prevenire i danni che questo avrebbe potuto arrecare. Anche la pratica della damnatio memoriae di faraoni degeneri o di altri meschini esponenti del regno insigniti di alte cariche passava attraverso la cancellazione di epigrafi o scritte celebrative perché, il potere magico della scrittura era un onore che non sarebbe stato confacente ad uomini da dimenticare. Per la stessa ragione i re si attribuivano nomi molteplici e di buon auspicio che emanassero forza e contribuissero ad aumentare la loro potenza: chiamarsi “Protettore dell’Egitto” avrebbe significato esserlo realmente. Il nome contenuto dal cartiglio era fondamentale per un sovrano, e q

OVADA (AL): Aurifodine e miniere d’oro dell’ovadese (progetti di tutela e valorizzazione)

La presenza dell’oro nei torrenti dell’Ovadese è nota da tempo, ed è certo che la sua raccolta è iniziata nella più remota antichità. Particolarmente intenso è stato lo sfruttamento dei terrazzi che si sviluppavano nei tratti finali dei torrenti Stura e Gorzente e lungo tutto il basso corso del Piota, i quali sono stati completamente rimossi e, al loro posto, restano ancora estesi accumuli di ciottoli residui di lavaggi che la tradizione popolare fa risalire ai romani. I depositi di ciottoli sono in effetti del tutto simili a quelli che si possono osservare in altre parti del bacino padano, specie lungo il fronte esterno dell’anfiteatro morenico di Ivrea, che rappresentano indubbiamente la testimonianza dello sfruttamento in epoca romana e preromana di analoghi terrazzi auriferi.

Nonostante la plurisecolare opera di livellamento e di asportazione dei ciottoli, lungo i bassi corsi del Gorzente e del Piota la presenza dei cumuli è ancora osservabile con una certa contuinità, per uno sviluppo lineare di circa 12 chilometri, mentre nella parte finale del torrente Stura se ne osservano limitati lembi, in quanto i terrazzi alluvionali sono discontinui e poco estesi. I cumuli poggiano direttamente sul substrato roccioso che, procedendo verso nord, da monte a valle, è costituito prima da ultramafiti e calcescisti del “Gruppo di Voltri”, poi dai sedimenti basali del “Bacino Terziario Piemontese”. A monte sono in gran parte privi di vegetazione e possono raggiungere i 10 metri di altezza, mentre a valle sono meno elevati e coperti da una fitta boscaglia: in tutti i casi è ancora possibile osservare la disposizione in allineamenti paralleli, separati da avvallamenti diretti verso il vicino corso d’acqua attuale. I ciottoli sono molto grossolani e presentano vario grado di arrotondamento, le dimensioni variano dai 10 ai 50 centimetri e più, con totale assenza di elementi più minuti, e la composizione rispecchia quella del Gruppo di Voltri, da cui provengono, con prevalenza di ultramafiti, metagabbri, prasiniti, anfiboliti ed eclogiti.

A valle delle “aurifodinae” l’oro è ancora sporadicamente presente nell’alveo dei torrenti e tende a concentrarsi negli antichi depositi alluvionali degli stessi e, soprattutto, dell’Orba a valle delle rispettive confluenze. Il metallo è per lo più presente sotto forma di sottili scagliette, di un bel colore giallo, che difficilmente superano il millimetro di diametro e i 3-4 milligrammi di peso; i bordi sono irregolari, ma ben arrotondati, e le superfici, apparentemente lisce, all’esame microscopico appaiono sempre bugnose e rugose, a testimonanza dei molteplici episodi di trasporto; nelle parti più montane possono trovarsi rade scaglie di dimensioni maggiori, fino a 5 millimetri e oltre, spesso ripiegate una o più volte, nonché isolati granuletti arrotondati o spugnosi. Analisi eseguite su alcuni campioni dell’Orba hanno evidenziato contenuti medi del 90% di oro, 8 % di argento e 2 % di altri elementi, con prevalenza di rame.

Il contenuto d’oro nei depositi alluvionali è molto vario e raggiunge tenori medi apprezzabili soltanto in alcuni depositi terrazzati delle basse valli del Piota e dell’Orba. Localmente, nelle cosidette “punte” che si formano nell’alveo attivo durante le piene più violente, per erosione e concentrazione di materiale dalle sponde, si possono avere contenuti di alcune diecine di grammi per metro cubo di sedimento, mentre nella coltre alluvionale i contenuti medi sono di pochi milligrammi e superano raramente i 2-3 decigrammi, anche negli strati più ricchi. Le “punte” sono da sempre oggetto dell’attività artigianale di “pesca dell’oro”, ma sono quantitativamente molto limitate (uno-due metri cubi), mentre la coltre alluvionale è notevolmente estesa e, nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, è stata localmente oggetto di tentativi di coltivazione in grande, con l’impiego di draghe. In periodo autarchico le sabbie del Piota e de

EGITTO: Materiali egiziani ed egittizzanti in Occidente (considerazioni di carattere generale).

L’espansione dei Fenici nel Mediterraneo rappresenta forse un caso unico, rispetto agli altri popoli vicino – orientali, in cui è possibile uno studio circa la loro più o meno contemporanea presenza in un’area geografica comune anche se mancano, a tutt’oggi, informazioni di attività colonizzatrici per molte città fenice, tranne per Tiro che è la sola città che le fonti citano come protagonista della diaspora mediterranea.

Tale fenomeno di diffusione non deve essere considerato coincidente con quella fase in cui Tiro si trovò nel pieno della sua potenza, cioè nel X secolo a.C. Le fonti scritte, sporadiche e tarde, sottolineavano la diaspora fenicia in Occidente come conseguenza del ritorno degli Eraclidi dalla penisola iberica ottant’anni dopo la guerra di Troia, “leggenda” nata in età ellenistica basata sull’attribuzione di una piena veridicità storica ai poemi omerici. A smentire tali dati è l’evidenza archeologica che dimostra una presenza fenicia a Kition ed area egea intorno al IX secolo a.C. e in Sicilia, Sardegna e Spagna nell’VIII secolo a.C. circa, con una tipologia insediativa che in linea generale si ripete da Oriente ad Occidente e che trova i suoi precedenti nell’area siro – palestinese. Lo spostamento di numerose persone da Oriente ad Occidente comportò diverse innovazioni, quali, ad esempio, un consolidamento delle relazioni commerciali che solo parzialmente erano state attivate nei secoli precedenti e con l’affermazione di modelli culturali proposti dai nuovi arrivati i quali favorirono un insediamento stabile e complesso, una sorta di città, che si affermò soprattutto in Sicilia, in Sardegna, in Nord Africa e nella penisola iberica.

La società fenicia era sostanzialmente suddivisa tra un settore che era alle dipendenze del Palazzo, che poggiava sull’operatività di messaggeri, funzionari e varie maestranze, e un altro, successivo, privo di collegamenti organici con l’autorità palatina. Progressivamente, essa ha la “forza” di dotarsi di una forma di stratificazione sociale più complessa e sufficiente per dare vita al fenomeno coloniale.

Relativamente al rapporto con la colonizzazione greca, i Fenici si insediarono in Sicilia prima dei Greci per poi ritirarsi in alcuni punti più strategici, come Mozia, Palermo e Soluto, in seguito ad una avanzata greca. I primi movimenti nei mari occidentali avevano come scopo principale il commercio. Tra le motivazioni che hanno spinto i Fenici alla ricerca di un mercato mediterraneo occidentale è da annoverare la chiusura dei mercati asiatici interni a seguito della conquista assira, tenendo in considerazione anche il fatto che Tiro, città che favorì la cosiddetta diaspora in Occidente, ebbe un ruolo principale nella politica assira sia con il compito di tenere sotto controllo l’Egitto sia come strumento esecutivo di un commercio a lunga distanza. L’ostilità assira, che ostacolò l’attività dei mercanti fenici ebbe, comunque, un risvolto positivo perché fece si che i Fenici si orientassero verso mercati di altre zone e ciò favorì l’acquisizione di nuovi prodotti e, viceversa, l’inserimento dei propri in nuovi empori.

La diffusione della popolazione fenicia venne a determinare uno degli aspetti senz’altro più interessanti della diaspora, cioè l’incontro tra genti e culture in conseguenza del quale si venne a creare un rapporto tale da influenzare la civiltà fenicia sotto diversi punti di vista. In questo senso si può parlare di azione di sostrato determinato dall’incontro dei Fenici con popolazioni già presenti nelle zone in cui questi comparvero, e di azione di adstrato, cioè delle culture per così dire adiacenti a quella fenicia. Un caso piuttosto complesso è rappresentato dal momento in cui la popolazione fenicia entra in contatto con quella egizia, dato che si possono applicare entrambi i termini, cioè un’azione di sostrato, nell’area siro – palestinese, e di adstrato, nell’Egitto stesso, azioni che favorirono la diffusione della cultura egizian

PANTELLERIA: Sui nomi antichi dell’isola.

Lo storico greco Erodoto nel libro IV di “Melpomene” delle sue “Storie” racconta di una misteriosa isola, di fronte al paese dei Gizanti, chiamata Cirani o Kirani e nella quale vi è un lago. Per secoli i commentatori delle “Storie” non sono riusciti ad identificarla con precisione, forse tratti in inganno dal successivo passo in cui si dice che essa può essere raggiunta a piedi dal continente. Ma se si considera che i Gizanti erano popolazioni che abitavano lungo la costa tunisina presso Capo Bon, come concordano la maggior parte degli storici, l’unica isola con un lago posta nelle acque circostanti non può essere che l’odierna Pantelleria.

D’altronde l’isola è visibile, quasi quotidianamente, dalle coste tunisine e ciò potrebbe spiegare in parte l’inesattezza del passo di Erodoto, che peraltro in questo caso racconta per sentito dire della sua contiguità con il continente. Il D’Aietti nel suo “Libro dell’isola di Pantelleria” scrive testualmente che “nelle giornate chiare la costa tunisina si staglia così vicina che sembra di poterla toccare con poche bracciate di nuoto”.

La conferma che Cirani o Kirani non sia altro che Pantelleria ci viene poi dal nome fenicio impresso sulle monete che ebbero corso successivamente nell’isola: ‘Yrnm o Kyrnm, cioè Yranim o Kyranim. Quest’ultimo facilmente identificabile con la Kirani erodotea. Dunque uno dei primi documenti, che attualmente conosciamo, attestante il nome dell’isola sono le Storie di Erodoto composte nel V secolo avanti Cristo. E’ intuitivo che esse riportino un nome coniato in tempi antecedenti, forse preesistente da secoli e con buone probabilità da ricollegarsi alla misteriosa civiltà neolitica dei Sesi. Annotiamo che ai tempi di Erodoto i Cartaginesi non hanno ancora esteso la loro influenza sull’isola, sicuramente però è esistente, da tempo, nella stessa un importante scalo commerciale fenicio.

Sempre nello stesso libro, Erodoto racconta poi dello strano rito con cui le bellissime fanciulle di Kirani traggono dal lago, con piume di uccello, qualcosa di simile a pagliuzze d’oro. Al riguardo si potrebbe ipotizzare un rito misteriosofico di vergini legato al culto delle acque salutifere, a cui in antico si associò sempre la fertilità, nel quadro forse di un più vasto culto di una società con venature matriarcali verso la Grande Dea Madre, così come avveniva nella vicina Malta. D’altronde occorre considerare che, confinante con i Gizanti, Erodoto pone il popolo degli Zavechi, quest’ultimi organizzati in una società di tipo matriarcale in cui le donne guidavano perfino i carri da guerra. A sostegno dell’ipotesi avanzata sopra, vi sono sia le rovine del santuario di una dea della fertilità o dea madre ritrovate in Pantelleria nei pressi del lago, sia quanto si dirà di qui a poco sul significato etimologico dei nomi dell’isola.

I primi nomi, con cui Pantelleria fu indicata nei tempi antichi, sono quelli impressi sulle monete emesse dalla zecca dell’isola nel periodo antecedente e successivo all’occupazione romana. Queste monete, partendo dall’emissione punica più arcaica e giungendo a quella romana più recente, ripetono, pur con modifiche ed aggiunte, lo stesso tema iconografico. Infatti quasi tutte indistintamente portano impresse nel dritto una effigie femminile, e nel rovescio un ramo con delle bacche. Specialmente il rovescio con il suo ramo resta sostanzialmente identico in tutte le emissioni. Ed è proprio sul rovescio che, esclusa la serie più antica senza iscrizioni, viene impresso il nome dell’isola. Pertanto, fatta eccezione per il racconto di Erodoto e per una stele ritrovata a Cartagine, i più antichi documenti che attualmente conosciamo, riportanti il primo nome dell’isola, sono delle monete in cui si trovano impressi segni dell’alfabeto fenicio.

Questi segni sono scritti da destra a sinistra, verso comune alle lingue antiche e che è una reminiscenza di quando la scrittura aveva ancora carattere sacrale e si rifaceva quindi magicamente al