Archivi categoria: Archeologia

Francesca BIANCHI. Paola Mancini, viaggio nella storia di Loiri Porto San Paolo (SS).

Il mese scorso, durante la mia visita a Tavolara e a Loiri Porto San Paolo, ho intervistato l’archeologa Paola Mancini, impegnata in attività di didattica e divulgazione del patrimonio archeologico della Sardegna. Laureata in Lettere Classiche con una tesi sulla preistoria gallurese e specializzata in Archeologia con una tesi sulle rotte transmarine dell’ossidiana e della selce, in particolare in rapporto all’Arcipelago di La Maddalena, nel corso della nostra intervista ha ripercorso scrupolosamente la storia dell’isola di Tavolara e del territorio di Loiri Porto San Paolo, cui alcuni anni fa ha dedicato il libro Loiri Porto San Paolo. Le origini (Taphros, 2011).

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Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com

Cinzia LOI. ARDAULI (Or). Necropoli ipogeica ISCALA MUGHERAS.

Il complesso ipogeico di Iscala Mugheras si trova a circa 2 chilometri dall’abitato di Ardauli, sulla SP30 che conduce a Neoneli. Comprende attualmente sei tombe, aperte lungo le pendici di un colle trachitico. Recenti indagini hanno consentito di individuare i resti di un altro ipogeo.

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Autore: Cinzia Loi – loicinzia71@gmail.com

L’oro dei faraoni, di Chiara Zanforlini.

Tutti conosciamo i gioielli e le oreficerie della tomba di Tutankhamon ma gli artigiani egizi hanno prodotto, per i re quanto per i privati, opere estremamente belle e significative. Si tratta tanto di amuleti e sarcofagi destinati alla vita nell’aldilà quanto di anelli, orecchini, bracciali e pendenti per adornare uomini e donne nelle occasioni speciali della vita quotidiana. Si va dai bracciali d’oro dei primi re agli ornamenti di Pseusenne I e dei re nubiani, in un arco temporale copre circa 2500 anni.
L’oro, pur meno prezioso dell’argento per gli Egizi, era particolarmente abbondante e lavorato, insieme alle pietre preziose, semi- preziose e pasta vitrea con grande abilità dagli artigiani; sono stati di ispirazione in epoca moderna anche per gli orafi, come mostrano ad esempio i gioielli “egizi” di Cartier.

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Cinzia LOI, Palmenti rupestri della Sardegna centrale tra archeologia ed etnografia.

In Sardegna le più antiche testimonianze della coltivazione della vite risalgono al Bronzo Medio tardo (XV-XIV sec. a.C. ).
Le ricerche sull’archeologia della vite e del vino nell’isola si sono notevolmente sviluppate in questi ultimi anni, tuttavia rimangono aperti numerosi interrogativi legati non solo alle origini e alle modalità della domesticazione della vite, ma anche alle metodologie di produzione del vino.
Riguardo a quest’ultimo punto, chi scrive ha intrapreso uno studio finalizzato alla costituzione di un repertorio tipologico-funzionale dei cosiddetti palmenti, ovvero di quei manufatti impiegati nella fase di schiacciamento delle uve per pressione.
Considerati reperti meno nobili di altri, questi manufatti hanno goduto fino ad oggi in Sardegna, di scarso interesse presso gli archeologici e i ricercatori in genere. Gli esemplari giunti fino a noi pongono pertanto notevoli difficoltà di interpretazione e di datazione.
Il lavoro di ricerca qui presentato, si è concentrato soprattutto in un piccolo centro del Barigadu (Sardegna centrale), Ardauli, caratterizzato da un paesaggio collinare in cui prosperano l’oliveto ed il vigneto lavorati ancora con metodi tradizionali.
In queste vigne, in cui la vite è allevata ad alberello e l’aratura avviene ancora con l’asino, si coltivano decine di uve differenti: Bovale Sardo, Bovale di Spagna, Moscatello, Semidano, Vermentino, Nasco, Barbera Sarda, etc..
All’interno di questo territorio, attraverso varie campagne di ricerca sul campo e di indagine etnografica, sono stati individuati finora una quarantina di palmenti chiamati qui lacos de catzigare (vasche per la pigiatura), alcuni dei quali utilizzati fino ad epoca recente.
Il loro numero è sicuramente destinato a crescere con il prosieguo delle ricerche, anche se l’abbandono delle campagne e il conseguente venir meno degli stili di vita tradizionali, può aver causato in questi ultimi anni l’obliterazione e/o la distruzione di molti di essi.
La tipologia più comune, scavata nella roccia affiorante, è costituita da un sistema di due vasche comunicanti attraverso un foro o un’apertura a canaletta. Di grande interesse la serie di ortostati infissi a coltello che delimitano la vasca per la pigiatura.
In questo territorio si conservano anche numerose vasche scavate su massi di roccia isolati.

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Autore: Cinzia Loi – loicinzia71@gmail.com