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Michele Zazzi. Le ghiande missili in Etruria.

I proiettili da fionda, cd. ghiande missili, già attestati in Grecia almeno in epoca tardo classica, si diffusero in Etruria prima del III secolo a.C. come dimostrato da alcuni esemplari inscritti.
L’utilizzo di tali munizioni era prevalentemente bellico, ma potevano essere usate anche per la caccia.
Le ghiande missili erano in piombo, ma anche in pietra e terracotta ed avevano forma biconica, ovoide o globulare.
Le ghiande plumbee venivano fabbricate attraverso una colata di metallo entro matrici bivalve di argilla, come documentano anche i ritrovamenti di Gravisca e Populonia. Talvolta i proiettili recavano iscrizioni (ad es. tra i non pochi esemplari greci e romani risultano i nomi del soldato o del comandante, della legione di appartenenza, di località, ma anche motti di scherno o minacce verso il nemico).
Tra le pitture della tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia è rappresentato un fromboliere nell’atto di colpire degli uccelli con la fionda.
Presso la fortezza etrusca di Montalcino (Poggio Civitella) sono state ritrovate ghinde missili in pietra per probabile uso venatorio.
Da Populonia, in un deposito di scorie nella zona del Podere di San Cerbone, proviene un proiettile di piombo a forma ovale inscritto “hur”.
Similmente alcune ghiande missili scoperte nella zona di Chiusi recano incisa la parola “hurtu” interpretata come urta o ferisci.
Relativamente all’impiego dei frombolieri in attività bellica si può osservare che probabilmente appartenevano a classi povere, che non necessitavano di particolari armi difensive ed offensive, in quanto la loro azione si svolgeva ad una certa distanza dal bersaglio.
Altri rinvenimenti sono stati effettuati a Poggio la Croce (Castellina in Chianti), a Pyrgi e a Vetulonia.
A Poggio Buco, a circa 8 km da Manciano, sono state ritrovate numerose ghiande missili inscritte “statnes”, “staties” o ”statiesi”. In almeno un caso il proiettile è stato rinvenuto in una tomba. L’iscrizione è stata interpretata come gentilizio espresso al genitivo, forse da riconoscere nel comandante della truppa.

Immagini:
Il fromboliere della tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia e ghiande missili da Castellina in Chianti e da Populonia.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi. Porsenna re degli etruschi.

La storiografia nel tempo si è posta il dubbio della storicità della figura di Porsenna. Secondo alcuni Porsenna sarebbe un personaggio leggendario; si ritiene che il nome non sia altro che una personificazione della magistratura etrusca Purth, Purthsna. Per altri Porsenna e Macstarna (Servio Tullio) sarebbero la stessa persona. La prevalenza degli studiosi oggi però tende a ritenere che il personaggio sia realmente esistito.

Muzio Scevola davanti a Lars Porsenna di Peter Paul Rubens e Anthony van Dyck (1620 circa)

La tradizione romana (Tito Livio, I, 9 – 15) riferisce che Tarquinio il Superbo cacciato dal trono di Roma (509 a.C.) avrebbe chiesto aiuto a Laris Porsenna, re di Chiusi. Il condottiero etrusco avrebbe stretto d’assedio la città laziale, ma poi, colpito ed ammirato da alcuni atti di eroismo (Orazio Coclite, Muzio Scevola, Clelia), avrebbe abbandonato il progetto di rimettere sul trono Tarquinio concedendo la pace ai Romani. Porsenna avrebbe anche cercato di espandersi nel Lazio per ripristinare i contatti con le città etrusche della Campania, ma l’esercito comandato dal figlio Arrunte sarebbe stato sconfitto dai Latini e dai Cumani ad Ariccia (505 a.C.). A seguito della sconfitta il sovrano etrusco avrebbe fatto ritorno a Chiusi.
Secondo altre fonti (Tacito, Hist., III, 72) – forse più credibili – invece nel 507 – 506 a.C. vi sarebbe stato un vero e proprio dominio di Porsenna sulla città ed il Senato per ottenere la pace avrebbe dovuto riconoscere la potestà del vincitore ed accettare il divieto di usare il ferro salvo che per l’agricoltura (Plinio il Vecchio Nat. Hist. XXXIV, 14, 46 e 139),

Ritratto di Porsenna in Promptuarii iconum insigniorum…

Le fonti latine e greche definiscono variamente Porsenna, re di Chiusi, di Chiusi e di Orvieto o più genericamente re dell’Etruria o degli Etruschi. Ci si è quindi chiesti se il sovrano fosse a capo della sola lucumonia di Chiusi o se avesse ricoperto cariche a livello confederale.
Plinio il Vecchio (Nat. Hist. 2, 54, 140), in particolare, racconta che Porsenna – definito re di Volsinii – avrebbe annientato il mostro Olta che minacciava la città di Orvieto evocando un fulmine.
Recentemente l’archeologa Simonetta Stopponi (Un santuario ed un tiranno, in Annali della Fondazione per il Museo Claudio Faina, Edizioni Quasar, 2020, pagg. 693 e ss.) ha proposto di connettere l’episodio riportato da Plinio ad un rinvenimento nel santuario della necropoli di Cannicella ad Orvieto. All’interno di un pozzo (di fronte ad un piccolo tempio), tra gli altri reperti, è stata ritrovata la punta di una freccia della facies del Rinaldone. La cuspide di selce, che è stata oggetto di un seppellimento rituale, viene interpretata come rappresentazione simbolica dei fulmini (in tal senso Scoliasta di Persio Sab. II, 26). L’autorevole archeologa ritiene anche che la trasformazione dell’area sacra del Campo della Fiera, ritenuta la sede del Fanum Voltumnae, in grande luogo di culto extraurbano possa essere stata determinata da un capo, che può identificarsi in Porsenna.
Il nome purzena o pursena sino ad oggi non risulta epigraficamente attestato. A Volsinii, ma non a Chiusi, in età arcaica si ritrova Pulse (al quale potrebbe essere stato aggiunto il suffisso aggettivale -na). Si ritiene che il nome abbia però un’origine umbra e quindi l’homo novus Porsenna potrebbe essere stato accolto nell’ambito della società volsiniese (in questo senso Giovanni Colonna).
Porsenna quindi potrebbe essere stato una sorta di tiranno, sostenuto da gruppi arricchitisi con il commercio e dalla classe oplitica ed appoggiato dal demos, con una signoria estesa quanto meno su Chiusi e Volsinii.

Sulla figura di Porsenna cfr.,tra gli altri, M. Di Fazio, Porsenna e la società di Chiusi, 2000, Studi di letteratura e storia dell’antichità, Università di Pavia; Diego Balestri, Porsenna, Cas Editrice Kimerik, 2019.
Le immagini riguardano: testa di Porsenna realizzata da Andrea Sansovino (1514 -1520), Muzio Scevola davanti a Lars Porsenna di Peter Paul Rubens e Anthony van Dyck (1620 circa) ed il ritratto di Porsenna in Promptuarii iconum insigniorum à seculo hominum, subiectis eorum vitis, per compendium ex probatissimis autoribus desumptis, 1553, di Guillaume Rouillé.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Mario Zaniboni. Pietre di Carnac: una meraviglia opera dell’uomo.

Appena fuori dal paese di Carnac, un comune francese con meno di 5.000 anime, sito nel dipartimento di Morbihan nella regione francese Bretagna, direttamente sull’Oceano Atlantico, sulla strada per Trinité-sur-Mer, si trova davanti agli occhi uno spettacolo che, per quanto sia stato descritto e raccontato con tantissime nitide fotografie in pubblicazioni di varie estrazioni, lascia sempre il visitatore a bocca aperta. Ciò che stupisce sono le dimensioni dell’insieme e della quantità di pietre che, opportunamente sistemate, fanno bella mostra di sé davanti al perplesso visitatore.
Questo paese è strettamente legato a ciò che conserva da migliaia di anni, tanto che il suo nome Carnac, appunto, è una variante del termine “cairn”, cioè del nome del rivestimento litico dei dolmen. Già, perché di “dolmen” e “menhir” si tratta. Infatti, le pietre di Carnac formano uno dei complessi megalitici (opere preistoriche formate da blocchi di pietra di grandi dimensioni, pressoché grezzi e grossolanamente tagliati), che si distinguono in menhir e dolmen.
I menhir, monumenti preistorici, sono costituiti da pietre singole, molto grandi e allungate e di solito di forma irregolare, piantate profondamente e verticalmente nel suolo, ma facenti parti di un complesso ordinato di allineamenti, mentre i dolmen, tombe preistoriche per una o più persone, sono alla stessa maniera infisse nel suolo e servono da sostegno a una roccia lastriforme posta orizzontalmente. Del resto, il termine dolmen significa “tavola di pietra”.
Il complesso di Carnac è una parte di un insieme particolarmente grande da farlo definire come uno dei più imponenti del mondo. Infatti, ne fanno parte le successioni di oltre 1.050 menhir allineati in undici file, che si concludono con altri 70 che formano un cerchio. Sulla stessa strada si incontra l’altro allineamento, quello di Kermario, dove 1099 menhir sono allineati a formare dieci file, cui segue quello di Kerlescan, dove le pietre sono 555, che termina con un semicerchio di 39 menhir.
L’epoca della realizzazione del complesso resta del tutto nebulosa, anche se si ritiene che appartenga al periodo neolitico, che si estende dal 4500 a.C. al 2000 a.C., perché gli archeologi non sono riusciti a trovare al di sotto delle pietre materiale utile sufficiente per sottoporlo alla prova del radiocarbonio.
Inoltre, non può sfuggire all’attenzione stupita del visitatore il Tumulo di Kercado, datato con sicurezza attorno al 6500 a.C., che è da ritenere la prima costruzione europea nata quando le piramidi egiziane non erano ancora state erette.
Ma il mistero più intrigante riguarda la ragione per la quale un complesso tanto imponente e importante sia stato realizzato, anche pensando ai mezzi di cui i costruttori avevano a disposizione.
Le ipotesi sono state tante, si potrebbe dire infinite e si può ricordarne qualcuna.
Qualcuno ha ritenuto che fosse un complesso destinato al rilevamento dei terremoti, qualcun altro ha pensato che si trattasse di un modo per onorare gli antenati. Un’interpretazione puntava sulla funzione astronomica delle pietre, ritenendo, per esempio, che fossero dei calendari, sicché i contadini potessero muoversi con sicurezza al momento di gettare le sementi nei solchi e di raccoglierne i frutti. Però, non sono mancati coloro che, sempre restando nel campo dell’astronomia, ritennero che fossero in grado di predire la comparsa delle eclissi solari o lunari.
Lo studioso Alexander Thom, che ha a lungo studiato molti megaliti sia in Gran Bretagna sia in Francia, ha concluso che, secondo lui, il complesso di Carnac era un enorme osservatorio lunare.
Comunque, sono ipotesi tutte con una loro validità, ma nessuna certezza in merito al loro contenuto.
Chissà se, come può capitare quando si sono perse tutte le speranze, non ci sia uno di quei ricercatori che non mollano mai e che abbia la fortuna di trovare quello che manca per dare la certezza a un’ipotesi. Spes ultima dea, era un detto dei nostri antichi antenati.
In ogni modo, gli studiosi non hanno abbandonato tutte le speranze, anche se, a onor del vero, sono rimaste molto poche, perché fra l’altro nel tempo i tre siti sono stati danneggiati dagli elementi atmosferici e dalla depredazione da parte di ladri.
Un tempo, tuttavia, non si dava il giusto peso a ciò che era, per dimensioni e interesse, un unicum, al mondo, tanto che i contadini spostavano le pietre per poter coltivare i campi.
Ora, il tutto è stato ripristinato, rifacendo i giusti allineamenti, e gli si è dato il suo giusto valore.
Il sito si può visitare, ma con l’accompagnamento di una guida, seguendo percorsi stabiliti, per evitare che ci possa essere un danneggiamento di quell’erba che circonda le pietre e che aiuta a preservarle dall’erosione che a lungo le potrebbe fare ribaltare.
Insomma, si tratta di un qualcosa di eccezionale, che può sorprendere anche il turista più navigato, anche quello che, secondo lui, ha già visto tutto al mondo.

Autore: Mario Zaniboni – m.zaniboni@virgilio.it

Michele Zazzi. Origine etrusca del fascio littorio.

Fonti letterarie antiche e testimonianze archeologiche farebbero propendere per l’origine etrusca del fascio littorio.
A quanto ci riferiscono Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane, III, 59 – 62) e Tito livio (Ab Urbe Condita libri I, 8), i Romani avrebbero importato dall’Etruria l’usanza di far precedere i re da littori recanti sulle spalle un fascio di verghe e una scure. Dionigi di Alicarnasso in particolare riferisce che secondo un’usanza dei Tirreni il re di ogni città camminava preceduto da un littore recante un fascio di verghe ed una scure.
Di origine etrusca dei fasci parlano anche Floro (Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, 1, 5, 6) e Strabone (Geografia V, 2, 2) precisando che i fasci furono portati a Roma da Tarquinia. Silio Italico, invece, specifica (Puniche VIII, 483 e ss.) che la prima città a introdurne l’uso sarebbe stata l’etrusca Vetulonia; l’autore in particolare fa riferimento a dodici fasci.
A Vetulonia nel 1898 Isidoro Falchi rinvenne nella cosiddetta Tomba del Littore, databile attorno al VII secolo a.C., un oggetto di ferro ossidato a forma di fascio composto da un gruppo di verghe unite insieme con in mezzo un’ascia a doppio taglio (bipenne). Nella tomba era deposto un uomo ed il corredo, oltre all’ascia bipenne e le verghe, comprendeva anche i resti di un carro in bronzo e gioielli in oro: doveva trattarsi quindi di un personaggio eminente, probabilmente un capo.
Nella documentazione figurata (su cippi, urne e sarcofagi) dal V al I secolo a.C. giunta sino a noi i littori che accompagnano magistrati sono muniti di fasci composti solo da verghe. La più antica rappresentazione etrusca di fascio disarmato s’incontra in un rilievo chiusino del Museo Archeologico Regionale A. Salinas di Palermo che si data nella prima metà del V secolo a.C. Con particolare riferimento alla carica dello zilath il numero dei littori – da uno a tre – varia a seconda del periodo e della città di appartenenza.
Littori muniti di fasci senza scuri sono raffigurati anche sulle pareti della Tomba Bruschi (IV secolo a.C.) e del Tifone (II-I secolo a.C.) di Tarquinia.
In questo contesto si segnala la particolarità della tomba del Convegno (sempre a Tarquinia nel II – I scolo a.C.): sulla parete di fondo nel corteo di un alto magistrato (il proprietario della tomba ricoprì la carica di zilach cechaneri) figurano oltre a due littori con fasci disarmati anche due littori muniti di grandi bipenni, uno dei quali porta anche due lance. Il particolare apparato del magistrato è stato interpretato come l’attribuzione a quest’ultimo del ruolo di capo di un’alleanza di almeno due città con relativi poteri militari (Adriano Maggiani).
Stando alle fonti il fascio littorio sarebbe stato utilizzato dagli Etruschi sia nella fase monarchica che nel successivo periodo delle “repubbliche” (con valenza, a seconda dei casi, politica, militare, religiosa, giudiziaria) ed in quest’ultima fase le verghe sarebbero state tenute distinte dall’ascia bipenne.

Di seguito le immagini della scure e delle verghe rinvenute nella romba del Littore di Vetulonia, del cippo chiusino presso il Museo Archeologico Regionale A. Salinas di Palermo, del sarcofago cd. del magistrato da Tuscania, di un’urna volterrana e degli affreschi della tomba del Convegno di Tarquinia.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it