Il 12 novembre 1978 Luigi Dasti (sindaco di Corneto del tempo) scoprì a Tarquinia nella Necropoli dei Monterozzi la tomba dei Pulenas, che presentava struttura teatriforme ed era decorata con riquadri rossi sul soffitto e corone floreali alle pareti. L’ipogeo, oggi scomparso, conteneva ben 21 sarcofagi; tre di questi, tra cui anche quello di Laris Pulenas, furono rimossi dalla tomba e sono conservati presso il Museo Nazionale di Tarquinia.
Il sarcofago in oggetto (lunghezza 1,98 m, larghezza 62 cm, altezza 63 cm) è in nenfro.
Sul coperchio vi è rappresentato il defunto, un uomo anziano semi recumbente con braccio sinistro appoggiato su due cuscini, che tiene tra le mani un rotolo (papiro) parzialmente aperto recante una lunga iscrizione in parte lacunosa. Si tratta del più lungo epitaffio etrusco conosciuto.
La cassa è ornata da un bassorilievo con scena di carattere infernale. Al centro un personaggio privo di testa, probabilmente il defunto. Ai lati di quest’ultimo due demoni muniti di martello (Charun ?). A destra seguono una figura alata femminile (Vanth, lasa ?) ed un personaggio di bassa statura. Sulla sinistra accanto al demone vi sono un uomo ammantato volto verso un’altra figura alata femminile.
Il testo dell’iscrizione, la cui interpretazione da parte degli studiosi è piuttosto controversa, si compone di circa 60 parole (originariamente dipinte in rosso) ed è distribuito su 9 righe scritte da destra verso sinistra.
Dall’iscrizione si evince che Laris Pulenas era figlio di Larce, nipote di Larth e di Velthur e pronipote di Laris Pule Greice (origine, provenienza greca?). Ad avviso dello studioso Jaques Heurgon, Laris Pule Greice, il bisnonno di Laris Pulenas, sarebbe da individuare con l’indovino greco Polles (citato da tardi scrittori bizantini), autore a sua volta di opere sull’arte divinatoria.
Dall’epitaffio si evince che Laris Pulenas sarebbe stato autore di testi aruspicini (“zịχ nẹθσrac”) e non è escluso che abbia esercitato l’aruspicina. Avrebbe svolto una qualche attività relativa ai culti degli dei Catha (“caθas”), Pacha (“paχanac”), Culsu (“culsl”) e forse Hermes (“hermeri”).
Il testo, secondo alcuni, sembrerebbe far riferimento alla consacrazione di luoghi sacri (tempio, sacello) ed alla donazione di statue alle divinità. Laris Pulenas inoltre avrebbe forse ricoperto anche un’alta funzione ammnistrativa nella città di Tarquinia (“creals . tarχnalθ . spurem . lucaircẹ”). Il termine “parniχ” nella parte finale dello scritto è stato confrontato con la forma parχis dell’iscrizione magistratuale zilaθ parχis.
Nell’incertezza interpretativa dell’epitaffio Laris Pulenas è stato anche descritto come un personaggio influente della Tarquinia di III secolo che avrebbe avuto un ruolo importante nell’esercizio del culto, realizzando anche opere di culto (mecenate), ma che, anche in considerazione dell’origine straniera della famiglia di appartenenza, avrebbe agito a titolo privato e senza ricoprire incarichi pubblici.
Dunque questo membro di spicco della famiglia dei Pulenas assunse iniziative rilevanti nella sfera religiosa della comunità tarquiniese e forse svolse anche vere e proprie funzioni sacerdotali; il suo coinvolgimento nell’ambito magistratuale locale resta piuttosto incerto.
Il monumento, conservato nel Museo Nazionale di Tarquinia, è databile intorno al 270 a.C.
Sul sarcofago di Laris Pulena cfr., tra gli altri:
– Alberto Palmucci, Il rotolo di Laris Pulena, Traduzione dall’Etrusco, commento e note, Genova “Molassana”, 2016;
– Giovanni Schioppo, Laris Pulena;
– Giulio M. Facchetti, L’enigma svelato della lingua etrusca … Newton & Cmpton Editori, 2000, pagg. 62 e ss.;
– Enrico Benelli, Iscrizioni etrusche leggerle e capirle, SACI edizioni, 2007, pag. 262;
– Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, 1984, pag. 441;
– Valentina Belfiore, Studi sul lessico “sacro”: Laris Pulena, le lamine di Pjrgi e la bilingue di Pesaro in Rasenna: Journal of the Center for Etruscan Studies, 2011, Volume 3, Issue 1, Article 3;
– Tarquinia Museo Archeologico Nazionale, Guida breve, “L’Erma” di Bretschneider, 2002, pagg. 30 – 31.
Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com
Presentava pianta a croce con ampio atrio, aveva copertura displuviata ed era munita di banchine di deposizione.
Il primo gruppo, a destra della porta che conduceva alla stanza a sinistra, comprendeva un suonatore di doppia tibia, un personaggio di minori dimensioni barbato (un nano ? secondo un’altra interpretazione sarebbe un phersu !) ed una figura forse maschile (un ballerino, un acrobata?) con veste gonfia, mani sui fianchi e testa all’indietro. Il terzo personaggio, secondo alcuni, sarebbe invece una danzatrice e la scena ricorderebbe quella riprodotta nella tomba della Scimmia anche se non vi si ritroverebbero gli accessori di quest’ultima (pedana, grosso cesto e candelabro in testa alla danzatrice). Forse si tratterebbe di una semplice esibizione della figura femminile al suono della tibia.
A sinistra della porta della camera posteriore vi erano un incontro tra due pugilisti affrontati con i pugni alzati, un uomo che cammina a destra con berretto conico (pileo) ed un personaggio maschile seduto su un diphros con un lungo bastone che si volge all’indietro (forse il defunto!).
A sinistra della porta della stanza sulla destra vi erano un auriga alla guida di una biga seguito da un uomo con una palma sulla mano sinistra (un giudice?). Probabilmente la scena era completata da altri due carri (corsa di tre carri!), menzionati da Gori, sul lato della porta d’ingresso della tomba.
Anticamente la pianura grossetana era occupata da una grande laguna di acqua salata unita al Mar Tirreno da un canale naturale presso Castiglion della Pescaia che i romani chiamavano Lago Prile (Prilius, Prileius).
Il lago – che copriva almeno 90 kmq – era navigabile e costituiva una sorta di porto naturale che favorì il commercio marittimo e lo sviluppo delle due città. I due populi dovettero ricavare dalla vasta insenatura marina anche risorse ittiche ed il sale, prezioso elemento usato in antichità per la conservazione dei cibi.
Le due città furono probabilmente in competizione: il centro urbano di Vetulonia si formò un po’ prima di quello di Roselle, ma verso il V secolo a.C. il primo ebbe un forte ridimensionamento ed i suoi domini andarono ad accrescere Roselle e le altre città stato etrusche confinanti.
Dell’antico lago oggi resta un’ampia distesa umida (si tratta di un’area umida di importanza internazionale secondo la Convenzione di Ramsar del 1971) di circa 1200 ettari presso Castiglione della Pescaia nota come la riserva naturale Diaccia Botrona.
Nell’ambito di un progetto avente ad oggetto la ricerca delle antiche sponde del Lago Prile e l’individuazione delle relative strutture etrusche di Vetulonia è stata recentemente scoperta un’area archeologica in località Badia Vecchia (campagna archeologica condotta dall’Istituto archeologico Germanico di Roma in cooperazione con il Comune di Castiglione della Pescaia). In particolare è stata portata alla luce una terrazza monumentale di 600 metri di lunghezza ed alcune costruzioni poste a nord della stessa. La terrazza si compone di un muro in blocchi squadrati costruito attorno al V secolo a.C. Sulla terrazza sono state rinvenute alcune stanze, forse magazzini ed abitazioni, utilizzate fino al II secondo secolo d.C. (periodo romano).