Archivi categoria: Archeologia

Simone Barcelli. La cultura madre del Giappone e le sue ceramiche millenarie.

I Jōmon sono ricordati per la pregevole produzione della ceramica e furono i primi al mondo a cimentarsi nella decorazione del vasellame. Vissero in Giappone più di tredicimila anni fa, come testimonia la cronologia tipologica sulla ceramica e le datazioni radiocarboniche sul materiale organico rinvenuto nell’argilla. Raggiunsero l’apice nel III millennio a.C., con l’introduzione di usanze e rituali che fanno pensare alla nascita di una società complessa. Nelle fasi finali, dopo aver accusato una drastica diminuzione della popolazione, la civiltà Jōmon si dedicò ancor più ad attività ritualistiche connesse alla sepoltura dei defunti. I drastici cambiamenti climatici provocati anche dal cosiddetto 4.2 ka BP event, una fase di intensa aridità che durò un migliaio d’anni e che decretò la fine di molte civiltà, costrinsero la gente Jōmon a ricercare nuove forme di sussistenza, prima di abbandonare per sempre il Giappone. …

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Autore: Simone Barcelli – simonebarcelli@libero.it

Vedi anche:
https://www.archeomedia.net/simone-barcelli-lenigma-dei-jomon-la-misteriosa-cultura-madre-del-giappone-alla-scoperta-delle-americhe-seimila-anni-fa/

Michele Zazzi. L’abitato etrusco di Spina.

Scavi archeologici (iniziati nel 1965) hanno messo in luce che l’insediamento di Spina (emerso nel 1959 a seguito di lavori di scavo per la realizzazione di canali)), sito nei pressi di Comacchio, aveva forma triangolare, comprendeva una superficie di circa sei ettari e si sviluppava lungo la sponda destra dell’antico fiume Po (Padus Vetus).
La città, che occupava un’area lagunare, era circondata da una palizzata e presentava una diposizione urbanistica di tipo ortogonale con assi orientati in direzione nord-sud. Era composta da lunghe insulae di forma rettangolare disposte a strisce e suddivise in lotti rettangolari più piccoli. Le vie erano costituite da canali navigabili, delimitati da pali e forse collegati con ponti o passerelle, e da strade realizzate in terra battuta e coccio pesto.
Sono emerse tracce di abitazioni costruite in legno, mentre non sono stati rinvenuti edifici pubblici, templi e santuari interni alla città.
Le abitazioni – riconoscibili come tali per la planimetria, le dimensioni, la presenza di focolari, le tracce di arredi e la tipologia di reperti (es. vasellame da cucina e da conservazione) -, avevano intelaiature di travi di legno e poggiavano su pali conficcati nel terreno collegati da travi orizzontali. Le case avevano forma rettangolare, tetto a due spioventi, pavimenti in terra battuta (più raramente in tavole di legno) e pareti esterne, realizzate con paletti di legno ed incannucciato di rami e canne, ricoperte con argilla concotta.
Tracce di attività artigianali sono state riscontrate all’interno ed all’esterno dell’area urbana (scorie e crogioli per la lavorazione dei metalli; distanziatori in terracotta e scarti di fornaci per la produzione di ceramica).
Gli scavi degli ultimi anni (dell’Università di Zurigo) hanno messo in evidenza la struttura di due case nel centro dell’area urbana di Spina costruite in legno nella stessa posizione ma a livelli diversi su un’insula delimitata da canali.
La prima casa, realizzata intorno al 400 a.C., aveva forma rettangolare (5,7 x 10/11 metri; superficie cica 60 mq). Nella parte frontale aveva un porticato ed il tetto a doppio spiovente era retto da due pali. L’abitazione fu danneggiata da un incendio.
La dimora costruita successivamente, nel secondo quarto del IV secolo a.C., aveva forma quadrata (5,8 x 6,9 metri; superficie circa 40 mq) e presentava cinque pali di sostegno per ogni lato. Il pavimento era in terra battuta. Nelle trincee di fondazione furono poste lastre di terracotta e travi di legno orizzontali per proteggere la base delle pareti – di incannucciato ricoperto di concotto – dall’umidità. Il tetto (forse fatto di canne) era a doppio spiovente e la trave di colmo, probabilmente, era ricoperta da tegole. A sud dell’ingresso della casa sono stati ritrovati i resti di un’officina per la lavorazione del metallo. L’abitazione fu distrutta da un incendio intorno al 330/320 a.C. e nello strato di distruzione è stata altresì rinvenuta una grande quantità di reperti ceramici (oltre 15.000 frammenti di ceramica di varie funzioni e non meno di 1000 vasi). Una tale quantità di ceramica farebbe pensare alla presenza di un mezzanino. La distruzione violenta della casa troverebbe conferma nel rinvenimento nel sito di un gran numero di ghiande missili (circa 160) prevalentemente in terracotta (incendio a seguito di un assedio del nemico?).
Nel 1988, sempre nell’area centrale della città, sono stati portati alla luce resti carbonizzati di una casa (pali e pareti di legno con concotto) con pavimento di tavole di legno.
Nelle case del IV secolo a.C. i tetti erano in materiale deperibile e la sola trave di colmo era protetta da tegole; i tetti in tegole furono realizzati nel III secolo a.C.

Sull’abitato di Spina cfr, tra l’altro:
Spina Etrusca un Grande Porto nel Mediterraneo, ARA Edizioni, 2023 a cura di Paola Desantis, Elisabetta Govi, Valentino Nizzo, Giuseppe Sassatelli, Tiziano Trocchi, pagg. 319 e ss.
– Vedi anche il sito della Soprintendnza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Bologna e le Province di Modena Reggio Emila e Ferrara “Abitato della città etrusca di Spina, Ostellato e Comacchio (FE)”.

Di seguito immagini della veduta di Spina e di abitazioni della città tratte dal sito comune.comacchio.fe.it, della ricostruzione di un’abitazione di Spina dell’Università di Zurigo e degli scavi di Spina.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Santi Maria RANDAZZO. HYBLA MAIOR: LA CITTA’ CHE NON E’ MAI ESISTITA.

Le Hyble di Sicilia e l’individuazione delle Hyble nel territorio circostante l’odierna Catania.

Uno dei quesiti a cui non è stata data una risposta esaustiva e definitiva riguarda la datazione dell’arrivo in Sicilia delle popolazioni (e quali?) che hanno fondato e dato vita a quelle realtà urbano-religiose che hanno avuto attribuito il toponimo di Hybla in funzione del culto religioso alla Dea Hyblaia. …

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Autore: Santi Maria Randazzo – santimariarandazzo@live.it

Michele Zazzi. Il lampadario etrusco di Cortona.

Il lampadario (in pratica una grande lucerna di bronzo) fu trovato il 14 settembre 1840 da alcuni contadini a Cortona in località Fratta nei possedimenti della marchesa Luisa Bartolozzi Tommasi (ed in particolare nel podere Fratta, campo il Biscione).
Il monumento inizialmente fu conservato nel palazzo cortonese della marchesa che due anni dopo (1842) lo concesse in deposito al Museo dell’Accademia Etrusca. George Dennis che ebbe modo di vederlo nel 1843 lo definì “la meraviglia delle meraviglie”.
Il reperto venne dapprima offerto in vendita alla Reale Galleria di Firenze ma la trattativa non ebbe esito. Nell’ottobre del 1846 il lampadario fu acquistato dall’Accademia Etrusca per 1600 scudi (la richiesta fu di 2000 scudi) pagati ricorrendo ad un mutuo del Monte dei Paschi ed alla garanzia del Comune di Cortona.
Il monumento, oggetto di restauro negli anni ’90 del secolo scorso, è ritenuto uno dei pezzi più significativi della bronzistica etrusca. Il lampadario (diametro cm 60; peso circa 60 kg) fu realizzato in bronzo fuso con la tecnica a cera persa ed è composto da una vasca circolare per la raccolta del liquido combustibile e da un fusto cilindrico per l’attacco.
La parte inferiore della vasca è decorata con varie scene figurate. La fascia esterna presenta figure alternate di sileni (otto) che suonano strumenti a fiato e di sirene (otto) alate con coda piumata e braccia piegate sul petto.
La fascia mediana è ornata con onde stilizzate e delfini. Nella fascia più interna vi sono rappresentate una serie di lotte tra animali reali e fantastici (quattro gruppi di due fiere che assaltano animali più deboli). Al centro vi è un gorgoneion circondato da serpentelli attorcigliati. Sul bordo del lampadario sono sedici protomi di Acheloo (divinità dei fiumi e delle acque dolci) alternate a beccucci nei quali avveniva la combustione per mezzo di stoppini.
Insieme al lampadario fu rinvenuta una targhetta inscritta inchiodata su due beccucci del lampadario stesso. L’iscrizione, apposta nel III – II secolo a.C., è stata interpretata come una dedica al dio Tinia (tinscvil) da parte della famiglia Musni e farebbe pensare ad una seconda dedicazione del monumento
Il lampadario, databile alla seconda metà del IV secolo a.C., forse fu realizzato per una tomba particolarmente importante o più probabilmente per un edificio sacro (alcuni edifici della specie sono stati ritrovati nei pressi di Camucia). Successivamente il lampadario fu oggetto di una seconda consacrazione/dedicazione nello stesso santuario o forse in altro edificio o in una tomba.
Lo stile ed il livello delle decorazioni fanno supporre che il prestigioso oggetto sia stato realizzato da un’officina dall’Etruria interna centro-settentrionale (Velzna ?).
La complessità della decorazione (un unicum rispetto ad analoghe grandi lucerne) rende molto difficile comprendere se oltre alla funzione ornamentale il lampadario potesse avere anche un significato simbolico. Secondo un’autorevole opinione, Paolo Bruschetti e Giulio Paolucci, il monumento potrebbe essere letto con riferimento alla cosmologia greca nonché al culto ed all’etrusca disciplina.
Secondo altra tesi recentemente sostenuta da due studiosi, Ronak Alburz e Gijs Willaem Tol, la decorazione del lampadario, che risalirebbe al 480 a.C., rappresenterebbe il culto di Dioniso (non solo Acheloo ma anche Dioniso era sovente raffigurato con le fattezze di un toro!).
Il lampadario è conservato appeso al soffitto al secondo piano del MAEC nella sala del lampadario etrusco.

Sul lampadario di Cortona cfr, tra gli altri:
– P.R. del Francia, P. Bruschetti, P. Zamarchi Grassi Nuove letture del lampadario etrusco, Cortona Palazzo Casali, 1988;
– Paolo Bruschetti Paolo Giulierini, MAEC Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona, Guida alle collezioni, Tiphis Edizioni, 2008, pagg. 118 e ss.;
– Il lampadario di Cortona Dal collezionismo delle origini alle raccolte contemporanee, Fondazione Luigi Rovati, 2022 a cura di Paolo Bruschetti e Giulio Paolucci;
per ulteriori informazioni sul lampadario cfr anche il sito Facebook MAEC Cortona.
Per la reinterpretazione della decorazione del lampadario quale culto di Dioniso cfr.:
il sito storiearcheostorie.com, Elena Percivaldi “Il lampadario di Cortona? raffigura il culto di Dioniso (e sarebbe più antico di quanto finora ritenuto)” 10 aprile 2024.

Di seguito immagini del lampadario di Cortona e della targhetta inscritta.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com