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Marco Morucci. Da antico faro per l’attracco delle piroghe ad altare rituale.

Il monte Bisenzio è stato abitato fin dalla protostoria, sulla sua sommità sono stati ritrovati resti di capanne che risalgono all’età del bronzo e sicuramente doveva avere un molo sul lago ma secondo l’ipotesi più accreditata dovrebbe trovarsi nei pressi dei resti sommersi del porto etrusco ovvero davanti la scogliera di Punta San Bernardino.
Il mio istinto però mi suggeriva che era troppa la distanza dal monte e guardando la conformazione della riva del lago notai che sotto Bisenzio si trova una piccola insenatura ed è proprio lì che decisi di andare ad indagare.
Arrivato in zona trovai una fila di pietre che potevano far parte delle fondamenta di una costruzione, era un primo segnale poco però per avvalorare la mia idea, certo era di buon auspicio il ritrovamento di una piroga sommersa nel lago che risultava affondata proprio lì davanti.
Mi guardai in giro e poco più in là dalle fondamenta un grosso masso attirò la mia attenzione, alto circa tre metri presentava una rozza rampa di salita e sulla cima vi erano altri segni di lavorazione, dall’alto ho notato che era stato in parte svuotato per qualche ragione da ricercare.
Esiste una versione ufficiale su questo tipo di vasche scavate nella pietra scoperte sul monte Bisenzio, si ritiene siano pestarole o palmenti ovvero pressori litici in pratica dei manufatti atti allo schiacciamento per pressione delle vinacce o delle sanse.
Misi in moto la mia mente per scartabellare le idee su di un possibile altro uso di quel macigno che si ergeva dalle acque, nel frattempo continuavo ha scrutare dall’alto le acque del lago.
Sul fondo non lontano dalla riva, iniziai a scorgere pietre lavorate, sassi scavati, macine e altri reperti inabissati persino un sarcofago, ciò mi suggerì che in quel punto doveva esserci qualcosa di pericoloso, forse scogli affioranti o qualche insidioso mulinello, poco più a largo esiste un punto chiamato il Ragnatoro infido al punto che persino i pescatori cercano di evitarlo.1
Credetti all’improvviso di aver trovato la risposta all’uso della vasca ovale scavata in cima al masso, forse vi accendevano un fuoco per indicare la via da seguire alle piroghe fino all’insenatura, insomma poteva essere un primo archetipo di faro di tremila anni fa.
Oramai pago delle mie pensieri tornai a casa e scrissi queste poche righe per descrivere la mia scoperta.
Alcune settimane più tardi tornai sulle rive del lago, mi piace camminare sulla sabbia e le onde mi trasmettono un senso di pace, poco lontano vidi una barca con un anziano pescatore e la mia curiosità mi spinse a chiamarlo, venne verso la riva e iniziammo a parlare.
Era simpatico e gli chiesi se conosceva quello strano masso scavato sulla cima, fece un piccolo sorriso e la sua risposta mi destabilizzò, mi raccontò una leggenda che un tempo veniva tramandata davanti al focolare.
Un antico popolo credeva che al centro del lago in una grotta sommersa vi abitasse una dea e tutte le primavere prima dell’inizio della stagione della pesca portavano un animale sopra al masso per un sacrificio, il sangue tramite un foro alla base e un piccolo canale scavato nella roccia finiva nelle acque, le onde lo portavano fino alla dea che se gradiva l’offerta donava ai pescatori una stagione di lago calmo e una pesca copiosa. A settembre come ringraziamento si accendeva un grande fuoco dove si bruciavano dei rami di alloro la cui cenere era portata dal vento che la dea aveva ormai liberato, avvertiva così i pescatori che la stagione era finita e dovevano rientrare.
Quindi non si trattava di un semplice masso o di un faro ma di un altare rituale, per quanto sembri fantasioso questo racconto potrebbe spiegare la presenza sul monte Bisenzio della grotta colombaia che segna il giorno del solstizio, dei palmenti e le misteriose aiole sacre, quattro colline di sassi costruite all’interno del lago.

Autore: Marco Morucci – marcomorucci60@gmail.com

1 Da notare che anche ai nostri giorni continuano ad accadere degli incidenti mortali, nel mese di ottobre 2024 vi è morto affogato nei paraggi un paracadutista della Folgore durante un esercitazione.

Mario Zaniboni. Guerriero di Capestrano. Autentico o fasullo?

Nel mese di settembre del 1934, un certo Michele Castagna stava eseguendo lavori di dissodamento nella sua vigna sita nel comune di Capestrano, in provincia di L’Aquila nell’Abruzzo; qui, in tempi antichi, era la necropoli della città di Aufinum i cui abitanti erano i Vestini.
Ad un certo momento, un ostacolo impedì alla sua pala di proseguire il suo lavoro: infatti, essa si scontrò con un qualcosa di duro. Egli si adoperò per togliere l’ingombro, giacché non era un ciottolo, magari un piccolo masso erratico, come lui aveva pensato, che gli impediva di procedere, tanto che dovette escavare a lungo, per estrarre, alla fine, una grande quantità di frammenti litici, che egli intuì essere le parti costitutive di un manufatto opera dell’uomo.
Infatti, una volta messi insieme da gente del mestiere, i frammenti divennero una statua che raffigurava un guerriero con una statura più elevata di quella di un individuo normale; la statua è alta 2,09 metri e le spalle sono larghe 1,35 metri; inoltre, essa ha una base di quasi mezzo metro di spessore.
Chi ha vista la statua, e se ne intendeva, ha sentenziato che era un manufatto della produzione dell’arte italica del VI secolo a.C. Questa, costruita in pietra calcarea tenera proveniente da una cava della zona, rappresenta – come già ricordato – un guerriero, come lo dimostrano una spada con fodero ed elsa decorate ed un’ascia (o uno scettro?) strette sul petto, protetto da una corazza di sicurezza; una piccola ascia è tenuta con la mano destra.
Ciò che del suo abbigliamento è curioso è lo strano grande copricapo, che qualcuno ha assimilato ad un sombrero messicano e che copre le orecchie, a forma di disco, del diametro di 65 centimetri, che è costituito da un blocco di pietra, distinta da quella del corpo, con sopra una calotta semisferica con una cresta, parzialmente distrutta. Forse il cappello aveva una funzione rituale o, chissà, era uno scudo protettivo per il capo come qualcuno ha ipotizzato: del resto, sembra che nell’antichità, i militari usassero tenere lo scudo sulla testa (sinceramente, è la prima volta che sento parlare di questo uso).
Il profilo del corpo è quello di una persona normale, anche se si riscontra che i fianchi siano un po’ abbondanti, tanto che qualcuno ha ipotizzato che si tratti di una femmina; ma alla fine, ragionandoci sopra, ci si convinse che era un maschio in tutto e per tutto, un vero e vigoroso guerriero, appunto, con le braccia ripiegate sul petto protetto da una corazza a dischi, come ricordato più sopra.
Da un attento esame, è risultato che probabilmente il reperto era dipinto, poiché si sono trovate tracce in rosso di vernice sulle cinghie, che sorreggono le protezioni del corpo, e in bianco sul volto.
A proposito del volto, non c’è perfetta sintonia fra gli studiosi, perché ci sono quelli che propendono per lineamenti naturali molto stilizzati, mentre altri ritengono che si tratti di una maschera protettiva oppure funeraria.
Il collare rigido che ha al collo non ha una funzione protettiva, bensì semplicemente ornamentale, così come sono ornamentali i bracciali tenuti sugli avambracci. Un riparo in cuoio e lamina metallica, sorretto da un cinturone, protegge l’addome. Gli schinieri riparano le gambe ed i piedi calzano sandali.
Però, la domanda d’obbligo è: chi era costui? A dare una risposta è lo scritto inciso su una delle due colonnine che, poste ai fianchi della statua, la sostengono. Lo scritto, inciso in una sola riga verticale, leggibile dal basso verso l’alto, invece di chiarire quanto richiesto, non ha fatto altro che accendere dispute fra i filologi che si sono intestarditi nel tentativo di comprenderne il contenuto. Alla fine, il tutto è stato appianato quando si è offerta la possibilità di confrontare lo scritto con alcune iscrizioni rinvenute in un ritrovamento avvenuto non lontano dalla città di Teramo, nella località di Penna Sant’Andrea, dal quale risulta che “me bella fece Aminis per il re Nevio Pompuledio”; in tal modo, furono individuati sia il nome del personaggio, il re del popolo dei Vestini, sia quello del suo autore.
Lo scritto, in lingua italica arcaica, è il seguente:
            MA KUPRI KORAM OPSUT ANI..S RAKI NEVI PO…M.II.
Secondo il parere espresso nel 2007 dal filologo Alberto Calderini, in merito all’interpretazione del contenuto dello scritto dato dal professor La Regina, il personaggio della statua è il re di cui si è detto, ma Aminis è il committente, non lo scultore dell’opera.
A proposito del re, il risultato della ricerca attuata per “National Geographic” fu che, forse, Nevio Pompuledio e Numa Pompilio, il secondo re di Roma, erano la stessa persona. Del resto non è un’idea del tutto balzana, quando si vada a considerare che Numa Pompilio era di origine sabina e che il suo popolo viveva in un territorio che confinava nella sua parte meridionale con quello dei Ventini, non molto lontano dalla città di Aufinum. Però, ancora oggi, non mancano coloro che non concordano con questa interpretazione.
La figura della statua si inserisce nella cultura artistica picena, come del resto è dimostrato dall’esistenza di altre statue di grandi dimensioni di quel territorio, vale a dire la stele antropomorfa trovata a Guardiagrele e il capo di guerriero scoperto a Numana.
Ma, come sempre, non si cessa mai di studiare e di cercare di approfondire la conoscenza dei reperti archeologici, e le conclusioni sono sorprendenti quando vanno ad inficiare i risultati precedenti, ritenuti validi al cento per cento; come è capitato in questo caso, a proposito del Guerriero di Capestrano, appunto.
Infatti, secondo il giornalista e regista Alessio Consorte si tratta di un “falso storico”. E sono stati tanti altri ad esprimere il loro parere negativo sull’autenticità della statua, tanto che resta aperto il dubbio se si tratti di un simbolo di regalità oppure di un qualcosa che resta misterioso.
A questo punto, non resta altro da fare che aspettare se non si trovi qualcosa che risolva definitivamente il dilemma, e continuare ad apprezzare il reperto come un oggetto storico di somma importanza, secondo un certo punto di vista, oppure ritenerlo fasullo, di nessun valore, secondo un altro.
La statua è conservata nel Museo archeologico Nazionale d’Abruzzo nella Villa Comunale di Chieti. Una sua riproduzione a grandezza naturale è posta nell’atrio del Castello Piccolomini di Capestrano.

Autore:
Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Jacopo Moretti. Le Sporadi meridionali tra mesolitico e neolitico.

Nelle Sporadi meridionali esiste un unico sito conosciuto risalente al Mesolitico: esso è ubicato a Chalki, isolitto che si trova a pochissima distanza da Rodi….
Disabitata durante il mesolitico, sia per la sua posizione strategica, sia per la sua particolare geomorfologia, durante l’ultima epoca dell’età della pietra l’isola di Gyali è diventata sede di una importante occupazione neolitica…

Vedi lo studio allegato: Le Sporadi meridionali

Autore:
Jacopo Moretti – jacopo-moretti@virgilio.it

Michele Zazzi. La Tanella (tomba) di Pitagora a Cortona (AR).

La cd Tanella di Pitagora è ubicata a breve distanza dalle mura di Cortona in località Maesta del Sasso, a metà strada tra Camucia e Cortona. Il nome deriva dalla confusione fatta in passato tra Cortona e Crotone la patria del filosofo Pitagora, ritenendo che il monumento fosse la casa in cui viveva.
Non sappiamo quando la tomba fu scoperta ma il primo a dare notizia del monumento fu Giorgio Vasari che ebbe modo di vederlo nel 1566.
Nel XVII secolo fu chiarito che la costruzione non aveva relazione con Pitagora e che si trattava piuttosto di una tomba.
Nel XIX secolo si ha notizia delle condizioni di precaria conservazione della tomba (nel 1808 il sepolcro fu danneggiato dalle truppe napoleoniche durante il passaggio dal territorio cortonese) e del ritrovamento di un cippo funerario formato da un parallelepipedo sormontato da una sfera, del coperchio inscritto di un’urna cineraria e di frammenti di vasi assai rozzi (olle?).
Tra il 1918 ed il 1924 vi fu un significativo restauro della tomba.
Nel 1929 il monumento fu donato dalla contessa Maria Laparelli Pitti (proprietaria del terreno su cui il monumento insisteva) all’Accademia Etrusca a cui tutt’oggi appartiene.
Si tratta di una tomba in pietra arenaria a camera costruita sopra un basamento e provvista di un tamburo circolare con copertura a botte.
La porta della tomba era chiusa a due battenti. Attraverso un breve dromos a pianta trapezoidale si accedeva alla camera funeraria interna (m 2,60 x 2,05), munita di nicchie sui lati e sul fondo per la deposizione delle urne funerarie. Sulla parete destra vi sono tre nicchie; sulla sinistra, conservata solo per l’altezza di un filare, è visibile una sola nicchia; sulla parete di fondo le nicchie sono sovrapposte è quella più in alto ha dimensioni maggiori ed è arrotondata in corrispondenza con la parte superiore della tomba. Può darsi che quest’ultima ospitasse le ceneri del capostipite.
La copertura del vano era realizzata a volta con cinque monoliti di pietra (oggi ne restano tre) e da due lunette poste sui lati brevi.
La parte superiore del monumento era ricoperta da un tumulo di terra con segnacolo.
Dall’area della tomba proviene il coperchio di un’urna iscritta “v: cusu: cr: l: apa petrual: clan”. La tomba apparteneva quindi alla famiglia Cusu che risulta coinvolta anche nella transazione avente ad oggetto terreni di cui alla Tabula Cortonensis. Si tratta di una gens aristocratica più volte attestata nel territorio cortonese.
La tomba è databile al II secolo a.C.
Nel 1951 nei pressi della Tanella di Pitagora venne alla luce un’altra tomba denominata Tanella Angori (databile al II secolo a.C.) dal nome del proprietario del terreno in cui fu rinvenuta e per analogia con la Tanella di Pitagora. Di questo sepolcro restava visibile solo il basamento circolare formato di grandi lastre di arenaria. Per quanto è stato possibile ricostruire il monumento che aveva un tamburo esterno ed una camera funeraria interna rettangolare con due bracci perpendicolari. La copertura doveva essere a botte e probabilmente la tomba era sormontata da un tumulo. Dall’area della tomba più recentemente è stata recuperata una lastra in arenaria inscritta “larth : kusu : markeal”. Anche questo sepolcro quindi è riferibile alla famiglia Cusu.
Il modello architettonico delle tanelle si ritrova anche a Chiusi e Perugia.

Sulla tanella di Pitagora cfr., tra l’altro:
– Paolo Bruschetti, Paola Zamarchi Grassi, Cortona Etrusca Esempi di Architettura Funeraria, Calosci, 1999, pagg. 69 e ss.;
– Mauro Menichetti, Le nuove tombe monumentali in MAEC Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona Il Museo della Città Etrusca e Romana di Cortona Catalogo delle Collezioni a cura di Simona Fortunelli, Edizioni Polistampa, 2005, pagg 357 – 359;
– informazioni sulla tomba contenute nel sito Facebook MAEC Cortona.

Di seguito immagini della Tanella di Pitagora ed illustrazione ottocentesca del sepolcro di Taylor tratta da Le Tour du Monde.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com