Archivi categoria: Archeologia

Mario Zaniboni. Vaso di Entemena, dedicato al dio Ningirsu.

Il vaso di Entemena fu il risultato, insieme con tanti altri reperti, delle ricerche e degli scavi eseguiti da Gustave Charles Ernest Chocquin de Sarzec di Rennes, nell’antica città di Lagash (l’odierna Al-Hiba nel Governatorato di Dhi Qar), un’antica città-stato esistente non lontano dalla confluenza fra i due fiumi Tigri ed Eufrate.
Esso prende il nome del sovrano della città, cioè il quinto re della prima dinastia di Lagash.
Sarzec, che oltre essere un diplomatico era pure archeologo, fu invogliato ad approfondire quanto gli era stato riferito dal Guillotti, direttore delle poste e dei telegrafi di Baghdad, il quale, durante un controllo lungo le linee telegrafiche, aveva notata la presenza di statue lungo le rive del fiume Chatt-el-Hai, non lontano dalla città di Telloh. E, dopo aver ottenuta l’autorizzazione dalle autorità ottomane a eseguire scavi in quel luogo, iniziò i lavori nel 1877, affrontandoli con fondi personali. Ed ebbe la soddisfazione di portare alla luce la città di Lagash ed i resti di una civiltà della quale, sino ad allora, non si avevano notizie, vale a dire quella dei Sumeri.
Il contenitore, scoperto nel 1888, è in argento ed è istoriato da leggere incisioni che rappresentano l’aquila con la testa leonina Anzud, che prevale nella lotta contro due leoni, e attorno sono animali bovini e caprini. La realizzazione dell’incisione è un esempio delle realizzazioni da attribuire all’arte toreutica, cioè quella che prevede la lavorazione del metallo a incisione o a rilievo.
La simbologia sta a evidenziare la protezione nella natura, secondo il volere delle divinità. Sulla bocca è un’iscrizione dedicata dal sovrano Entemena al protettore della città di Lagash, il dio Ningirsu.
Il vaso, che ha una base bronzea con tre piedi, si ritiene sia stato costruito attorno all’anno 2400 a.C.
Interessante fu il commento dell’archeologo e assiriologo Leonard William King, vissuto a cavallo fra il XIX e il XX secolo, che studiò presso la Rugby School e insegnò archeologia assira e babilonese al King’s College, sul vaso di Entenema: infatti, secondo il suo parere, era il migliore esempio di lavorazione dei metalli sumeri sino ad allora recuperati.
Oggi, è possibile ammirare quell’importante reperto al Museo del Louvre a Parigi, al quale fu dato in regalo dal sultano Abdul Hamid II, nel 1896.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

CERVETERI (Roma). Sarcofago del magistrato.

Sarcofago in travertino proveniente dalla cd. tomba dei Sarcofagi di Cerveteri, databile alla metà del IV secolo a.C., della famiglia Apucu.
La tomba fu scoperta nel 1845 – 1846 nella necropoli della Banditaccia. L’ipogeo aveva una struttura esterna monumentale e presenta due camere comunicanti con banchina continua, originariamente indipendenti e collegate in una fase successiva.
Vi erano conservati quattro sarcofagi, tre con rappresentazione del defunto disteso sul coperchio ed uno con coperchio a forma di tetto displuviato. Tre erano decorati ed uno era privo di immagini. Il più antico, che fu rinvenuto nella camera 1, apparteneva ad un magistrato, probabilmente il fondatore della tomba. Gli altri tre erano collocati nella camera 2. Quest’ultima conserva frammenti di decorazione pittorica: fregio a volute, scena di banchetto, lotta tra animali.
Sul lato frontale della cassa del sarcofago del magistrato (alt. 60 cm; lungh. 190 cm; largh. 66 cm) è rappresentato il viaggio di un magistrato verso l’oltretomba: il defunto è accompagnato dalla moglie e del corteo fanno parte anche servi con carro e sella curulis, musici ed apparitori muniti di insegne. Sul lato breve del sarcofago il corteo sembra completato da due giovani nudi in atto di danza e con accompagnamento musicale.
Il magistrato con volto barbato è riprodotto anche sul coperchio in posizione sdraiata. Indossa un mantello e gioielli in oro (collana di bulle e ghiande e bracciale analogo). Dietro la testa si scorge un libro, probabilmente di natura rituale (liber linteus).
La tipologia di sarcofago con figura distesa sul coperchio è attestata a Cerveteri solo dai tre sarcofagi ritrovati nella tomba omonima. Numerosi sarcofagi del tipo sono stati ritrovati a Cartagine, dove probabilmente erano prodotti. Verosimilmente si tratta di un’imitazione ad opera di artigiani ceretani con adattamenti etruschi.
Il sarcofago del magistrato è esposto nel Museo Gregoriano Etrusco. Gli altri tre sarcofagi rinvenuti nella tomba omonima sono conservati presso il Museo di Cerveteri.

Per approfondimenti sul sarcofago del magistrato cfr.:
Gli Etruschi ed il Mediterraneo La città di Cerveteri, Somogy Editions D’Art, 2013, pagg. 296 – 297;
Il sarcofago del “magistrato ceretano” nel Museo Gregoriano Etrusco, Fernando Gilotta in Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte, 1989, pagg. 69 – 90.

Di seguito le immagini del sarcofago del magistrato e della tomba dei Sarcofagi.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Mario Zaniboni. Testa di Zeus. Arte moderna nell’antichità.

La città greca di Afrodisia, che si trova a circa 230 chilometri da Izmir, la terza città turca dopo Istambul e Ankara, e a un centinaio di chilometri dal Mare Egeo, deve il suo nome ad Afrodite, dea dell’amore, della bellezza e della fertilità al cui culto era dedicata.
Nel periodo dell’impero romano, era un importante centro per la produzione di statue e sculture varie, soprattutto in stile ellenistico, utilizzando il marmo che era coltivato nelle vicinanze nordorientali della città. La maestria degli scultori locali era nota in tutte le aree del Mediteraneo e i loro manufatti erano richiesti e apprezzati nelle città più importanti dell’epoca, vale a dire Costantinopoli, Sardi e Stratonicea in Turchia, Laodicea in Siria, e Roma. Non mancavano le ordinazioni, che includevano, fra l’altro, busti e statue di imperatori, personaggi importanti e filosofi .
Durante gli scavi eseguiti da un gruppo di archeologi dell’Università di Istambul e dell’Istituto Archeologico Tedesco in Caria, nell’Anatolia occidentale, nelle vicinanze del santuario, venne scoperta una testa marmorea, immediatamente riconosciuta come appartenente a Zeus, dio del cielo e del tuono, “il più potente e importante dell’Olimpo della mitologia greca”, così come lo definì Mehmet Nuri Ersoy, Ministro turco della Cultura e del Turismo.
La testa ha posteriormente una protuberanza che serviva per inserirla nel muro, come elemento strutturale, mentre la testa sporgeva a scopo decorativo, come se si trattasse di una mensola.
Le dimensioni sono 66 centimetri di altezza e 40 di larghezza ed è datata fra il II e il III secolo d.C. Naturalmente, la prima operazione effettuata sul reperto è stata una buona pulizia ed un buon lavaggio per eliminare la sporcizia che lo ricopriva, ridandogli la bellezza che il materiale naturale richiede e mettendo in evidenza la maestria con cui è stata scolpita. I capelli e la barba sono stati rifiniti a traforo, dando un esempio di ciò che sapevano fare gli scultori di Afrodisiaca.
Il volto serio e attento offre un’immagine assolutamente realistica e con un carattere di modernità; con piacere ci si può soffermare ad ammirare quel volto, purtroppo deturpato dal naso quasi totalmente mozzato. Ma con un’anzianità di quasi duemila anni non si deve pretendere più di tanto.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

VOLTERRA (Pi). Urna degli sposi anziani.

Il coperchio della cd. urna degli sposi o degli sposi anziani è uno dei simboli del Museo Guarnacci di Volterra.
L’urna in terracotta (h. 41 cm) fu ritrovata nel 1743 in una tomba a camera della necropoli di Ulimeto.
Il monumento è bisome e raffigura due sposi a banchetto distesi sulla klinai.
I personaggi sono cavi internamente e sulla testa hanno due fori di significativa grandezza che potrebbero essere serviti per inserire le ceneri dei defunti. Viene il dubbio che possa trattarsi dell’urna vera e propria e non del coperchio della stessa.
L’uomo è in posizione semi-recumbente; la moglie, diversamente dallo schema consueto, è in posizione prona, appoggiata sul gomito e col viso rialzato verso il compagno. La figura femminile è priva dell’avambraccio e della mano destra; forse l’artista l’aveva rappresentata nell’atto di accarezzare il marito.
Gli sposi indossano tunica e mantello, la veste della donna è senza maniche.
Il coperchio è in terracotta e presenta elementi di pregio ed originalità (volti molto ben caratterizzati) che non ne consentono l’inquadramento nella produzione standardizzata.
I coniugi sono caratterizzati come anziani: il marito ha capelli radi, la mano sinistra presenta vene in evidenza, il volto è solcato da rughe; la donna ha guance cadenti e rughe agli angoli degli occhi e sulla fronte.
La datazione, con qualche dubbio, sembra da ricondurre al I sec. a.C.
Probabilmente i committenti vollero farsi rappresentare all’antica scegliendo un modello iconografico del passato (coppia a banchetto).
Nonostante la ricchezza dei caratteri somatici dell’opera non si ritiene che l’artigiano abbia inteso rappresentare una coppia realmente esistita a Volterra (ritratto?) ma piuttosto una schematizzazione, un tipo caratterizzato di un realismo soltanto apparente (Gabriele Cateni in Le urne di Volterra e l’artigianato artistico degli Etruschi, Sansoni, 1984, pag. 32).
L’urna (inv. n. 613) è esposta al Museo Archeologico Guarnacci di Volterra.

Sull’urna degli sposi cfr, tra gli altri:
– Sybille Haynes, Storia culturale degli etruschi, Johan & Levi editore, 2020, pagg. 454- 456;
– Gabriele Cateni, Volterra Museo Guarnacci, Pacini editore, 2004, pagg.59-60.

Di seguito immagini dell’urna degli sposi anziani

Autore Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com