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ISCHIA DI CASTRO (Vt). La tomba della biga di Castro.

La tomba della Biga di Castro fu scavata unitamente ad altre nel 1967 nella necropoli etrusca di Ischia di Castro (VT) dal centro Belga di Studi Etrusco-italici.
L’ipogeo, al quale si accedeva tramite un lungo dromos a cielo aperto, presentava un vestibolo con due porte ed un’unica camera in posizione asimmetrica rispetto agli accessi. Per qualche motivo la terza porta (individuabile dai segni sulla parete) non fu mai realizzata.
Nella camera, già oggetto di scavi clandestini, furono trovati elementi di un letto di legno che era appoggiato su una banchina e parte di un ricco corredo (compreso vasellame in bucchero ed in metallo da banchetto).
Vi era un unico defunto (per quanto desumibile dai resti ossei); forse poteva trattarsi di una giovane donna come farebbero pensare alcuni effetti personali quali, un pendente d’oro con scarabeo, una coppia di sandali in bronzo e legno con inserti di oro ed ambra, anello in bucchero, un sonaglio in bronzo ed argento, un manico bronzeo relativo forse ad un flabello, un’armilla a capi sovrapposti in bronzo ed un lydion per oli profumati.
Di fronte ad una delle porte del vestibolo furono rinvenuti parti di una biga (currus) in legno rivestita in lamina di bronzo e con rinforzi delle ruote in ferro. Le maniglie laterali del carro erano decorate con due efebi di profilo, con le braccia distese lungo i fianchi, rivolti verso il fronte del carro mentre la sponda anteriore era abbellita da due palmette sbalzate.
Nel dromos vi erano anche gli scheletri di due cavalli, con le teste rivolte verso il currus, che furono ritualmente sacrificati in occasione della deposizione.
Il carro da parata di Castro, che è uno degli esemplari meglio conservati, aveva una cassa lunga e stretta e poteva trasportare due persone, che dovevano posizionarsi una dietro l’altra.
La tomba è databile al 530 – 520 a.C.; la ricchezza del corredo e la presenza della biga ne consentono l’attribuzione all’élite aristocratica locale.
Nel periodo 5 agosto – 31 dicembre 2023 al Museo Archeologico “Pietro e Turiddo Lotti” di Ischia di Castro è stata organizzata l’interessante mostra “Il Ritorno della Biga Carri Etruschi da Castro, Vulci e Tarquinia”.
La biga ed il corredo sono esposti nel Museo di Rocca Albornoz a Viterbo.

Sulla tomba della Biga di Castro e sul currus ivi rinvenuto cfr., tra gli altri: – Adriana Emiliozzi, La biga di Castro in Il Ritorno della Biga Carri Etruschi da Castro, Vulci e Tarquinia, Effigi Edizioni, 2023, pagg. 46 e ss.;
– Francesca Pontani, La Biga di Ischia di Castro 16 luglio 2028 nel sito internet tusciaup.com ;
– informazioni sul sito Facebook “Museo Archeologico Nazionale Etrusco Rocca Albornoz”.

Di seguito immagini della tomba e del currus di Castro

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com 16 feb 2025

Jacopo Moretti. Storia, cultura e attrazioni della Val d’Enza (Reggio Emilia).

Il territorio della Val d’Enza è situato nel versante ad Ovest della provincia di Reggio Emilia, al confine con la provincia di Parma, dalla quale è separata dal fiume Enza, che sancisce il confine tra le due province e che dà, appunto, il nome alla valle. Quest’ultima comprende otto comuni che, in ordine alfabetico, sono Bibbiano, Campegine, Canossa, Cavriago, Montecchio Emilia, Sant’Ilario e San Polo d’Enza. La valle attraversa paesaggi molto differenziati, da quello appenninico e collinare caratteristico della zona a Sud, a quelli tipici della Pianura Padana nella zona a Nord. La superficie ammonta, in termini di estensione, a 240 km2….

Leggi tutto nell’allegato: Storia, cultura e attrazioni della Val d’Enza (Reggio Emilia) – Jacopo Moretti

Autore: Jacopo Moretti – iacopo@tuta.io

PERUGIA. Urna di Vel Rafi.

Nel cimitero monumentale di Perugia nel 1887 fu ritrovata la tomba ellenistica della gens Rafi che ospitava 40 sepolture.
Tra le deposizioni vi era anche l’urna in travertino (h. 93 cm) databile fra il III ed il II secolo a.C. di Vel Rafi, figlio di Arnth e di una donna della gens Cai: “VL.RAFI.AR.CAIAL”.
L’urna occupava la posizione centrale dell’ipogeo e probabilmente apparteneva al capo famiglia.
Sul coperchio è rappresentato il defunto recumbente.
Sulla cassa vi è una porta sbarrata e profilata da un arco ai cui lati sono state scolpite due teste.
Davanti alla porta in posizione eretta si trova un uomo anziano, il defunto che tiene nella mano destra un regolo (che è posto al centro della composizione), righello dotato di tacche.
Forse il defunto aveva svolto la professione dell’architetto e potrebbe aver collaborato alla realizzazione degli ingressi urbici della città. Le mura etrusche di Perugia furono realizzate tra il IV ed il III secolo a.C.
La porta riprodotta nell’ossuario quindi potrebbe non essere la porta degli inferi ma un accesso della cinta muraria realizzato dall’architetto Rafi.
Le due teste ai lati della porta inoltre appaiono simili a quelle che ornavano le porte di Perugia (protomi di divinità protettrici).
In particolare si è fatta l’ipotesi di Porta Marzia, l’entrata sud di Perugia etrusca. L’arco nel 1500 fu smontato da San Gallo il Giovane per essere incorporato nel bastione della Rocca Paolina. Potrebbe però trattarsi anche dell’Arco di Augusto, altro ingresso della città etrusca a nord.
L’urna (inv. 26.291) è esposta al Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria a Perugia.

Sull’urna cfr., tra gli altri:
– Sybille Haynes, Storia Culturale degli etruschi, Joahn & Levi editore, 2020, pagg. 463 – 464;
– Daniele Bigi, Di professione architetto. Sull’urna di Vel Rafi, nel tentativo di restituire dignità ad un ipogeo dimenticato in Dialogando. Studi in onore di Mario Torelli, 2017;
– Antonella Bazzoli, Vel Rafi. Ritratto di un architetto etrusco 27 ottobre 2010, nel sito internet evus.it;
– informazioni sul sito Facebook “Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria – Pagina Istituzionale”.

Di seguito immagini dell’urna di Vel Rafi e della ricostruzione dell’ipogeo dei Rafi tratta da “l’Ipogeo della Famiglia Etrusca “Rufia” presso Perugia”, 1911 del Prof. Giuseppe Bellucci.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

BACOLI (Na). La “Piscina Mirabilis” non teme confronti con la Cisterna Basilica di Istanbul!

Tesori archeologici del “Belpaese”, per dirla con una classica espressione poetica, che non temono confronti.
Tra le innumerevoli testimonianze in merito, il paragone più frequente, nel caso di specie per la “Piscina Mirabilis”, tra i gioielli del variegato quanto inestimabile, patrimonio storico-culturale di Bacoli (Napoli), e quindi dei Campi Flegrei, è la Cisterna Basilica di Istanbul (Yerebatan Sarnici), in Turchia, celebre per le sue 336 colonne e le teste di Medusa scolpite.
Alta ben 25 metri, la Piscina Mirabilis è considerata una delle più spettacolari cisterne romane mai costruite, e che, comparata con la seconda, la surclassa per dimensioni e ingegno architettonico, oltre a trovarsi molto più vicina a noi. Non tutti forse ne conoscono l’esistenza, eppure si tratta di uno “scrigno della memoria”, del patrimonio archeologico italiano, attestazione della straordinaria abilità dei Romani nel realizzare opere idrauliche ancora oggi sorprendenti: risale all’epoca augustea e fu costruita per alimentare d’acqua la poderosa flotta imperiale di stanza a Miseno.
La zona dei Campi Flegrei, di cui Bacoli fa parte, era strategicamente importante, posto che oltre alla presenza della flotta imperiale in loco (=Classis Misenensis), l’area vantava una rete di collegamenti marittimi e terrestri, che consentivano a Roma di controllare il Mediterraneo occidentale. L’acqua arrivava a Bacoli, attraverso l’acquedotto che partiva dalle sorgenti di Serino (in provincia di Avellino) e, dopo un lungo percorso, terminava appunto nella Piscina Mirabilis, per poi venir distribuita alle navi ed alla popolazione del posto.
La grandiosità di quest’opera è sottolineata dai suoi numeri: lunga circa 70 metri, larga 25 e alta fino a 15 metri nelle sue volte, la cisterna è un vero e proprio “tempio dell’acqua”. È suddivisa in navate, sostenute da 48 pilastri cruciformi, che creano un suggestivo gioco di luci ed ombre, soprattutto quando i raggi del sole penetrano dai pochi spiragli presenti sulla volta.
Chi la visita, rimane incantato dalla maestosità del suo interno e, a prima vista, sembra di trovarsi in una cattedrale sotterranea, resa ancor “più mistica dal silenzio e dall’umidità”.
La tipologia architettonica, con volte a botte e pilastri, non è solo esteticamente impressionante, ma anche funzionale, atteso che i pilastri distribuiscono in modo uniforme la pressione ed il peso delle volte, consentendo così al mirabile sito di contenere una enorme quantità d’acqua, senza subire cedimenti.
In passato, la struttura era completamente colma d’acqua che, solo attraverso condotte e cunicoli, veniva dispensata all’esterno. Oggi è vuota e visitabile, ma l’idea che un tempo fosse uno dei principali serbatoi idrici della flotta romana, aggiunge fascino al suo mistero.
Bacoli si trova a circa 25 chilometri dal centro di Napoli, e una volta giuntivi, la Piscina Mirabilis è segnalata e facilmente raggiungibile a piedi dal centro storico, incastonata tra abitazioni e strade tranquille, a riprova di come il passato millenario conviva con la vita quotidiana.
Riguardo alle visite all’imponente edificio, si legge: esclusive per gruppi privati e scolaresche, sarebbe buona norma verificare con anticipo le modalità di prenotazione, attraverso i siti web istituzionali o contattando gli uffici turistici di Bacoli.

                                 Cisterna Basilica di Istambul

Intanto, va rilevato che l’Italia può vantare altri esempi di ingegneria idraulica romana, altrettanto stupefacenti, tra cui il “Cisternone di Formia”, che è uno dei più interessanti: situato nel centro storico della città laziale, rappresenta un altro maestoso serbatoio sotterraneo costruito in epoca romana. Anche qui, come a Bacoli, si percepisce l’elevato livello di competenza che i romani possedevano nella costruzione di acquedotti, cisterne ed altre infrastrutture idriche. I pilastri, le volte ed i percorsi di convogliamento dell’acqua, sono esempi “sul campo” di una ingegneria sorprendentemente avanzata, in grado di sfidare il trascorrere “usurante” dei secoli. Da non dimenticare, poi, la “Cisterna Romana” di Fermo nelle Marche, un labirinto sotterraneo di vasche e vani comunicanti, che consentiva alla città di disporre di una riserva idrica di rilievo.
Questi luoghi condividono la stessa origine e la stessa funzione essenziale: accumulare e distribuire l’acqua, bene primario per la vita dell’uomo e per la sopravvivenza di un Impero che si estendeva su tre continenti.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it