Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Michele Zazzi. Possibile origine etrusca dei ludi gladiatori.

I giochi gladiatori, che ebbero grande rilevanza a Roma e nell’impero divenendo uno degli spettacoli pubblici più seguiti (i primi giochi sarebbero stati organizzati nel 264 a.C. dai figli del defunto senatore Giunio Bruto Pera nel contesto della relativa cerimonia funebre), potrebbero essere nati in Etruria o comunque i Romani potrebbero averli mutuati dagli Etruschi.

                             Ludi gladiatori da Leptis Magna

Nicola di Damasco (in Ateneo, I Deipnosofisti, IV, 153 fr.), storico greco vissuto durante l’età di Augusto, ci riferisce che i giochi gladiatori sono stati importati a Roma dall’Etruria. Il nome “lanista” con il quale i Romani chiamavano l’imprenditore che faceva commercio di gladiatori deriverebbe dall’etrusco (in questo senso Isidoro di Siviglia, Origini X, 247). Da Tertulliano (Apologeticum 15, 5), vissuto nel II secolo d.C., apprendiamo che i gladiatori uccisi nei combattimenti nell’arena venivano trascinati via da incaricati mascherati da Caronte, armati di martello, attributo del demone etrusco Charun. Secondo Svetonio e Tito Livio (I, 35, 8-9) i primi ludi romani furono istituiti a Roma dal re Tarquinio Prisco.

Gioco del Phersu della tomba degli Auguri del VI secolo a.C, di Tarquinia

Nella Tomba degli Auguri e nella Tomba delle Olimpiadi di Tarquinia (databili alla seconda metà del VI secolo a.C.), è raffigurato un gruppo composto da un personaggio mascherato, denominato “Phersu”, che tiene al laccio un feroce cane che assale un uomo con la testa coperta da un sacco che cerca di difendersi con una clava. In questa cruenta scena di combattimento si è ritenuto di vedere un’anticipazione dei giochi gladiatori romani che deriverebbero appunto dai giochi funebri dell’Etruria.

Affresco tombale del IV secolo a.C. della necropoli di Arcioni a Paestum

Su di un’anfora a figure nere da Vulci del V secolo a.C. ritrovata a Chiusi – esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze – sono rappresentati su un lato due guerrieri con panoplia che si affrontano con la lancia; che possa trattarsi di un ludo gladiatorio sembrerebbe confermato dalla scena di due pugili in lotta riportata sull’altro lato (in questo senso Maurizio Martinelli). Un’altra anfora, sempre a figure nere del V secolo a.C. – conservata nel museo di Karslube – presenta su di un lato due guerrieri che combattono tra loro con scudo, mentre dall’altro lato vi è un Phersu che danza al suono del doppio flauto munito di scudo

Anfora etrusca a figure nere del V secolo a.C da Vulci

Su urne e sarcofagi etruschi del III secolo a.C. si ritrovano frequentemente rappresentazioni di combattimenti anche se l’interpretazione di tali scene non sempre porta a ritenere che si tratti effettivamente di gladiatori piuttosto che di scene mitologiche o di combattimenti tra guerrieri.
Per completezza si precisa che secondo un’altra tesi i duelli tra gladiatori potrebbero invece avere origine osco – sannita ed essersi diffusi a Roma attraverso la Campania, come sarebbe dimostrato in particolare da vasi e pitture tombali di Paestum del IV – III secolo a.C.
Di seguito le immagini di gladiatori romani da Pompei e da Leptis Magna; del gioco del Phersu della tomba degli Auguri del VI secolo a.C, di Tarquinia; di un’anfora etrusca a figure nere del V secolo a.C da Vulci e di un affresco tombale del IV secolo a.C. della necropoli di Arcioni a Paestum.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi. La tomba della Scimmia: la deposizione di una signora dell’elite chiusina.

La tomba della Scimmia (il nome deriva dalla rappresentazione di una piccola scimmia legata ad un albero) fu scoperta da Alessandro Francois nella necropoli di Poggio Renzo a Chiusi nel 1846.
L’ipogeo ha pianta cruciforme e si compone di un vestibolo e tre camere con letti funebri.
Gli affreschi sono stati realizzati nel vestibolo e sulla parete della camera di fondo. Nel vestibolo in particolare si svolgono giochi atletici e ludi ginnici quali: corsa di bighe, esercizi equestri di giovani a cavallo (desultores), lottatori, un lanciatore di giavellotto, pugili, un pirrichista, giocolieri ed equilibristi, arbitri, suonatori, schiavi e personaggi con rami di palma in mano.
A destra della porta di ingresso vi è una scena poco conservata (e per la cui “lettura” sono fondamentali la descrizione di Ranuccio Bianchi Bandinelli e le riproduzioni di disegnatori e pittori del passato) che viene considerata il nucleo centrale delle raffigurazioni della tomba: la protagonista è una donna, con capo velato, seduta su di un alto sgabello e con i piedi appoggiati su un suppedaneo. La matrona è al riparo di un largo ombrello aperto ed assiste ad un gioco di abilità cui partecipa una ragazza con un candelabro in equilibrio sulla testa. Gli attributi della figura femminile ne attestano l’appartenenza alla classe aristocratica e la maggior parte degli studiosi ritengono che si tratti della defunta (divinizzata?) in onore della quale si svolgono i ludi funebri.
La tomba è databile al 480 a. C. circa.
Per maggiori dettagli sulla tomba della Scimmia cfr. La Tomba del Colle nella Passeggiata Archeologica a Chiusi, Edizioni Quasar, 2015, AA. VV.
Le immagini della scena della donna seduta sullo sgabello si riferiscono ad acquarelli dipinti rispettivamente da Elio D’Alessandris e Guido Gatti nel 1911 – 1912.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

 

Michele Zazzi. La pena del sacco era di origine etrusca?

Uno dei supplizi più atroci previsti dal diritto romano era la pena del sacco (poena cullei).
La pena, che nel tempo subì vari cambiamenti, veniva comminata ai parricidi. Al parricida venivano fatti indossare degli zoccoli di legno (probabilmente per impedirgli di contaminare il terreno) ed un cappuccio di pelle di lupo (che voleva sottolineare l’uscita del condannato dalla società umana e civile) e condotto nelle carceri.
Dopo la fustigazione, il colpevole veniva chiuso dentro un sacco di cuoio (culleus) con un cane, un gallo, una vipera e una scimmia (ma gli animali potevano variare). Il sacco veniva poi caricato in un carro trainato da un bue nero e portato sulle rive di un fiume o del mare, dove veniva gettato.
Il rito oltre che particolarmente violento aveva forte valenza simbolica. In sostanza il parricida non solo non veniva sepolto ma prima di morire veniva privato del contatto con gli elementi: l’aria, la terra e l’acqua.
Secondo la tradizione la pena sarebbe stata introdotta a Roma da Tarquinio il Superbo per punire il decemviro M. Atinio che aveva divulgato i segreti dei sacri riti civili e, successivamente, il supplizio fu esteso ai parricidi, in quanto la profanazione dei genitori e degli dei doveva essere espiata allo stesso modo (Valerio Massimo I, I, 13; cfr. Dionigi di Alicarnasso. 4,62; Zonara, Ann. 7,11).
Per l’analisi della Pena del Sacco cfr. Eva Cantarella I Supplizi Capitali Origine e funzioni delle pene di morte in Grecia e a Roma, BUR, 2005, pagg. 215 e ss.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it