Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Michele Zazzi. Origine etrusca del fascio littorio.

Fonti letterarie antiche e testimonianze archeologiche farebbero propendere per l’origine etrusca del fascio littorio.
A quanto ci riferiscono Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane, III, 59 – 62) e Tito livio (Ab Urbe Condita libri I, 8), i Romani avrebbero importato dall’Etruria l’usanza di far precedere i re da littori recanti sulle spalle un fascio di verghe e una scure. Dionigi di Alicarnasso in particolare riferisce che secondo un’usanza dei Tirreni il re di ogni città camminava preceduto da un littore recante un fascio di verghe ed una scure.
Di origine etrusca dei fasci parlano anche Floro (Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, 1, 5, 6) e Strabone (Geografia V, 2, 2) precisando che i fasci furono portati a Roma da Tarquinia. Silio Italico, invece, specifica (Puniche VIII, 483 e ss.) che la prima città a introdurne l’uso sarebbe stata l’etrusca Vetulonia; l’autore in particolare fa riferimento a dodici fasci.
A Vetulonia nel 1898 Isidoro Falchi rinvenne nella cosiddetta Tomba del Littore, databile attorno al VII secolo a.C., un oggetto di ferro ossidato a forma di fascio composto da un gruppo di verghe unite insieme con in mezzo un’ascia a doppio taglio (bipenne). Nella tomba era deposto un uomo ed il corredo, oltre all’ascia bipenne e le verghe, comprendeva anche i resti di un carro in bronzo e gioielli in oro: doveva trattarsi quindi di un personaggio eminente, probabilmente un capo.
Nella documentazione figurata (su cippi, urne e sarcofagi) dal V al I secolo a.C. giunta sino a noi i littori che accompagnano magistrati sono muniti di fasci composti solo da verghe. La più antica rappresentazione etrusca di fascio disarmato s’incontra in un rilievo chiusino del Museo Archeologico Regionale A. Salinas di Palermo che si data nella prima metà del V secolo a.C. Con particolare riferimento alla carica dello zilath il numero dei littori – da uno a tre – varia a seconda del periodo e della città di appartenenza.
Littori muniti di fasci senza scuri sono raffigurati anche sulle pareti della Tomba Bruschi (IV secolo a.C.) e del Tifone (II-I secolo a.C.) di Tarquinia.
In questo contesto si segnala la particolarità della tomba del Convegno (sempre a Tarquinia nel II – I scolo a.C.): sulla parete di fondo nel corteo di un alto magistrato (il proprietario della tomba ricoprì la carica di zilach cechaneri) figurano oltre a due littori con fasci disarmati anche due littori muniti di grandi bipenni, uno dei quali porta anche due lance. Il particolare apparato del magistrato è stato interpretato come l’attribuzione a quest’ultimo del ruolo di capo di un’alleanza di almeno due città con relativi poteri militari (Adriano Maggiani).
Stando alle fonti il fascio littorio sarebbe stato utilizzato dagli Etruschi sia nella fase monarchica che nel successivo periodo delle “repubbliche” (con valenza, a seconda dei casi, politica, militare, religiosa, giudiziaria) ed in quest’ultima fase le verghe sarebbero state tenute distinte dall’ascia bipenne.

Di seguito le immagini della scure e delle verghe rinvenute nella romba del Littore di Vetulonia, del cippo chiusino presso il Museo Archeologico Regionale A. Salinas di Palermo, del sarcofago cd. del magistrato da Tuscania, di un’urna volterrana e degli affreschi della tomba del Convegno di Tarquinia.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi. Uso degli strigili in Etruria.

Lo strigile era uno strumento di metallo (di solito in bronzo o ferro) usato nell’antichità (Grecia, Magna Grecia, Etruria, Roma…) per la pulizia del corpo, per detergere la pelle dall’olio, dal sudore e dalla polvere. In particolare veniva utilizzato nelle palestre e nelle gare dagli atleti, ma veniva usato anche alle terme e dopo il bagno.
L’oggetto era composto da una sorta di stretto cucchiaio allungato e curvo verso il lato concavo e da un manico.
In Etruria lo strigile si ritrova dal V secolo a.C. e si diffonde in età ellenistica, come attestato da numerosi esemplari metallici e da rappresentazioni su ceramiche provenienti prevalentemente da contesti funerari.
L’oggetto, che era utilizzato da uomini e donne, era una sorta di status symbol delle classi sociali più elevate.
Emblematico dell’uso femminile è lo strigile trovato nella tomba cd. della Truccatrice del III – II secolo a.C. a Vulci (scavata nel dicembre 2016), che fa parte del corredo della defunta unitamente al altri oggetti da toeletta quali, uno specchio, una piccola cista, spatole e forbici.
Ci sono pervenuti anche alcuni strigili con iscrizioni etrusche, impresse all’interno di cartigli sulla faccia anteriore dei manici, interpretabili come marchi di fabbrica (cfr. Gianluca Tagliamonte, Iscrizioni etrusche su strigili, Atti della tavola rotonda di Roma, 3-4 maggio 1991). In diversi esemplari (due da Viterbo, uno da Pienza, uno forse da Tarquinia) risulta iscritto il marchio “serturies/serturiesi”. In uno strigile conservato alla Biblioteque Nationale di Parigi si legge la formula onomastica “cae cultces”. Uno strumento della specie conservato al Britisch Museum di Londra risulta inscritto “ae vipie cultces”. Su uno strigile rinvenuto nei pressi di Perugia, conservato al Museo Civico di Bologna, c’è scritto “cafre atnas”.
Le immagini riguardano strigili etruschi (da Tuscania, Volterra e Monteriggioni), uno strigile conformato a ragazza da Palestrina, un terminale di candelabro a forma di atleta con strigile da Spina, ed una hydria attica a figure rosse da Vulci con atleta munito di strigile.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi. La battaglia navale di Cuma (474 a.C.): fine della talassocrazia etrusca.

Nel 474 a.C. la flotta etrusca delle città dell’Etruria meridionale, per cercare di limitare l’espansionismo dei Greci nel Mediterraneo e riprendere il controllo dei collegamenti con l’Etruria campana, salpò verso Cuma con intento di conquista.
I cumani, preoccupati della potenza etrusca, chiesero aiuto a Ierone I (o Gerone), tiranno di Siracusa, che intervenne prontamente in ausilio della città campana. Lo scontro avvenne vicino a Capo Miseno e grazie al determinante supporto siracusano si risolse in una disfatta etrusca.
Le fonti greche raccontano con toni trionfali della vittoria ellenica (Pindaro, Prima Ode Pitica, all’antistrofe IV, versi 71-80; Diodoro Siculo, in Bibliotheca historica (Βιβλιοθήκη ίστορική), XI, 51). Diodoro Siculo, in particolare, riferisce che Ierone “ …. inviò in aiuto numerose triremi. I comandanti di queste navi ….. combatterono con le forze locali contro i Tirreni e, distruggendo molte loro navi, ottennero una grande vittoria. Umiliarono i Tirreni, liberarono i Cumani dal terrore e tornarono gloriosamente a Siracusa».
L’evento bellico risulta attestato anche dal ritrovamento ad Olimpia (nel contesto di un grande santuario) di tre elmi (uno di tipologia greca, due di tipologia etrusca) inscritti in lingua greca con dedica da parte di Gerone a Zeus. Sugli elmi defunzionalizzati si legge (tra i tre caschi vi sono piccole differenze) “Ierone, figlio di Deinomene, e i Siracusani a Zeus. Preda tirrenia da Cuma”. Due degli elmi sono attualmente conservati nel Museo Archeologico di Olimpia, il terzo è esposto al British Museum.
La sconfitta navale di Cuma segnò inesorabilmente la fine della talassocrazia etrusca sul Mar Tirreno – ormai sotto il controllo dei Siracusani – e la perdita di importanza dei grandi porti dell’Etruria meridionale.

Sulla battaglia di Cuma cfr., tra gli altri, Giovanni Schioppo, La battaglia navale di Cuma (474 a.C.).

Immagini dell’elmo esposto al British Museum, degli elmi conservati nel Museo Archeologico di Olimpia e del dipinto “Gerone I raffigurato nel carro dopo aver vinto la corsa nei giochi olimpici” realizzato da James Barry.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi- La battaglia di Alalia o del Mare Sardo.

I Greci della Focea dopo aver fondato la colonia di Massalia (Marsiglia) intorno al 600 a.C. si stabilirono verso il 565 – 560 a.C. ad Alalia in Corsica.
Nel 545 a.C. i profughi di Focea, a seguito della conquista da parte dei Persiani, si rifugiarono ad Alalia. I Focei forti del loro numero si resero protagonisti di episodi di pirateria.
Gli Etruschi ed i Cartaginesi (allocati sulla costa orientale della Sardegna) si sentirono minacciati dai Focei ed unirono le loro forze per contrastare gli ultimi arrivati onde riacquisire il controllo del Mar Tirreno.
Lo scontro – secondo la testimonianza di Erodoto (Storie, I 164 e ss.) – avvenne introno al 540 a.C. nel Mare Sardo (probabilmente tra le Bocche di Bonifacio e Alalia) e coinvolse 60 navi greche e 120 navi degli alleati (60 etrusche e 60 fenicie).
Lo storico greco parla di vittoria dei Focei (con spirito ellenico!) ma definisce la vittoria “cadmea”, cioè con gravissime perdite per i vincitori che, infatti, persa la flotta (40 navi furono affondate e 20 risultarono inutilizzabili) fecero ritorno ad Alalia e successivamente (nel 535 a.C circa) la abbandonarono diretti verso Reggio e poi a sud di Paestum dove fondarono Ielea/Velia.
Alla battaglia sul Mare Sardo potrebbero forse aver partecipato varie città etrusche della costa, ma sicuramente un ruolo principale (se non esclusivo) lo ebbe Caere, come si desume anche da quanto riportato da Erodoto che riferisce che i prigionieri furono portati a Caere ed ivi lapidati.
La battaglia di Alalia ebbe un grande impatto politico e commerciale in quanto impedì ancora per poco meno di 70 anni (fino alla sconfitta di Cuma del 474 a.C. ad opera dei Siracusani) l’espansione greca nel Mar Tirreno, consentendo agli Etruschi di mantenerne il controllo seppur in condivisione con i Cartaginesi.

Per la complessiva analisi della battaglia di Alalia cfr, tra l’altro, La battaglia che ha cambiato la storia ALALIA. Greci, etruschi e cartaginesi nel Mar Mediterraneo del VI secolo a.C., Ara edizioni, 2019, a cura di Simona Rafanelli.

Immagini di navi da guerra etrusche tratte da ceramica a figure nere ritrovata in Etruria (cratere di Aristonothos e hydria del Pittore di Micali).

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it