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Giuseppe Costantino Budetta. Su una particolarità del miracolo eucaristico di Lanciano che genera perplessità.

Il miracolo eucaristico Lanciano è ritenuto il più importante della chiesa cattolica. Il prodigio avvenne verso la metà del VIII sec. d. C. nella chiesa di San Legonziano. Ci fu un monaco basiliano che dubitava della presenza reale di Gesù nella Eucaristia ed accadde il miracolo inoppugnabile. Durante la consacrazione della Santa Messa l’ostia diventò Carne viva ed il vino si mutò in Sangue vivo…

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Autore: Giuseppe Costantino Budetta – giuseppe.budetta@gmail.com

Michele Santulli. Celestino, Rosalina e Rodin.

Forse si ignora che Auguste Rodin (1840-1917) è stato un autentico industriale della scultura a seguito della quantità enorme di soggetti in bronzo: migliaia di opere immesse sul mercato presenti in quasi tutti i musei e collezioni. Inutile richiamare alla memoria le opere che lo rendono immortale quali il Pensatore, il Bacio, la Donna accovacciata, Eva, il San Giovanni Battista, Iris… pertanto a nessuno di questi capolavori dedicò il tempo e l’attenzione e l’impegno di cui invece ritenne degno e meritevole il suo monumento allo scrittore Balzac.
In effetti la commissione affidatagli per la realizzazione di un monumento in onore del grande scrittore non ebbe successo; accurate e numerose furono le ricerche e investigazioni per pervenire alla individuazione dei maggiori elementi possibili sulla vita e personalità del romanziere: malgrado tale impegno i bozzetti non furono accettati e Rodin restituì l’anticipo versatogli a suo tempo. Personaggio troppo prestigioso, Balzac, per poter essere messo da parte così facilmente, per cui Rodin, accantonata la delusione cocente per l’insuccesso, continuò con la lavorazione e non poche furono le opere realizzate e acquistate da vari cultori: curioso costatare che gran parte erano soprattutto busti e ritratti che rispecchiavano il vero volto di Balzac.
Tali gratificazioni e tali conseguimenti non furono di sollievo e di accettazione da parte dell’artista: sentiva che qualcosa mancava al suo Balzac! E alla fine concluse che tale insoddisfazione risiedeva nel volto! E così ancora per altri anni continuò in silenzio ad occuparsi del Balzac e di un volto a suo parere idoneo e degno: tenuta in disparte e ignorata, in realtà è stata l’opera che maggiormente ha avvinto e perfino affascinato la sua personalità di artista, tanto che il suo biografo ha raccolto queste parole in merito: “La résultante de toute ma vie, le pivot méme de mon aesthétique” “la risultante di tutta la mia vita, il fulcro stesso della mia estetica”.
Invero il monumento a Balzac è stato il solo impegno artistico veramente sofferto e vissuto nella sua immensa produzione, che però il successo strepitoso di altre sue realizzazioni ha fatto passare sotto silenzio e perfino oscurato. Va rammentato che il Balzac lo ha impegnato negli ultimi anni della sua vita e la fusione in bronzo è stata eseguita oltre venti anni dopo la morte.
Rodin aveva frequenti rapporti con i modelli e le sue agende, blocchi per note e appunti contenevano lunghe liste di nominativi della più grande originalità e anche provenienza, numerose anche di Roma; quasi sempre affianco ai nomi, gli indirizzi, qualche descrizione fisica particolare, l’età, le sue impressioni e talvolta raramente anche il nome dell’opera relativa. Tra i nominativi, numerosi quegli italiani, sovente in una grafia strana e approssimata: tra questi un nome, secondo l’elenco della Signora Pinet, appare almeno due volte con cognome Prechi o Pechi o Peschi: Celestin o Celestino e affianco, le due volte, Balzac! Qui ci arrestiamo.
Così nel 1939, l’artista era morto nel 1917, il gesso originario lasciato nello studio fu fuso in bronzo e la scultura alta 2,75 m su un piedistallo in marmo alto circa 1,2 m, fu collocata all’intersezione stradale più gigantesca di Parigi, tra il Boulevard Raspail e il Boulevard du Montparnasse, dove si leva maestosa quasi di fronte all’antico famoso caffè La Rotonde e al più moderno Charivari. Ma chi è il Celestino di Rodin? Chi ne ha mai parlato e individuato?
E in questo momento si innesta la figura di un personaggio, che può darci la risposta, una donna, analfabeta, una domestica, piccolina alta 1,55 circa, alla quale il destino ha riservato un ruolo tale che oggi ancora per la comunità di lingua francese del pianeta, rappresenta quello che è la Marsigliese o la Rivoluzione o Napoleone o Coluche cioè un monumento vivente! Stiamo parlando della Semeuse, la Seminatrice, cioè la figura di donna che con gli abiti svolazzanti e un copricapo in testa, spande la sua semenza in giro nei campi: è stata presente per parecchi anni sulla monetazione d’argento fine ‘800-inizi ‘900, poi per molti anni sui francobolli, poi negli anni ’60 su una moneta d’argento e oggi sugli Euro. La domanda: quale la relazione con Celestino-Balzac? Negli anni passati lo scrivente ha non poco indagato e ricercato per venire a capo di certe situazioni della Storia riferite a certe sue componenti poco o per niente conosciute e chi è curioso può consultare in particolare “MODELLE E MODELLI CIOCIARI A ROMA, A PARIGI, A LONDRA NEL 1800-1900” e nel corso di tali indagini in Valcomino si è imbattuto, tra l’altro, nel Sig. Mario Franciosa residente a Clamart, un sobborgo di Parigi, che negli anni cinquanta aveva frequentato la Seminatrice ormai avanzata negli anni. E il Sig. Franciosa è stato depositario, unico, delle confidenze e racconti, anche intimi e personali, di Rosalina Pesce, il nome dunque della Seminatrice, nata nel 1886 in un paesino della Valcomino e poco dopo emigrata a Parigi!
E uno dei ricordi era il seguente: Rosalina che per molti anni aveva abitato con la madre nel cortile di un palazzo alla Avenue du Maine 51 con davanti l’Hotel de Paris, oggi ancora sui luoghi dove ha occupato tutto il piano terra, ogni volta che per il suo lavoro di domestica -aveva rinunciato al ruolo iniziale di modella perché non amava denudarsi- passava davanti al monumento a Balzac, il suo cuore, racconta il Sig.Franciosa, sobbalzava e lei si inteneriva! Il volto di Balzac, scavato dalla fatica, le occhiaie profonde rivolte lontano, i capelli al vento, era il volto del padre: Celestino di Rodin, il Balzac di Rodin, in realtà era effettivamente Celestino Pesce, il padre della Seminatrice, patrimonio della Francia!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Didascalie:
-Volto di Celestino-Balzac,
-Il monumento davanti a La Rotonde.

Michele Santulli. L’on. Sgarbi, il brigante ciociaro.

Charles de Chatillon (1777-1844) è stato un pittore del periodo Impero, l’epoca di Napoleone il Grande e per molti anni amico e protetto di Luciano Bonaparte, fratello del Grande.
E l’occhio sopraffino di Vittorio Sgarbi nell’esaminare una rara collezione di opere raccolte da un collezionista ciociaro notò lo splendido quadruccio del 1827 di Chatillon raffigurante un magnifico ritratto del ‘brigante’ De Cesaris, da Sonnino, che ha ispirato il costume ciociaro da lui indossato.
Il Gonfalone di Arpino è una manifestazione che si ripete con vivacità da molti anni tra le varie contrade della città: si tratta di gare e competizioni di carattere eminentemente popolare, viste e ripetute in tutte le sagre e fiere analoghe.
Ad Arpino la peculiarità della manifestazione è lo spirito agonistico quasi campanilistico che anima le varie contrade, un palio vero e proprio e, degno del più grande plauso, tutti i partecipanti indossano il costume ciociaro come tramandato nella città e che le varie contrade fanno rivivere e promuovono folkloricamente.
E l’On. Sgarbi, neo sindaco di Arpino, pur se in contesti che certamente non attengono a Caravaggio o a Raffaello, ha intuito il valore non solo meramente folklorico della iniziativa: in effetti presentandosi al pubblico con addosso l’abito del brigante De Cesaris quale ritratto dal nostro pittore ha voluto dare la propria impronta alla salvaguardia e promozione del connotato ciociaro del Gonfalone, connotato che è ben altro che solo folklore.
Infatti il costume ciociaro nell’ambito della pittura dell’Ottocento è stato il soggetto più amato e più illustrato dalla gran parte degli artisti europei, anche dai titani dell’epoca quali Corot, Cézanne, Manet, Van Gogh, Picasso, Sargent, Leighton…una apoteosi unica, perciò presente in quasi tutti i musei del pianeta, come nessun altro soggetto specifico: eppure, incredibile a ribadirlo, ancora senza nome, sconosciuto, anonimo, anzi di nomi e appellazioni anche troppi, dieci, venti…ma nessuno il solo pertinente di: ciociaro!
Perciò la pubblica apparizione  dell’On Sgarbi nei panni del  ‘brigante’  di Chatillon, con orgoglio e senza esibizionismo, è pari, e non vado oltre il significato delle parole, a una rivoluzione: non solo perché mai fino ad oggi un politico, figuriamoci un sottosegretario della Repubblica, ha indossato il costume ciociaro ma perché, pur se con grande ritardo lo Stato, grazie appunto alla sensibilità e formazione dell’On Sgarbi che lo rappresenta, ha preso coscienza di questo capitolo fondamentale dell’Arte Occidentale, così ignorato e anche vilipeso nella sua patria d’origine.
Alla luce della collezione, unica nel genere, da lui più volte esaminata e anche  della bibliografia a lui sottoposta, l’On. Sgarbi ha riconosciuto  e compreso,  senza condizionamenti esteriori,  l’alto  significato implicito nel tema e sicuramente porterà avanti la promozione e riscoperta  della rilevanza del costume ciociaro: è vero, il ritardo perfino macroscopico, basti rammentare che già nella metà del 1800, all’epoca  delle guerre di indipendenza, il grande Daumier, nel quotidiano  ‘Charivari’ identificava l’Italia che si risvegliava alla lotta dal suo torpore secolare non con Cavour o Garibaldi bensì con un brigante ciociaro! Oppure,  quasi cinquant’anni dopo,  alla Bourse de Commerce di Parigi, quell’istituzione commerciale di valore internazionale che ancora oggi si ammira nel centro cittadino ridata a nuova vita dall’imprenditore Pinault, ebbene alla fine del 1800 come si nota sull’immenso  affresco che scorre sotto la cupola, tra i continenti  dipinti a ricordo  che avevano rapporti di affari con la Francia, il continente Europa tra navigli, facchini, mercanzie, ecc. era, ed è, impersonato in primo piano da una coppia di ciociari! A conferma paradigmatica, secondo la Francia, già a quell’epoca! della valenza pari a lingua franca addirittura internazionale del costume ciociaro, come per oltre cento anni avevano già documentato gli artisti europei.
La essenza del costume ciociaro, come ha già ben visto la Francia da duecento anni, è culturale e anche identitaria perché patrimonio universale e allo stesso tempo identitaria dell’Europa, come nessun altro!
E L’On. Sgarbi, pur figlio di Ferrara e degli Estensi e del Rinascimento, ha intuito la valenza non solo cosmopolita del costume ciociaro e indossando la vestitura del brigante di Sonnino, con un chiaro richiamo anche alla dimensione  territoriale storica  di Ciociaria  ne ha voluto confermare il multiforme significato artistico e culturale nonché prevederne perfino la titolarità a emblema e simbolo dell’Italia: in effetti per tanti artisti fu naturale le loro donne ciociare intitolarle: L’Italiana, così Manet, così Van Gogh, così Picasso,  così tanti altri. E a ulteriore conferma della titolarità del costume ciociaro a simbolo e marchio dell’Italia, e non solo dell’Europa come per la Francia, oggi per la prima volta riconfermata grazie all’On. Sgarbi, si vuole ricordare che dopo il  fatale 20 settembre 1870  la stampa mondiale  riportava più o meno la medesima illustrazione commemorativa: una bella signora con la corona in testa, l’Italia, che con una mano salutava il soldato bersagliere liberatore di Roma e con l’altra  il popolo liberato rappresentato da un ciociaro, cioè il contrassegno  della Roma papalina dell’epoca, come ricordò anche Carducci nella famosa lirica e prima di lui Pio IX nella Stanza dell’Immacolata nei Musei Vaticani. E, ancora, nei Musei risorgimentali, in tutti i dipinti che illustrano l’Italia che abbraccia le regioni liberate, gli abiti indossati da tutte sono quelli ciociari, a sottolinearne dunque già all’epoca, fatto nuovo!  che la connotazione ‘nazionale’  per così dire quasi trascende e annulla quella  originaria di  ciociara!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Anna Marinetti. Il Venetico.

Il venetico è una lingua indeuropea, attestata da oltre 500 iscrizioni datate dal VI al I sec. a.C. e provenienti soprattutto dall’attuale regione italiana del Veneto (in pochi casi, dal Friuli Venezia-Giulia, dall’Austria e dalla Slovenia).
La scrittura utilizzata è un alfabeto locale di derivazione etrusca.
Le iscrizioni venetiche comprendono testi funerari, votivi e pubblici, resi — tranne alcune eccezioni — mediante schemi formulari. Ampiamente documentata è l’onomastica (nomi personali; formula onomastica maschile e femminile).
Le strutture della lingua (fonologia, morfologia, sintassi e lessico), data la natura frammentaria del venetico, sono conosciute solo parzialmente; permangono problemi relativi alla classificazione, anche se è ormai accertata l’appartenenza al ramo italico dell’indeuropeo.

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Autore: Anna Marinetti – Dipartimento di Studi Umanistici, Università Ca’ Foscari Venezia – inda@unive.it

Leggi anche: Culti del Veneto preromano, di Anna Marinetti

Vedi anche video: Lingue e scritture dell’Italia preromana – Il Venetico, vai a >>>>>>>>