Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Michele Zazzi. Ceramica etrusca argentata.

Per ceramica etrusca argentata (detta anche volsiniese) s’intende una classe di vasi prodotti in età ellenistica (fine IV – III secolo a.C.) decorati a rilievo e rivestiti da una pellicola/patina bianco grigiastra ad imitazione dell’argento. Si tratta di una produzione a basso costo di forme metalliche, un surrogato dei preziosi vasi metallici.
Le analisi hanno evidenziato che sulla superficie dei vasi della specie veniva applicato lo stagno in lamine (foglie) mediante collanti o immergendo il reperto nello stagno fuso (stagnatura a caldo). Entrambe le soluzioni sono documentate. Peraltro secondo esperimenti condotti dal Departement of Classical Studies dell’Università di Lund l’effetto originario del procedimento della stagnatura a caldo doveva essere quello di ottenere una superficie color oro piuttosto che argento.
Tale ceramica risulta essere stata prodotta principalmente nel volsiniese (Orvieto e Bolsena) ma anche nel falisco (Falerii, Corchiano, Vignanello) ed in misura minore a Volterra. Una certa presenza di ceramica argentata è stata registrata nel territorio tarquiniese, nell’agro vulcente ed in quello chiusino, probabilmente importata dai distretti falisco e volsiniese.
La ceramica argentata consiste per lo più di forme vascolari, di grandi e piccole dimensioni, relative alla sfera del banchetto ed al consumo del vino (prevalentemente crateri, anfore, situle, oinochai, patere, colini, askoi) e di solito le decorazioni, che talvolta presentano applicazioni plastiche (il più ricco repertorio si ritrova nella produzione volsiniese), hanno ad oggetto scene e personaggi mitologici (amazzonomachie ed episodi legati ad Eracle, Teseo, Perseo, Achille).
Nella grande maggioranza dei casi i reperti della specie – quasi tutti rinvenuti in contesti tombali – risultano privi di caratteristiche necessarie per l’utilizzo durante la vita reale (anfore senza fondo, colini con fori non passanti, situle prive di orifizio, fragilità dei vasi, etc …); i manufatti quindi prevalentemente avrebbero avuto una funzione esclusivamente (simbolico) funeraria con riferimento ai banchetti nella vita ultraterrena. Alcuni esemplari, prima della loro destinazione funeraria, potrebbero anche essere stati usati come arredi di abitazioni, come sembrerebbe attestato da seppur rari rinvenimenti in contesti urbani (es. frammenti di ceramica argentata rinvenuti a Bolsena presso l’Anfiteatro e a Poggio Moscini). Anche l’utilizzo della ceramica in oggetto in contesti votivi risulta piuttosto raro (es. stipe votiva del Carraccio a Vulci).
I corredi tombali che hanno restituito ceramica argentata sembrano connotare famiglie aristocratiche (in particolare nell’area volsiniese e nel volterrano) e gentes appartenenti al ceto medio e medio alto (prevalentemente nel territorio falisco).
Per completezza si precisa che con la stessa tecnica sopra specificata venivano realizzate anche appliques decorative per mobili e cassoni lignei per inumati.

Sulla ceramica etrusca argentata cfr., tra gli altri:
– Giulia Dionisio, La ceramica argentata volsiniese nei musei dell’Etruria: progettazione di un museo interattivo, 2016, MUSINT II: Nuove esperienze di ricerca e didattica nella museologia interattiva;
– Laura Maria Michetti, Le ceramiche argentate e a rilievo in Etruria nella prima età ellenistica, Giorgio Bretschneider, 2003, Accademia Nazionale dei Lincei Monumenti Antichi, Serie Miscellanea Vol VIII;
– Maria Stella Pacetti, Vasi argentati in Da Orvieto a Bolsena: un percorso tra Etruschi e Romani, Pacini editori, 2013, pagg 334 e ss.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Lorenzo Morone. Cominium Ocritum e le forche Caudine: una storia eretica.

Il lavoro di Morone -a differenza di tan􀆟 altri studi- non ha la pretesa di fornire risposte defini􀆟ve ai tanti interrogativi che la storia millenaria del Sannio pone, ma ha la nobile ambizione di suscitare dei dubbi, di alimentare la curiosità, di accrescere la passione: tutti elementi indispensabili per chi è alla ricerca della verità. Per anni ci siamo accontentati della versione ufficiale, quella entrata nella
memoria collettiva è divenuta consuetudine, senza farci domande, rifiutando interrogativi che ritenevamo superflui. Ed abbiamo sempre considerato secondari i luoghi della ba􀆩aglia, rispetto all’enormità dell’evento che, al contrario, ebbe già all’epoca un’eco travolgente. Né vanno dimenticate le pietre “saggiamente disposte” sul Matese, un incredibile giacimento demoetnoantropologico definito, dal MiBACT, “di eccezionale valore demoetnoantropologico.

Leggi tutto nell’allegato: Cominium Ocritum e le forche Caudine una storia eretica

Autore: Lorenzo Morone – morone.morone@libero.it

Michele Zazzi. Il sarcofago di Laris Pulenas (detto anche del magistrato) a Tarquinia.

Il 12 novembre 1978 Luigi Dasti (sindaco di Corneto del tempo) scoprì a Tarquinia nella Necropoli dei Monterozzi la tomba dei Pulenas, che presentava struttura teatriforme ed era decorata con riquadri rossi sul soffitto e corone floreali alle pareti. L’ipogeo, oggi scomparso, conteneva ben 21 sarcofagi; tre di questi, tra cui anche quello di Laris Pulenas, furono rimossi dalla tomba e sono conservati presso il Museo Nazionale di Tarquinia.
Il sarcofago in oggetto (lunghezza 1,98 m, larghezza 62 cm, altezza 63 cm) è in nenfro.
Sul coperchio vi è rappresentato il defunto, un uomo anziano semi recumbente con braccio sinistro appoggiato su due cuscini, che tiene tra le mani un rotolo (papiro) parzialmente aperto recante una lunga iscrizione in parte lacunosa. Si tratta del più lungo epitaffio etrusco conosciuto.
La cassa è ornata da un bassorilievo con scena di carattere infernale. Al centro un personaggio privo di testa, probabilmente il defunto. Ai lati di quest’ultimo due demoni muniti di martello (Charun ?). A destra seguono una figura alata femminile (Vanth, lasa ?) ed un personaggio di bassa statura. Sulla sinistra accanto al demone vi sono un uomo ammantato volto verso un’altra figura alata femminile.
Il testo dell’iscrizione, la cui interpretazione da parte degli studiosi è piuttosto controversa, si compone di circa 60 parole (originariamente dipinte in rosso) ed è distribuito su 9 righe scritte da destra verso sinistra.
Dall’iscrizione si evince che Laris Pulenas era figlio di Larce, nipote di Larth e di Velthur e pronipote di Laris Pule Greice (origine, provenienza greca?). Ad avviso dello studioso Jaques Heurgon, Laris Pule Greice, il bisnonno di Laris Pulenas, sarebbe da individuare con l’indovino greco Polles (citato da tardi scrittori bizantini), autore a sua volta di opere sull’arte divinatoria.
Dall’epitaffio si evince che Laris Pulenas sarebbe stato autore di testi aruspicini (“zịχ nẹθσrac”) e non è escluso che abbia esercitato l’aruspicina. Avrebbe svolto una qualche attività relativa ai culti degli dei Catha (“caθas”), Pacha (“paχanac”), Culsu (“culsl”) e forse Hermes (“hermeri”).
Il testo, secondo alcuni, sembrerebbe far riferimento alla consacrazione di luoghi sacri (tempio, sacello) ed alla donazione di statue alle divinità. Laris Pulenas inoltre avrebbe forse ricoperto anche un’alta funzione ammnistrativa nella città di Tarquinia (“creals . tarχnalθ . spurem . lucaircẹ”). Il termine “parniχ” nella parte finale dello scritto è stato confrontato con la forma parχis dell’iscrizione magistratuale zilaθ parχis.
Nell’incertezza interpretativa dell’epitaffio Laris Pulenas è stato anche descritto come un personaggio influente della Tarquinia di III secolo che avrebbe avuto un ruolo importante nell’esercizio del culto, realizzando anche opere di culto (mecenate), ma che, anche in considerazione dell’origine straniera della famiglia di appartenenza, avrebbe agito a titolo privato e senza ricoprire incarichi pubblici.
Dunque questo membro di spicco della famiglia dei Pulenas assunse iniziative rilevanti nella sfera religiosa della comunità tarquiniese e forse svolse anche vere e proprie funzioni sacerdotali; il suo coinvolgimento nell’ambito magistratuale locale resta piuttosto incerto.
Il monumento, conservato nel Museo Nazionale di Tarquinia, è databile intorno al 270 a.C.

Sul sarcofago di Laris Pulena cfr., tra gli altri:
– Alberto Palmucci, Il rotolo di Laris Pulena, Traduzione dall’Etrusco, commento e note, Genova “Molassana”, 2016;
– Giovanni Schioppo, Laris Pulena;
– Giulio M. Facchetti, L’enigma svelato della lingua etrusca … Newton & Cmpton Editori, 2000, pagg. 62 e ss.;
– Enrico Benelli, Iscrizioni etrusche leggerle e capirle, SACI edizioni, 2007, pag. 262;
– Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, 1984, pag. 441;
– Valentina Belfiore, Studi sul lessico “sacro”: Laris Pulena, le lamine di Pjrgi e la bilingue di Pesaro in Rasenna: Journal of the Center for Etruscan Studies, 2011, Volume 3, Issue 1, Article 3;
– Tarquinia Museo Archeologico Nazionale, Guida breve, “L’Erma” di Bretschneider, 2002, pagg. 30 – 31.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Francesca Bianchi. Alla scoperta del Parco storico archeologico di Sant’Antioco (II parte).

La seconda puntata del reportage realizzato al Parco storico archeologico di Sant’Antioco (SU) è dedicata al MAB – Museo archeologico “Ferruccio Barreca” e al Tofet.
L’operatrice turistica Daniela Dessena ha ripercorso per i nostri lettori la storia del Museo archeologico, realtà museale che accoglie un’ampia gamma di reperti provenienti dall’isola di Sant’Antioco, e del tofet, santuario fenicio-punico che ha restituito circa 3500 urne e 1500 stele…

Leggi tutto nell’allegato:

Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com