Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Francesca Bianchi. Paolo Giulierini: al Mann continua il racconto dell’epopea di Alessandro Magno.

Lunedì 9 ottobre il Mann ha ospitato la presentazione del volume Alessandro Magno, edito da Electa, con testi di Filippo Coarelli ed Eugenio Lo Sardo, che ne sono anche i curatori, e una preziosa raccolta di saggi di Stefano De Caro, Anna Trofimova, Emanuele Greco, Calogero Ivan Tornese, Paola Piacentini, Luca Attenni, Fausto Zevi, Theodoros Mavrojannis, Elena Calandra, Michaelis Lefantzìs, Laura Giuliano, Lara Anniboletti, Paolo Giulierini, Laura Forte.

Leggi tutto nell’allegato: Alessandro Magno – intervista Direttore MANN Giulierini

Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com

 

Mario Zaniboni. CARNIX, la tromba celtica da guerra.

A metà del ‘900, a Sanzeno, una località trentina della Val di Non, un gruppo di ricercatori, durante una serie di scavi, trovò, insieme a tanti altri reperti, pezzi di due strumenti a fiato antichi, che sono stati riconosciuti come quelli che i Celti suonavano in battaglia, cioè i cosiddetti carnices (il nome carnix deriva da una parola gallica dal significato di corno, osso o legno, a indicare che erano oggetti di forma allungata; del resto la radice è la stessa dal nome del dio dalle corna Cernunnos).
Erano in osso o legno e la loro funzione era quella di stimolare, con il loro potente suono, il valore dei combattenti e di incitarli alla lotta e, nello stesso tempo, di terrorizzare i nemici, oltreché, probabilmente, per dare ordine alla truppa di avanzare oppure di ritirarsi, a seconda che si trattasse di una ritirata strategica oppure di un principio di disfatta; ma non è detto che, al contrario, fossero legati a forme rituali e per farsi sentire dagli dei.
Stando a quanto si trova negli scritti dello storico greco Polibio in merito alla battaglia di Talamone del 225 a.C. contro i Celti, questi avevano un grande numero di suonatori forniti di tali trombe che, con il loro suono, davano coraggio ai combattenti, stimolandoli a combattere nel tumulto della battaglia.
Nel I secolo a.C., Diodoro Siculo, nato nella città siciliana di Agira, asseriva che i Celti suonavano trombe particolari, che emettevano un suono aspro confacente con il corso delle battaglie, forse facendo riferimento a questi.
E, poiché si trattava di reperti molto rari, datati fra il V secolo a.C. e il VI secolo d.C., la Sopraintendenza per i Beni Culturali della provincia di Trento, con l’appoggio di altri enti interessati, nel 2008 diede il via ad un programma con l’intento di individuare esattamente la tipologia degli strumenti, di esaminare il luogo di reperimento ed i rapporti esistenti fra i vari rami della popolazione celtica, stanziati nell’Europa centro settentrionale, e dei Reti, residenti nell’Europa meridionale e nell’Italia del nord.
La analisi sono state attente e puntuali, ricorrendo all’uso dei più moderni e sofisticati metodi e mezzi tecnologici, dalla radiografia alla micro diffrazione ai raggi X, alla micro spettrografia, al microscopio ottico metallografico e a quello elettronico a scansione.
Poi, si è costruita una copia in ottone, lega molto più facile da lavorare di quella costitutiva degli originali, della quale si è provato a produrre lamine nel laboratorio di metallurgia.
Il risultato è stato uno strumento a fiato, lungo sul metro e ottanta centimetri, che termina con un tratto a forma di “S”, aperto a formare una specie di campana o di tromba con aspetto zoomorfo, mentre la parte inferiore termina con un bocchino attraverso il quale il suonatore può insufflare l’aria. La lunghezza era prevista in modo tale che, tenuta verticalmente, non solo potesse farsi sentire dall’alto, ma che pure fosse visibile dai soldati in tutto il campo di battaglia, come un alto stendardo munito di una struttura capace di emettere un potente suono che, stando al parere del già richiamato storico greco Polibio, vissuto nel II secolo a.C., era emesso da tanti suonatori per rendere infernali le grida ed il frastuono della battaglia, rendendola eccitante ed entusiasmante per una parte dei combattenti e terrificante per l’altra; e questo racconto faceva preciso riferimento alla Battaglia di Talamone, località del grossetano, che fu combattuta nel 225 a.C.; e nel I secolo a.C., c’è stato pure il commento del greco Diodoro Siculo, nato nella città siciliana di Agira, in merito al suono delle trombe dei Celti, che emettevano un potente suono aspro.
In precedenza, erano stati trovati solamente cinque resti di carnix, in altrettanti territori, anche lontani fra di loro: infatti furono rinvenuti in Scozia, Francia, Germania, Svizzera e Romania a dimostrazione della popolarità che aveva lo strumento.
Durante gli scavi, eseguiti nel 2004 sotto il controllo di illustri ed esperti archeologi nella località francese di Tintignac nel dipartimento di Corréze, alla profondità di una trentina di centimetri, si sono reperiti molte armi e oggetti da combattimento (spade, lance con la punta metallica, scudi, elmi e altro ancora); ma ciò che interessò maggiormente fu il ritrovamento dei resti di sette carnices, dei quali, fortunatamente, uno era quasi completo; essi formavano – se così lo si può definire – un piccolo campionario, in quanto quattro avevano la forma di cinghiale, il quinto lo aveva di serpente di specie non individuata, mentre gli ultimi due ricalcavano la figura di uccelli.
Questi carnices diedero modo di stabilire la natura, fino ad allora sconosciuta, di frammenti metallici trovati in Italia, cioè come appartenenti a quel tipo di strumenti.
I sette carnices trovati diedero a Christophe Maniquet, archeologo dell’INRAP (Istituto Nazionale delle Ricerche Archeologiche Preventive) il destro per affrontare il problema del suono che questi potevano emettere durante la battaglia, facendo disorientare e ammattire i nemici o quando si invocavano gli déi, in particolare la divinità Teutatis. Secondo lui, gli strumenti prima di essere interrati furono danneggiati e distrutti per impedire che altri, che ne fossero venuti in possesso, li usassero. I reperti erano più di cinquecento, costituiti di materiale ferroso o bronzo, uniti insieme per fare un’offerta importante agli déi. Una quarantina di questi furono individuati come appartenenti a carnix. Naturalmente, essendo impossibile sentire il suono che sarebbe dovuto pervenire dal passato, Maniquet si rivolse al laboratorio acustico dell’Università di Maine – CRS di Le Mans: qui, sotto la guida di Joël Gilbert, profondo conoscitore degli strumenti musicali in ottone, analizzò attentamente ciò che si trovava fra le mani.
Che lo strumento fosse noto e diffuso lo dimostrano i diversi casi in cui sue rappresentazioni furono riprodotte; per esempio, si trova nel conio di molte e diverse monete antiche e anche nelle lamine di altri oggetti, come quelle del calderone trovato nella località danese di Gundestrup e datato nel I secolo a.C.; in questo recipiente sono rappresentati suonatori di carnix durante un rito.
Questi strumenti erano ritenuti dai Romani come elementi appartenenti a popoli eminentemente barbari.
I carnices, di cui nel XX secolo si sono costruite molte copie prendendo gli originali come modelli, sono una rappresentazione reale del collegamento esistente fra la materia palpabile e quella evanescente delle onde sonore: un connubio di grande interesse scientifico e culturale, che da sempre ha coinvolto scienziati e tecnici in ogni parte del mondo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Santulli. Le lucciole di Pasolini.

Il 1° febbraio 1975, l’anno anche del suo assassinio, apparve nel Corriere della Sera l’articolo famoso. In verità lo scrittore nel suo saggio sta parlando di democristiani e di fascisti, cioè della realtà politica reale di quegli anni ’60, gli anni appunto della scomparsa delle lucciole a causa dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua. Pierpaolo Pasolini parla di una “irreversibile degradazione del popolo italiano” rispetto sia alla situazione politica sia alla “straziante scomparsa delle lucciole”.
La pagina incancellabile di Pasolini sulla scomparsa delle lucciole ci è di spunto per soffermarci su tale pagina terribile della violenza degli umani sugli animali. Ci vogliamo risparmiare considerazioni filosofiche e letterarie al riguardo ed omettere che il Vecchio Testamento non è stato generoso verso gli animali a differenza di altre confessioni invece rispettose e soffermarci, quale monito, solo sulla crudeltà e ferocia di cui, stando alle cronache quando appaiono, sono stati fatti segno, oggi ancora di più, gli animali, da sempre.
L’episodio di Anagni di qualche settimana addietro in cui ragazzi adolescenti e maggiorenni, scolarizzati, alla presenza di madri e padri, hanno ammazzato a calci una capretta, a guisa di partita di calcio, nella indifferenza degli spettatori, ecc., è un episodio che circoscrive alla perfezione sia la ferocia innata del bipede sia il fallimento o la non esistenza o non presenza, non dico della società in generale, ma sicuramente della scuola e dei genitori prima di tutto.
Tale episodio di teppismo gratuito ricorda, pure nella sostanza, l’altro episodio di quegli altri ragazzi che hanno giocato a pallone con un gattino come pallone, fino alla sua morte, e la madre di uno di essi tutto afflato lirico a perdonare, a scusarsi, perfino a giustificare -e le giustificazioni non mancano mai!- ma non ad aggiustare un paio di sonori schiaffoni o calci in culo a tali piccoli imbecilli, per non ricordare i padri dell’episodio della capretta i più colpevoli, che si indignavano a sentire i loro figli qualificati in un certo modo, pur mai corrispondente alla gravità del misfatto: Pasolini e non solo lui, avrebbe parlato di “teppismo ideologico somatizzato”, di “irrisione, disprezzo della pietà” e ricordato che “I figli hanno una esistenza simile a quella dei padri. Essi sono anzi destinati a ripetere e a reincarnare i padri”.
I colpevoli impuniti di queste vicende mostruose sono perciò prima di tutto i familiari e poi la scuola e, non di meno, la televisione. Sono neonazisti, inutile e ipocrita giuocare con le parole: “Non c’è che un passo dall’atonia morale e dalla irresponsabilità sociale…alla pratica di seviziare e di ammazzare”.
I cacciatori americani che complici, per soldi, i governanti africani, ammazzano leoni per farne trofei nelle loro case, i più perversi la feccia dei bracconieri che dopo aver colpito un rinoceronte per privarlo del corno perché afrodisiaco secondo i malati di mente che ne richiedono la polvere o le zanne di un elefante per l’avorio o un leopardo per ricavarne la pelle per vestimenti, quasi sempre li lasciano morire in chissà quali sofferenze e loro, i bracconieri, impuniti e incolumi, pronti per altre efferatezze.
Altra categoria sostanzialmente impunita è quella dei personaggi che catturano gli animali per commercio. Altrettanto terribili e spietati sono la pesca ormai a livelli industriali, e la caccia vera e propria alle balene e agli squali e quella spietata e della massima crudeltà, della caccia e sterminio degli inermi pinguini e dei delfini e delle foche da parte soprattutto delle popolazioni scandinave.
Continuare con tali lugubri elencazioni è motivo di sconforto e di disperazione, soprattutto nella costatazione che i rimedi e le buone iniziative sono ben poca cosa rispetto alla volontà generale, consapevole o meno, dell’eccidio e della distruzione: recentemente le nostre autorità governative hanno decretato che la caccia può svolgersi anche nei periodi non previsti e anche in zone fino ad oggi vietate e che, notizia di questi giorni, è stato liberalizzato il taglio degli alberi senza chiedere autorizzazioni o altro, per favorire la industria del legno, in sofferenza!
Che ancora debba aver valore ed esistere il ‘verbo’ ammazzare riferito agli animali, è il massimo dell’oltraggio nonché del sottosviluppo e del “vuoto etico”: che si ammazzino i bipedi tra di loro, è perfino normale, fa parte della propria genetica ma ammazzare un agnello o un vitello o un ‘galletto’ per poi, tra l’altro, mangiarli è un atto di pura ferocia e aggressività o un comportamento inconsapevole o irresponsabile.
Ricordiamo in merito che i maggiori e più spietati distruttori della fauna selvaggia sono stati gli antichi Romani che per almeno cinquecento anni, e non solamene a Roma, hanno considerato le belve feroci oggetto delle più depravate e perverse e inimmaginabili pratiche ludiche: non si riesce ad immaginare la proporzione di una e vera propria organizzazione e industria della caccia alle belve tanto che in tutta l’Africa del Nord è stata cancellata completamente ogni traccia della presenza dei leoni, degli elefanti, dei coccodrilli, ecc.!!
Rimettiamo al lettore di esprimersi sugli eleganti stivali di donna o sugli abiti e giacche di pelle o sulle pellicce, ecc. e sulle lucide scarpe di cuoio o sulle borsette! Il degrado sociale ed educativo è tale da ritenere normale la violenza a danno di creature indifese ed innocue.
La televisione, in merito, semplicemente riprovevole con, tra l’altro, la sua pubblicità: ben scriveva Pasolini di chiuderla! Oggi ancora di più. E’ a dir poco ancora più disdicevole che a scuola debba sistematicamente essere fatto ritenere atto normale quello di esercitare violenza su un altro essere, e quindi ammazzare.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu