Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Sandrino Luigi Marra. Breve analisi politica e sociale di un uomo chiamato Maometto.

La vita e le azioni sociali e politiche di Maometto, in arabo Muhammad, ruotano intorno al componimento del testo sacro dell’Islam, il Sacro Corano.
Egli nasce e vive in una regione del Medio Oriente conosciuta come Penisola Arabica (oggi identificata più nell’odierna Arabia Saudita) vasta e particolarmente arida e desertica che comprendeva l’intera penisola come la conosciamo oggi estendendosi dal confine con la Turchia fino alle coste del mare Arabico. Un luogo in apparenza desolato, una terra che di fatto era il confine a Est tra l’Africa e l’Asia, o meglio l’Estremo Oriente, dove essa nel VI° secolo dopo Cristo era al centro tra l’Impero Bizantino e l’Impero Sasanide, ovvero l’Impero Romano d’Oriente e i persiani Sasanidi. Era terra di commercianti per la maggior parte nomadi, di carovanieri di fatto, di una moltitudine di tribù che viveva di scambi commerciali tra le regioni del Nord Africa e l’Estremo Oriente.
Pochi gli agglomerati urbani in tale terra ma ove esistevano erano piccoli paradisi, sviluppatisi intorno ad oasi verdeggianti e ricche di acqua che dal sottosuolo risalendo in superficie portava vita, prosperità e ricchezza, più di quanto si possa pensare.
Una società tribale e patriarcale con una spiritualità politeistica e animista, ma che contemporaneamente si rapportava con il monoteismo di ebrei e cristiani in una multiculturalità che si legava in particolare alle origine “semitiche” delle tribù arabe, riferendosi a quei popoli che parlavano lingue appunto del ceppo semitico, ovvero gli Arabi, gli Ebrei, gli Aramei, gli Assiri, i Cananei. Un luogo dove emerge tra le città-oasi, la ricchezza di queste e la loro varietà e finezza culturale, la Mecca del VI° secolo d.C.
Tra il 602 e il 628 si combatté la grande guerra romano-persiana. I due imperi finiscono con l’indebolirsi a vicenda favorendo la crescita economica di Mecca, la quale con l’abbandono della via di commercio tra Siria e Mesopotamia, a tutto vantaggio della via del mar Rosso, riesce a sfruttare il vicino approdo marittimo di Gedda. Ne vengono così, dal punto di vista tribale, favoriti i Quraysh, tribù dominante di Mecca, divenendo i principali organizzatori di grandi carovane e nella loro città a grandi fiere annuali (mawṣim). Una ricchezza che si riflette anche nella cultura, documentata dalle splendide Mu‘allaqāt, una raccolta di sette componimenti poetici caratterizzati da un grado di perfezione stilistica e linguistica che prelude a quello del Corano, oltre a testimoniare i sentimenti, le aspettative ed i valori (spesso materialistici ed edonistici) della vita beduina nell’Arabia del tempo.
Al tempo dunque di Muhammad l’Arabia è una regione in forte crescita economica, ma con divisioni interne di carattere tribale che di fatto rallenta in parte tale crescita. Muhammad è un Quraysh e cresce (dopo essere rimasto orfano, secondo la tradizione) nella famiglia dello zio Abu Talib, un agiato commerciante meccano. In tale ambiente da adulto comprende, molto probabilmente, il freno economico del suo paese, egli è conoscitore della realtà carovaniera e delle possibilità che il commercio offre. Ha acquisito nel tempo una enorme esperienza in materia, prima attraverso i viaggi delle carovane dello zio, poi dopo il matrimonio con la ricca vedova Khadigja con l’amministrazione del patrimonio commerciale di lei. E ‘così che si rende conto che la frammentazione tribale e religiosa fatta di un politeismo vario e variabile da luogo a tribù, è più un danno che un bene.
E’ vero che la ricchezza delle singole tribù non è soggetta ad un centralismo statale, ma è anche vero che è soggetto invece ad una notevole dispersione.
All’età di 40 anni matura una spiritualità particolare e nuova, fondata sulla hanīfyya, la “religione naturale monoteistica” del genere umano. A Mecca all’epoca di Muhammad ebrei e cristiani, incentrano il proprio culto intorno alla Ka‘ba, la pietra sacra (di origine meteoritica) la cui venerazione era intrinsecamente legata alla vicenda di Abramo. Matura una visione teologica-politica dove comprende che il politeismo rappresenta una frammentarietà anche sociale, la società a cui appartiene è lo specchio di tale politeismo, è smembrata, suddivisa esattamente come tale religione. Comprende che la grandezza storica di alcune realtà vicine sia territorialmente che storicamente, sono il risultato di una visione teologica-politica monoteista ovvero un monoteismo religioso, un monoteismo politico. La non lontana Costantinopoli che ben conosce per rapporti commerciali aveva avuto con l’Imperatore Costantino e il Cristianesimo come religione di Stato un esempio di grandezza politica ed economica.
Inizia così con tale visione della società la sua “illuminazione”, la sua predicazione incentrata sulla parola di “Allah” (Dio), dove egli è solo la voce del Signore, è il tramite del verbo di Dio. Nel 612 la missione di Maometto diventa pubblica ed egli comincia a diffondere la parola di Allah, inizia così la rivelazione coranica; è l’Islam, traducibile con “sottomissione, abbandono, consegna totale di sé a Dio” che deriva dalla radice “aslama”, congiunzione causale di “salima” che significa “essere o porsi in uno stato di sicurezza”, ed è collegato alla parola “salām” ovvero pace. Ma è proprio da tale “illuminazione spirituale” che iniziano i primi dissidi con i Meccani, che lo accusano di essere un mago. Alla morte della moglie e dello zio egli decide di emigrare, ha necessità di un nuovo luogo e di un nuovo campo di azione, forse comprende anche che le accuse che gli vengono rivolte quale mago, non sono solo dispregiative, ma mascherano l’intento di una sua eliminazione fisica.
Il suo predicare fa proseliti e li fa anche all’interno di un ceto sociale di ricchi commercianti. Sua moglie (ricca commerciante) crede nelle sue parole, non solo nel monoteismo che il marito professa, ma nella eguaglianza sociale che professa, nella fratellanza, nella parità dei diritti e dei doveri tra uomini e donne in una realtà fortemente patriarcale. Suo Zio lo appoggia, ma lo appoggiano anche altri ricchi commercianti meccani, così come lo appoggiano la comunità ebraica e cristiana, ma anche i senza diritto, gli schiavi e gli umili, il mendicante ed il pastore. E’ una sorta di rivoluzione sociale, dove si annullano le differenze intrinseche di una società tribale.
Muhammed sconvolge un ordine costituito da sempre, appare forse un folle, che attraverso certe parole certe idee sovverte usi, costumi e tradizioni, ma soprattutto l’ordine sociale. Non è possibile pensare ad una eguaglianza dove chiunque non solo può arricchirsi attraverso il lavoro, ma nella nuova società deve guardare al più debole, al più fragile, occuparsi di questo, deve non fare più distinguo alcuno tra le persone, si è fratelli e sorelle figli di Allah, e come figli in una famiglia contribuire al miglioramento della famiglia stessa. Forse comprende che restare a Mecca è pericoloso per la sua stessa vita.
Emigra, si sposta a Medina, dove trova una realtà più aperta, più attenta al suo modo di vedere e qui non edifica una struttura politica istituzionale, né tantomeno si fa capo di una gerarchia ecclesiastica. Al contrario, rifiuta di farsi chiamare “re” ed esercita il comando politico sul modello dello shaykh beduino, un primus inter pares riconosciuto come guida dalla comunità (la Umma) e che prende le decisioni fondamentali della vita collettiva solo dopo essersi consultato con i maggiorenti, secondo il costume della consultazione (shurā; una prefigurazione e una legittimazione di una forma di governo democratica).
Conserva così le tradizioni, ma contemporaneamente diviene guida politica, non per diritto divino ma per decisione della collettività. Dal punto di vista religioso non si professa figlio di Dio, è solo la voce di Dio, è un semplice profeta, non ha nulla di divino e ciò impressiona chi lo ascolta. Ma rispetto al primo periodo, al periodo meccano dove accetta passivamente di subire la persecuzione a cui i Qurayshiti sottopongono lui e i suoi primi seguaci, il secondo periodo a Medina è il momento di una decisa svolta e “storicizzazione” della nuova rivelazione.
Nel periodo medinese Muhammad, a differenza di quanto aveva fatto finché predicava a Mecca, si erge a vero e proprio capo carismatico di una neocostituita comunità politica e sociale, la Umma dei credenti, che prende le armi per difendersi dagli attacchi dei meccani politeisti e dei loro alleati e per realizzare un nuovo soggetto teologico-politico.
Dopo qualche iniziale difficoltà politico-militare segue la svolta decisiva. Riesce a sottomettere le tribù beduine unificandole sotto un’unica entità religiosa ed un nuovo credo, il quale ad una nuova visione di fratellanza conserva parte delle tradizioni.
Alla sua morte il lascito è non solo religioso ma anche politico e attraverso i suoi successori si giunge ad una realtà sociale e territoriale (Impero Ottomano) giunta fino agli inizi del ventesimo secolo. Dal punto di vista religioso l’Islam nato attraverso la “dettatura del Corano” è oggi la seconda religione nel mondo per numero di fedeli, ma questa è un’altra storia.

Autore: Sandrino Luigi Marra – sandrinoluigi.marra@unipr.it

Michele Zazzi. Chi erano gli etera etruschi?

Alcune iscrizioni funerarie etrusche – per lo più provenienti dal territorio perugino – contengono la parola etera.
Nell’incertezza sul significato dell’espressione (riportata nel contesto di formule) la stessa è stata interpretata da Enrico Benelli come riferibile all’ambito sepolcrale (spazio consacrato, sepoltura, tomba o qualche aggettivazione correlata alla stessa).
La maggioranza degli studiosi ritiene però che l’espressione in oggetto riguardi una determinata classe di persone. Per alcuni etruscologi si tratterebbe di una categoria sociale inferiore rispetto ai cittadini di pieno diritto, ad avviso di altri studiosi per etera s’intenderebbe una classe di età o un qualche grado di parentela.
Secondo Adriano Maggiani sarebbero persone libere di giovane età ed il termine etera delle iscrizioni potrebbe essere un omologo di figlio (clan). Ad avviso di Attilio Mastrocinque gli etera cosituirebbero una classe sociale di rango inferiore, per certi versi assimilabile ai servi pubblici. Secondo Jaques Heurgon erano clientes di condizione elevata. Per Giulio M. Facchetti erano semiliberi e potevano essere affiliati a un dominus, in posizione di clientela-vassallaggio.
Le evidenze epigrafiche mostrano che alcuni etera presentano il gentilizio (es. l’etera deposto nella tomba dei Venetii a Perugia “se. venete. la. leqial. Etera”) ed a volte invece sono indicati con un semplice epiteto (es. l’etera ospitata nella tomba perugina dei Tite Petruni “aule tites petruni velus etera”).
Oltre agli etera si trovano anche soggetti qualificati lautneteri o lautneterie (a Perugia e Chiusi), termine che sembrerebbe un composto tra lautni (che in virtù di bilingue etrusco – latine è traducibile come liberto) ed etera. Risultano infine alcune magistrature (le relative iscrizioni provengono dall’Etruria meridionale) collegate agli etera definite zilath eterau e camthi eterau.
Dall’iscrizione sul coperchio del Sarcofago delle Amazzoni (TLE 122) ad es. apprendiamo che Ramtha Uzenai fu zileteraias, magistrato degli Etera. In alcuni di questi casi il titolo sarebbe attribuito a dei giovinetti di genere maschile (Larziu o Larthiu Cuclnies (ET Ta 1.96) camthi etrau; Vel Zimarus (ET Vc 1.56 – Vulci) zilath eterau) e in una situazione anche ad un personaggio femminile (Thanicu (ET Ta 1.195) camthi eterau).
Sotto il profilo archeologico risulta che gli etera erano deposti nelle tombe della gens titolare (diversamente dai lautni che solo raramente venivano ospitati nella tomba dell’ex padrone) e che le loro urne erano talvolta identiche e contigue a quelle dei membri liberi della famiglia (di solito i figli del titolare del sepolcro).
Le sepolture degli etera erano più che dignitose e si caratterizzavano per una relativa ricchezza specie a confronto con quelle dei lautni (= liberti).
In considerazione di quanto sopra, pur nel quadro di incertezza sul significato del termine in oggetto, non sembra che gli etera possano essere inquadrati nelle categorie dei servi o peggio degli schiavi: le evidenze funerarie e l’esistenza di magistrature dedicate agli appartenenti a questa classe di soggetti portano ad escludere la loro natura servile.
La tesi che interpreta etera come giovane allo stato presenta elementi di riscontro; in merito è stato semmai notato che solo alcuni dei magistrati dedicati risultano appartenenti a tale fascia di età e che l’espressione lautneteri (composta, come, detto da lautni (=liberti) ed etera) sembrerebbe riferita ad una categoria sociale.
Anche l’interpretazione di etera intesa quale indicazione di una classe sociale inferiore ai cittadini di pieno diritto, pur in mancanza di elementi univoci in tal senso, risulta verosimile. Probabilmente doveva comunque trattarsi di una condizione giuridica più rilevante di quella dei lautni/liberti (per quanto è dato evincere dal trattamento funerario degli etera rispetto a quello riservato ai liberti). Più problematica, in questa ipotesi, sarebbe semmai l’individuazione della relazione tre l’etera ed il dominus (nella tomba del quale il primo veniva deposto) al quale doveva comunque essere in qualche modo sottoposto (affiliazione, clientela, vassallaggio?).
In proposito è stato comunque osservato che talvolta l’etera compare senza il nome del protettore, dominus.

Sugli etera cfr., tra gli altri:
– G. M. Facchetti, L’appellativo etrusco etera in Studi Etruschi, Vol. LXV – LXVIII (Serie III), Giorgio Bretschneider Editore, 2002, pagg. 225 e ss.;
– Jaques Heurgon, Vita quotidiana degli Etruschi, Oscar Mondadori, 1994, pagg. 103 – 104;
– Enrico Benelli, Una misconosciuta nota di Gustav Herbig e l’etrusco etera, Quaderni di Archeologia Etrusco – Italica, Consiglio Nazionale delle Ricerche, 2003, pagg. 209 e ss.;
– Attilio Mastrocinque, Servitus publica a Roma e nella società etrusca, Studi Etruschi XLII, 1996, pagg. 249 – 270.

Immagini dell’urna di aule tites petruni e dell’iscrizione sul coperchio del Sarcofago delle Amazzoni.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Giuseppe Pipino. Bianchetto, zolfo, allume naturale e allume di rocca della solfatara di Pozzuoli e della conca di Agnano: natura e storia delle produzioni.

I Campi Flegrei sono una grande depressione vulcano-tettonica interessata da periodiche eruzioni e da persistenti fenomeni postvulcanici. Al centro vi sorge la città di Pozzuoli e, a breve distanza da questa, si trovano due aree solfatariche adiacenti, la Solfatara di Pozzuoli e la Conca di Agnano, questa interessata dalle fumarole dei Pisciarelli e dai vapori di Agnano. Le due aree sono spesso confuse tra di loro, sebbene siano nettamente divise da un cordone collinoso residuo di più antiche eruzioni, lungo il quale si sviluppava il confine storico fra i territori di Napoli e di Pozzuoli.
Dalla Solfatara di Pozzuoli prendono nome i fenomeni postvulcanici presenti in varie parti del mondo. A partire dalla fine del Quattrocento essa viene indicata come Forum Vulcani e simili, nome attribuito erroneamente ad autori latini, mentre invece deriva dalla definizione data da Strabone, in greco, di Agorà di Efesto, che non era nota in epoca classica…

Leggi tutto nell’allegato: BIANCHETTO, ZOLFO, ALLUME NATURALE E ALLUME DI ROCCA

Autore: Giuseppe Pipino- www.oromuseo.cominfo@oromuseo.com

Sandrino Luigi Marra. Una punta a dorso dalla frazione Calvisi del comune di Gioia Sannitica (Ce) nella Media Valle del Volturno.

Il ritrovamento della punta a dorso dalla frazione Calvisi del comune di Gioia Sannitica, risale all’estate del 2009 durante la campagna di indagini di superficie interessanti il territorio pedemontano del comune (campagna in corso dal 2002).
In particolare il ritrovamento è avvenuto in località Lenze nel fondo Pascale, a circa 2 metri dal margine della omonima (via Lenze) strada comunale. Il fondo in passato è stato soggetto come tutto il lato destro della carrabile per chi scende dal paese, al riporto di terra quando fu scavato, durante l’allargamento della vecchia strada sterrata, un canale per il reflusso delle acque piovane di 50centimetri di larghezza per 50 di altezza e con spessore murario di 20 centimetri; in seguito i proprietari dei fondi interessati al lavoro spianarono i relativi riporti.
Nell’area opposta al ritrovamento, quindi il lato sinistro della collina (sempre per chi scende), il terreno si presenta in parte argilloso, di una argilla rosea ricca di inclusi calcarei tra cui selce, la quale è relativamente presente nella zona montana a ridosso del paese. L’area suindicata tende a degradare verso l’alveo del torrente Arvento, che qui ha quale riva sinistra (sempre per chi scende) una collina comunemente indicata come “il colle” che per la particolare conformazione approfondisce l’alveo di diversi metri rispetto al piano di calpestio, giungendo nel tratto a valle ad una profondità di 6 metri circa. In tale tratto si nota un aumento in percentuale di selce presente in superficie, presumibilmente dovuto al dilavamento e all’accumulo dovuto alla conformazione del terreno stesso.
Bisogna considerare che l’Arvento è un piccolo torrente ed il suo alveo raggiunge nella parte collinare una larghezza massima di 3 metri e nei suoi primi 600 metri di corso a monte del punto di cui parliamo non supera mai i 2 metri, in concomitanza con “il Colle” nel tempo ha scavato il banco roccioso collinare seguendo poi la conformazione della stessa collina. Il torrente oggi periodico, un tempo era perenne, e raccoglieva oltre alle acque piovane di reflusso anche le acque di diverse sorgenti naturali lungo il suo corso, aumentando la sua portata quanto più ci si allontanava dalla sorgente e giungendo a divenire un notevole torrente all’inserzione con il fiume Volturno a circa 5 chilometri dalla sorgente stessa.
Del torrente si ha notizia dalle fonti storiche in epoca medievale e se ne presume l’esistenza in epoca romana oltre che Sannita prima. Di fatto è stato confine tra le tribù federate dei Pentri e dei Caudini, successivamente il confine territoriale tra le città gemelle (colonie romane) di Alliphae e Telesia, dei Gastaldati di Alife e Telese, dello Stato Normanno di Rainulfo II Drengot ed infine delle Diocesi di Alife-Caiazzo e Cerreto-Telese-Sant’Agata dei Goti. I luoghi erano caratterizzati, così come oggi, da un ambiente boschivo ricco di fauna. In passato sono state rinvenute in zona cuspidi di freccia che erano conservate presso il museo civico Dante Marrocco di Piedimonte Matese e negli anni 70 del 900 con la chiusura di questo furono, insieme a tutti i materiali archeologici ivi conservati, consegnati ai depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Di tali cuspidi se ne conserva la descrizione (relativa alla catalogazione ma non le immagini) e paiono riferibili al Neolitico. Ciò farebbe ipotizzare la frequentazione dei luoghi a scopo venatorio immaginando la presenza umana più a valle in quella che comunemente è indicata come piana di Alife, e conosciuta come Media Valle del Volturno.

LA PUNTA
Il ritrovamento, come detto, è avvenuto durante le indagini di superficie del 2009 e si è per oltre un anno continuato ad indagare il luogo, in particolare dopo i lavori di aratura, cosa che ha portato al ritrovamento di un raschiatoio in selce.
La punta è un elemento in selce scura (nero) spuria ben conservata, dimensioni di 5,5 centimetri di lunghezza per 1,5 centimetri di larghezza per circa 1,0 centimetri nel punto di massimo spessore. Si presenta quale punta a dorso bilaterale e convesso con la faccia superiore lavorata per scheggiatura, mentre l’inferiore è piatta; il manufatto è confrontabile con il sistema tipologico di Laplace e rientrante nella classe delle punte a dorso totale tipo PD4. Presumibilmente ascrivibile al Paleolitico superiore, per la tipologia potrebbe essere collocato in un periodo temporale tra i 20.000 ed i 30.000 anni, volendo essere cauti potrebbe essere collocato a 20.000 anni dal presente.
In effetti tale datazione rientrerebbe nei contesti di rinvenimento dello stesso periodo inerenti diverse località del versante occidentale del Matese, tra i quali vanno menzionati i comuni di Cerreto Sannita, Guardia Sanframondi per la parte ricadente nella provincia di Benevento, Sant’Angelo di Alife, Raviscanina, Prata Sannita, San Potito Sannitico, Ailano per la parte ricadente nella provincia di Caserta.
Questo ritrovamento aggiunge un tassello a quelle che sono le località di rinvenimento di manufatti del Paleolitico Medio, Inferiore e Superiore lungo quell’arco naturale che è la conformazione del Matese Occidentale che guarda verso la Media Valle del Volturno, che si congiunge oltremodo con l’ambito beneventano. In effetti mancava un rinvenimento che completasse tale arco considerando che su questo lato del Matese il territorio di Gioia Sannitica confina con quello di Faicchio in provincia di Benevento, proiettandosi quindi tra l’ultimo della provincia di Caserta (Gioia Sannitica) ed il primo della provincia di Benevento (Faicchio).
Per il territorio comunale diviene un importante rinvenimento poiché è il primo manufatto di presumibile età Paleolitica per questo territorio, e andrebbe a confermare l’antichità di presenza umana in zona. Considerando una popolazione con una sussistenza di caccia e raccolta; venivano probabilmente attratti dalla ricca fauna di tali luoghi, boschivi e ricchi di acqua e muovendosi in tali luoghi in un nomadismo a breve raggio.
Volendo poi giocare di fantasia si potrebbe presumere l’esistenza di un campo stagionale di caccia in virtù della presenza del corso d’acqua, del ritrovamento di un raschiatoio, della stessa ed utile possibilità di procurarsi della selce in loco, ma ovviamente per tutto ciò manca al momento qualunque dato oggettivo relativo ad un campo stagionale sul tipo di Isernia “La Pineta” (l’importante ritrovamento del Paleolitico distante 30 km in linea d’aria).

Autore: Sandrino Luigi Marra – sandrinoluigi.marra@unipr.it