Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

GINOSA (Ta). La chiesa rupestre di Santa Barbara.

Lasciandosi Ginosa alle spalle, percorrendo una stradina in discesa, ci si lascia le ultime case indietro, il sentiero diventa campestre, e si scende verso il fondo dell’affascinante gravina. Proprio di fronte, ci si para davanti l’impressionante villaggio rupestre di Rivolta, dove circa settanta grotte sono disposte su cinque livelli sovrapposti.
Il tetto della fila di grotte sottostante ospita le cisterne, i cortili e gli orti delle grotte soprastanti.
I piani terrazzati sono divisi da muretti di pietre a secco e collegati da ripide stradine e scalinate.
Sono visibili le cave di tufo esterne alle grotte-abitazioni, utilizzate per ricavare i blocchi destinati a tamponare gli ingressi.
Uno scosceso tratturo sale verso l’isolata chiesa rupestre di Santa Barbara. Attraverso un vestibolo aperto si entra nell’aula, dotata di una piccola abside sul fondo.
Restano ormai scarse tracce degli affreschi (datati X-XII secolo) all’ingresso e sulla parete sinistra, ma affascina l’insieme dell’insediamento sacro e degli altri ambienti ad esso connessi. L’immagine di Santa Barbara è abbastanza ben conservata. Così come il fascino di un tempo antico, vissuto con ritmi lenti e arcaici, fra natura e fede.

Immagini di Gianluigi Vezoli.

Fonte: www.salentoacolory.it

Michele Zazzi. L’invasione di Bologna etrusca e del suo territorio da parte dei Galli nel IV secolo a.C.

Tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C. varie tribù di Galli (Insubri, Cenomani, Boi e Senoni)  invasero la Pianura Padana sottomettendo le culture preesistenti ivi compresa quella etrusca. Le fonti descrivono l’invasione celtica come improvvisa, numericamente rilevante e di grande impatto (Livio, Storia di Roma, XXXV, 2; Polibio, Storie,  II, 17, 3-13 e 18, 1; Diodoro Siculo, Biblioteca,  XIV, 113, 1-2).
I Galli furono attratti dalla fertilità delle terre, dalla quantità e qualità dei prodotti agricoli e dallo sviluppo delle attività artigianali. In proposito la tradizione riporta due episodi significativi, quello del chiusino Arrunte che a scopo di vendetta avrebbe portato ai Celti transalpini con un carro i prodotti agricoli della sua terra per convincerli ad invadere la penisola e Chiusi in particolare (Livio, Storia di Roma, V, 33), nonché quello di Elico, un celta che aveva lavorato a Roma come fabbro ed aveva poi fatto ritorno in patria portando con se prodotti agricoli ma anche il bagaglio di conoscenze e competenze tecnologiche che aveva acquisito (Plinio, Nat. Hist, XII, 2, 5). Le notizie alludono ad un importante flusso commerciale dall’Etruria verso la Gallia ed è probabile che i Celti con l’invasione intendessero non solo impossessarsi delle ricchezze della penisola ma anche appropriarsi del ruolo di intermediari tra Mediterraneo ed Europa che era stato svolto dagli Etruschi (in tal senso Giuseppe Sassatelli).
La Bologna etrusca (Felzna) ed il suo territorio in particolare furono occupate dai Galli Boi (Servio, Ad Aen, X, 168) che vi rimasero fino al II secolo a.C. e cioè fino al tempo della conquista romana (nel 189 a.C.; i Romani chiamarono Felzna/Felsina Bononia).
Felsina, diversamente da altre città etrusche, non perse del tutto la sua identità urbana anche se l’abitato subì comunque una destrutturazione ed una significativa contrazione. Le fonti parlano di una riorganizzazione del centro sotto forma di villaggi. La popolazione del territorio circostante risultò distribuita in nuclei sparsi in relazione a punti commerciali, centri di produzione, fattorie e vie di comunicazione.
Le sepolture trovarono sistemazione in zone più vicine all’abitato ed il rito inumatorio divenne prevalente. Nelle tombe la ceramica volterrana sostituisce la ceramica attica a figure rosse.  Del corredo facevano normalmente parte le armi (notoriamente poco presenti nelle precedenti sepolture etrusche dell’area) connotazione tipica dei guerrieri celtici. La tomba della necropoli Benacci n. 176 ha restituito una spada lateniana con fodero, una cuspide, un puntale di lancia ed i resti di uno scudo con umbone e rinforzi in ferro.
Col passare del tempo le tombe rivelano una sorta di integrazione tra i gruppi dei vinti e dei vincitori con adesione dei nuovi arrivati allo stile di vita degli etruschi: nei corredi oltre le armi compaiono infatti anche i vasi per il consumo del vino e gli strumenti di palestra con il loro rispettivo valore ideologico. Per le élite galliche si verifica una sorta di processo di etruschizzazione. Una tomba di tale tipologia è costituita dalla n. 153 della necropoli Benacci. Nel corredo dell’aristocratico gallo (degli inizi del III secolo a.C.) oltre alle armi – elmo in bronzo e giavellotto in ferro – vi erano un set di vasi da banchetto in metallo, uno strigile in bronzo ed una prestigiosa corona con lamine d’oro a forma di foglie di ulivo e alloro.
Tra i maschi non guerrieri si trovano però anche tombe di individui dediti alla produzione ed allo scambio. Alcune di queste, come attestato dalle iscrizioni, riguardano etruschi che evidentemente si erano ben integrati con i vincitori. In diversi casi i nomi etruschi appartengono a donne, probabilmente andate in spose a celti. In una sepoltura celtica (databile 320 – 280 a.C.) del bolognese, ad esempio, è stata rinvenuta una kylix a vernice nera di produzione etrusca inscritta in lingua etrusca “petnei”, nome gentilizio femminile probabilmente riferito alla moglie del celta ivi deposto.
Dalla necropoli della Certosa di Bologna proviene la stele a ferro di cavallo n 168 del V secolo a.C. Nei primi due registri vi sono un combattimento tra mostri ed il viaggio all’aldilà su carro trainato da un cavallo alato. Nel terzo registro secondo l’interpretazione prevalente un cavaliere etrusco abbigliato con corazza (forse il defunto) fronteggia un guerriero gallo appiedato nudo ed equipaggiato con scudo ovale ad umbone e spina ed armato con spada a doppio tagliente.

Sull’invasione di Bologna etrusca da parte dei Galli cfr. tra gli altri
– Giuseppe Sassatelli, Bologna Etrusca La città invisibile, Bologna University Press, 2024, pagg. 171 e ss.;
– informazioni ed immagini del sito Facebook del Museo Civico Archeologico di Bologna relative alla Bologna gallica.

Di seguito le immagini del corredo della tomba Benacci n. 153, della stele n. 168 della Certosa, della testa di un giovane celta con collare rigido, di un bracciale celta femminile in vetro della tomba Benacci n. 921, reperti  conservati presso il Museo Civico Archeologico di Bologna.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Mario Zaniboni. La nave mercantile romana di Comacchio.

Comacchio è una città antica e, come capita in tutti i luoghi che nel passato sono stati culla della civiltà, quando si avviano sul territorio lavori indispensabili per la realizzazione di strutture ritenute necessarie per la comunità oppure quando si lavora per rendere funzionali opere portate a termine per consentire certe comodità, può capitare di incappare in antichi reperti che parlano di genti vissute tanti secoli fa.
Comacchio non ha fatto eccezione alla regola. Infatti, nel 1980, nel primo tratto del Canale Collettore, il più importante canale di scolo del bacino di Valle Ponti, che era già stato bonificato fra il 1919 e il 1922 subito dopo la conclusione della prima guerra mondiale, si stavano ripulendo dalla vegetazione e rimodellando le sue sponde, e si stava procedendo al dragaggio del fondo, per il mantenimento della regolare portata di deflusso.
Durante l’intervento, gli attrezzi di scavo, lavorando nel fango, incapparono in qualcosa di semiduro, strappandone via dei frammenti, che si dimostrò essere legno. I lavoratori furono incuriositi e successivamente, pensando che là sotto potesse esserci qualcosa di antico, correttamente ritennero opportuno metterne a conoscenza il Gruppo Archeologico di Comacchio che, l’anno successivo, decise di vederci chiaro, ed avviò una serie di sondaggi, subito dopo seguita da grandi scavi, che portarono alla scoperta che i frammenti lignei provenivano da una grande imbarcazione.
Si trattava della nave mercantile “Fortuna Maris”, una delle tante di Comacchio che navigavano nella Pianura Padana o lungo la costa adriatica, forse con un carico trasferito sulla stessa da una nave mercantile più grossa, e probabilmente affondata verso la fine del I secolo a.C. (forse fra il 19 e il 12 a.C., quando a Roma l’imperatore era Ottaviano Augusto).
Successivamente, fu ricoperta dai sedimenti lapidei portati in sospensione dai corsi d’acqua che, nel trascorrere dei secoli, hanno spostato la costa del mare per diversi chilometri verso oriente. L’ambiente in cui l’imbarcazione venne a trovarsi, in cui mancava l’ossigeno, favorì la conservazione dello scafo e di tutto quanto conteneva, cioè legno, cuoio, resti vegetali: tutte sostanze che solamente in condizioni particolari superano i secoli e che sono normalmente assenti nei luoghi dove si svolgono scavi archeologici a causa della loro deteriorabilità. Pertanto, la presenza del carico contribuisce ad accrescere la nostra conoscenza del mondo imperiale romano antico.
Naturalmente, la scoperta galvanizzò tutti e chi di dovere programmò il da farsi. La prima operazione fu quella di togliere il ponte di coperta, notando che l’imbarcazione era priva della prua, e di scaricare tutto quanto costituiva la mercanzia trasportata; poi, si procedette all’allagamento con acqua di falda della fossa in cui la nave si trovava, per proteggerla dalla putrefazione del legno della parte restante, che sarebbe stata favorita dal trovarsi all’asciutto. Poiché non furono trovati resti umani e tutto il carico era presente, sembra corretta l’ipotesi che l’affondamento della nave sia stato tanto repentino da costringere l’equipaggio ad abbandonarla senza perdere tempo. In effetti, l’unica ipotesi che si ritiene plausibile può essere che la nave sia stata colta di sorpresa da una eccezionale mareggiata, che la fece naufragare e arenare nei pressi della foce del fiume Po, mentre era in navigazione per risalirlo.
Del resto, essendo la nave senza deriva e con fondo piatto, fa pensare che fosse adibita a viaggi presso le coste o all’interno, lungo fiumi o in laghi, essendo inadatta a navigare in mare aperto.
Nel frattempo, nel Palazzo Bellini, dove si era deciso di ospitare la nave, si preparò una vasca lunga 25 metri, larga 6 e profonda 3, cioè di dimensioni adatte al reperto, che era lungo una ventina di metri.
I lavori, ripresi a cavallo fra il 1986 e il 1987, furono impostati sull’asportazione del fasciame interno della nave ed altre parti; poi, durante l’inverno 1988-89 si portò a compimento l’opera di estrazione dello scafo. Per farlo in sicurezza, questo fu coperto da una centina in legno, sagomata in modo da adattarla alla sua forma, e, protetto dentro una gabbia metallica, fu attentamente sollevata, trasportata al palazzo Bellini e quindi immessa nella vasca pronta per riceverla. Privata della gabbia metallica, fu sottoposta a una lunga successione di lavaggi ed alla fine il tutto fu sommerso in acqua dolce.
Tutto quanto si fece per quella nave romana è stato suggerito dal fatto che, quando si ha la fortuna di trovare reperti importanti che corrono il rischio di essere irrimediabilmente perduti a causa della loro deperibilità, bisogna correre ai ripari, senza perdere tempo, per bloccare il loro sicuro dissolvimento. Invero, se la rimozione non fosse state effettuata con le dovute cautele, si sarebbe rotto quell’equilibrio instaurato oltre duemila anni fa e in poco tempo il tutto il materiale marcescibile sarebbe andato perduto.
Per quanto riguarda la merce trasportata, questa era varia e rara, per cui il ritrovamento di questa nave apre uno squarcio in merito alle navi onerarie dell’antichità ed alle merci in circolazione nella Pianura Padana qualche decennio prima di Cristo. Infatti, la mercanzia consente di datare l’avvenimento del naufragio di quella nave.
Per quanto riguarda le persone a bordo, il ritrovamento di oggetti personali, quali scarpe, borse, indumenti ed altro, di dadi ed altri oggetti da gioco, di vari tipi di contenitori fra cui quelli per medicinali, di prodotti per l’igiene personale e di un piccolo idolo, denuncia la presenza, oltre che dell’equipaggio, anche quella di passeggeri. Se lo spazio a bordo lo consentiva, perché non approfittarne per raggranellare qualche soldo extra? Del resto, se ci fosse stato un dubbio sulla presenza di estranei, questo sarebbe stato dissipato dal fatto di trovare, fra i reperti, una pantofola di un bambino e calzature femminili.
Inoltre, sembra di poter asserire che a bordo vi erano pure militari, almeno da quanto si è trovato: infatti, fra le varie cose, fanno bella mostra di sé un paio di sandali chiodati (chiamati caligae), che servivano per proteggere stivali di cuoio, formando un tutto robusto e adatto per affrontare lunghe marce, ed un gladio ben decorato ed altro ancora.
Il carico recuperato, dopo un lungo lavoro di cernita, pulizia e, se necessario, restauro, è stato sistemato nel Museo Delta Antico, allestito nel 2001 nell’antico Ospedale degli Infermi, costruito nel XVIII secolo, fra il 1778 e il 1884, nel quale è stato predisposto un percorso accompagnato dal rumore del mare e dalla musica.
Quando subì il naufragio, la nave oneraria era ricolma di merci e pesava sicuramente attorno alle 130 tonnellate. Con un carico simile, non poteva che essere in partenza per percorrere il fiume Po fino dove era possibile navigare, con l’intenzione di commerciare lungo il percorso oppure per soddisfare le richieste avanzate a suo tempo da qualche rivenditore. Ciò è dimostrato dalla abbondanza di oggetti e dalla loro varietà, rimarcando la sua importanza nel campo commerciale.
Il carico di maggiore peso, nel vero senso della parola, era costituito da 102 pani o lingotti di piombo, che andavano da 19,50 a 41,50 chilogrammi per un totale di 3,10 tonnellate. Sulla provenienza del piombo si sono fatte molte discussioni che hanno innestato un dibattito controverso, che pare non abbia portato ad una conclusione sicura, per cui potrebbe essere stato estratto dai giacimenti della’Illiria, dell’Hispania oppure delle Baleari. Comunque, ciò che conta, è che a quei tempi il piombo era un metallo pesante molto diffuso per l’abbondanza dei suoi giacimenti, per le sue proprietà, per la sua facilità di lavorazione e per il conseguente basso costo. Però, oltre ai pregi appena ricordati, il piombo aveva pure un grande difetto, in quanto era estremamente velenoso, come capitò di toccare con mano sia con il suo uso per produrre condutture per l’acqua di alimentazione, sia con l’abitudine di addolcire il vino ricorrendo ai suoi ossidi: i risultati sulla salute furono spesso micidiali. Solamente questa tragica esperienza mise il piombo al posto che si merita.
Questa faccenda ricorda quanto è capitato nel mondo moderno, non tantissimi anni fa, a proposito dell’uso dell'”eternit”, materiale a base di amianto che fu messo fuori commercio solamente dopo che si scoprì la sua letale potenzialità, giacché poteva provocare l’asbestosi e il mesotelioma pleurico, una grave forma di cancro. Purtroppo – come si dice – “del senno di poi”, con quel che segue.
Erano presenti magnifiche anfore greche e turche, molte con tappi in terracotta, recipienti pieni di vini greci preziosi e di vini comuni sia greci sia italici, contenitori ricolmi di olio italico e vasellame vario, gutti (cioè quei recipienti che lasciano uscire il liquido goccia a goccia). Oltre alle ceramiche, prodotte da botteghe artigiane; c’erano pentole in metallo spagnole, e non mancavano profumi esotici e prodotti per l’igiene.
Oltre al carico di merci destinato alla clientela, c’erano tutti gli oggetti che servono nella vita quotidiana. Innanzitutto, nella cambusa, situata a poppa, si è dimostrato interessante il ritrovamento di un focolare in laterizio con un piano di cottura in argilla refrattaria e coperto da tegole, che serviva per preparare i pasti. Ecco che non potevano mancare olle per bollire e cuocere minestre, tegami per stufati e brasati, padelle per friggere o da inserire nel forno, talune munite del codolo in cui inserire il manico, bicchieri, piatti, di cui alcuni potevano servire anche da coperchi. Inoltre, erano pronti per essere usati mortai, mestoli, ramaioli, pentole, una lucerna, una caldaia di bronzo. Interessante fu il recupero di una casseruola rivestita in legno che quasi sicuramente serviva per conservare il cibo caldo: un thermos ante litteram dunque.
C’erano pure le scorte di vino e altri liquidi, in contenitori vari, farina, carne affumicata di galli, pecore, buoi, maiali. Ma sicuramente la dieta dell’equipaggio e dei viandanti era integrata da animali di mare, come lo dimostrano gli ami ed un’ancoretta che poteva servire per catturare grossi pesci, calamari o polpi; fu trovata, fra l’altro, una nassa ricolma di mitili, sicuramente pronti per essere consumati. Molto interessante il ritrovamento di una stadera, che serviva per stabilire l’entità di grosso pesi.
Furono rinvenuti anche oggetti che servivano per il governo della nave, vale a dire bozzelli, un’ascia, un’ancora e gli anelli che servivano per la sua movimentazione per mezzo di funi, una sassola, attrezzo per aggottare la nave, liberandola dall’acqua sul fondo.
Ancora oggi la nave non è esposta al pubblico, e non si sa se o quando ciò potrà avvenire, mentre al Museo è a disposizione del pubblico tutto quanto faceva parte del suo carico, sia per il commercio, sia per la quotidianità dell’equipaggio e dei passeggeri.
Questi oggetti danno un’idea di come si svolgesse la vita di bordo per quanto si riferisce agli impegni di lavoro dell’equipaggio ed in merito ai passatempi dei viaggiatori.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

COMACCHIO (Fe). Museo Delta Antico.
https://www.archeomedia.net/comacchio-fe-museo-delta-antico/
https://www.museodeltaantico.com/sezione/il-carico-della-nave-romana/

COMACCHIO (Fe). Museo della Nave Romana.
https://www.archeomedia.net/comacchio-fe-museo-della-nave-romana/

Mario Zaniboni. Coppa di Arkesilas, un kylix magnifico.

Durante l’esecuzione di ricerche e scavi nell’area archeologica di Vulci nell’Etruria, territorio laziale compreso fra i fiumi Arno e Tevere e il Mare Tirreno, venne alla luce, insieme con altri interessanti reperti, una magnifica coppa a figure nere su fondo bianco: si trattava di un kylix, cioè di uno di quei tipici manufatti in ceramica che servivano nelle libagioni e nelle bevute, alto 20 centimetri e con il diametro di 29 centimetri.
Il reperto è stato prodotto fra il 565 e il 560 a.C. dal così definito pittore di Arkesilas, per il fatto che il personaggio più importante è il re di Micene Arcesilao II. Sul tondo, infatti, è messo in evidenza il sovrano, che segue attentamente e controlla alcuni servitori nelle operazioni di pesa, imballaggio e stoccaggio della lana, secondo alcuni studiosi; mentre, secondo altri, e forse più plausibile, si tratta di una partita di silphion, una pianta rara, che era la risorsa commerciale di maggior valore, venduta come spezia e medicinale, di cui Cirene aveva il monopolio, e che era fondamentale per l’economia cittadina. In effetti, lo era a tal punto che essa divenne il simbolo della città e fu coniata su diverse monete.
Iscrizioni riportano i nomi dei presenti, fra cui è pure una figura ammantata.
Interessante soffermare l’osservazione sulla rappresentazione della bilancia a piatti, che denota le conoscenze tecnologiche di allora.
Che Cirene avesse contatti commerciali anche con paesi dell’Africa lo dimostrano le figure rappresentanti animali, vale a dire un gatto, una lucertola, uccelli e, soprattutto, scimmie.
Oggi, il kylix è esposto al Cabinet des médailles della Biblioteca nazionale di Francia a Parigi, dove può essere ammirato ed apprezzato dagli amanti delle cose che giungono a noi da un passato molto lontano.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it