Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Jacopo Moretti. L’acropoli di Lindos (Rodi – Grecia) nel medioevo.

Cenni sul castro bizantino e sul castello dei Cavalieri di San Giovanni.
I primi scavi sistematici condotti a Lindos risalgono agli inizi del secolo scorso, quando, tra il 1902 e il 1914, gli archeologi danesi Karl Frederik Kinch e Christian Sørensen Blinkenberg hanno scavato a fondo nella roccia viva la superficie dell’acropoli, luogo principale della ricerca. La metodologia impiegata non era ancora la nostra: si è trattato, infatti, di scavi estensivi condotti con metodo non stratigrafico. I risultati principali delle ricerche sono stati pubblicati tra il 1931 e il 1960 in tre opere, ciascuna delle quali divisa in due volumi, tutte inserite in una stessa collana, intitolata Lindos. Fouilles et recherches (BLINKENBERG 1931, BLINKENBERG 1941, DYGGVE 1960). Tutte e tre queste pubblicazioni, però, sono incentrate sul periodo classico greco e romano, e non vanno oltre la tarda antichità, fase in cui, con il progressivo trionfare del cristianesimo, l’antico santuario pagano è stato dismesso. …

Leggi tutto nell’allegato: L’acropoli di Lindos nel Medioevo – Jacopo Moretti

Autore: Jacopo Moretti – jacopo-moretti@virgilio.it

Mario Zaniboni. Il cubo di Salisburgo.

Il Cubo di Salisburgo o Cubo di Gurlt è un piccolo ammasso ferroso a forma di tutto fuorché a quella di cubo. Ciò che ci si può chiedere è come sia venuto in mente a chi ha propagandato il reperto di chiamarlo “cubo” e che sia stato accettato da tutti in tale modo, quando degli otto vertici non ne ha nemmeno uno, perché sono arrotondati; per me, piuttosto, ha la forma di una pagnottella di pane chiamata, ai miei tempi, “francese”, con le due facce opposte leggermente sferiche; in più, un grosso solco è praticato intorno allo stesso. Tutta la superficie, solco compreso, è costellato di piccoli alveoli. La lavorazione del materiale è forgiata, e secondo approfondimenti recenti è avvenuta rigorosamente a mano. Comunque, quel che conta è che è passato alla storia dei ritrovamenti di reperti archeologici come un cubo e, perciò, “cubo” sia. Il suo peso è di 785 grammi e le sue dimensioni sono di 67 millimetri di diametro e di 47 millimetri di spessore.
La sua storia è semplice, come hanno raccontato la rivista scientifica inglese Nature nel mese di novembre 1886, e quella francese di astronomia L’Astronomie l’anno successivo.
Nel XIX secolo, a Wolfsegg am Hausruck, nella regione di Schondorf-Vöcklabruck nell’Alta Austria, era in attività una miniera di lignite, un carbone fossile che si è formato dalla trasformazione delle piante morte delle foreste del Mesozoico e del Terziario, raggiungendo uno stadio nel quale non è più torba, ma non è ancora litantrace, essendo ancora in fase di fossilizzazione; pertanto, come tale, non è troppo pregiato.
Il prodotto, in grossi pezzi, veniva poi ridotto a dimensioni adatte alla lavorazione da operai addetti alla loro fratturazione nella annessa fonderia. E, nel 1885, capitò al lavoratore di nome Reidl di aprire un blocco di lignite e di reperirvi all’interno un qualcosa che assolutamente non ci doveva essere, cioè ciò che si è appena descritto, che è stato pure definito Wolfsegg Iron (Ferro di Wolfsegg) per ricordare la località di ritrovamento. E, qualora il cubo fosse nato insieme con il carbone, oggi avrebbe la veneranda età di 60 milioni di anni o giù di lì, quando le terre emerse erano dominate dai dinosauri,
Inizialmente, era stato esposto nel Museo di Salisburgo (da cui derivò questo nome) per ricomparire, dopo essere sparito dalla circolazione senza lasciare tracce nel 1910, nel Museo Haimathaus.
Questo ritrovamento, una volta reso noto, ha messo in subbuglio tutta una serie di studiosi e archeologi, che si sono impegnati nel cercare di capire se si tratti di un oggetto che ha l’età che vorrebbe dimostrare e che è stato reperito dove non doveva essere, e pertanto di un’OOPArt, oppure di una “bufala” bella e buona.
Fra i tanti, ci fu lo studio del 1886 dell’ingegnere minerario Adolf Gurt, professore all’Università di Bonn in Germania, riferito alla Società di Storia Naturale sempre di Bonn, dal quale risultò che, secondo il suo parere, quella pietra, con un piccolo strato di ruggine, era di ferro come lo dimostrava il suo peso specifico di 7,75 kg/dm3 (in effetti il peso specifico del ferro è di 7,87 kg/dm3) e che era di origine meteorica.
La pietra si trovava a disposizione del pubblico presso l’Oberösterreichisches Landesmuseum (Museo Statale dell’Alta Austria) di Linz, da dove, nel 1958, fu trasportato presso il Museo di Storia Naturale di Vienna; qui fu sottoposto dagli studiosi ad un’attenta analisi, ricorrendo al metodo Electron Beam Melting (EBM) (fusione a fascio di elettroni), che chiarì il fatto che, mancando tracce di elementi chimici che sono caratteristici delle pietre meteoriche, quali il cobalto, il nichel e il cromo, il cubo non poteva avere tale origine; inoltre, fu aggiunto anche che, mancando la presenza di zolfo, sicuramente non si trattava di pirite. Il Dr. Gero Kurat del Rudolf Grill dell’Ufficio geologico federale di Vienna, fu del parere che il cubo fosse di ghisa e, nel 1973, Hubert Mattlianer ritenne che la lavorazione per ottenere il cubo fosse stata quella della fusione a cera persa (cire perdue).
Sull’origine del manufatto si sono fatte molte ipotesi, dalle più fantasiose a quelle terra a terra.
Secondo il parere di molti studiosi, l’oggetto è il prodotto di antiche civiltà preistoriche, nelle quali la tecnologia aveva raggiunti livelli superiori a quella attuale; non mancano coloro che ritengono che l’artefatto possa provenire addirittura da altri mondi.
Ci sono poi coloro che, senza tentare di formulare ipotesi sull’origine dell’oggetto, sono dell’avviso che il cubo di Salisburgo sia stato reperito in un contesto che non gli compete sia per luogo sia per epoca, e che, pertanto, si tratti di uno di quei misteriosi reperti definiti OOPArt.
Ma non mancarono quelli che, senza fare voli pindarici, si sono fermati ad un’ipotesi forse più attendibile. Questi si sono chiesti se il lavoratore Reidl fosse sicuro che il Cubo fosse all’interno di un blocco di lignite, oppure che abbia preso un abbaglio, essendo questo semplicemente in mezzo ai blocchi, caduto là in mezzo non si sa né come né quando. Del resto, il già citato Rudolf Grill disse che quell’oggetto metallico potrebbe fare parte della zavorra che serve in certi macchinari utilizzati nella coltivazione mineraria.
Per concludere, come si è visto, le ipotesi sono diverse, contrastanti fra di loro, ma tali da poter affermare che potrebbero essere tutte veritiere. Di solito, ci si augura che emerga qualcosa, a un certo momento, che possa porre fine alle discussioni in merito. Ma questa volta, malauguratamente, niente da fare: il manufatto è quello che è, e il dubbio sulla sua origine non ha nessuna possibilità di essere mai dissipato.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Alberto Pozzi. Un massiccio menhir pugliese isolato per asportazione della roccia circostante.

Nella regione Puglia sono presenti numerose strutture megalitiche derivate dal megalitismo antico atlantico, che vi sono giunte per migrazioni di popoli o semplicemente di cultura, nei periodi successivi al primo manifestarsi del fenomeno.
I dolmen sono ritenuti coevi di quelli di Malta, databili alla seconda metà del III millennio (preceduti nel IV millennio dai templi pentalobati).
Di periodi diversi i numerosi menhir che si distaccano dalla tradizione megalitica europea…

Leggi l’articolo allegato: Un massiccio menhir pugliese isolato dagli Atti del Convegno Internazionale 2023 “Il Mediterraneo e il Megalitismo durante il III e II millennio a.C.”

Autore: Alberto Pozzi – alb.pozzi@gmail.com

Mario Zaniboni. La fibula prenestina: autentica o falsa?

Nell’antichità, le fibule erano delle spille di sicurezza che servivano per tenere a posto i vestiti indossati. Una di queste, la Fibula Prenestina (Fibula Praenestina) è stata trovata nel 1876 a Palestrina (l’antica città di Preneste), nella tomba Bernardini, scoperta nel 1851 ed esplorata a partire dal 1871.
Si tratta di un gioiello d’oro dalla forma che è chiamata “a drago”, lungo 10,7 centimetri e del peso di 36,2 grammi, che porta inciso uno scritto in latino arcaico. Questo, steso da destra verso sinistra, è il seguente: MANIOS MĒD FHE HAKED NVMASIŌI, che diventa MANIVS MĒ FECIT NVMERIŌ in latino classico e «Manio mi ha fatto per Numerio» in italiano; l’importanza dello scritto sta nel fatto che è la più antica testimonianza di quella lingua giunta fino ad oggi.
La glottologia offre gli elementi necessari per comprendere se lo scritto sia antico e a lei si lascia il compito di appurarlo. Purtroppo, non si sa nulla dell’orefice che l’ha costruita, ed è un vero peccato!
Il manufatto fu inserito nell’elenco degli oggetti ritrovati in quella tomba dove restò fino al 1919, cioè fino a quando la conoscenza incerta sulla sua origine non la fece ritirare.
Gli scavi furono diretti da Giuseppe Finelli, che seguì nuove procedure di carattere stratigrafico e tali da rendere i reperti derivanti dai lavori adatti alla loro esposizione nei saloni museali. Del resto, per la sua capacità, nel 1876 fu fondato il Museo Preistorico-Etnografico “Luigi Pigorini”, dove oggi è esposta la fibula; da notare che, nel 1889, in quel museo ci fu l’ingresso, importantissimo e prestigioso, della collezione etrusca di Villa Giulia.
Però, della fibula si parlò solamente dopo il 1887, con la sua presentazione, per la prima volta da parte dell’archeologo Wolfgang Helby, fatta all’Istituto Archeologico Germanico di Roma (Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung, cioè “Messaggi dell’Istituto Archeologico Tedesco, Dipartimento di Roma”). Egli raccontò che essa era stata acquistata da un amico, che non aveva saputo dirgli da quale sito venisse.
E, agli albori del XX secolo, sorsero i primi dubbi in merito all’autenticità della fibula ed immediatamente si moltiplicarono polemiche in merito a ciò, sollevate dagli archeologi più illustri, al di sopra di ogni sospetto, fra i quali si può ricordare Margherita Guarducci, che era pure epigrafista.
I dubbi erano diversi: innanzitutto, non era disponibile una valida documentazione sul sito del ritrovamento, poi erano state rilevate atipicità di carattere epigrafico e, infine, da non sottacere, le sospette amicizia e familiarità di Helbig con l’antiquario Francesco Martinetti, famoso per la sua riconosciuta attività quale falsario.
In ogni modo, vero o falsa che fosse, la fibula comparve spesso fra i reperti dell’antichità romana e si era dimostrata tanto interessante da essere esposta, nel 1977, in una mostra riguardante la nascita dell’Urbe, al Petit Palais di Parigi. E il catalogo la mostrava in due fotografie, confermando che proveniva dalla tomba Bernardini.
Bisogna ricordare che, in quel periodo, era in atto una vera e propria corsa alla ricerca di ritrovamenti archeologici da offrire ai turisti, soprattutto quelli stranieri, magari dando loro indicazioni di siti famosi da cui erano stati estratti, vero o falso che fosse. Spesso si trattava di persone ignoranti in merito ai reperti antichi che, con il loro abbondante denaro in tasca, non esitavano ad acquistare manufatti, senza preoccuparsi troppo se fossero pezzi autentici o rifacimenti. E, con tali presupposti, non mancavano, anzi fiorivano, ricercatori “fai da te”, che si improvvisavano archeologi e scopritori di tesori del passato e che, senza scrupoli, mettevano sul mercato antiquario romano pezzi falsificati o copie di pezzi autentici, fatte il giorno prima; i laboratori, dove i falsi vedevano la luce, erano nelle vicinanze di quelli dai quali uscivano quelli veri. E fra costoro era il Martinetti, di cui si è detto più sopra, intagliatore di pietre preziose, definito da Helby “il più onesto di tutti”.
Sembra quasi di sentire Amleto con il suo “essere o non essere”, quando si è nel dubbio e ci si chiede se il reperto sia “vero o non vero”. Giacono Lignana, glottologo di fama, che analizzò l’iscrizione della fibula, giunse alla conclusione che essa era indubbiamente un falso. Ci fu, poi, il paleontologo Giovanni Pinza che, per stabilire se essa fosse autentica o falsa, la confrontò con altre provenienti da scavi eseguiti a Volterra e Chiusi e, dopo essersi consultato con l’orefice Augusto Castellani, stabilì che era un falso.
In verità, si è visto che la fibula rinvenuta a Clusium (la Chiusi di oggi) è molto simile a quella di cui si parla, come del resto, ne sono state trovate altre dello stesso modello in Etruria, nel Lazio ed in Campania. E lo stesso disse il glottologo Vittore Pisani il quale, esaminando lo scritto, ritenne assolutamente che non poteva essere l’opera di una persona del VII secolo a.C. Margherita Guarducci, epigrafista oltreché archeologa, bocciò la fibula come autentica, definendola un falso proveniente dalla collaborazione fra l’Helby e Francesco Martinetti, richiamato più sopra. Di tutti coloro che ritennero la fibula un prodotto fatto “ieri l’altro”, essa fu la più accesa sostenitrice della sua falsità e con quel parere negativo restarono tutti sino a quando il problema fu affrontato con determinazione.
Ci fu l’intervento dei chimici Pico Cellini e Giulio Devoto che analizzarono la fibula al microscopio a fluorescenza, che ne confermò la falsità, perché si riscontrò la presenza di acqua ragia usata per invecchiare l’oro e, inoltre, furono notati cambiamenti nella doratura al mercurio, mentre l’oro non aveva le caratteristiche di quello che ha dormito per secoli in tombe e, al contrario, sembrava che fosse stato fuso il giorno prima.
Alzò il pollice verso l’alto, invece, l’etruscologo Giovanni Colonna, che fece presente come la scrittura non poteva essere tale, in quanto quel tipo era stato scoperto solamente nel 1899, perciò il falsario non avrebbe potuto imitarla. E, sempre a favore dell’autenticità della fibula, furono i glottologi Massimino Poetto e Guido Facchetti che, nel 2009, indagando filologicamente, notarono come l’iscrizione della fibula non potesse essere che autentica, giacché era molto simile a quella riportata su un vaso corinzio in cui era richiamato il nome Numesiana assimilabile al Numaisoi della fibula.
L’oggetto fu sottoposto ad analisi eseguite da Daniela Ferro dell’Istituto dei Materiali Nanostrutturali (ISMN) del CNR e del restauratore e docente Edilberto Formigli all’Università “La Sapienza” di Roma ed all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Lei, correttamente, partì dal presupposto che le indagini eseguite su un reperto archeologico non devono essere mai invasive e tanto meno distruttive, per cui per quelle fatte sulla superficie della fibula si ricorse all’uso di un microscopio elettronico con lo spettrometro ai raggi x in dispersione di energia.
La dottoressa Ferro espose i risultati delle sue analisi in un convegno al quale parteciparono importanti studiosi di diverse discipline. Fece presente che le varie parti della fibula erano di leghe d’oro diverse, più povere d’oro e ricche d’argento nei punti in cui occorreva una maggiore resistenza; che la ricristallizzazione del materiale individuata poteva avvenire solamente dopo un lungo periodo di tempo, facendo saltare l’ipotesi che il reperto fosse stato prodotto un secolo prima o giù di lì; che gli acidi utilizzati in precedenza erano sullo scritto, non nello scritto, il che significa che erano stati usati per togliere lo sporco sullo stesso, per consentirne la lettura; che la fibula, in un passato lontano, fu riparata, usando una lamina d’oro per nascondere una piccola frattura esistente sulla sua staffa. E tutto questo ha fatto concludere che il manufatto vide la luce nel VII secolo a.C., quando le tecniche in possesso degli orefici etruschi già lo permettevano.
Gli astanti non ebbero nulla da eccepire, Si possono ricordare il glottologo Aldo Prosdocimi, che in precedenza propendeva per la falsità della fibula e l’archeologo Filippo Delpino, che la pensava come lui. Superato questo scoglio, si passò a discutere sull’iscrizione.
Se si vuole mettere un fatto in evidenza, come qualcuno ha puntualizzato, si deve ricordare che fra i presenti alla conferenza erano archeologi, glottologi, storici, ma non c’erano chimici.
Chissà se qualcuno di questi ultimi vorrà aggiungere qualcosa in merito alla fibula ed alla conclusione alla quale si è giunti; in ogni modo, ora godiamocela e, se in futuro ci saranno delle sorprese, riprenderemo serenamente le discussioni in merito alla sua autenticità.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it