Andando da Codigoro, in provincia di Ferrara, verso il mare Adriatico, si vede elevarsi dalla monotona pianura padana un campanile, alto 48,5 metri, che da solo riempie tutto il panorama: é la parte principale dell’Abbazia di Pomposa, detta “del Delta del Po”, di cui si trova ai confini, che, dalla strada litoranea Romea, una delle maggiori vie di comunicazione dell’antichità, che unisce Chioggia a Ravenna, e che nel Medioevo era percorsa dai pellegrini diretti e Roma, dà il suo benvenuto al forestiero.
Questa è situata ad una cinquantina di chilometri da Ferrara e ad una ventina, verso nord, da Comacchio. E la sua vista rende interessante una pianura ben coltivata, ma che non avrebbe nulla da mostrare di diverso dal solito.
L’Abbazia si trova su quella che nell’antichità era chiamata l'”Insula Pomposiana”, essendo, allora, circondata dal Po di Goro, dal Po di Volano e dal Mare Adriatico.
Delle origini di questa Abbazia, purtroppo, non si sa molto. Si può solamente dire, dal poco che si ha a disposizione, che verso il IX secolo in quel luogo ne esisteva un’altra, ma di dimensioni inferiori: questa notizia si ritrova in un frammento della lettera, datata 874, inviata all’imperatore Ludovico II dal papa Giovanni VIII.
La sua autonomia decadde quando, nel 981, finì sotto la dipendenza del monastero di San Salvatore di Pavia, per finire, nel 1009, sotto la giurisdizione dell’arcidiocesi di Ravenna, guidata dall’abate ed arcivescovo Gerberto di Aurillac di Bobbio.
Più tardi, riuscì a liberarsi da quella servitù e, grazie alle donazioni di fedeli, divenne un centro culturale di tutto rispetto.
Nel 1026, l’abbazia fu consacrata dall’abate Guido. E fu in quel periodo che mastro Mazulo intervenne con la costruzione di un nartece, cioè di un vestibolo, a tre grandi arcate.
Nel periodo del suo massimo splendore, Pomposa favorì la conservazione e lo sviluppo della cultura, che ebbe, fra l’altro, il contributo della presenza del monaco Guido d’Arezzo, che mise a punto le note musicali; purtroppo entrò in disaccordo con i confratelli benedettini che in pratica lo costrinsero a togliersi dai piedi, cosa che lui fece, ritirandosi ad Arezzo, presso il vescovo Teodaldo.
Fra i personaggi illustri, che furono presenti a Pomposa, emerge la figura del teologo, vescovo e cardinale Pier Damiani, che vi visse dal 1040 al 1042.
L’Abbazia era fiorente, con la coltivazione dei terreni, con lo sfruttamento di una delle saline di Comacchio, con i suoi rapporti con altre entità politico-religiose italiane e con donazioni; ma tale stato durò fino al XIV secolo, perché nel frattempo era avvenuto un peggioramento nelle condizioni del suolo, nel quale l’impaludamento, sicuramente una delle conseguenze della famosa rotta del Po di Ficarolo del 1152, che causò la deviazione dal suo vecchio tracciato (che passava a sud di Ferrara rendendola ricca) direttamente verso il Mare Adriatico; e, a complicare la situazione, ci fu la formazione di incontrollati bacini di acqua non sempre corrente, dove proliferavano le zanzare, involontarie portatrici delle terribile malaria, che la faceva da padrona.
Nel 1653, il papa Innocenzo X soppresse l’Abbazia come monastero e, non interessando più il papato, nel 1802, fu venduta alla famiglia Guiccioli di Ravenna, che la cedette allo Stato Italiano alla fine del 1800.
Il 18 maggio 1965 ci fu l’intervento del papa Paolo VI, che concesse il titolo di abate di Pomposa ai vescovi di Ravenna, con la bolla Pomposiana Abbatia, titolo che, nel 1986, fu trasferito agli arcivescovi di Ferrara-Comacchio. E dal 2014, Pomposa è passata sotto la gestione del Ministero dei Beni Culturali attraverso il Polo Museale della Regione Emilia-Romagna.
Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it
Le tagliate si trovano nei territori dell’Etruria meridionale interna rupestre e nell’area falisca nell’ambito delle odierne province di Viterbo, Roma e Grosseto. Cavoni etruschi si possono ammirare ad esempio a Pitigliano, Sorano, Sovana, Poggio Buco, Tuscania, Barbarano Romano, Bomarzo, Castro, Cerveteri, Veio, Viterbo, etc …
Le tagliate possono avere lunghezza fino ad un chilometro, larghezza di 2/4 metri, altezza fino a 20 metri (occorre comunque considerare che il livello di calpestio odierno è significativamente più basso di quello originario per essersi formato con il trascorrere del tempo) e pendenza tra l’11 ed il 18 %. Di solito presentano andamento curvilineo e talvolta si collegano tra loro. Frequentemente le tagliate sono collegate con tombe o necropoli. Nel suolo delle vie cave si trovano talvolta fori circolari e solchi di carro.
Alcune tagliate risulterebbero essere state scavate nel VII – VI secolo a.C. (ad es. Cava Buia e Cava di Pian del Vescovo a Blera) altre nei secoli successivi.
Per una diversa opinione avrebbero funzione strategico – difensiva.
Le poche iscrizioni etrusche sono costituite da formule onomastiche maschili – di regola bimembri (sulla parete occidentale della via cava della Cannara, presso Corchiano, si legge “Larth Velarnies”) ma anche con il solo gentilizio (“cleiina” si trova inciso su una tagliata della Via Clodia in località Pian Gagliardo a Grotta Porcina – Blera) -, probabilmente riferibili al responsabile della realizzazione della tagliata in veste istituzionale (titolare di una carica pubblica, magistrato) o ad un privato benefattore della collettività, magari per finalità propagandistiche. La firma potrebbe però costituire anche indicazione di proprietà della strada e/o dei terreni vicini.

