Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Mario Zaniboni. Il cubo di Salisburgo.

Il Cubo di Salisburgo o Cubo di Gurlt è un piccolo ammasso ferroso a forma di tutto fuorché a quella di cubo. Ciò che ci si può chiedere è come sia venuto in mente a chi ha propagandato il reperto di chiamarlo “cubo” e che sia stato accettato da tutti in tale modo, quando degli otto vertici non ne ha nemmeno uno, perché sono arrotondati; per me, piuttosto, ha la forma di una pagnottella di pane chiamata, ai miei tempi, “francese”, con le due facce opposte leggermente sferiche; in più, un grosso solco è praticato intorno allo stesso. Tutta la superficie, solco compreso, è costellato di piccoli alveoli. La lavorazione del materiale è forgiata, e secondo approfondimenti recenti è avvenuta rigorosamente a mano. Comunque, quel che conta è che è passato alla storia dei ritrovamenti di reperti archeologici come un cubo e, perciò, “cubo” sia. Il suo peso è di 785 grammi e le sue dimensioni sono di 67 millimetri di diametro e di 47 millimetri di spessore.
La sua storia è semplice, come hanno raccontato la rivista scientifica inglese Nature nel mese di novembre 1886, e quella francese di astronomia L’Astronomie l’anno successivo.
Nel XIX secolo, a Wolfsegg am Hausruck, nella regione di Schondorf-Vöcklabruck nell’Alta Austria, era in attività una miniera di lignite, un carbone fossile che si è formato dalla trasformazione delle piante morte delle foreste del Mesozoico e del Terziario, raggiungendo uno stadio nel quale non è più torba, ma non è ancora litantrace, essendo ancora in fase di fossilizzazione; pertanto, come tale, non è troppo pregiato.
Il prodotto, in grossi pezzi, veniva poi ridotto a dimensioni adatte alla lavorazione da operai addetti alla loro fratturazione nella annessa fonderia. E, nel 1885, capitò al lavoratore di nome Reidl di aprire un blocco di lignite e di reperirvi all’interno un qualcosa che assolutamente non ci doveva essere, cioè ciò che si è appena descritto, che è stato pure definito Wolfsegg Iron (Ferro di Wolfsegg) per ricordare la località di ritrovamento. E, qualora il cubo fosse nato insieme con il carbone, oggi avrebbe la veneranda età di 60 milioni di anni o giù di lì, quando le terre emerse erano dominate dai dinosauri,
Inizialmente, era stato esposto nel Museo di Salisburgo (da cui derivò questo nome) per ricomparire, dopo essere sparito dalla circolazione senza lasciare tracce nel 1910, nel Museo Haimathaus.
Questo ritrovamento, una volta reso noto, ha messo in subbuglio tutta una serie di studiosi e archeologi, che si sono impegnati nel cercare di capire se si tratti di un oggetto che ha l’età che vorrebbe dimostrare e che è stato reperito dove non doveva essere, e pertanto di un’OOPArt, oppure di una “bufala” bella e buona.
Fra i tanti, ci fu lo studio del 1886 dell’ingegnere minerario Adolf Gurt, professore all’Università di Bonn in Germania, riferito alla Società di Storia Naturale sempre di Bonn, dal quale risultò che, secondo il suo parere, quella pietra, con un piccolo strato di ruggine, era di ferro come lo dimostrava il suo peso specifico di 7,75 kg/dm3 (in effetti il peso specifico del ferro è di 7,87 kg/dm3) e che era di origine meteorica.
La pietra si trovava a disposizione del pubblico presso l’Oberösterreichisches Landesmuseum (Museo Statale dell’Alta Austria) di Linz, da dove, nel 1958, fu trasportato presso il Museo di Storia Naturale di Vienna; qui fu sottoposto dagli studiosi ad un’attenta analisi, ricorrendo al metodo Electron Beam Melting (EBM) (fusione a fascio di elettroni), che chiarì il fatto che, mancando tracce di elementi chimici che sono caratteristici delle pietre meteoriche, quali il cobalto, il nichel e il cromo, il cubo non poteva avere tale origine; inoltre, fu aggiunto anche che, mancando la presenza di zolfo, sicuramente non si trattava di pirite. Il Dr. Gero Kurat del Rudolf Grill dell’Ufficio geologico federale di Vienna, fu del parere che il cubo fosse di ghisa e, nel 1973, Hubert Mattlianer ritenne che la lavorazione per ottenere il cubo fosse stata quella della fusione a cera persa (cire perdue).
Sull’origine del manufatto si sono fatte molte ipotesi, dalle più fantasiose a quelle terra a terra.
Secondo il parere di molti studiosi, l’oggetto è il prodotto di antiche civiltà preistoriche, nelle quali la tecnologia aveva raggiunti livelli superiori a quella attuale; non mancano coloro che ritengono che l’artefatto possa provenire addirittura da altri mondi.
Ci sono poi coloro che, senza tentare di formulare ipotesi sull’origine dell’oggetto, sono dell’avviso che il cubo di Salisburgo sia stato reperito in un contesto che non gli compete sia per luogo sia per epoca, e che, pertanto, si tratti di uno di quei misteriosi reperti definiti OOPArt.
Ma non mancarono quelli che, senza fare voli pindarici, si sono fermati ad un’ipotesi forse più attendibile. Questi si sono chiesti se il lavoratore Reidl fosse sicuro che il Cubo fosse all’interno di un blocco di lignite, oppure che abbia preso un abbaglio, essendo questo semplicemente in mezzo ai blocchi, caduto là in mezzo non si sa né come né quando. Del resto, il già citato Rudolf Grill disse che quell’oggetto metallico potrebbe fare parte della zavorra che serve in certi macchinari utilizzati nella coltivazione mineraria.
Per concludere, come si è visto, le ipotesi sono diverse, contrastanti fra di loro, ma tali da poter affermare che potrebbero essere tutte veritiere. Di solito, ci si augura che emerga qualcosa, a un certo momento, che possa porre fine alle discussioni in merito. Ma questa volta, malauguratamente, niente da fare: il manufatto è quello che è, e il dubbio sulla sua origine non ha nessuna possibilità di essere mai dissipato.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Alberto Pozzi. Un massiccio menhir pugliese isolato per asportazione della roccia circostante.

Nella regione Puglia sono presenti numerose strutture megalitiche derivate dal megalitismo antico atlantico, che vi sono giunte per migrazioni di popoli o semplicemente di cultura, nei periodi successivi al primo manifestarsi del fenomeno.
I dolmen sono ritenuti coevi di quelli di Malta, databili alla seconda metà del III millennio (preceduti nel IV millennio dai templi pentalobati).
Di periodi diversi i numerosi menhir che si distaccano dalla tradizione megalitica europea…

Leggi l’articolo allegato: Un massiccio menhir pugliese isolato dagli Atti del Convegno Internazionale 2023 “Il Mediterraneo e il Megalitismo durante il III e II millennio a.C.”

Autore: Alberto Pozzi – alb.pozzi@gmail.com

Mario Zaniboni. La fibula prenestina: autentica o falsa?

Nell’antichità, le fibule erano delle spille di sicurezza che servivano per tenere a posto i vestiti indossati. Una di queste, la Fibula Prenestina (Fibula Praenestina) è stata trovata nel 1876 a Palestrina (l’antica città di Preneste), nella tomba Bernardini, scoperta nel 1851 ed esplorata a partire dal 1871.
Si tratta di un gioiello d’oro dalla forma che è chiamata “a drago”, lungo 10,7 centimetri e del peso di 36,2 grammi, che porta inciso uno scritto in latino arcaico. Questo, steso da destra verso sinistra, è il seguente: MANIOS MĒD FHE HAKED NVMASIŌI, che diventa MANIVS MĒ FECIT NVMERIŌ in latino classico e «Manio mi ha fatto per Numerio» in italiano; l’importanza dello scritto sta nel fatto che è la più antica testimonianza di quella lingua giunta fino ad oggi.
La glottologia offre gli elementi necessari per comprendere se lo scritto sia antico e a lei si lascia il compito di appurarlo. Purtroppo, non si sa nulla dell’orefice che l’ha costruita, ed è un vero peccato!
Il manufatto fu inserito nell’elenco degli oggetti ritrovati in quella tomba dove restò fino al 1919, cioè fino a quando la conoscenza incerta sulla sua origine non la fece ritirare.
Gli scavi furono diretti da Giuseppe Finelli, che seguì nuove procedure di carattere stratigrafico e tali da rendere i reperti derivanti dai lavori adatti alla loro esposizione nei saloni museali. Del resto, per la sua capacità, nel 1876 fu fondato il Museo Preistorico-Etnografico “Luigi Pigorini”, dove oggi è esposta la fibula; da notare che, nel 1889, in quel museo ci fu l’ingresso, importantissimo e prestigioso, della collezione etrusca di Villa Giulia.
Però, della fibula si parlò solamente dopo il 1887, con la sua presentazione, per la prima volta da parte dell’archeologo Wolfgang Helby, fatta all’Istituto Archeologico Germanico di Roma (Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung, cioè “Messaggi dell’Istituto Archeologico Tedesco, Dipartimento di Roma”). Egli raccontò che essa era stata acquistata da un amico, che non aveva saputo dirgli da quale sito venisse.
E, agli albori del XX secolo, sorsero i primi dubbi in merito all’autenticità della fibula ed immediatamente si moltiplicarono polemiche in merito a ciò, sollevate dagli archeologi più illustri, al di sopra di ogni sospetto, fra i quali si può ricordare Margherita Guarducci, che era pure epigrafista.
I dubbi erano diversi: innanzitutto, non era disponibile una valida documentazione sul sito del ritrovamento, poi erano state rilevate atipicità di carattere epigrafico e, infine, da non sottacere, le sospette amicizia e familiarità di Helbig con l’antiquario Francesco Martinetti, famoso per la sua riconosciuta attività quale falsario.
In ogni modo, vero o falsa che fosse, la fibula comparve spesso fra i reperti dell’antichità romana e si era dimostrata tanto interessante da essere esposta, nel 1977, in una mostra riguardante la nascita dell’Urbe, al Petit Palais di Parigi. E il catalogo la mostrava in due fotografie, confermando che proveniva dalla tomba Bernardini.
Bisogna ricordare che, in quel periodo, era in atto una vera e propria corsa alla ricerca di ritrovamenti archeologici da offrire ai turisti, soprattutto quelli stranieri, magari dando loro indicazioni di siti famosi da cui erano stati estratti, vero o falso che fosse. Spesso si trattava di persone ignoranti in merito ai reperti antichi che, con il loro abbondante denaro in tasca, non esitavano ad acquistare manufatti, senza preoccuparsi troppo se fossero pezzi autentici o rifacimenti. E, con tali presupposti, non mancavano, anzi fiorivano, ricercatori “fai da te”, che si improvvisavano archeologi e scopritori di tesori del passato e che, senza scrupoli, mettevano sul mercato antiquario romano pezzi falsificati o copie di pezzi autentici, fatte il giorno prima; i laboratori, dove i falsi vedevano la luce, erano nelle vicinanze di quelli dai quali uscivano quelli veri. E fra costoro era il Martinetti, di cui si è detto più sopra, intagliatore di pietre preziose, definito da Helby “il più onesto di tutti”.
Sembra quasi di sentire Amleto con il suo “essere o non essere”, quando si è nel dubbio e ci si chiede se il reperto sia “vero o non vero”. Giacono Lignana, glottologo di fama, che analizzò l’iscrizione della fibula, giunse alla conclusione che essa era indubbiamente un falso. Ci fu, poi, il paleontologo Giovanni Pinza che, per stabilire se essa fosse autentica o falsa, la confrontò con altre provenienti da scavi eseguiti a Volterra e Chiusi e, dopo essersi consultato con l’orefice Augusto Castellani, stabilì che era un falso.
In verità, si è visto che la fibula rinvenuta a Clusium (la Chiusi di oggi) è molto simile a quella di cui si parla, come del resto, ne sono state trovate altre dello stesso modello in Etruria, nel Lazio ed in Campania. E lo stesso disse il glottologo Vittore Pisani il quale, esaminando lo scritto, ritenne assolutamente che non poteva essere l’opera di una persona del VII secolo a.C. Margherita Guarducci, epigrafista oltreché archeologa, bocciò la fibula come autentica, definendola un falso proveniente dalla collaborazione fra l’Helby e Francesco Martinetti, richiamato più sopra. Di tutti coloro che ritennero la fibula un prodotto fatto “ieri l’altro”, essa fu la più accesa sostenitrice della sua falsità e con quel parere negativo restarono tutti sino a quando il problema fu affrontato con determinazione.
Ci fu l’intervento dei chimici Pico Cellini e Giulio Devoto che analizzarono la fibula al microscopio a fluorescenza, che ne confermò la falsità, perché si riscontrò la presenza di acqua ragia usata per invecchiare l’oro e, inoltre, furono notati cambiamenti nella doratura al mercurio, mentre l’oro non aveva le caratteristiche di quello che ha dormito per secoli in tombe e, al contrario, sembrava che fosse stato fuso il giorno prima.
Alzò il pollice verso l’alto, invece, l’etruscologo Giovanni Colonna, che fece presente come la scrittura non poteva essere tale, in quanto quel tipo era stato scoperto solamente nel 1899, perciò il falsario non avrebbe potuto imitarla. E, sempre a favore dell’autenticità della fibula, furono i glottologi Massimino Poetto e Guido Facchetti che, nel 2009, indagando filologicamente, notarono come l’iscrizione della fibula non potesse essere che autentica, giacché era molto simile a quella riportata su un vaso corinzio in cui era richiamato il nome Numesiana assimilabile al Numaisoi della fibula.
L’oggetto fu sottoposto ad analisi eseguite da Daniela Ferro dell’Istituto dei Materiali Nanostrutturali (ISMN) del CNR e del restauratore e docente Edilberto Formigli all’Università “La Sapienza” di Roma ed all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Lei, correttamente, partì dal presupposto che le indagini eseguite su un reperto archeologico non devono essere mai invasive e tanto meno distruttive, per cui per quelle fatte sulla superficie della fibula si ricorse all’uso di un microscopio elettronico con lo spettrometro ai raggi x in dispersione di energia.
La dottoressa Ferro espose i risultati delle sue analisi in un convegno al quale parteciparono importanti studiosi di diverse discipline. Fece presente che le varie parti della fibula erano di leghe d’oro diverse, più povere d’oro e ricche d’argento nei punti in cui occorreva una maggiore resistenza; che la ricristallizzazione del materiale individuata poteva avvenire solamente dopo un lungo periodo di tempo, facendo saltare l’ipotesi che il reperto fosse stato prodotto un secolo prima o giù di lì; che gli acidi utilizzati in precedenza erano sullo scritto, non nello scritto, il che significa che erano stati usati per togliere lo sporco sullo stesso, per consentirne la lettura; che la fibula, in un passato lontano, fu riparata, usando una lamina d’oro per nascondere una piccola frattura esistente sulla sua staffa. E tutto questo ha fatto concludere che il manufatto vide la luce nel VII secolo a.C., quando le tecniche in possesso degli orefici etruschi già lo permettevano.
Gli astanti non ebbero nulla da eccepire, Si possono ricordare il glottologo Aldo Prosdocimi, che in precedenza propendeva per la falsità della fibula e l’archeologo Filippo Delpino, che la pensava come lui. Superato questo scoglio, si passò a discutere sull’iscrizione.
Se si vuole mettere un fatto in evidenza, come qualcuno ha puntualizzato, si deve ricordare che fra i presenti alla conferenza erano archeologi, glottologi, storici, ma non c’erano chimici.
Chissà se qualcuno di questi ultimi vorrà aggiungere qualcosa in merito alla fibula ed alla conclusione alla quale si è giunti; in ogni modo, ora godiamocela e, se in futuro ci saranno delle sorprese, riprenderemo serenamente le discussioni in merito alla sua autenticità.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Gennaro D’Orio. Antica Roma, edilizia sicura con la pozzolana flegrea. Ma…

A voler parafrasare una famosa locuzione latina. Quid non fecerunt gli antichi romani, fecit un ingrediente “magico”, una sorta di cenere vulcanica, proveniente per lo più dall’area dei Campi Flegrei (= ardenti), dall’allora Puteoli, l’attuale Pozzuoli: onore al merito.
Ci riferiamo, infatti, alla “pozzolana” che, mescolata con calce ed acqua, determinava una reazione chimica capace di produrre un legante resistente all’acqua, una miscela che, in uno con un aggregato di pietre o mattoni, costituiva il cosiddetto Opus Caementicium, il miracoloso materiale dell’epoca, capace di resistere ai secoli: l’ingrediente segreto.
Nel variegato panorama delle innovazioni architettoniche introdotte dalla civiltà romana, l‘opus caementicium rappresenta, senza dubbio, un monumento di ingegnosità e praticità. Questo particolare tipo di conglomerato, precursore del moderno cemento, ha rivoluzionato il modo di costruire degli antichi romani, consentendo la realizzazione di strutture in grado di sfidare i secoli. Emblematico, infatti, è il Pantheon di Roma, con la sua incredibile cupola, che rimane un’icona dell’ingegno umano e, grazie alla sua eccezionale resistenza/versatilità, ha permesso di erigere edifici di dimensioni maestose, come i grandiosi acquedotti e gli imponenti anfiteatri, che tutt’oggi lasciano a bocca aperta studiosi e turisti. E che senza il “mix da pozzolana”, come sperimentato in precedenza, avrebbero rischiato prima o poi di crollare.
I Romani incorporavano anche altri additivi nelle loro miscele di cemento, per potenziarne le proprietà. Uno di questi additivi si dice fosse l’acqua di mare, che reagiva con la calce formando ulteriori minerali che rinforzavano il cemento e lo rendevano più resistente all’erosione.
La pozzolana, una roccia eruttiva effusiva, una sorta di tufo il cui termine è esteso a polveri vulcaniche di vario genere, capaci di reagire con la calce per dare malte con notevoli proprietà idrauliche, deriva proprio da Pozzuoli, in particolare dalla “puteolana pulvis”, esportata in tutto il mondo, in origine soprattutto dai Campi Flegrei.
Come in passato, ancora oggi il “miracoloso” additivo è un importante elemento nella fabbricazione dei cementi, in particolare quelli di tipo pozzolanico, dotati di particolare resistenza agli agenti chimici e perfetti per l’impiego subacqueo.
Le pozzolane flegree ebbero origine nel quaternario e si deposero su una piattaforma di tufo giallo compatto, frutto di una attività vulcanica sottomarina pure del Quaternario, fra le più antiche formazioni trachitiche di Cuma e di Monte Procida.
Le pozzolane flegree sono un impasto di lapilli di dimensioni variabili, la cui massa è prevalentemente grigio chiara, a volte un po’ gialliccia; questa tinta si può modificare per la presenza di pomici bianche e di lapilli grigi. Nella zona del Vulture ve ne sono altre, caratterizzate dalla presenza di haüyna.
Mentre le malte a cemento comune sono facilmente aggredite dalle acque marine, quelle di pozzolana sono poco aggredite, sia perché la quantità di calce è abbastanza bassa, sia perché la natura acida dei composti (silicati e alluminati), che si formano in una malta a pozzolana quando ha fatto presa, li rendono meno attaccabili di quelli che si formano in una malta a cemento. Potremmo dire quasi che in tutti gli antichi monumenti romani c’è sempre un pò di “Pozzuoli” al loro interno.
Già Vitruvio, nel suo “De Architectura”, descriveva quattro tipi di pozzolana: nera, bianca, grigia, rossa.
Baia, una delle località più attraenti e mondane, ieri come oggi, deriva il suo nome dal compagno di Ulisse, il leggendario Baios, che, secondo le fonti, perse la propria vita in questa terra dove ancora oggi giacciono le sue spoglie. Ercole stesso passò in questi territori con la sua mandria di buoi, sottratta a Gerione, e qui vi costruì una strada che, da Bacoli (antica Bauli), porta a Lucrino. Ricca di sorgenti idrotermali, in epoca romana, Baia prosperò al punto da divenire uno dei luoghi prediletti dai patrizi romani che qui vi eressero le proprie lussuose dimore. Mario, Pompeo e Cesare, in età repubblicana, costruirono sontuose residenze sulle alture in prossimità del mare, che erano tutte più o meno collegate tra loro in una progressione ininterrotta, tanto che tutta Baia sembrava essere un unico grande palazzo, i cui confini ancora oggi non si riescono a definire. Ricerche, eseguite nel 2020, hanno identificato altri resti della “villa dei Cesari”, sotto l’attuale Castello di Baia, e sono in corso ancora delle indagini archeologiche che ne chiariranno la natura al più presto.
Aristocratici e imperatori si incontravano dunque in queste splendide terre per oziare all’ombra dei pini e deliziarsi con la brezza marina. Claudio, Adriano, Severo Alessandro frequentarono tutti molto assiduamente Baia e le sue famose terme. Caligola vi fece addirittura costruire un ponte di barche per collegare la splendida cittadina a Pozzuoli, distante due miglia romane. Nerone, invece, fece costruire vicino al mare, dove oggi sono due piccoli cantieri navali, una enorme piscina e vivai per la coltivazione di pesci ed ostriche.
A Baia, tra la fine del II sec. a.C. ed il I sec. a.C., Caio Sergio Orata fece enorme fortuna con l’ostricoltura. Egli iniziò ad allevare le ostriche in appositi vivai e si serviva di esse per nutrire le famose orate, importando dall’oriente il famoso riscaldamento a ipocausto (=pensilia balinea), un sistema utilizzato in seguito anche negli ambienti termali, dove l’aria calda che circolava sotto i pavimenti consentiva di mantenere al caldo ogni vano degli edifici termali e delle prestigiose dimore dei ricchi patrizi romani.
Dai più considerata la mitica porta dell’Ade, un paradiso di sole e delizie, prima di entrare negli oscuri inferi, Baia fu decantata da Orazio come la più incantevole località del mondo. Plinio il Giovane ci ha restituito una testimonianza esemplare parlandoci delle strutture delle sue lussuose dimore che avevano sempre una zona produttiva, per le più disparate coltivazioni, ed un’area destinata sempre all’otium del proprietario e dei suoi preziosi ospiti, come giardini, ambulacri, biblioteche, piccoli teatri e terme. Ne sono un esempio, la villa dell’Ambulatio ed i settori termali di Venere, Sosandra e Mercurio che, ancora oggi, si possono ammirare arroccate sulla collina che affaccia sul porto di Baia.
In parte sommerse a causa del fenomeno del bradisismo, le terme romane, soprattutto quelle del settore cosiddetto di Mercurio, affascinano tuttora per la presenza di acqua che ancora inonda una sala absidata, primo probabile esempio di cupola in opus caementicium di epoca romana.
Il cemento che si produceva in quest’area in età romana, grazie all’uso congiunto con la “pozzolana” e l’acqua di mare, permise di costruire ambienti a volta che precedono lo stesso Pantheon di Roma. In una di queste grandi sale voltate, proprio in prossimità della cupola di Mercurio, la natura ha voluto regalarci una curiosa attrazione: un meraviglioso albero di fico che, invece di crescere dalla terra verso l’alto, è capovolto e affonda le sue radici nella volta dell’edificio mentre il tronco ed i rami pendono dal soffitto, creando una suggestiva atmosfera, preambolo alla successiva sala absidata, inondata dall’acqua, dove l’acustica crea un effetto davvero particolare lasciando tutti esterrefatti.
Ozio, vizi, vino arrecano gioia ma tante volte, si sa, diventano un cocktail ideale anche per alimentare rancori. E nell’area di Baia si consumarono anche i peggiori delitti, come quello che Nerone organizzò per assassinare la madre, l’Augusta Agrippina, che morì sotto i colpi al ventre che subì. Qui si tramarono tanti altri intrighi politici e si ordirono le peggiori congiure come quella che Lucio Calpurnio Pisone, uomo colto e ricchissimo, aveva architettato con altri congiurati contro lo stesso Nerone. La bella e dolce vita. Ma fu la bella vita che passò alla storia. Ville, impianti termali, cultura, ozi e belle donne. Questa era la vita da favola di molti signori dell’epoca romana.
Il povero Boccaccio, che in epoche più recenti rimase deluso dal comportamento della sua agognata Fiammetta, battezzò poi quest’area come il luogo di nascita di Venere. E proprio a Venere sono dedicati un tempio, che si incontra lungo la strada che porta al castello, ed una intera sezione delle terme. Queste ultime, abbellite con statue di marmo, mosaici e begli affreschi, pur avendo vissuto momenti di abbandono, sono sempre state considerate ottime per la cura del corpo e dello spirito.
In un passo di Tito Livio si apprende che il primo ad utilizzare le sorgenti idrotermali con scopi curativi fu Gneo Cornelio Scipione, che soffriva di artrite. Le terme flegree, in quanto gratuite ed accessibili a tutti, attiravano, infatti, più della medicina, e lo stesso grande imperatore Federico II di Svevia, se ne servì per curarsi e rilassarsi.
Durante i periodi angioino ed aragonese poi, le terme di Baia e dintorni divennero di nuovo di moda ma alcuni secoli dopo, un evento naturale pose per sempre fine al loro splendore: la nascita in una notte del Monte Nuovo, durante una eruzione vulcanica, che fece scomparire interi villaggi e gran parte delle stesse terme.
Il bradisismo di tutta l’area flegrea fece poi sprofondare una parte della città di Baia che resta tuttora sommersa nelle splendide acque del golfo di Pozzuoli, a circa dieci metri di profondità e a 300/500 metri dalla riva. Essa attualmente è divenuta un richiamo per tutti gli amanti di archeologia subacquea e per coloro che vogliano intraprendere una avventura stupenda alla ricerca di splendidi reperti visibili sul fondo del mare.
Gli scavi dell’area archeologica di Baia, si sono concentrati sull’area dominata da tre grandi cupole, a cui era stato dato il nome di tempio di Diana, tempio di Mercurio e tempio di Venere, pensando che fossero parte di edifici di culto. Si tratta in realtà di ambienti di tre diversi stabilimenti termali, costruiti a distanza di un secolo l’uno dall’altro.
La particolare conformazione geologica della zona forniva, infatti, grandi possibilità di sfruttare vapori, acque termali e fonti naturali di calore. La disponibilità di un materiale edilizio particolarmente efficace, come appunto la pozzolana, consentiva anche di realizzare strutture architettoniche di grande respiro, tre cui la cupola del cosiddetto “tempio di Diana”.
Le strutture conservate sono relative a lussuose villae residenziali. L’area a causa del bradisismo è stata soggetta più volta ad un abbassamento del suolo sotto il livello del mare, che ne ha determinato la parziale scomparsa da “sopra terra”.
Il resto, tutto il resto, è storia purtroppo “sofferta” di tanti mesi, di questi giorni, con il suolo che, particolarmente da circa tre anni, ha ripreso a sollevarsi (bradisismo ascendente), con conseguenti scosse da eventi tellurici, tali da incidere e non poco sulla stabilità abitativa nei Campi Flegrei e sulla popolazione che, giustamente, non si sente più sicura.
Questa volta, la pozzolana “curativa” proprio non c’entra. Non ci può, purtroppo. Credeteci.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it