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Michele Zazzi. Il tumulo della Cuccumella a Vulci.

Nella Necropoli Orientale di Vulci si staglia il monumentale tumulo della Cuccumella, databile alla fine del VII secolo a.C., di circa 70 m di diametro, 230 m di circonferenza e 20 m di altezza.
Il tumulo fu oggetto di scavi dal 1828 ad opera del Principe di Canino Luciano Bonaparte, successivamente da parte di Alessandro François e poi da Francesco Marcelliani nell’interesse della famiglia Torlonia.
Nel 1875 – 1876 in particolare furono scavate trincee e gallerie alla ricerca di camere funerarie (cd. labirinto). Il monumento è stato comunque oggetto di successivi scavi (1928 – 1929) e restauri (2003 – 2006).
Il sepolcro è delimitato da un tamburo di lastre di nenfro poste di taglio ed infisse nel banco di tufo, al di sopra del quale altre lastre più piccole sostengono il riporto di terra del tumulo.
Il settore meridionale del monumento accoglie due tombe, una accanto all’altra.
La tomba B, posta ad ovest, è la più antica ed ha una camera formata da due stanze in asse. La camera è preceduta da un ampio vestibolo quadrangolare a cielo aperto (larghezza 7 m circa, lunghezza 6,50 m). Il piazzaletto probabilmente era munito di doppia banchina addossata alle pareti.
La tomba A, ad est, fu costruita pochi anni dopo e presenta una struttura cruciforme. La camera principale di fondo è formata da due stanze in asse. Quest’ultima è preceduta da un vestibolo rettangolare a cielo aperto incassato nel banco roccioso (larghezza 8,65 m circa, lunghezza 6,50 m). La piattaforma nella parte anteriore è dotata di una doppia gradinata (alta circa 2 m) e sulle pareti laterali del vestibolo vi è una banchina aperta in corrispondenza delle due cellette che si aprono ai lati della camera principale. Al vestibolo si accede tramite un lungo dromos.
La struttura delle due tombe si caratterizza per la presenza di ampi vestiboli a cielo aperto dotati di banchine. Tali spazi erano funzionali allo svolgimento di cerimonie e giochi funebri in onore dei defunti ai quali assistevano gli spettatori seduti sulle gradinate.
Sulla cima della calotta vi erano due torri – cippo (di circa 10 m di altezza) di forma, rispettivamente, quadrata e conica e forse anche una terza struttura circolare (in questo senso Alessandro François), una sorta di altare piattaforma.
Al di sopra del tamburo furono trovate alcune piccole camere sepolcrali; forse erano tombe dei servitori e degli schiavi della gens titolare del tumulo (George Dennis).
Il monumento funebre era inoltre decorato con una ventina di statue in nenfro raffiguranti animali fantastici e reali: sfingi, leoni alati, grifi e pantere. Non sappiamo dove fossero collocate queste sculture funerarie (sulla sommità del tumulo? davanti alle porte delle tombe? all’interno delle camere?). Resti di sculture furono rinvenuti sia all’interno delle tombe che presso gli ingressi delle stesse. Le statue erano poste a guardia dei defunti ed enfatizzavano l’alto rango della famiglia proprietaria del tumulo. Al tempo stesso simboleggiavano l’ignoto viaggio verso l’aldilà.
In prossimità del tamburo del tumulo è stata ritrovata una struttura a pianta rettangolare, bipartita nel senso della larghezza, costituita da blocchi parallelepipedi in nenfro e con tracce di copertura (terrecotte architettoniche). L’edificio poteva forse essere destinato al culto familiare della gens proprietaria del tumulo (Anna Maria Moretti Sgubini).
Durante gli scavi del 1928 – 1929 sulla cornice orientale del tumulo fu rinvenuta un’iscrizione (oggi non più rintracciabile) “mini kaviena zineke” forse riferibile alla famiglia proprietaria del monumento o piuttosto al costruttore del tumulo.

Sul Tumulo della Cuccumella cfr., tra l’altro:
– Alessandro Mandolesi, Il gigante di Vulci, Archeo, novembre 2024, pagg. 34 e ss.;
– Alessandro Mandolesi, Grandi tumuli Etruschi, All’insegna del Giglio, 2020, pag. 41;
– George Dennis, Città e Necropoli d’Etruria, Edizione Italiana a cura di Elisa Chiatti e Silvia Nerucci, Nuova Immagine, 2015, Volume primo, pagg. 570 e ss;
– informazioni sul tumulo nel sito Facebook del “Museo della Badia di Vulci”.

Di seguito immagini della Cuccumella e della ricostruzione del tumulo.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Gennaro D’Orio. Le Terme romane di via Terracina, un antico posto di ristoro e relax.

Riflettori sul panorama “in restyling” delle Terme romane di via Terracina 236, quasi attaccate agli studi della RAI – sede di Napoli, nel cuore dello storico quartiere Fuorigrotta.
Si è infatti conclusa sabato appena scorso, la serie di visite guidate “straordinarie” gratuite, al meraviglioso sito antico, dopo i due appuntamenti di sabato 9 e domenica 17 novembre, conclusisi con soddisfacente successo.
I Romani, si sa, amavano le terme. Ce ne erano di grandi e piccole, sparse qua e là: Roma, Ercolano, Pompei, Baia, Pozzuoli, Agnano…. Erano luoghi di ritrovo, ristrette agorà in cui parlare di tutto: affari, consigli, pettegolezzi… E per rinfrancarsi dalle fatiche di essere un civis romanus.
Così fu costruito questo complesso, alimentato dal fiume Serino come le altre grandi terme, anche se il calore era generato da stufe, come il complesso del Carminiello ai Mannesi nel cuore di Napoli, diversamente invece da quello di Agnano, alimentato da sorgenti sotterranee.
Le terme di via Terracina sono un unicum piccolo, rispetto ad esempio a quelle più a ovest nei Campi Flegrei. Erano un luogo di sosta, tra Napoli e Pozzuoli, quindi ben lontano dall’essere un hub sociale come altre spaziose aree termali.
Ecco, a questo punto, un salto fino al ‘600, in pieno viceregno spagnolo. L’architetto e archeologo Francesco Antonio Picchiatti, scavando le fondamenta, si imbattè in resti di epoca romana: tracce di mura dell’antica Neapolis e una porta rivolta verso Cuma: la Porta Cumana.
La necessità di erigere la guglia, anche per volere del viceré Gaspar Méndez de Hero, lo spinse a riseppellire tutto e a fare l’obelisco. Ma prima il Picchiatti aveva realizzato dei disegni dell’area, rinvenuti poi nel 1744 dall’architetto Nicola Carletti, che li considerò preziosissimi. Successivamente, l’apertura della cosiddetta Crypta neapolitana avrebbe evitato la difficile via “per colles”, sfiorando la costa per arrivare a Baia (via per Cryptam).
Le terme di via Terracina, trovandosi a mezza via tra Napoli e Pozzuoli, risultavano una sorta di “centro benessere” di quel tempo, per rinfrancarsi dal cammino, una inconsueta distinzione di genere con turni maschili e femminili. Le donne, meno assidue, vi erano ammesse ma, nel caso di via Terracina, ci si divideva: le prime, meno assidue di mattina, mentre gli uomini, più frequenti, di pomeriggio. Inoltre le donne, considerate “perle rare”, pagavano un biglietto più alto rispetto agli uomini, per i quali in antichità le terme erano una specie di “resort”, per chiacchierare di affari e ristorarsi dal lavoro. Due frigidarium, tre tepidarium ed un calidarium. Questi erano gli ambienti delle “terme romane” di via Terracina, oltre ad un’ampia sala d’ingresso, gli spogliatoi (apodyterium), le latrine e un solarium. I pavimenti, decorati a mosaico a tessere bianche e nere, rappresentavano diverse scene mitologiche con, a testimonianza nella sala d’ingresso, il “ratto della Nereide” da parte di Tritone, che la costringe al matrimonio, mentre nell’ambiente successivo le tessere nere si uniscono, a comporre sul pavimento strane raffigurazioni mitologiche: cavalli con coda di pesce, draghi, tori marini. Negli ambienti tiepidi e caldi, il civis romanus si ritemprava al tepore generato dal vapore, prodotto da un forno che scaldava l’acqua e che, fuoriuscendo, veniva incanalato in condotti che sfociavano nell’hypocaustum, una camera sotto il piano di calpestio. Tra l’hypocaustum vero e proprio, vi erano delle colonnine (suspensoria), che reggevano il pavimento reale e creavano un ambiente vuoto sotto i piedi, in quanto riscaldato dal basso, come pure ai lati in quanto la conduttura girava torno torno il complesso. La profondità dell’hypocaustum determinava la differenza tra tepidarium e calidarium: più basso nel primo, più profondo nell’altro; questo perché maggiore era il volume di circolazione dell’aria calda, più caldo era l’ambiente.
Intanto ecco una chicca o presunta tale: nelle Terme di via Terracina si sostava o ci si immergeva, ma non si praticava la natatio, sottolineando se vogliamo la scarsa capacità di nuoto dei “dominatori del mondo”.
Tra i mosaici del complesso ce n’è uno che, a guardarlo con attenzione, procura uno strano effetto: una delle figure ha tre gambe, due braccia diverse ed una mano con sei dita! Come è possibile? Fu tutta colpa di un idraulico del tempo che, per riparare una tubatura sotterranea, divelse i mosaici che, poi, furono riapplicati in modo assai maldestro, tale da spiegare la figura umana così anatomicamente strampalata.
Intanto, le Terme cessano l’attività nel IV secolo d.C., sia per il dissesto geopolitico causato dalle incursioni barbariche, sia perché l’avanzante Cristianesimo aveva sostituito le terme con le chiese, quali luoghi di ritrovo, forse perché i Romani avevano diversi valori morali ed un senso diverso del pudore, inconciliabile con la “damnatio corporis” propria del Cristianesimo.
Oggi il complesso archeologico di via Terracina ha quell’aspetto, in un certo qual modo marginale ma decoroso, proprio di tutte le testimonianze che attraversano il tempo, anche se sfigurate dal lungo volgere dei secoli.
Chi oggi è interessato a conoscerle più profondamente, si suggerisce, può rispolverare la seicentesca descrizione nella “Thermologia Aragonese”, di Sebastiano Bartoli che, nel 1679, fu incaricato dal vicerè Don Pedro Antonio de Aragona di enumerare le terme ed i balnea, sparsi nel cammino tra Napoli e Pozzuoli.
Riguardo all’apertura straordinaria ed alle più che recenti visite guidate, esse sono state svolte a cura della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, per il Comune di Napoli, in collaborazione con i volontari del Gruppo Archeologico Napoletano (GAN), impegnati da tempo per mantenere la visibilità, con l’effettuare continui interventi di pulizia e, dove possibile, di restauro.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Marco Morucci. Da antico faro per l’attracco delle piroghe ad altare rituale.

Il monte Bisenzio è stato abitato fin dalla protostoria, sulla sua sommità sono stati ritrovati resti di capanne che risalgono all’età del bronzo e sicuramente doveva avere un molo sul lago ma secondo l’ipotesi più accreditata dovrebbe trovarsi nei pressi dei resti sommersi del porto etrusco ovvero davanti la scogliera di Punta San Bernardino.
Il mio istinto però mi suggeriva che era troppa la distanza dal monte e guardando la conformazione della riva del lago notai che sotto Bisenzio si trova una piccola insenatura ed è proprio lì che decisi di andare ad indagare.
Arrivato in zona trovai una fila di pietre che potevano far parte delle fondamenta di una costruzione, era un primo segnale poco però per avvalorare la mia idea, certo era di buon auspicio il ritrovamento di una piroga sommersa nel lago che risultava affondata proprio lì davanti.
Mi guardai in giro e poco più in là dalle fondamenta un grosso masso attirò la mia attenzione, alto circa tre metri presentava una rozza rampa di salita e sulla cima vi erano altri segni di lavorazione, dall’alto ho notato che era stato in parte svuotato per qualche ragione da ricercare.
Esiste una versione ufficiale su questo tipo di vasche scavate nella pietra scoperte sul monte Bisenzio, si ritiene siano pestarole o palmenti ovvero pressori litici in pratica dei manufatti atti allo schiacciamento per pressione delle vinacce o delle sanse.
Misi in moto la mia mente per scartabellare le idee su di un possibile altro uso di quel macigno che si ergeva dalle acque, nel frattempo continuavo ha scrutare dall’alto le acque del lago.
Sul fondo non lontano dalla riva, iniziai a scorgere pietre lavorate, sassi scavati, macine e altri reperti inabissati persino un sarcofago, ciò mi suggerì che in quel punto doveva esserci qualcosa di pericoloso, forse scogli affioranti o qualche insidioso mulinello, poco più a largo esiste un punto chiamato il Ragnatoro infido al punto che persino i pescatori cercano di evitarlo.1
Credetti all’improvviso di aver trovato la risposta all’uso della vasca ovale scavata in cima al masso, forse vi accendevano un fuoco per indicare la via da seguire alle piroghe fino all’insenatura, insomma poteva essere un primo archetipo di faro di tremila anni fa.
Oramai pago delle mie pensieri tornai a casa e scrissi queste poche righe per descrivere la mia scoperta.
Alcune settimane più tardi tornai sulle rive del lago, mi piace camminare sulla sabbia e le onde mi trasmettono un senso di pace, poco lontano vidi una barca con un anziano pescatore e la mia curiosità mi spinse a chiamarlo, venne verso la riva e iniziammo a parlare.
Era simpatico e gli chiesi se conosceva quello strano masso scavato sulla cima, fece un piccolo sorriso e la sua risposta mi destabilizzò, mi raccontò una leggenda che un tempo veniva tramandata davanti al focolare.
Un antico popolo credeva che al centro del lago in una grotta sommersa vi abitasse una dea e tutte le primavere prima dell’inizio della stagione della pesca portavano un animale sopra al masso per un sacrificio, il sangue tramite un foro alla base e un piccolo canale scavato nella roccia finiva nelle acque, le onde lo portavano fino alla dea che se gradiva l’offerta donava ai pescatori una stagione di lago calmo e una pesca copiosa. A settembre come ringraziamento si accendeva un grande fuoco dove si bruciavano dei rami di alloro la cui cenere era portata dal vento che la dea aveva ormai liberato, avvertiva così i pescatori che la stagione era finita e dovevano rientrare.
Quindi non si trattava di un semplice masso o di un faro ma di un altare rituale, per quanto sembri fantasioso questo racconto potrebbe spiegare la presenza sul monte Bisenzio della grotta colombaia che segna il giorno del solstizio, dei palmenti e le misteriose aiole sacre, quattro colline di sassi costruite all’interno del lago.

Autore: Marco Morucci – marcomorucci60@gmail.com

1 Da notare che anche ai nostri giorni continuano ad accadere degli incidenti mortali, nel mese di ottobre 2024 vi è morto affogato nei paraggi un paracadutista della Folgore durante un esercitazione.

Mario Zaniboni. Guerriero di Capestrano. Autentico o fasullo?

Nel mese di settembre del 1934, un certo Michele Castagna stava eseguendo lavori di dissodamento nella sua vigna sita nel comune di Capestrano, in provincia di L’Aquila nell’Abruzzo; qui, in tempi antichi, era la necropoli della città di Aufinum i cui abitanti erano i Vestini.
Ad un certo momento, un ostacolo impedì alla sua pala di proseguire il suo lavoro: infatti, essa si scontrò con un qualcosa di duro. Egli si adoperò per togliere l’ingombro, giacché non era un ciottolo, magari un piccolo masso erratico, come lui aveva pensato, che gli impediva di procedere, tanto che dovette escavare a lungo, per estrarre, alla fine, una grande quantità di frammenti litici, che egli intuì essere le parti costitutive di un manufatto opera dell’uomo.
Infatti, una volta messi insieme da gente del mestiere, i frammenti divennero una statua che raffigurava un guerriero con una statura più elevata di quella di un individuo normale; la statua è alta 2,09 metri e le spalle sono larghe 1,35 metri; inoltre, essa ha una base di quasi mezzo metro di spessore.
Chi ha vista la statua, e se ne intendeva, ha sentenziato che era un manufatto della produzione dell’arte italica del VI secolo a.C. Questa, costruita in pietra calcarea tenera proveniente da una cava della zona, rappresenta – come già ricordato – un guerriero, come lo dimostrano una spada con fodero ed elsa decorate ed un’ascia (o uno scettro?) strette sul petto, protetto da una corazza di sicurezza; una piccola ascia è tenuta con la mano destra.
Ciò che del suo abbigliamento è curioso è lo strano grande copricapo, che qualcuno ha assimilato ad un sombrero messicano e che copre le orecchie, a forma di disco, del diametro di 65 centimetri, che è costituito da un blocco di pietra, distinta da quella del corpo, con sopra una calotta semisferica con una cresta, parzialmente distrutta. Forse il cappello aveva una funzione rituale o, chissà, era uno scudo protettivo per il capo come qualcuno ha ipotizzato: del resto, sembra che nell’antichità, i militari usassero tenere lo scudo sulla testa (sinceramente, è la prima volta che sento parlare di questo uso).
Il profilo del corpo è quello di una persona normale, anche se si riscontra che i fianchi siano un po’ abbondanti, tanto che qualcuno ha ipotizzato che si tratti di una femmina; ma alla fine, ragionandoci sopra, ci si convinse che era un maschio in tutto e per tutto, un vero e vigoroso guerriero, appunto, con le braccia ripiegate sul petto protetto da una corazza a dischi, come ricordato più sopra.
Da un attento esame, è risultato che probabilmente il reperto era dipinto, poiché si sono trovate tracce in rosso di vernice sulle cinghie, che sorreggono le protezioni del corpo, e in bianco sul volto.
A proposito del volto, non c’è perfetta sintonia fra gli studiosi, perché ci sono quelli che propendono per lineamenti naturali molto stilizzati, mentre altri ritengono che si tratti di una maschera protettiva oppure funeraria.
Il collare rigido che ha al collo non ha una funzione protettiva, bensì semplicemente ornamentale, così come sono ornamentali i bracciali tenuti sugli avambracci. Un riparo in cuoio e lamina metallica, sorretto da un cinturone, protegge l’addome. Gli schinieri riparano le gambe ed i piedi calzano sandali.
Però, la domanda d’obbligo è: chi era costui? A dare una risposta è lo scritto inciso su una delle due colonnine che, poste ai fianchi della statua, la sostengono. Lo scritto, inciso in una sola riga verticale, leggibile dal basso verso l’alto, invece di chiarire quanto richiesto, non ha fatto altro che accendere dispute fra i filologi che si sono intestarditi nel tentativo di comprenderne il contenuto. Alla fine, il tutto è stato appianato quando si è offerta la possibilità di confrontare lo scritto con alcune iscrizioni rinvenute in un ritrovamento avvenuto non lontano dalla città di Teramo, nella località di Penna Sant’Andrea, dal quale risulta che “me bella fece Aminis per il re Nevio Pompuledio”; in tal modo, furono individuati sia il nome del personaggio, il re del popolo dei Vestini, sia quello del suo autore.
Lo scritto, in lingua italica arcaica, è il seguente:
            MA KUPRI KORAM OPSUT ANI..S RAKI NEVI PO…M.II.
Secondo il parere espresso nel 2007 dal filologo Alberto Calderini, in merito all’interpretazione del contenuto dello scritto dato dal professor La Regina, il personaggio della statua è il re di cui si è detto, ma Aminis è il committente, non lo scultore dell’opera.
A proposito del re, il risultato della ricerca attuata per “National Geographic” fu che, forse, Nevio Pompuledio e Numa Pompilio, il secondo re di Roma, erano la stessa persona. Del resto non è un’idea del tutto balzana, quando si vada a considerare che Numa Pompilio era di origine sabina e che il suo popolo viveva in un territorio che confinava nella sua parte meridionale con quello dei Ventini, non molto lontano dalla città di Aufinum. Però, ancora oggi, non mancano coloro che non concordano con questa interpretazione.
La figura della statua si inserisce nella cultura artistica picena, come del resto è dimostrato dall’esistenza di altre statue di grandi dimensioni di quel territorio, vale a dire la stele antropomorfa trovata a Guardiagrele e il capo di guerriero scoperto a Numana.
Ma, come sempre, non si cessa mai di studiare e di cercare di approfondire la conoscenza dei reperti archeologici, e le conclusioni sono sorprendenti quando vanno ad inficiare i risultati precedenti, ritenuti validi al cento per cento; come è capitato in questo caso, a proposito del Guerriero di Capestrano, appunto.
Infatti, secondo il giornalista e regista Alessio Consorte si tratta di un “falso storico”. E sono stati tanti altri ad esprimere il loro parere negativo sull’autenticità della statua, tanto che resta aperto il dubbio se si tratti di un simbolo di regalità oppure di un qualcosa che resta misterioso.
A questo punto, non resta altro da fare che aspettare se non si trovi qualcosa che risolva definitivamente il dilemma, e continuare ad apprezzare il reperto come un oggetto storico di somma importanza, secondo un certo punto di vista, oppure ritenerlo fasullo, di nessun valore, secondo un altro.
La statua è conservata nel Museo archeologico Nazionale d’Abruzzo nella Villa Comunale di Chieti. Una sua riproduzione a grandezza naturale è posta nell’atrio del Castello Piccolomini di Capestrano.

Autore:
Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it