Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

TUSCANIA (Vt). Il leone etrusco di Valvidone (o di Toscanella).

Nel 1860 in località Valvidone, nelle campagne di Tuscania, in una vigna di proprietà di tale Filippo Vittorangeli fu scavata la tomba ellenistica (databile al 350 a.C.) della prestigiosa famiglia Neaznas/Nevznas di Tuscania. La relativa necropoli era già stata oggetto di scavi dal 1832.
Nell’ipogeo, probabilmente a tumulo, vi erano tredici sarcofagi in nenfro e di terracotta con il loro corredo.
Sulla sommità della tomba fu ritrovato, sopra un largo basamento circolare (del diametro di circa cinque metri) la scultura di un leone in nenfro. Da una iscrizione posta sulla cornice di due blocchi della base apprendiamo il nome del defunto “eca suthi nevznas arnthal nès … ” = “questa (è la) tomba di nevzna arnth…”
Il maestoso felino (lungo m 1,60 ed alto m 1,10) è rappresentato con le fauci spalancate, la peluria sul dorso, le vene rigonfie ed una folta criniera a fiammelle.
Il leone, che è uno dei soggetti prediletti della scultura funeraria etrusca, aveva la funzione di difendere e proteggere l’ipogeo ed il suo corredo da eventuali predatori.
Il leone in oggetto, unitamente ad alcuni sarcofagi, fu acquistato dal Municipio di Toscanella nel novembre 1897 dal Direttore del Museo Archeologico di Firenze Luigi Adriano Milani per la somma complessiva di lire 750.
La scultura che in passato è stata esposta nel giardino del Museo Archeologico Nazionale di Firenze è oggi conservata all’interno del medesimo museo, al piano terreno.

Sul leone di Valvidone cfr.:
Il leone di Valvidone La vera storia dell’arte lapidea funeraria etrusca, Paperback, 2018 di Alessandro Tizi, Stefano Bocci, Riccardo Fioretti;
– notizie sul sito Facebook del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e sul sito Facebook del Gruppo Archeologico Città di Tuscania.

Di seguito immagini del leone di Valvidone.
La foto d’epoca proveniente dall’Archivio Marco Quarantotti è tratta da Viaggio di sola andata. L’ordinaria dispersione del patrimonio archeologico di Tuscania, 2014 di Riccardo Fioretti.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Giuseppe Pipino. Plinio il Vecchio e i Bagni napoletani dei Campi Flegrei.

Come appassionato naturalista, residente per lo più a Roma, Plinio il Vecchio doveva conoscere bene i Campi Flegrei e, sicuramente, ne aveva visitato alcune delle celeberrime terme anche prima di essere nominato comandante della flotta romana di stanza a Miseno: giusto, quindi, che nomini più volte singolarità e località flegree nella Naturalis Historia, opera che, a quanto si legge, fu terminata e divulgata fra il 77 e il 78 d.C.
Da Miseno, come scrive il nipote Plinio il Giovane (Ep. VI, 16), salpò per soccorrere alcuni conoscenti a Stabia e vedere da vicino l’eruzione del Vesuvio, morendo soffocato dalle esalazioni vulcaniche (il 25 ottobre dell’anno 79).
All’autore vengono però attribuite, relativamente ai Campi Flegrei in generale e ad alcune zone (Solfatara di Pozzuoli e Agnano in particolare) affermazioni che non si trovano nella sua opera e, ancor di più, vengono interpretate in modo distorto alcune di quelle realmente scritte, mentre vengono ignorati o sottovalutati brevi ma importanti richiami a particolarità specifiche, come bagni e sorgenti minerali. Inoltre, sempre più spesso le attribuzioni sono fatte senza specifici riferimenti all’opera o citando il solo numero dei lunghissimi “Libri”, oppure, in tempi recenti, citando capitoli e frasi contenute in edizioni moderne, difficili da reperire anche quando espressamente indicate, ma per lo più senza neanche indicarle.
Come per altre occasioni, “…per Plinio ho ritenuto di dovermi attenere all’edizione di F. Domenichi (1561), data la persistenza temporale e le numerosissime edizioni, anche recentissime” (PIPINO 2016, pag. 5), attingendo in particolare a quella veneziana del 1844, oggi consultabile anche on line.
Ho sempre confrontato il testo italiano con quello latino a fronte, aggiornando il linguaggio quando necessario, e sono ricorso anche ad edizioni diverse, nonché a traduzioni inglesi e francesi, per i termini poco comprensibili.
Per facilitare eventuali riscontri, oltre al “Libro” ed al numero del capitolo, quando presente, segnalo il titolo o l’argomento di questo….

Leggi tutto nell’allegato: Plinio il Vecchio e i bagni napoletani dei Campi Flegrei.

Autore: Giuseppe Pipino  – info@oromuseo.com

GRECIA – Delfi. La sfinge dei Nassi.

Durante lavori di ricerca e scavi eseguiti nel santuario del Tempio di Apollo a Delfi, la maggiore delle isole Cicladi della Grecia, situate nel Mar Egeo, furono raccolti, a partire dal 1860 fino al 1893, frammenti di marmo bianco, originari dell’isola di Naxos che, alla fine, messi insieme con certosina pazienza e tanta competenza, diedero la soddisfazione di vedere ricostruita una grande e stupenda statua, alta ben 222 centimetri e larga 125, poggiante su un piedistallo scolpito secondo lo stile ionico, datata al 560 a.C.
Si ritiene che sia stato un dono della comunità dell’isola di Naxos all’Oracolo di Delfi.
Il blocco era posto sopra una colonna, che portava l’altezza totale a quasi 12 metri e mezzo, eretta presso l’ingresso del santuario, che era situato a nord della Roccia della Sibilla.
Era un po’ una moda, quella di porre esseri mitologici, quali le sfingi, di fianco ai templi ed alle sepolture con l’intenzione che servissero da protezione per i fedeli, in particolare per i regnanti ed i ricchi.
Le fattezze della statua sono l’insieme di una testa di donna, con il petto e le ali di un uccello rapace ed il corpo di leonessa. E nella mitologia greca, un essere formato dalla testa di una donna sul corpo di una leonessa era un simbolo di grande forza, adattissimo a fare il guardiano della sicurezza altrui.
Il volto, bello, sorridente e disteso, ma enigmatico, di giovane fanciulla, è incorniciato da una fascia che trattiene i lunghi riccioli, ricadenti sulla nuca. Si tratta di un esempio della maestria artistica degli scultori di quell’epoca e di quel luogo.
Il monumento, che suscitava una certa paura nei visitatori, rappresentava un esempio specifico della scultura di Naxos, quando era nelle più alte vette dello splendore.
La sfinge, che è originaria della mitologia dell’Egitto (basti ricordare il suo incontro con Edipo), è stata introdotta in Grecia da Era, sempre secondo la mitologia, dopo averla recuperata dall’Etiopia.
Sul basamento è incisa, in greco, la seguente frase: “I Delfini sono stati ritenuti degni della preminenza dell’antico sovrano di Theolitus, il deputato Epigenus”.
Il Museo Archeologico di Delfi conserva la statua e la pone all’ammirazione dei visitatori.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Pier Luigi Guiducci. L’humanitas di Pio XII. Papa Pacelli e le azioni a tutela dei piccoli, dei deboli,  degli emarginati, degli umili.

Nel migrare del tempo, la figura e l’opera di Pio XII (Venerabile) è stata presentata in diversi modi. Evidentemente, un’attenzione particolare è stata rivolta alle sue virtù. Unitamente a ciò, conservano un particolare valore il suo magistero, i discorsi, i radiomessaggi, le esortazioni, le encicliche, le proclamazioni dogmatiche. Si tratta di una vasta eredità, rafforzata dalle opere di carità, che il Concilio Vaticano II e i Papi successivi sapranno accogliere e valorizzare. Accanto agli aspetti cit., la storia consegna anche un Papa “privato”, un Pacelli capace di “uscire” dagli schemi del tempo, e di manifestare in modo aperto il proprio animus. Tale realtà si riscontra, in particolare, nelle situazioni riguardanti anche i piccoli, i deboli, gli emarginati e gli umili….

Leggi tutto nell’allegato: PIO XII papa Pacelli

Autore: Pier Luigi Guiducci – plguiducci@yahoo.it