Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Maria Luisa Nava, La Scuola Medica Salernitana. Dalla medicina antica alla professionalità sanitaria.

Il contributo ricostruisce, in prospettiva di lunga durata, le principali traiettorie storiche che conducono alla formazione della Scuola Medica Salernitana e alla sua persistenza istituzionale, con particolare attenzione ai processi di trasmissione interculturale del sapere medico (greco-latino, bizantino, arabo-islamico e persiano) e alle condizioni sociali e normative che resero possibile, in Europa occidentale, una prima strutturazione stabile dell’insegnamento e della certificazione professionale.
La prima parte colloca la medicina medievale nel quadro delle pratiche di cura attestate già nella preistoria e protostoria (chirurgia cranica, trattamenti dentari, manipolazioni terapeutiche) e nelle prime civiltà storiche del Vicino Oriente e dell’Egitto, fino alla razionalizzazione greca e alla sistematizzazione romano-imperiale.
La seconda parte analizza la genesi della tradizione salernitana nel Mediterraneo altomedievale e normanno-svevo, il ruolo delle reti monastiche e della mediazione traduttiva, il peso della medicina araba e persiana (con riferimento a figure-cardine come Avicenna e Averroè) e l’apporto di Costantino l’Africano alla costruzione di un canone didattico.
Vengono poi discussi tre nodi decisivi: (1) la presenza delle Mulieres Salernitanae e la specificità di Trotula, unica magistra nella tradizione attribuitale, in un contesto che – a differenza di altri ambienti – non assimilò sistematicamente la sapienza terapeutica femminile alla devianza; (2) la distinzione fra medicus e chirurgus e la progressiva legittimazione della chirurgia attraverso la “Rogerina” di Ruggero Frugardi; (3) la normazione pubblica della pratica medica e farmaceutica nel Regno, fino alle trasformazioni tardo-medievali e moderne, alla soppressione murattiana (1811–1812) e alle riattivazioni contemporanee (2006 e 2013), che hanno riattualizzato – in forme nuove – l’eredità salernitana…

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Autore: Maria Luisa Nava – mlsnava@gmail.com

BOMARZO (Vt). L’insediamento rupestre di Santa Cecilia.

Nella vasta area boscosa che si estende tra i comuni di Bomarzo, Vitorchiano e Soriano nel Cimino, in provincia di Viterbo, si trovano le suggestive vestigia di insediamenti umani che affondano le loro radici in tempi remoti. Tra la fitta vegetazione si celano imponenti “vie cave” scavate nel tufo, iscrizioni ed epigrafi, colombari e monumenti funerari unici nel loro genere, altari e abitazioni rupestri, un gran numero di “pestarole” (vasche usate per la pigiatura dell’uva e altre lavorazioni), grandi massi di origine vulcanica lavorati in maniera particolare e dalla funzione ancora da chiarire, aree sacre, dighe sui torrenti e tanto altro ancora. Una significativa presenza dell’uomo in epoca antica che, oggi, può sembrare addirittura anomala, in quanto è compresa in un vasto orizzonte temporale che inizia nella preistoria, prosegue nel periodo etrusco – romano per concludersi nel medioevo.
Itinerario di visita
L’insediamento rupestre di Santa Cecilia si trova in prossimità della cittadina Bomarzo, famosa per il “Parco dei Mostri” realizzato nel XVI secolo dalla famiglia Orsini. Per arrivare a Santa Cecilia si percorre la provinciale S.P. 20 in direzione Bomarzo, fino a uno spiazzo, a destra della strada, dominato da un alto serbatoio per l’acqua. Da questo punto si percorre una sterrata fino a un campo sportivo di calcio. Al vertice sinistro di questo si nota un sentiero da seguire in discesa fino a giungere in un’ampia radura situata sul margine di un profondo dirupo, sul fondo del quale scorre un torrente. Sul terreno roccioso della radura si distingue nettamente una sepoltura antropomorfa isolata, lunga poco meno di due metri. Sulla sinistra, poco oltre questa sepoltura, il percorso prosegue all’interno di una “via cava”, una profonda strada scavata nella roccia. L’ambiente cambia ora in modo repentino; è dominato da alte pareti di materiale vulcanico e dalla vegetazione che oscura la luce del giorno. Si percepisce nettamente l’impressione di scendere nelle viscere della terra, e possiamo ben comprendere i viandanti di epoche passate che, transitando su questa strada, alzavano gli occhi per cercare conforto in un’immagine sacra o una piccola fiammella situata all’interno di un riquadro scavato nel masso, definito “scacciadiavoli”, una nicchia circondata da linee incise che disegnano una specie di casa o tempio.
L’area archeologica di Santa Cecilia
Si continua, sempre in discesa, per alcune centinaia di metri su questo sentiero finché, dopo aver oltrepassato una zona acquitrinosa, si intravede sulla destra un gigantesco masso isolato (fig. 1), accuratamente scavato dall’uomo per essere utilizzato come abitazione o riparo. Nel masso vi sono due aperture provviste di un solco interno, probabilmente per incastrare delle porte, e sormontate da canaletti per lo scolo delle acque piovane. Ancora pochi passi e si giunge nel sito della chiesa diruta. Nell’area si trovano numerosi manufatti realizzati dall’uomo; vi sono dei massi che presentano cavità e nicchie, pilastri monolitici e diverse strutture murarie. Da un primo impatto visivo si ha l’impressione di trovarsi in un luogo sconvolto e devastato, così evidente da far pensare all’archeologa Joselita Raspi Serra, che condusse il primo scavo scientifico dell’area negli anni 1973-74, che in tempi passati fosse avvenuto un violento evento tellurico. In realtà dai racconti degli anziani di Bomarzo si apprende che alcuni resti pertinenti alla chiesa erano ancora in piedi fino agli anni ‘50 del ‘900. Molti di questi resti furono utilizzati per ricavare del materiale da costruzione e la situazione attuale è dovuta alla sistematica spoliazione degli antichi edifici, iniziata già in tempi lontani. Nel mezzo di tale area emergono i resti di una piccola chiesa, edificata su una piattaforma tufacea spianata artificialmente (fig.2) attorniata da diversi sarcofagi disposti tutto intorno.
Durante gli scavi archeologici furono rinvenuti vari elementi architettonici, che consentirono di fissare intorno al XII secolo l’epoca di realizzazione della chiesa. Nel procedere degli scavi furono rinvenuti altri elementi che, per la loro tipologia, evidenziarono una precedente frequentazione del sito. Le indagini archeologiche, infatti, misero in luce un edificio di culto più antico, risalente al VI – VII secolo scavato direttamente nel banco di tufo e composto da una piattaforma leggermente rialzata che coincide, all’incirca, con l’area absidale dell’edificio romanico e anche una parte dei sarcofagi furono attribuiti cronologicamente alla prima chiesa.
Tali sepolture sono realizzate in due modalità distinte: la prima è rappresentata da sarcofagi “a vasca”, ricavati scavando l’interno di un blocco monolitico di pietra, mentre la seconda consiste in fosse realizzate direttamente nel terreno. Entrambe le modalità appartengono ad una particolare tipologia funeraria, attestata nel periodo altomedievale, definita “a logette”. Questa tipologia, rinvenuta in diversi siti del Lazio settentrionale, consiste nell’esecuzione di sepolture antropomorfe munite di incasso in corrispondenza della testa che, in alcuni casi, presenta anche una specie di cuscino, sempre modellato nella roccia.
Nell’area sono anche presenti dei manufatti la cui funzione è difficilmente decifrabile; come, ad esempio, un enorme masso lavorato in modo particolare (fig.3) che è stato variamente definito come tempio megalitico, luogo sacro o altare rupestre. Questa imponente costruzione è realizzata su vari livelli: si distingue una rampa che parte dal terreno e arriva a un livello superiore situato a poco meno di due metri di altezza. Questo spazio è delimitato da una parete di fondo di forma triangolare, dai resti di una parete laterale e sulla parte frontale da un pilastro monolitico, a sezione quadrilatera, alto circa tre metri. In un altro masso, posto in alto, la sommità è stata spianata in modo da lasciare una sorta di parapetto roccioso tutt’intorno, in modo da costituire la base d’appoggio al muro perimetrale di un’abitazione. Vi sono, poi, altri massi con vasche e pestarole, nicchie, loculi e solchi per la canalizzazione delle acque. Sono presenti, inoltre, diversi pilastri monolitici, alcuni eretti altri frammentati a terra, la cui funzione è tutta da chiarire. La complessità di tali strutture, la difficoltà di attribuire ad esse una funzione ben definita e l’assenza di fonti documentarie ha favorito il diffondersi di numerose ipotesi e teorie sul percorso storico di questo insediamento. Per ricostruire le sue vicende bisognerà, quindi, basarsi sugli eventi storici avvenuti in questo territorio dal III – II sec. a. C., fase finale della presenza etrusca, fino all’età altomedievale. In epoca etrusca l’insediamento si trovava in un’importante zona di confine, tra il territorio di Volsinii, sul lago di Bolsena, l’agro falisco e la valle tiberina. Gli scavi archeologici non hanno restituito, però, rilevanti testimonianze del periodo etrusco pertanto non è plausibile riferire le strutture rupestri di Santa Cecilia a tale epoca e tanto meno alla preistoria, mentre è possibile affermare, in seguito al ritrovamento di laterizi recanti bolli riferibili al II sec. d.C., che in età romana, e per tutto il V secolo, questo insediamento era in stretto collegamento con le diverse fornaci e fabbriche di materiali per edilizia presenti in zona e dedicato alla lavorazione dell’argilla e al trasporto a Roma, tramite il fiume, del prodotto finito. In conseguenza al declino dell’autorità centrale di Roma, tutti gli insediamenti rurali e quelli a vocazione artigianale come Santa Cecilia, conobbero un lungo periodo di instabilità. Le popolazioni si distribuirono nel territorio in maniera non omogenea, riunite in piccoli nuclei vicini a risorse idriche (fiumi o torrenti), o accanto ai resti di ville rustiche di età romana. Intorno al VI – VII secolo, quindi, Santa Cecilia era uno dei tanti insediamenti dell’alto Lazio che gravitavano intorno al corso del Tevere. Il grande fiume rappresentava, durante quei periodi di insicurezza, una valida alternativa alle strade romane, non più presidiate e quindi poco sicure, e permetteva di effettuare degli scambi commerciali con le altre realtà abitative del territorio. Dal Tevere, inoltre, secondo diversi studi, arrivarono diversi gruppi di religiosi provenienti dall’area nord africana in fuga dalle violenze dei Vandali. Questi religiosi, approdati sulle coste tirreniche direttamente dal nord Africa o dalla Sardegna, si impegnarono nell’opera di evangelizzazione dell’entroterra umbro-laziale, utilizzando come percorso di penetrazione il cosiddetto “corridoio bizantino”, una lunga e stretta striscia di territorio tra il Tirreno e l’Adriatico, all’interno della quale erano rimaste, tra le genti, dei retaggi di pratiche religiose legate a culti pagani. Furono, probabilmente, alcuni tra questi monaci e religiosi a fondare i primi edifici di culto e diffondere l’uso delle sepolture “a logette” secondo l’usanza dei territori di provenienza. L’archeologa Raspi Serra ritenne, in un primo tempo, che queste sepolture fossero una espressione culturale dei mercenari Mauri al soldo dei Bizantini. In realtà per realizzare tali deposizioni, molte delle quali sono destinate a bambini, è necessaria una lavorazione accurata e non approssimativa, come avviene durante le guerre, e anche la loro disposizione, in prossimità e all’interno di un edificio sacro, è la dimostrazione di una frequentazione abituale del sito, a fine devozionale, da parte di genti del luogo. La presenza di un edificio di culto a Santa Cecilia portò, come conseguenza, ad una maggior aggregazione di persone che cercavano un luogo sicuro dove vivere, al riparo da scorrerie e violenze. Vi saranno stati, di certo, degli episodi violenti con Goti, Longobardi e Bizantini ma, probabilmente, la maggior parte degli incontri fu caratterizzata da scambi commerciali o simili. Solo le incursioni dei temibili pirati Saraceni portarono scompiglio e terrore tra le genti. È storicamente accertato che le varie “ondate” di invasori si adattarono, gradualmente, agli usi, ai costumi alla religione delle popolazioni locali e trasmisero, a loro volta, i propri.
Questo reciproco trasferimento di conoscenze portò alla realizzazione di manufatti caratteristici (fig. 4), che si innestarono in un processo di adattamento, presente da tempo, all’ambiente circostante. Le strutture rupestri di Santa Cecilia, con i grandi massi lavorati, i pilastri monolitici e altro, rappresentano la testimonianza, secondo il nostro parere, di specifiche lavorazioni artigianali elaborate nel corso del medioevo, per le quali non possediamo, tranne nel caso delle pestarole, una sufficiente documentazione; a causa di ciò questi manufatti ricavati nel masso sono stati rivestiti, secondo alcune ipotesi, di funzioni e significati probabilmente non aderenti alla realtà storica ma, forse, più intriganti dal punto di vista della ricostruzione fantastica. Dal X – XI secolo, con lo spostamento delle popolazioni verso le più sicure roccaforti di Bomarzo e Soriano, la frequentazione del sito rupestre di Santa Cecilia iniziò a diminuire. Solo la piccola chiesa continuò a essere frequentata anzi fu perfino ingrandita e abbellita. Negli anni successivi, però, la chiesa di Santa Cecilia venne a perdere la funzione di edificio sacro e una parte dei suoi ambienti furono trasformati e utilizzati per attività artigianali, come è stato dimostrato da recenti ricerche scientifiche. Le indagini hanno evidenziato un successivo e progressivo abbandono delle attività che si svolgevano in questa zona in quanto, tra il XIV e il XV secolo, la maggior parte dei commerci e del lavoro artigianale, ormai, si svolgeva nei vicini feudi di Bomarzo e Soriano.
Di conseguenza anche il ricordo di Santa Cecilia si affievolì nella memoria delle genti fino a scomparire del tutto; la chiesetta, la necropoli, le strutture ricavate dal masso furono avvolte dal bosco che ne nascose il ricordo, conservandone il segreto fino ai giorni nostri.

Autore: Roberto Giordano – Roberto.giordano@aruba.it

Mario Zaniboni. Amuleto d’argento: un reperto straordinario.

Nel biennio 2017-2018, un gruppo di archeologi ha effettuato una lunga serie si scavi nel cimitero romano “Heilmannstraße”, sito nel territorio della città di Nida, un’antica città non lontana da Francoforte in Germania. Il territorio attorno a quella città è ritenuto uno dei maggiori e più importanti siti archeologici della regione dell’Assia.
Attorno al 70 d.C., era un centro militare romano che, dopo che l’esercito si ritirò nei primi anni del II secolo, si sviluppò in maniera culturale, amministrativa, economica, religiosa. La città di Nida divenne la capitale di quella regione e fino alla prima metà del III secolo ebbe una grande agiatezza e prosperità.
I lavori interessarono 127 tombe distribuite su un’area di circa 500 metri quadrati. In una di queste tombe, occupata dal corpo di un uomo dell’età fra i 35 e i 45 anni, appoggiato sul collo era un amuleto d’argento, come se lo indossasse su un nastro quando fu seppellito. Questo tipo di amuleto è ritenuto un filatterio, cioè un contenitore utilizzato per proteggere scritti di natura religiosa o magico nei tempi antichi.
Questo dimostrò di essere il più importante fra i tanti oggetti rinvenuti: si trattava di un minuscolo contenitore, costituito da un piccolo tubo, lungo appena 3 centimetri e mezzo, di sezione esagonale e con due anelli che sicuramente servivano per tenerlo appeso a qualcosa affinché non andasse perduto. All’interno era una sottilissima lama d’argento arrotolata, riportante un’incisione, definita misteriosa, che fu chiamata l'”Iscrizione d’Argento di Francoforte”.
Il reperto fu consegnato nel 2024 al LEIZA (Leibniz Centre for Archaeology) di Mainz (Magonza) ed esaminato dal Professor Markus Scholz dell’Università di Francoforte sul Meno. Egli era un archeologo esperto di iscrizioni latine: del resto lo scritto era in quella lingua. Anzi, a questo proposito, lui ricordò che di solito le iscrizioni su quel tipo di amuleti erano in greco o ebraico. Studiando con pazienza certosina le 18 righe dello scritto, gli riuscì la decifrazione e, con l’aiuto di esperti della storia della teologia, ne fu compresa ed interpretata la natura religiosa del Cristianesimo. E ciò che a loro sembrò strano fu il fatto che quella lamina contenesse elementi che si riferivano esclusivamente alla fede cristiana, contrariamente a ciò che di solito avveniva negli amuleti di quel tipo, dove si affrontavano questioni riguardanti fedi varie e altro ancora: qui il Cristianesimo era solo!
In precedenza, al Museo Archeologico di Francoforte, l’amuleto fu trattato nella giusta maniera per restaurarlo e conservarlo. Che la sottilissima lamina d’argento fosse fragile e facile da essere irrecuperabilmente recuperata, qualora fosse stata maltrattata, era chiaro, per cui nel 2019 si tentò di capire qualcosa in merito all’iscrizione che riportava, senza tentare di srotolarla, piegata e pressata com’era da circa 1.800 anni, sotto uno strato di terra. Si provò di capirci qualcosa con l’esame microscopico ed ai raggi X, ma non si cavò un ragno dal buco.
Alla fine, Scholz e chi lo aiutò, riuscirono a decifrare lo scritto per mezzo della moderna tomografia computerizzata, cioè di quella tecnica diagnostica che, con l’uso dei raggi X, riesce a vedere all’interno di un corpo, creando immagini chiare e tridimensionali; essi sono stati concordi nel ritenere che il contenuto, sicuramente riguardante il Cristianesimo, fosse eccezionale, soprattutto per l’età del reperto: infatti, si trattava di un oggetto la cui nascita avvenne fra il 230 e il 260 d.C.
In effetti, i primi ritrovamenti di documenti che parlano della vita cristiana a nord delle Alpi, nella Gallia e nella Germania, forse partono dalla fine del II secolo, mentre la sicurezza si ha solamente con inizio nel IV secolo.
L”Iscrizione d’Argento di Francoforte’ fu tradotta in tedesco il 4 dicembre 2024, e in inglese; la traduzione in italiano, con tutti i dubbi dei decifratori evidenziati dal punto interrogativo e dalle parentesi rotonde e quadre, è nelle 18 righe seguenti:

(Nel nome?) di San Tito.
Santo, santo, santo!
Nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio!
Il Signore del mondo
resiste [al meglio delle sue capacità?]
tutti gli attacchi(?)/battute d’arresto(?).
Il Dio (?) concede
l’ingresso al benessere.
Questo mezzo di salvezza (?) protegge
chi si arrende alla volontà
del Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio,
poiché davanti a Gesù Cristo
tutti in ginocchio si piegano a Gesù Cristo: i celesti,
i terreni e i sotterranei, e ogni lingua
confessa (a Gesù Cristo).

Qualche nota. San Tito era discepolo e confidente dell’apostolo San Paolo. “Santo, santo, santo” è un’invocazione che comparve nella liturgia cristiana solamente dopo il IV secolo. Alla fine dello scritto si trova l’inno di Cristo di Paolo tratto dalla sua lettera ai Filippesi.
Il Prof. Dr. Wolfram Kinzig dell’Università di Bonn, durante un’intervista, ha affermato che l’iscrizione è uno dei più antichi documenti utilizzati nella Germania occupata dai Romani, in quanto ha richiamato l’attenzione sui Filippesi.
Si è trattato di una scoperta importante, al di là della natura dell’oggetto che è importante per se stessa? Si direbbe di sì, giacché è un significativo contributo per conoscere cosa fosse allora il Cristianesimo, giunto in Europa prima di quanto si era ritenuto in precedenza. L’amuleto è una conferma che il Cristianesimo era laggiù diffuso già nel III secolo.
Si potrebbe dire che gli esperti ed i teologi, in merito alla conoscenza del cristianesimo originario sono ancora all’alba del loro lavoro; ma diamo loro il tempo per giungere a valutare fino in fondo quanto la scoperta sia stata importante.

Autore:
Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Zazzi. I guerrieri opliti in Etruria.

Gli opliti — il cui nome deriva dal greco oplon, “scudo” — erano guerrieri dotati di armatura pesante che combattevano fianco a fianco in una formazione serrata, la falange.
L’oplitismo fu un fenomeno politico, militare e sociale sorto in Grecia tra l’VIII e il VII secolo a.C. Esso si basò sulla crisi del potere politico delle aristocrazie e sull’emergere di nuovi ceti sociali — agricoltori, commercianti e artigiani — che potevano permettersi l’acquisto dell’armamento oplitico. L’oplitismo portò alla formazione di un esercito cittadino di eguali, favorendo una progressiva “democratizzazione” della milizia e l’accesso del ceto medio alla vita politica. La tattica oplitica si diffuse in molti paesi del Mediterraneo.
Le rappresentazioni su vasi in ceramica, lastre e monumenti funerari attestano la presenza, anche in Etruria a partire dalla metà del VII secolo a.C., di guerrieri opliti dotati di armatura pesante e della tipica tecnica di combattimento in falange.
L’oplita etrusco indossava un‘armatura bronzea costituita da elmo (di tipo negau, corinzio o montefortino), corazza (pettorale e dorsale), schinieri ed era munito di corta spada, lunga lancia e grande scudo ovale, fornito di un passante centrale e di un’impugnatura lungo il bordo.
Diodoro Siculo riferisce che “in Etruria (…) la falange oplitica fu adottata durante il VI secolo, e gli Etruschi insegnarono ai Romani a combattere con scudi di bronzo” (XXIII,2). Anche Ateneo (VI, pag. 231) precisa che la formazione a ranghi serrati venne adottata dai Tirreni, che attaccavano in falange.
L’affermazione della tattica oplitica in Etruria avvenne però su basi sociali diverse da quelle verificatesi in Grecia; in Etruria, infatti, l’esercito rimase sempre assoggettato al potere della classe gentilizia.
Probabilmente, nella fase iniziale, nelle città etrusche la fanteria pesante professionale era costituita essenzialmente da un’élite minoritaria di estrazione aristocratica; successivamente, anche le classi inferiori entrarono a far parte dell’esercito, che era strutturato in varie classi (analogamente all’esercito etrusco-romano di Servio Tullio), seppur armate in modo più leggero, in proporzione alle proprie disponibilità.
Dionigi di Alicarnasso (IX, 5, 4-5), nel descrivere gli eserciti guidati dai principi etruschi giunti a Veio nel 480 a.C. in aiuto della città etrusca assediata dai Romani, parla di penestai, evidenziandone il ruolo subordinato e servile.
In un deposito rinvenuto presso le mura di Vetulonia sono stati ritrovati una cinquantina di elmi di bronzo schiacciati e contorti di tipo negau (del V secolo a.C.) che recano il gentilizo Haspnas; si tratta con tutta probabilità dei compagni, sodales di un capo.
Diverse testimonianze archeologiche che mostrano schiere di opliti che accompagnano il comandante, rappresentato in sella ad un cavallo oppure in piedi su un carro da guerra (lastra in terracotta architettonica da Veio, tempio di Piazza d’Armi, VI secolo a.C.; terracotta, probabilmente proveniente da Tuscania, conservata al Staatliche Antikensammlungen Monaco), sembrano celebrare non tanto il ruolo paritario dei guerrieri, quanto la potenza del principe e la subalternità degli armati.
Nello stesso senso paiono da interpretare una stele funeraria chiusina del V secolo a.C. (conservata presso il Museo Giovanni Barracco a Roma), che mostra opliti etruschi con elmi crestati, paraguance, corazze e schinieri, che avanzano in battaglia seguiti dai loro attendenti; così come il cippo circolare (degli inizi del VI secolo a.C.) del Tumulo di Poggio Gaiella a Chiusi, con rappresentazione di una processione di opliti con elmo, scudo e asta corta, accompagnati da un suonatore di tibia.
Non mancano però monumenti etruschi che valorizzano il guerriero oplita esaltandone l’individualità. La stele di Aule Feluske (della fine del VII secolo a.C.) da Vetulonia riproduce un guerriero con elmo piumato, grande scudo rotondo ed ascia bipenne, forse un capo.
Nelle stele e nei cippi fiesolani (fine VI – primi V secolo a.C.) inoltre la rappresentazione dell’oplita (munito di elmo, scudo, lancia e schinieri) è piuttosto ricorrente come nei casi del cippo di Montebonello, del cippo di Artiminio I, della stele del Trebbio e della stele di Sant’Agata (perduta, ma nota per un disegno edito da Anton Francesco Gori nel Settecento). Quest’ultimi non sono nemmeno identificati con il nome.
L’oplita con elmo, scudo, lancia e schinieri è attestato anche nelle stele felsinee della metà del V secolo a.C. (serie nn. 62 lato b, 107 lato b e 156 lato b).
Tale tipologia di monumenti sembrerebbe evidenziare l’appartenenza dei guerrieri opliti a una nuova classe sociale di maschi adulti, definita dalla loro funzione militare.

Sull’oplitismo in Etruria cfr., tra gli altri:
– Luca Cerchiai, Lo sviluppo dell’immagine oplitica nell’Etruria arcaica;
– Raffaele D’Amato Andea Salimbeti, Gli Etruschi Una storia militare. IX – II a.C., LG, 2018, pagg. 60 e ss.;
– Sybille Hayners, Storia Culturale degli Etruschi, Johan & Levi editore, 2023, pagg. 190 -191;
– Elisabetta Govi, Il linguaggio figurativo delle stele felsinee in Studi sulle stele etrusche di Bologna tra V e IV secolo a.C., edizioni Quasar, 2015, pagg. 19 e ss.;
– Armando Cherici, Etruria – Roma: per una storia del rapporto tra impegno militare e capienza politica nelle comunità antiche in Annali della Fondazione per il Museo “Claudio Faina”, Volume XVI, Gli Etruschi e Roma Fasi Monarchica e Alto-Repubblicana, Edizioni Quasar, 2009, pagg. 155 e ss..

Di seguito immagini della cd. Olpe Chigi, tomba di Monte Aguzzo (Formello, Veio), di terracotta architettonica dal tempio di Piazza d’Armi (Veio), del cippo circolare di Poggio Gaiella (Chiusi) e della Stele del Trebbio.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com