Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Mario Zaniboni. Cristoforo da Messisburgo, non solo scalco.

Alla Corte Estense, nel periodo del suo massimo splendore e della notevole importanza nel variegato mosaico degli stati e staterelli italiani, ci fu un personaggio che ebbe una certa influenza nei rapporti politici e diplomatici del ducato, ma che soprattutto eccelse per quanto riuscì a portare a termine seguendo la sua passione per la buona tavola.
Si sta parlando di Messi detto Sbugo, divenuto poi Messisbugo, secondo documenti dell’epoca nato a Ferrara da una famiglia originaria delle Fiandre, in data non precisa, ma sicuramente ancora nel 1400.
Di lui non si sa molto. Il padre Antonio fu un servo del duca alla fine del XV secolo, mentre lui, Cristoforo da Messisbugo, fu provveditore ducale presso la Corte Estense e nel 1519 fu collaboratore di Alfonso I, con il quale partecipò a diverse missioni diplomatiche e politiche, coprendo diversi incarichi e con Ercole II divenne provveditore, incarico che conservò fino alla morte. Carlo V d’Asburgo lo nominò Conte Palatino il 10 gennaio 1533.
Si sposò con la nobile e ricca ferrarese Agnese, figlia di Giovanni Giocoli, di un’antichissima famiglia di parte guelfa risalente al VI secolo, con un notevole vantaggio per il ducato, che ne teneva sotto controllo l’amministrazione dei poderi. La sua presenza era apprezzata alla corte di Mantova dalla duchessa Isabella d’Este, moglie del Marchese Francesco II Gonzaga, tanto da diventarne il consigliere personale.
Però, il ruolo che lo fa maggiormente ricordare nelle cronache ferraresi è quello di scalco, termine ora andato in disuso, ma molto comune nelle mense nobili ed aristocratiche del Medioevo e del Rinascimento, che si abbinava a colui che aveva l’incarico di tagliare la carne e servirla ai commensali che partecipavano ai pranzi ed alle cene, compito di grande prestigio.
Ma Messisbugo era molto di più, essendo colui che controllava le forniture alimentari, che teneva sotto controllo la gestione della cucina ed i rapporti fra i cuochi, e che era, insomma, la persona di fiducia del proprio datore di lavoro. Come se non bastasse, allo scalco era affidato il compito non solo di far sì che le portate in tavola fossero appetitose e nutrienti, ma pure che le mense fossero ben organizzate, raffinate, ornate, armoniose, e che le vivande fossero presentate in modo artisticamente e sorprendentemente approntate. E, sempre compito suo, era quello di predisporre, in coincidenza di importanti banchetti, spettacoli di elevata qualità, in cui ci fossero musica e danze oppure rappresentazioni teatrali che, negli intervalli fra una portata e la successiva, durante il pranzo o la cena, potessero intrattenere piacevolmente gli ospiti. Insomma, doveva essere un abile organizzatore, che metteva insieme lo spettacolo e la cucina, facendone un connubio piacevole e gustoso nello stesso tempo.
Un banchetto ad alto livello ed in grande stile fu quello approntato il 5 marzo 1508 per la prima della commedia di Ludovico Ariosto “Cassaria”. Mentre un altro banchetto rimasto famoso nelle cronache ferraresi fu quello organizzato nel 1529 per festeggiare il matrimonio fra Ercole II, figlio di Alfonso I e Lucrezia Borgia, e Renata di Francia, figlia del re Luigi XII, sotto l’occhio attento e vigile della duchessa Isabella d’Este e marchesa di Gonzaga, che tutto vedeva e tutto controllava quasi più a Ferrara che a Mantova.
Appassionato com’era della cucina, Cristoforo desiderava che anche altri si associassero alla stessa, aiutandoli a meglio comprenderla, pubblicandone gli aspetti.
Già nel 1522 aveva fatto pubblicare dalla tipografia veneziana di Giovanni della Chiesa la sua opera “Libro novo, nel qual s’insegna à far d’ogni sorte di vivanda secondo la diversità de’ tempi, cosi di carne come di pesci e ‘l modo d’ordinar banchetti, apparecchiar tavole, fornir palazzi, et ornar camere per ogni Prencipe”, che ebbe un grande successo per tutto il secolo in corso.
Nel 1549, un anno dopo la sua scomparsa, la sua passione per la cucina e la dedizione alla stessa è stata resa pubblica nella sua opera “Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio generale”, che continuò ad essere pubblicato ancora nei primi anni del XVII secolo. In questo trattato, descrive tutto quanto è necessario per preparare un banchetto di altissimo livello, dall’attrezzatura all’ornamentazione dell’ambiente, dalle ricette alla loro realizzazione; interessante il richiamo per la prima volta nella storia della gastronomia allo storione, pesce un tempo abbondantissimo nel Po, ed alla preparazione del suo caviale: “caviaro per mangiare, fresco, o per salvare”. Un esempio si trova nel suo scritto “Desinare che fece il Conte Federico Quaglia allo Illustrissimo Duca di Chartres, ecc.”; qui è riportato che si erano serviti “di caviaro fresco piatti 6, di sturione fritto, fette 24, con arance, zuccaro e cannella in piatti 6, di sturione pezzi 12 e 12 pezzi di luccio allesso in piatti 6“.
Questo fu più volte ristampato con il titolo “Libro novo nel qual si insegna a far d’ogni sorte di vivanda”.
Praticamente, l’opera, improntata su tre fasi, ricalca tutto quanto c’è di importante in un banchetto: dopo aver descritto nella prima parte la sua organizzazione, parlando degli alimenti e dell’attrezzatura necessaria per trattarli, sotto il titolo “Memoriale per fare un apparecchio generale”, riprende il discorso su undici cene, tre “desinari” ed un “festino”, che si possono proporre, nella seconda, per concludere con la terza riportante un elenco dettagliato di 323 ricette, suddivise fra minestre, brodi, torte, paste, salse, latticini. detto per inciso, i banchetti della Corte Estense erano sempre accompagnati da vini eccellenti.
L’opera è fondamentale per quanto attiene alla gastronomia del Rinascimento, raccogliendone i gusti italiani ed europei.
Molti seguirono le sue orme, fra cui si possono ricordare Domenico Romoli, chiamato Panunto (1560), Bartolomeo Scappi, forse di origine varesotta (1570) e Bartolomeo Scappi, cuoco presso signorie dell’Emilia Romagna, fra cui i Gonzaga di Mantova, un secolo dopo (1662).
Alla sua morte, avvenuta nel 1548, fu tumulato a Ferrara nella chiesa di Sant’Antonio in Polesine, dove è ricordato da una lapide sagomata, forse in marmo di Verona, riportante la data M.D.XXXXVIII.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Zazzi. La classe sacerdotale femminile in Etruria.

L’esistenza di una classe sacerdotale femminile in Etruria è oggetto di dibattito tra gli studiosi: la maggior parte degli autori esclude l’ipotesi, mentre alcuni si esprimono a favore.
Le poche fonti letterarie a nostra disposizione provengono da autori greci e latini e quindi vanno lette con spirito critico.
I reperti archeologici riconducibili alla sfera religiosa femminile etrusca sollevano, nella maggior parte dei casi, dubbi circa l’identificazione delle figure femminili: si tratta di devote, divinità o sacerdotesse?
Alcune fonti sembrano però offrire elementi a favore dell’ipotesi in commento.
A Tanaquilla, nobildonna di Tarquinia e moglie di Lucumone, vengono attribuite competenze divinatorie sia con riferimento all’ascesa al trono di Roma del marito (con il nome di Tarquinio Prisco) che con riguardo a quella del successore Servio Tullio (Livio I, 34,4; I, 39,9; Dionisio di Alicarnasso III, 47,4).
Gli autori antichi in particolare sottolineano come le conoscenze divinatorie nel mondo etrusco appartenessero anche alle donne (dell’aristocrazia) e che venissero tramandate nell’ambito della famiglia di appartenenza.
Lucilio (in Servio, Aen. 10, 184) parla delle prostitute di Pyrgi (“scorta Pyrgensia”), porto di Caere. A questo proposito con riguardo alle diciassette cellette precedute da piccoli altari quadrati individuate sul lato sud del cosiddetto Tempio B (VI secolo a.C.), è stata avanzata l’ipotesi della presenza di un collegio sacerdotale femminile, legato alla prostituzione sacra nel santuario locale dedicato alla dea Uni/Astarte (in questo senso, Colonna). Le cellette corrisponderebbero forse alle camere delle cosiddette ierodule.
Nel cd trono Lippi, rinvenuto nella tomba Lippi 89/1972 (VIII – VII secolo a.C.) di Verucchio, sono rappresentate tra l’altro scene di cerimonie e rituali. Nel registro inferiore della spalliera del trono ligneo sono incise due figure di alto lignaggio, un uomo ed una donna, su due carri a quattro ruote seguiti da cortei. I due cortei procedono (uno da destra, l’altro da sinistra) verso un edificio (santuario?) recintato dove due figure femminili di grandi dimensioni stanno celebrando una sorta di rito (scena centrale). Le due protagoniste recano in mano degli oggetti che sembrano gli stessi: la mano sinistra tiene in orizzontale un oggetto di forma trapezoidale con quattro appendici divergenti di diversa lunghezza; la mano destra impugna orizzontalmente un oggetto con immanicatura bilobata, forse un coltello. L’azione delle due figure femminili è protetta, quasi preclusa alla vista, da un gruppo di guerrieri armati di elmo, scudo di notevoli dimensioni e lancia. Si potrebbe trattare della rappresentazione di un rito svolto da parte di due sacerdotesse in un santuario all’aperto, forse comportante un sacrificio.
Nella tomba delle Bighe di Tarquinia (databile al 490 a.C.) sono dipinte delle tribune lignee su cui sono seduti spettatori, uomini e donne, che assistono ai giochi che si svolgono in onore del defunto. In una delle tribune (quella dipinta nella parete destra della tomba) in prima fila vi è una donna di rango sontuosamente vestita (e velata) con la mano sinistra sollevata verso i giochi. Anche sulla scorta di quanto riferito da Pausania (VI, 20, 8), che riferisce cha la sacerdotessa Demetra Chamina presiedeva ai giochi olimpici, si è ritenuto di poter identificare nella donna una sacerdotessa che aveva la funzione di aprire i giochi.
Sarcofago cd. della “Sacerdotessa” (dal III secolo a.C.), esposto presso il Museo di Barbarano Romano. Proviene da una tomba in località San Simone, presso la Necropoli etrusca di San Giuliano. Sul coperchio è distesa la defunta riccamente abbigliata (mantello e corona sulla testa). Nella mano sinistra tiene un vasetto, forse un alabastron, nella mano destra una patera da cui beve un animale accovacciato, probabilmente un cerbiatto o un cagnolino.
Sarcofago (databile al III secolo a.C.) proveniente dalla tomba del Triclinio di Tarquinia (conservato presso il British Museum). La defunta, distesa supina, porta al collo un torques gallico ed una preziosa collana con cinque bulle. Indossa un lungo mantello ed al suo fianco sono rappresentati un tirso, un kantharos ed un capretto.
L’abbigliamento, gli oggetti e gli animali rappresentati sui coperchi dei due sarcofagi farebbero pensare a sacerdotesse di Fuflns/Bacco.
Su alcune deposizioni femminili di Vulci si ritrova il termine hatrencu: si tratta di dodici casi e ben sei volte l’espressione figura su iscrizioni relative ad altrettanti sarcofagi della tomba delle Iscrizioni (IV secolo a.C.) articolata in sei camere. Nell’ipogeo composto da sei camere erano sepolte diverse famiglie. Le donne scolpite sui coperchi della tomba delle Iscrizioni indossano un alto cappello e i capelli sembrano disposti in modo rituale, con sei ciocche in ciascun lato della testa. Due delle donne iscritte hatrencu non furono sepolte insieme al marito e ai figli, ma accanto ad altre donne appartenenti a famiglie diverse, comunque qualificate con lo stesso titolo, come se il loro legame fosse considerato più rilevante di quello familiare. Secondo una teoria il termine potrebbe riferirsi ad un collegio legato ad un culto femminile dedicato alla fertilità femminile ed al matrimonio (in questo senso Sybille Haynes e Marjatta Nielsen).
Da quanto sopra sembrerebbe quindi che in Etruria le funzioni sacerdotali fossero svolte anche dalle donne dell’aristocrazia, oltre che dagli uomini. Le competenze attribuite alle sacerdotesse potevano riguardare la pratica divinatoria, i culti bacchici e quelli legati alla fertilità femminile. In alcuni casi poteva trattarsi anche di collegi documentati solo in una città (hatrencu a Vulci).

Sulle sacerdotesse etrusche cfr. tra l’altro:
– Ilaria Barison, Corporazioni e collegi Sacerdotali femminili in Etruria e nel Veneto. Un problema aperto, 2013 (Università Ca Foscari Venezia, Corso di Laurea magistrale in Scienze dell’antichità: Letterature, Storia e Archeologia, Anno Accademico 2011/2012, Tesi di laurea di Ilaria Barison, Relatore Chiar Prof Adriano Maggiani);
– Elisabetta Govi, Chiara Pizzirani Testimonianze di collegi in Etruria tra epigrafia e archeologia, 2021;
Guerriero e Sacerdote Autorità e comunità nell’età del ferro a Verucchio. La Tomba del Trono, a cura di Patrizia von Eles, All’Insegna del Giglio, 2002, pagg. 241 e ss.;
Le donne in Etruria a cura di Antonia rallo, L’Erma di Bretschneider, 1989, pagg. 155-156;
– Francesca Pontani, Il sarcofago della “Sacerdotessa” di Barbarano Romano, 26 gennaio 2016 sul sito internet MuseoArcheologicoBarbaranoRomano;
– Sybille Haynes, Storia culturale degli Etruschi, Johan & Levi editore, 2023, pagg. 364 – 365 (sul termine hatrencu).

Di seguito riproduzione della tomba delle Bighe (particolare parete di fondo, tribuna di sinistra) tratta da Le Donne in Etruria, cit., tav LXVII, immagini del sarcofago della “Sacerdotessa” di Barbarano Romano e del trono Lippi, disegno del tempio B e delle cellette di Pjrgi.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Marco Morucci. Il Pittore di Castelgiorgio e la produzione attica a figure rosse nel primo V secolo a.C.

La denominazione convenzionale di Pittore di Castelgiorgio rientra nel sistema attributivo elaborato dalla moderna storiografia archeologica, in particolare nell’ambito degli studi di J. D. Beazley, fondato sull’analisi stilistica comparata dei vasi attici a figure rosse. Non si tratta pertanto di un artista noto dalle fonti antiche o da firme vascolari, bensì di una personalità ricostruita su base formale, identificata a partire da un gruppo coerente di kylikes accomunate da caratteristiche iconografiche, stilistiche e tecniche omogenee.
Il nome deriva da una coppa a figure rosse proveniente da Castelgiorgio, nell’agro volsieniese, oggi conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Il rinvenimento in area etrusca non implica necessariamente una produzione locale, bensì testimonia la vasta circolazione della ceramica attica nel Mediterraneo centrale e il ruolo determinante del mercato etrusco nella diffusione dei vasi figurati ateniesi nel V secolo a.C. …

Leggi tutto nell’allegato: Il Pittore di Castelgiorgio

Autore: Marco Morucci – marcomorucci60@gmail.com

CERVETERI (Roma). La tomba dei Rilievi.

La tomba dei Rilievi (nota anche come “tomba degli Stucchi” o “tomba Bella”) fu scoperta da Giovan Pietro Campana nel 1847 a Cerveteri nella necropoli della Banditaccia.
Il sepolcro apparteneva alla gens dei Matunas una delle famiglie più potenti di Caere: su un cippo ritrovato all’interno della tomba si legge che fu fatta costruire da Vei Matunas, figlio di Laris. George Dennis precisa che al tempo della scoperta (l’esploratore viaggiò in Etruria tra il 1842 ed 1847) in tre nicchie si leggeva ancora il nome Matunas
Un lungo e ripido dromos a gradini scavato nel tufo immette in una camera unica rettangolare (7,70 m di lunghezza x 6,50 m di larghezza x 2,60 m altezza). Due pilastri con capitello eolico sostengono il soffitto a doppio spiovente con ampia trave di colmo. Vi sono 13 loculi (letti funebri): 4 in ognuna delle pareti laterali, 3 nella parete di fondo, 2 in quella d’ingresso. Le singole nicchie, salvo quelle poste nella parete d’ingresso, sono separate l’una dall’altra da finte colonne scanalate (paraste) addossate alle pareti. Nell’angolo destro di ogni nicchia sono scolpiti due cuscini sovrapposti. Ulteriori deposizioni potevano essere collocate su una banchina ricavata davanti alle pareti su tre lati ed interrotta solo in corrispondenza con l’ingresso della tomba.
Sulla parete di fondo è realizzata una nicchia centrale, più profonda delle altre, che ospitava la coppia capostipite che probabilmente fece costruire la tomba. Avanti la nicchia vi è una kline munita di piedi e un poggiapiedi con sopra un paio di sandali. Sotto la kline sono rappresentati due divinità infernali: a destra Cerbero con corpo di cane a tre teste ed a sinistra un busto maschile con gambe a forma di serpente (Tifone, Scilla ?). Sulle colonne ai lati della nicchia vi sono due busti, uno maschile, l’altro femminile, che potrebbero essere Aita e Phersipnai. A destra del letto vi sono un bastone ed un flabello che evidenziano l’elevata condizione della coppia coniugale. A sinistra del letto vi è anche una cassa, un baule munito di serratura, che poteva contenere le tabulae con le res gestae degli antenati. Sopra il mobile si vedono dei teli ripiegati, forse si tratta un liber linteus utilizzato per scritti religiosi (funzioni sacerdotali del proprietario della tomba?).
La peculiarità della tomba (da cui infatti deriva il nome) è costituita dalla decorazione realizzata con rilievi a stucco policromo (modellati in malta) concernenti armi ed oggetti della vita quotidiana, politica e religiosa. Si tratta di un unicum. Gli oggetti sono rappresentati come se fossero appesi con chiodi alle pareti e sui pilastri. Le armi si trovano nella parte alta delle pareti della tomba, gli altri oggetti sono visibili sulla parete di fondo intorno alla nicchia centrale, sulla parete d’ingresso e sui due pilastri.
Tra le armi si segnalano spade sguainate e spade nel fodero, elmo frigio, elmi a calotta emisferica e conica, schinieri, scudi circolari. Secondo quanto affermato dal Campana, ai fianchi della porta d’ingresso vi erano due guerrieri in stucco dipinto con berretto frigio e la spada sguainata (oggi scomparsi) a guardia o custodia della tomba. Sempre secondo lo scopritore ottocentesco nell’ipogeo furono trovate anche armi di guerrieri ivi sepolti; George Dennis, in particolare, riferisce che parti delle armature di bronzo furono trovate nelle nicchie sepolcrali.
Nella tomba sono riprodotti i più svariati oggetti della vita quotidiana: vasellame da cucina, da mensa e da banchetto, sacchi, corde, ghirlande ed attrezzi vari. Vi sono raffigurati anche animali: cane, oche, anatre, faina, lucertola, tartaruga.
I litui, i corni e la sella curulis attestano che tra i defunti dei Matunas vi erano anche dei magistrati.
Tra gli oggetti si scorge anche una tabula luxoria con sacchetto
La tomba è databile alla fine del IV scolo a.C.

Sulla tomba dei rilevi cfr., tra gli altri:
La Tomba dei Rilievi di Cerveteri, Studi di Horst Blanck e Giuseppe Proietti, De Luca Editore, 1986;
– Sybille Haynes, Storia culturale degli Etruschi, Johan & Levi editore, 2023, pagg. 397 – 398;
– Danilo Sanchini, L’ultima dimora dei Matunas – La Tomba dei Rilievi a Cerveteri, 14 agosto 2018, sito internet sistemacritico.it;
– immagini e notizie sulla tomba nel sito Facebook “Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia”;
– Stephan Steingraber, Affreschi Etruschi dal periodo geometrico all’ellenismo, Traduzione di Carlo Mainoldi, arsenale editrice, 2006, pag. 263;
– George Dennis, Città e necropoli d’Etruria, Edizione italiana a cura di Elisa Chiatti e Silvia Nerucci, Nuova immagine, 2015, Volume primo, pagg. 363 – 369.

Di seguito immagini degli interni della tomba dei Rilievi del cippo iscritto e del dromos.

Autore:
Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com