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Mario Zaniboni. L’anello dei Pitti, forse perduto da una dama.

I Pitti, o Pincti, come li chiamavano i Romani per l’abitudine di tingersi il corpo con un colorante blu, erano un popolo scozzese.
Di solito, gli studiosi e gli storici riescono a ricostruire gli usi, i costumi e il modus vivendi di popolazioni vissute in un passato anche lontano, ma nel caso dei Pitti, purtroppo, non si sa nulla, a parte il conoscere il luogo dove vivevano; per il resto, non rimane altro che affidarsi alle intuizioni e, perché no?, alla fantasia. Solamente un anello, ritrovato, e con certezza appartenente a qualche rappresentante di quell’etnia, può dare un’idea, altamente vaga, di chi fosse il possessore.
Si sa solo che quel popolo di guerrieri fieri e bellicosi, formato da diverse tribù, occupò i territori orientali e settentrionali della Scozia di oggi, giungendo fino alle Highlands, e che, come del resto sembra chiaro, nel III e IV secolo d.C., combatterono strenuamente contro l’ingiustificata invasione effettuata da parte dei Romani. Facendo riferimento alle cronache degli storici romani, si trattava, oltretutto, di gente barbara e violenta; ma chi si comporta con classe e signorilità con coloro che vengono ingiustamente a invadere la sua terra? Questo il monito dei Pitti: “Tornatevene da dove siete venuti”!
La loro reazione fu violenta, spingendosi fino al Vallo Adriano, che era la linea di demarcazione dei territori occupati dai Pitti al nord e dai Romani al sud, nella Britannia, attaccando violentemente i Romani, costringendoli al ritiro, ed interessandosi poi degli Scoti e degli Angli, che tendevano a occupare i loro territori.
E’ importante ricordare ciò che avvenne nel 685 d.C., vale a dire lo scontro fra i Pitti ed i Northumbriani a Dun Nechtain, che vide la vittoria dei primi, rafforzandone il potere. Però, i Pitti subirono l’influsso degli Scoti al punto che, verso la metà del IX secolo, il re Kenneth MacAlpin ritenne opportuno unire i due popoli sotto un’unica corona, fondando il Regno di Alba. E i Pitti, una volta venuti a contatto con gli Scoti, si fusero con loro, perdendo piano piano la loro identità e mischiando con loro usi e costumi, fino a perdersi nel nulla.
Nel X secolo, la scomparsa dei Pitti come etnia era una realtà: di loro non restano che quelle poche notizie, accompagnate da quelle strane costruzioni troncoconiche e le misteriose pietre portanti incisioni disperse nelle campagne scozzesi.
Tornando all’anello ritrovato, si ribadisce con sicurezza che era appartenuto a qualcuno dell’etnia dei Pitti. Questo, forse perduto da una signora, incastonato nel centro ha una pietra rossa che potrebbe essere un vetro oppure un granato.
Il reperimento è avvenuto quando l’ingegnere John Ralph, laureato all’Università di Aberdeen, essendo pensionato, dopo aver vinto il Covid, per ammazzare il tempo si dedicava al volontariato. E, venuto a conoscenza che erano in atto scavi nella località Moray, non lontano dalla città scozzese Burghead fondata nel XIX secolo, sui resti di una vecchia struttura difensiva allo scopo di recuperare i materiali utilizzabili in altre costruzioni, si offrì di parteciparvi a titolo gratuito ed il suo aiuto fu accettato.
Durante gli scavi finanziati dalla Historic Environment Scotland, sui resti di quella fortezza eretta nel passato dai Pitti, i lavori erano variamente distribuiti e Ralph era stato incaricato di selezionare i detriti dopo la loro setacciatura per vedere se vi fosse qualcosa di interessante; ebbene, sì, giacché in mezzo a quel ciarpame, egli trovò un oggetto che con i materiali edili non aveva nulla da spartire. L’ingegnere lo esaminò attentamente e giunse alla conclusione che forse l’anello non era prezioso dal punto di vista del materiale che lo costituiva, ma sicuramente lo era, e anche molto, da quello storico, essendo un reperto che proveniva da una civiltà anteriore a quella dei Celti. La sua lavorazione dimostrava che gli artisti di quell’epoca erano in grado di lavorare i metalli con competenza e perizia.
Probabilmente fu uno di quei casi in cui gli oggetti di valore venivano seppelliti per impedire che fossero rubati o dispersi.
Ralph portò l’anello ad un esperto, affinché lo esaminasse: il suo parere fu che quell’anello, senza tema di errore, era appartenuto a qualcuno dei Pitti. E nel frattempo si è in attesa dei risultati degli studi che sullo stesso si stanno facendo nei laboratori del National Museum of Scotland, dopo la sua pulitura e la sua lucidatura.
Secondo il professore di archeologia Gordon Noble dell’Università di Aberdeen, essendo stato reperito fra i ruderi di un’abitazione qualsiasi, senza ombra di dubbio non era appartenuto a nessuno della famiglia che vi aveva abitato e, perciò, non restava che chiedersi – senza pretendere una risposta – come mai si trovasse là. Si spera che gli studi attualmente in corso sull’anello possano aprire uno spiraglio sul vuoto che, fino ad oggi, i Pitti hanno lasciato nella storia, rimasta senza documenti che riguardino la loro civiltà.
In ogni caso, gli studiosi, testardamente (mi si consenta il termine) non demordono e, attaccandosi ad ogni minutaglia che può scaturire dalle loro ricerche, riescono a dedurre qualche elemento utile grazie all’archeologia ed al poco che hanno a disposizione. Infatti, si è potuto ritenere che il trono potesse essere occupato sia dall’uomo, sia dalla donna. I loro villaggi erano formati dai brochs, costruzioni in blocchi a secco a forma tronco conica e crannogs, abitazioni che formavano isole artificiali in laghi, torbiere ed estuari che, oltre ad offrire sicurezza, consentivano di controllare il loro territorio.
Per quanto attiene alla loro arte, in Scozia sono molte pietre, che riportano incisioni varie che rappresentano simboli astratti, dalle spirali ai cerchi ed alle figure geometriche. Forse, queste incisioni, delle quali purtroppo fino a oggi non si è capito interamente il tenore, avevano un significato religioso o rituale. Ciò che lascia perplessi, è l’usanza – ricordata più sopra – che avevano i Pitti di dipingersi il corpo, oltreché di tatuarsi, di colore blu; la ragione non è mai stata chiarita e si ritiene, comunque, che potesse riguardare l’appartenenza alle tribù.
In ogni modo, l’esame dell’anello da parte di studiosi (archeologi ed esperti di metallurgia) sono all’opera e si spera che possano aggiungere qualcosa di più in merito al popolo dei Pitti a quel poco che oggi hanno a disposizione.

Autore: Mazio Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

COLLE VAL D’ELSA (Si). La Tomba Pierini e il vaso gemino iscritto.

La tomba Pierini fu rinvenuta il 22 agosto 1984 in località Arniani a Campiglia dei Foci (nel comune di Colle Val d’Elsa – SI) durante i lavori per la sistemazione del giardino del Signor Luciano Pierini.
Al sepolcro, che risultò violato (probabilmente in antico), si accedeva tramite un breve corridoio a caditoia.
L’ipogeo, di piccole dimensioni, aveva forma rettangolare, era diviso da un tramezzo centrale, presentava basse banchine laterali ed un loculo sulla parete destra.
La tomba, che fu utilizzata da almeno due generazioni, ospitava diverse inumazioni (almeno sette) ma vi era rappresentato anche il rito incineratorio. Le ossa nel corso del tempo vennero raccolte in grandi vasi; le ceneri erano conservate in grosse olle cinerarie d’impasto, alcune coperte con dischi di travertino o con tegole.
Nonostante la violazione fu recuperata una discreta quantità di reperti: unguentari etrusco-corinzi a fasce orizzontali o con animali affrontati (galli, pantere), una coppetta etrusco-corinzia su piede, un piattello geometrico a fasce, una punta di lancia ed un coltello in ferro, oggetti di ornamento personale in metallo (fibule, armille, ferma trecce, anelli), ceramica in bucchero (attingitoi e coppe), vasi globulari in argilla depurata e stoviglie.
Il reperto più interessante è però costituito da un vasetto gemino in bucchero con iscrizione di dono.
Il vasetto consta di due contenitori lenticolari di diverse dimensioni uniti da un raccordo a ponticello ed è dotato di una presa verticale forata. L’oggetto presenta decorazione incisa ed impressa (trattini, archetti e palmette) sul contenitore più grande. Il testo sinistrorso è stato realizzato in alfabeto etrusco arcaico con andamento circolare sulla spalla del contenitore più piccolo: mini muluvunike pisna perkena = mi ha donato pisna perkena.
L’iscrizione presenta caratteri tipici della zona valdelsana ed in particolare del gruppo chiusino arcaico. Il gentilizio (perkena/perkna) nel periodo arcaico risulta attestato in Etruria settentrionale: Cortona, Ponte a Moriano (Lucca) e soprattutto Spina. Individui femminili della famiglia risultano più tardi ad Asciano (SI) e nell’agro chiusino. Rilevante anche il toponimo moderno Percenna presso Buonconvento (SI)
Il vasetto rientra in una tipologia di oggetti poco frequenti (forse discendenti dai cd. vasetti multipli o più specificamente “a saliera” villanoviani, rinvenuti a Bologna, Vetulonia, Bisenzio, Vulci, Tarquinia) e probabilmente fu donato ad un personaggio di particolare rilevanza sociale.
L’iscrizione viene interpretata come formula di dono tra capi.
Recentemente sono state effettuate indagini sui sepolti nella tomba ed è risultato almeno un individuo con una sequenza miticondriale transalpina (area di Hallstatt, attuale Austria). La circostanza confermerebbe che già in antichità vi era una forte mobilità sociale anche in caso di grandi distanze, forse legata a scambi commerciali o strategie matrimoniali.
La tomba, appartenente ad una famiglia aristocratica locale (di cui non si conosce il nome), è databile tra la fine del VII e la metà del VI secolo a.C.
I reperti rinvenuti nella tomba sono conservati presso il Museo Archeologico di Colle Val d’Elsa.

Sulla tomba Pierini cfr. tra gli altri:
Museo Archeologico Ranuccio Bianchi Bandinelli di Colle Val d’Elsa a cura di Mario Manganelli, Protagon Editori Toscani, 2003, pagg. 58 – 59;
Museo Archeologico Ranuccio Bianchi Bandinelli, le tre arti, 1990, pag. 41;
– Mario Manganelli, Frammenti per un Museo, Gruppo Archeologico Colligiano, 2006, pagg. 79 – 80;
– Marina Martelli, Un nuovo testo etrusco di dono, pagg. 173 e ss. in Studi Etruschi LVIII;
– Giacomo Baldini, La Tomba Pierini – Colle di Val d’Elsa nel sito internet delle Fondazione Musei Senesi.

Di seguito immagini del vasetto gemino e della pianta della tomba.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Francesca Bianchi. Il Gigante Rosso di Orroli (SU), uno dei più importanti monumenti protostorici dell’Occidente europeo.

Il complesso del Nuraghe Arrubiu (‘rosso’ in lingua sarda) rappresenta la più imponente struttura megalitica in Sardegna. Massimo Mereu, guida e accompagnatore della Fondazione PETRASS, ha rilasciato a FtNews una ricca intervista in cui ha ripercorso la storia del monumento. Unico nuraghe pentalobato a essere indagato scientificamente, il nuraghe Arrubiu si estende per una superficie di cinquemila metri quadrati ed è costituito da un’imponente torre centrale circondata da un poderoso bastione a cinque torri, a sua volta attorniato da un possente antemurale con sette torri collegate tra loro. …

Leggi tutto nell’allegato: Il Gigante Rosso di Orroli

Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com