Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Francesca BIANCHI. Paola Mancini, viaggio nella storia di Loiri Porto San Paolo (SS).

Il mese scorso, durante la mia visita a Tavolara e a Loiri Porto San Paolo, ho intervistato l’archeologa Paola Mancini, impegnata in attività di didattica e divulgazione del patrimonio archeologico della Sardegna. Laureata in Lettere Classiche con una tesi sulla preistoria gallurese e specializzata in Archeologia con una tesi sulle rotte transmarine dell’ossidiana e della selce, in particolare in rapporto all’Arcipelago di La Maddalena, nel corso della nostra intervista ha ripercorso scrupolosamente la storia dell’isola di Tavolara e del territorio di Loiri Porto San Paolo, cui alcuni anni fa ha dedicato il libro Loiri Porto San Paolo. Le origini (Taphros, 2011).

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Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com

Michele SANTULLI. IL COSTUME CIOCIARO E GLI ALTRI COSTUMI.

Torniamo su una pagina incredibile della Storia dell’arte e della tradizione europea. Si sa che  lo scozzese, il tirolese,  il bavarese, l’olandese e qualche altro sono i costumi regionali considerati più noti e sempre attuali. Eppure  il solo  più illustrato dalla maggior parte degli artisti europei, dai maggiori ai minori, per almeno centocinquantanni, il più conosciuto, è un altro: il costume  ciociaro cioè la vestitura che gli artisti europei vedevano addosso a uomini  e donne sia a Roma e sia nelle località al suo sud e naturalmente a Parigi e Londra.

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Michele SANTULLI, Un incontro con Van Gogh.

Ove più ove meno il nome di Vincent van Gogh è patrimonio di tutti, come pure  la sua vicenda esistenziale e perciò è motivo di attenzione da parte del lettore apprenderne più da vicino un aspetto poco conosciuto: tutto è stato scritto sulla sua esistenza, sulle opere; è da dubitare che un qualche aspetto sia sfuggito agli studiosi ed ai ricercatori.
Le circa mille lettere conservate scritte al fratello Théo principalmente e a parenti ed amici rappresentano la fonte primaria della conoscenza del suo pensiero e della sua arte: lettere scritte indistintamente in francese, in inglese, naturalmente in olandese, a confermare una personalità  non comune.
Come ben si immagina, tali note epistolari sono degli sprazzi di vita reale che investono la sua attività quotidiana, la sua arte, i problemi contingenti riferiti alla produzione artistica ed anche alla permanente negativa congiuntura economica personale; enormemente stimolante e fecondo il suo pensiero, le esternazioni, le letture. L’eccezionalità del personaggio scaturisce sia dal messaggio artistico sia dal contenuto delle epistole, una miniera inesauribile di concetti e di intuizioni ed anche di confessioni. Eppure in questi ultimi anni gli studi e ricerche da parte degli studiosi si sono sensibilmente ridotti a seguito sicuramente di una situazione, pure essa eccezionale e fuori della tradizione; ad occuparsi criticamente dell’artista  ora è chiamato  unicamente il Museo Van Gogh di Amsterdam, fatto divenire il solo giudice della bontà di un’opera!
Il risultato è che nessun conoscitore e cultore dell’artista si sente stimolato ad esprimersi; è un caso unico, credo, nella storia dell’arte e ciò è imputabile alle case d’aste che, attente al solo aspetto commerciale, mettono in vendita unicamente le opere dichiarate autentiche dal Museo, buone o cattive! Ma qui arrestiamo tale considerazione in quanto ci allontanerebbe dal nostro tema che pertanto è strettamente collegato a tale situazione fuori del comune e che perciò abbiamo ricordato.
Dalle lettere si evidenzia un motivo che  occupa l’artista, un motivo tipico e personale, come la sua pittura pur se in realtà, come già espresso, sfuggito all’attenzione dello studioso: il tema della carrozza quale rappresentazione e personificazione della esistenza dell’uomo e il tema del cavallo che la tira.
Già una esperienza da bambino lo accompagnerà per tutta la vita, quella  dello zio Vincent  a bordo della sua carrozza che entrava fragorosamente nel cortile della pieve di Zundert per far visita al fratello, padre dell’artista, e ne scendeva con doni e leccornie per i nipoti.
Saranno le letture e le esperienze della età matura che gli apriranno orizzonti più ampi su tale argomento. In particolare è un libro: ‘Tartarino di Tarascona’ di Alphonse Daudet. In decine di lettere al fratello, ai parenti, agli amici ne raccomanda la lettura, come pure ripetutamente, specie negli ultimi quattro anni di vita, un argomento delle lettere è il cavallo: questo nobile animale è l’uomo che, come il cavallo, è obbligato a tirarsi dietro una carrozza: “i poveri cavalli di carrozza di Parigi, quali tu stesso e i poveri impressionisti nostri amici..” o  “…quei nevrotici cavalli di carrozza che sono Delacroix e de Goncourt…”; la carrozza è la esistenza che ognuno deve portarsi dietro; e quella dell’artista Van Gogh non è cosa piacevole e di conseguenza sofferenze ed umiliazioni per il cavallo a essa attaccate; meglio liberarsene e tornare alle origini,  “… a pascolare nei prati, liberi, spensierati…”. E naturalmente si innesta tutta una descrizione delle sue sensazioni e concezioni, nonché sofferenze e pene, che lo portano a soffermarsi continuamente sull’argomento ed a definirsi un eterno viaggiatore in cerca di una destinazione felice per la sua carrozza. E una conseguenza lo colpisce che pure ritorna nelle lettere e gli rammenta la sua esistenza: il lamento della carrozza: Tartarino si trova in Algeria, a caccia, un giorno vede abbandonata sul ciglio di una strada una diligenza, vecchia e degradata sulla cui fiancata si legge ancora qualcosa che gli ricorda il suo paese d’origine, Tarascona e si avvicina; la diligenza lo riconosce e gli parla: “per anni ho fatto servizio tra Arles e Tarascona, ben curata e lucidata, quando partivo ero salutata da tutti e tirata da cavalli ben addestrati e ben curati percorrevo la distanza fino a Tarascona dove arrivavo festeggiata e salutata. Poi è arrivata la ferrovia e quindi non hanno saputo più che farne e mi hanno venduta qui nel Maghreb dove di me non hanno avuto alcuna cura, tirata da cavallucci selvaggi e nervosi che mi hanno fatto passare su ogni tipo di strada finché mi hanno ridotta in questo stato e qui abbandonata, a morire.”
E la carrozza rappresenta l’esistenza terribile dell’artista nel manicomio di St. Rémy, un anno di atroci sofferenze e solitudine, in compagnia di malati di mente. E adesso anche lui, povero cavallo, vuole liberarsi e si libera, della sua carrozza di sofferenza cioè del manicomio di St. Rémy  e tirarne un’altra, una nuova: e invero una nuova esistenza lo aspetta, a Auvers-sur-Oise!
Cioè la fine, poco più di due mesi dopo!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Francesca BIANCHI. Luigi Lehnus: Wilamowitz e il monte delle Muse

Per FtNews ho intervistato Luigi Lehnus, già professore ordinario di Filologia classica all’Università di Milano (1989-2015). Recentemente lo studioso ha curato, per la casa editrice Ledizioni di Milano, una edizione italiana de Il monte delle Muse (1924) di Wilamowitz, che costituisce una penetrante interpretazione di Esiodo come profeta “europeo”: profeta di una religione della giustizia che a suo giudizio ha valore ancora ai nostri tempi ed è una creazione tipicamente ellenica.

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Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com