Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Mario Zaniboni. La teriaca. Un amico fedele per la salute umana.

Da quando l’uomo, e naturalmente non solo per lui, vive sulla terra, le malattie sono state una cattiva compagnia, sempre pronte a rendergli difficile il tirare avanti e a indurlo a tentare di curarle e superarle, per non finire miseramente alla sua resa e alla morte. E, pertanto, fra le tantissime attività, ci fu chi scelse di studiarle e possibilmente di combatterle, estirpandole.
I rimedi erano spesso soggettivi, applicati a seguito di esperienze vissute, personali o di altri, per questioni religiose e così via, rivangando su cause naturali (talora curabili) e spirituali (con pochi o nulli risultati). E fin dai tempi più lontani ci sono stati tentativi di produrre sostanze medicinali che aggredissero le malattie, debellandole, quando andava bene, altrimenti…
Un medicinale, la cui nascita si perde nella notte dei tempi, è la teriàca, nome derivato dal termine greco thēriaké che significa “antidoto” e che, stando ai “si dice”, aveva un potere miracoloso o addirittura portentoso, che dava risultati positivi contro ogni malattia. Questo prodotto ha attraversato tutti i secoli, sempre utilizzato in ogni caso e situazione, e solamente al principio del XX secolo è stato messo in pensione. E’ nato come medicinale contro diversi disturbi fisici, con efficacia polivalente, andando dalla cura dei morsi di animali velenosi alla lotta contro le sostanze che infettano l’organismo umano; e non solo, perché serve pure per combattere i bruciori di stomaco, i dolori di testa, gli abbassamenti della vista e dell’udito; e non finisce qui, giacché va pure bene per favorire il sonno, per irrobustire e rinvigorire il corpo, per allungare la vita e… chi più ne ha, più ne metta: più polivalente di così, che si può pretendere?
Storicamente, si ritiene che la nascita della teriàca sia avvenuta attorno al 50 a.C., a seguito dell’interessamento per le malattie e per la sua passione per i medicinali del re del Ponto, Mitridate Eufator Dioniso VI, noto come Mitridate il Grande. Egli temeva sempre che qualcuno lo facesse fuori avvelenandolo, e perciò, per precauzione, si rivolse al suo medico personale Crateva, ordinandogli di studiare e preparare una sostanza che lo proteggesse da qualsiasi tipo di avvelenamento, qualora qualcuno, come temeva, tentasse di eliminarlo. E il suo metodo, come fu testimoniato da medici romani, era basato sull’assunzione giornaliera di questa miscela; ma l’uso prolungato di una sostanza può sancire l’assuefazione ad alcuni componenti, rendendolo inefficace: questa pratica passò alla storia con il nome di Mitridatismo.
Quando fu sconfitto dai Romani, per non farsi catturare con le figlie, Mitridate decise per il suicidio, e perciò, dopo averle fatte avvelenare e aver seguito il corso del loro decesso, tenuto conto del fatto che per lui il veleno sarebbe stato inefficace per l’immunità acquisita, stando alle leggende, si fece trafiggere con la spada da un soldato.
Pompeo, da conquistatore, si appropriò di tutti i possedimenti del re del Ponto e di tutte le conoscenze del suo popolo, fra le quali non mancarono quelle mediche e farmaceutiche, in cui trovò pure la formula del Mitridatum, o mitridate che dir si voglia, composto da più di 60 ingredienti. Riconosciuta la sua importanza, la fece tradurre in latino dal liberto Pompeo Leneo e diffondere a Roma e nei suoi territori.
Nel 30 d.C., Aulo Cornelio Celso descrisse e rese pubblico l’antidoto nel suo trattato De Medicina, dove incluse l’elenco degli ingredienti e della dose di ciascuno; questi, dopo essere accuratamente battuti, per non risultare sgraditi al palato, venivano cosparsi di miele.
Comunque, l’importanza della teriàca fu riconosciuta un centinaio di anni più tardi, quando il medico dl corte di Nerone, Andromaco il Vecchio, la apprezzò e la decantò in un suo poema elegiaco di 174 versi, fornendone la composizione e i vantaggi che ne possono derivare. Ma volle aggiungervi un componente in più: infatti nella miscela aggiunse della carne di vipera, forse seguendo il principio del simila similis, vale a dire che, se l’animale possiede il veleno, nello stesso tempo deve possedere pure il suo antidoto. In definitiva, lo studioso decantò l’importanza della teriàca nella lotta di tutti i mali che affliggono l’umanità, ma soprattutto insistette sulla sua validità contro l’avvelenamento per i morsi di serpente. L’uso della carne di vipera per la preparazione della teriàca fece sorgere molte perplessità, giacché si temeva che il veleno contenuto nelle ghiandole velenifere potesse entrare a farne parte ed essere, pertanto, un pericolo per chi ne faceva uso; ma poiché queste erano eliminate insieme con la testa, il pericolo era da ritenere inesistente.
Anche Plinio il Vecchio volle dire la sua sul mitridate e sulle panacee in genere, costituite da un’infinità di ingredienti: infatti, nella sua Storia Naturale compare la sua ferma critica nella quale insinua che, secondo il suo parere, nessun cervello umano sarebbe abbastanza acuto da poter fissare le dosi per il consumo umano.
Uno dei massimi medici dei tempi antichi, Claudio Galeno, si interessò alla teriàca nelle versioni di Elio (usata da Giulio Cesare), Andromaco (da Nerone), Antipatro, Nicostrato e Damocrate.
L’antidoto ebbe una enorme fortuna e fu utilizzato da tanta gente, ma soprattutto divenne di sommo pregio quando Galeno, appunto, consigliò l’imperatore Marco Aurelio ad assumerlo ogni giorno, per evitare qualsiasi tipo di avvelenamento.
Nel Medio Evo, la teriàca, dopo la traduzione delle sue caratteristiche dal greco al siriaco, ebbe una grande diffusione nel Medio Oriente con particolare predilezione da parte dei medici arabi, fra i quali si possono ricordare Mesuè il Vecchio e Avicenna e, attraverso i rapporti commerciali, si diffuse pure in India ed in Cina. E che fosse apprezzata in Italia lo sta a dimostrare la grande produzione effettuata in modo particolare a Genova e Venezia, tanto che divenne una sostanza ricercata e commercializzata in tutta l’Europa, e soprattutto in Francia e Germania.
La teriàca si diffuse a macchia d’olio, diventando famosa e in tal modo la sua abbondante produzione favorì la prosperità di chi la creava nel XVI e nel XVII secolo. Anzi, è interessante ricordare che allora era invalsa l’abitudine di preparare quella “panacea” (cioè quel toccasana che risolve tutti i problemi, guarendo ogni male) coram populo, per mostrare quali fossero gli ingredienti utilizzati e le modalità della sua preparazione. Tutto ciò si dimostrò essere un affare gigantesco, che arricchì i produttori e anche gli Stati della nostra Penisola. Questo rimedio entrò a far parte di quei medicinali che non potevano mancare ovunque, sia nelle case dei ricchi sia in quelle dei meno abbienti, fino al XIX secolo.
Inizialmente, questo prodotto non fu accettato pedissequamente da tutti: durante i secoli in cui la sua presenza era costante e accetta, non mancarono studiosi di varie branchie della scienza, dai farmacisti ai chimici, ai medici e ad altri ancora che si interessavano di malattie e di benessere, non solo clinicamente ma anche giuridicamente, che si trovarono a discutere, anche pesantemente, sia sulla preparazione del farmaco sia sugli ingredienti utilizzati; e ciò un po’ ovunque, anche in Italia. Per esempio, a Bologna, nel XVI secolo, nacque un diverbio fra il naturalista e docente di filosofia all’Università locale, Ulisse Aldovrandi ed i farmacisti, che ricorsero pure a raccogliere il parere delle autorità cittadine; questo dissidio si accese perché lui partiva dal presupposto che la teriàca, e non solo, non era prodotta come avrebbe dovuto essere. Questa polemica controversia indusse le due parti a coinvolgere il Collegio dei Medici, il Protomedicato e il Governo Cittadino, che fra l’altro erano accusati dall’Aldovrandi di non proteggere sufficientemente la popolazione dal punto di vista sanitario: chiedeva maggiore attenzione e l’apertura di un orto botanico per la produzione delle erbe necessarie per la cura delle malattie. Dopo un lungo tira e molla, si giunse ad un accordo: due protomedici, scelti dal Collegio, ogni tre mesi avrebbero steso un nuovo ricettario, con la collaborazione di Aldovrandi e Febrizio Garzoni, scelti dal Senato.
Nel 1574, Aldrovandi nel convento di San Salvatore mise a punto la teriàca, inserendovi due nuovi ingredienti e scatenando le ire dei farmacisti; ma il Collegio, a seguito dei chiarimenti da lui forniti e della comunicazione che questi erano stati inclusi nella teriàca fatta a Venezia, Verona, Padova, Napoli e Ferrara, seguendo il suo consiglio, li calmò ed ammise che il prodotto era “buonissimo e perfettissimo”, autorizzandone la vendita.
Questo favoloso successo favorì la formazione di specialisti del settore; di questi, il primo fu il medico e farmacista francese Nicolas Lémery, che diede alla stampa l’opera “Farmacopea Universale”, diffusa a Parigi nel 1697. Questa opera fu la molla che fece scattare il passaggio fra la vecchia alchimia e la nuova chimica, con la conseguenza, fra le altre, della perdita di credito della teriàca, riconosciuta come un farmaco di non sicura prestazione. In effetti, questa panacea fu studiata profondamente ed il risultato che ne derivò fu che quella di Andromaco andò in pensione per fare posto a quella nuova, definita “riformata”, vale a dire rivista e formulata secondo le conoscenze di quell’epoca. Dunque, a questo punto, la teriàca, fino ad allora ritenuta un valido farmaco, fu bocciata dai nuovi farmacisti, ma il popolo, ignaro di questo cambiamento di rotta, continuò scrupolosamente e rigorosamente a servirsene come nel passato.
E, in effetti, sintomatico fu l’intervento di Ferdinando IV Borbone (detto Re Nasone), re di Napoli dal 1759 al 1816, che fiutò l’affare e, facendo intervenire la Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Arti, monopolizzò la produzione della teriàca, mentre la propagandava per attirare l’attenzione della popolazione, e la immise sul mercato. E, per arrotondare le sue entrate, impose ai farmacisti di acquistarne una certa quantità per ogni anno che passava. Questo nuovo prodotto continuò ad essere utilizzato non solo dal popolo, ma anche dai medici, finché nel 1906 fu definitivamente messo a riposo in soffitta.
Questo prodotto calamitò pure l’attenzione di letterati, come lo dimostra A. E. Housman nella sua raccolta di poesie “A Shropshire Lad”, pubblicata nel 1896, che si conclude con l’affermazione “Mitridate morì vecchio!”, a dimostrazione dell’efficacia del farmaco.
Comunque, come ricordato, alla fine questo farmaco fu definitivamente messo a riposo, sostituito da prodotti più moderni e consoni alle conoscenze che man mano si sono acquisite in campo medico scientifico, ma ha lasciato un ricordo di sé nel quale si riscontra un corale grazie per ciò che ha fatto, o che si ritiene che abbia fatto, per la salute umana per tantissimi anni.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

EGITTO. I papiri di Ossirinco.

Nel 1897, Bernard Grenfell e Arthur Surridge Hunt, due dei tanti studiosi sempre alla caccia di reperti provenienti da un antico passato, curiosando e cercando se vi potessero essere cose interessanti in un’antica discarica, situata nei pressi della località Ossirinco in Egitto, ebbero il classico colpo di fortuna, giacché fu rinvenuta una grande quantità di pezzetti di carta, di vellum (pergamena ottenuta dalla pelle di vitello) e soprattutto di papiro, con manoscritti.
Ossirinco (un sito archeologico, oggi denominato el-Bahanasa) era una fiorente cittadina durante l’impero romano e si trova a circa 160 chilometri a sud de Il Cairo. I suoi abitanti erano i discendenti dei Greci colonizzatori dell’Egitto a seguito della conquista di Alessandro Magno. Il suo nome deriva dal termine egizio Per-Mejed, vale a dire “città dei pesci dal naso aguzzo”, dovuto alla presenza nella zona di quel pesce venerato dagli Egizi.
Come si è anticipato, è stato il classico colpo di fortuna perché, essendo quel luogo in condizioni climatiche particolarmente secche e non dominate dai venti, ciò che di deperibile vi venne depositato fra il I al VI secolo d.C. si è potuto conservare, anche se con molte mancanze. Furono rinvenuti migliaia di manoscritti consistenti in documenti contenenti lettere e opere letterarie in lingua greca e latina, oltreché. in arabo. Il contenuto dei documenti consiste in atti pubblici e privati, quali possono essere editti, codici, inventari, registri, atti di compravendita, brani dei Vangeli e altro ancora. E, dopo dieci anni di scavo, essi si trovarono fra le mani un tesoro costituito da più di mezzo milione di frammenti manoscritti antichi, da loro correttamente catalogati.
Questi sono esposti in diversi musei e istituti del mondo, però la parte più consistente è nell’Ashmolean Museum dell’Università di Oxford.
Analizzandoli, si sono rinvenuti testi greci, fra cui poesie di Pindaro, e frammenti di brani poetici di Saffo e Alceo e anche di Alcmane, Ibico e Corinna; inoltre, frammenti di opere teatrali di Menandro, pezzi dell’Ipsipile di Euripide e, ancora, molti brani de “I Cercatori di Tracce” di Sofocle. Molto interessante si dimostrò il ritrovamento di diagrammi completi degli “Elementi” di Euclide. A proposito di Menandro, che è quello del quale si è trovata una grande quantità di reperti, si ricorda che era un drammaturgo classico ateniese, vissuto a cavallo fra il IV e il III secolo a.C.; fra le sue opere, in parte recuperate, sono Dis Exapaton, Karchedonios, Kolax, Il misantropo, La donna di Samo, L’arbitrato, Misoumenos.
Un’opera molto importante fu quella chiamata le “Elleniche di Ossirinco”, che è una storia della Grecia antica databile fra il V e il IV secolo a.C., scoperta su frammenti di papiro. La sua paternità è stata a lungo discussa fra i vari studiosi moderni: qualcuno fu del parere che fosse un’opera di Androzione di Atene, per altri di Eforo di Cuma, o Daimaco di Platea, Cratippo di Atene, Teopompo di Chio; ma, facendo le dovute considerazioni a proposito di stile, del contenuto e del periodo di nascita, si concluse che non si poteva stabilire chi ne fosse stato veramente l’autore. Così, quell’opera venne intitolata Hellenica, per ciò che riguardava la Grecia antica, e Oxyrhynchia per il sito in cui avvenne il ritrovamento dei papiri; mentre per l’autore si è risolto (si fa per dire) il problema inserendo una P, per ricordare che il supporto è “su papiro”.
Fra i frammenti è stata trovata una vita di Euripide scritta da Satiro di Callati ed anche un gruppetto di sette delle 107 opere di Livio che, forse, è stata la scoperta più importante in lingua latina.
Oltre a quelli citati, ci sono tanti altri frammenti di interesse. Del resto non sembra nemmeno il caso di citare tutti gli oltre 500.000 recuperati; chi ne dovesse essere interessato non deve far altro che consultare i funzionari dei luoghi in cui sono conservati.
In definitiva, quel malloppo è rappresentativo di una città i cui abitanti erano attivi tantissimi anni fa, di cui ci mostra qualcosa di vivo e attuale, e non morto e seppellito da mettere tristemente nel dimenticatoio. E questo era proprio lo scopo che si era prefisso l’accademico e classicista, membro della British Academy, Professor Regius di Papirologia e di greco presso l’Università di Oxford, che per molti anni è stato a capo del progetto Oxyrhynchus Papyri Proiect. Egli, con la collaborazione di John Rea, fra il 1965 e il 1989, ha raccontato la scoperta del più grande ritrovamento di papiri, che avvenne in Egitto, nel 1887, appunto, in un’opera dal titolo Papiri di Ossirhynchus, che fu stampata dalla Carrocci Editore il 4 aprile 2019, nella collana Quality Paperbacks. Ed è stato descritto, in modo che sia alla portata della comprensione di tutti, esperti o meno, come avvenne il loro ritrovamento, eccezionale sia per la quantità sia per il contenuto.
Molto interessante è quanto ha scritto Paolo Mieli a proposito di questo ritrovamento e lo si riporta integralmente: «Tutto ha inizio in una discarica. – scrive Paolo Mieli nella presentazione fatta al libro (Corriere della Sera, 24 giugno) – E’ in una montagna di rifiuti coperta dalle sabbie che si è avuto il più importante ritrovamento di preziosi papiri dell’Egitto. Ritrovamento che ha consentito una svolta nello studio della storia del mondo antico. E’ questo, cioè il fatto che fossero sepolti come immondizia, quel che ha più colpito Peter Parsons e che fa da filo conduttore di un suggestivo libro, La scoperta di Ossirinco. La vita quotidiana in Egitto al tempo dei Romani, che l’editore Carocci si accinge a pubblicare, in un’impeccabile traduzione e curatela di Laura Lulli».
Interessante è ricordare che fu grazie anche e soprattutto alla collaborazione dei ricercatori della statunitense Brigham Young University dello stato dell’Utah, che hanno applicata, per l’analisi dei frammenti dei papiri di Ossirinco, la tecnica denominata immagine multi spettrale: con questa tecnica è stato reso possibile individuare e interpretare nello spettro dell’infrarosso i segni di inchiostro sbiaditi o quasi cancellati dal tempo, risultato che sarebbe stato assolutamente impossibile ottenere a occhio nudo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Mario Zaniboni. Statua del Ka di Hor I. Il ka, la forza vitale di ogni individuo.

Durante l’effettuazione di una interessante serie di scavi eseguita nel 1894 da parte di Jacques Jean Marie de Morgan, Georges Legrain e Gustave Jequier a Dahshur, una località posta sulla sponda sinistra del Nilo, distante una quarantina di chilometri da Giza ed a qualche chilometro verso meridione del sito archeologico di Saqqara, nelle vicinanze del lato nord della piramide di Amenemhat III, essi si imbatterono in alcune tombe a pozzo appartenenti a famiglie di faraoni.
Fra queste, una era la sepoltura del faraone Hor I che – è stato appurato – prese quella tomba per se stesso, togliendola ad un familiare del faraone appena ricordato. Questa tomba, nel passato aperta ma non completamente depredata, conteneva il sarcofago contenente la salma del faraone, un tabernacolo di legno, un corredo funebre e, inoltre, una statua in legno di sicomoro, che rappresentava il ka di Hor I.
Che la statua si riferisse a quel re non ci sono dubbi, perché su due vasi di alabastro, posti all’ingresso della cavità, era inciso il suo nome.
Quando la statua fu trovata, era nel naos, una cella situata nella parte interna dei templi egizi adattata a ricevere la statua, che rappresentava la casa del dio nella tomba. La statua era a terra, sulla schiena, forse fatta cadere durante i saccheggi subiti dalla tomba. Lo strato d’oro, che un tempo ricopriva il corpo, si è perso.
La sua realizzazione risale attorno al 1750 a.C. La statua, alta 135 centimetri, diventava di metri 1,70 considerando la base ed il simbolo del ka sul capo. La statua riporta la figura del ka del re Hor I, faraone della XIII dinastia egizia, un tempo ricoperta da uno strato sottile di stucco e doratura, ora scomparso, ed è praticamente nuda, anche se presumibilmente portava un gonnellino, essendo sulla la vita la traccia di una cintura. Un ampio collare, comune agli Egizi, era sul collo. In origine, teneva nella mano sinistra un’asta ed uno scettro nella destra, simboli del potere reale. Nel volto brillavano gli occhi realizzati con cristallo di rocca e quarzo; era un volto anonimo, perché la statua aveva lo scopo di mostrare il ka di Hor I, ma non la sua persona.
Ma ciò che attira l’attenzione e colpisce è quanto è fissato sopra la parrucca tripartita, appoggiata sulla sua testa: due braccia poste in modo da formare una U, che corrisponde al geroglifico egizio per indicare il ka, cioè la sua forza vitale, con le mani aperte rivolte verso l’osservatore. In fase di restauro, il corpo ed il simbolo, trovati separati, sono stati rimessi insieme.
Secondo la cultura egizia, l’anima è composta da più parti e il ka è uno dei componenti essenziali che delineano l’identità del faraone. Per gli Egizi di allora, l’essere vivente constava di più parti: le caratteristiche fisiche erano nome, cuore, corpo, il ka (la forza vitale di ciascun individuo), il ba (indice di potenza e simbolo della personalità individuale), l’ankh (forma spirituale di ciascun uomo proveniente dagli dei e dai morti) e altro ancora.
Per essere accettato nel mondo dei morti, l’individuo doveva essere in possesso di tutti quanti.
Ed ecco il ka, che nasce insieme con il bambino. E’ una forza vitale che costituisce l’alter ego di una persona, rappresentandone un doppio. Ciò è dovuto al dio Khnun, che offre l’uovo della creazione e che conferisce all’individuo le sue forme ottenute usando il limo del Nilo. In molte rappresentazioni, lo si trova mentre produce insieme il corpo del bambino nel momento della sua nascita ed il suo ka. Questo accompagna l’uomo nella sua crescita, però restandone indipendente.
Contrariamente a quanto avviene nelle persone normali, il ka del faraone, in quanto discendente diretto degli dei, ne godeva del possesso; e, poi, era trasmesso al suo successore e, al momento dell’incoronazione, il ka si univa indissolubilmente al nuovo sovrano, mutandolo in ka vivente, vale a dire “uomo e dio”.
Forse quella statua era stata scolpita per essere situata in un tempio del re Hor I, ma poiché il suo governo è durato un tempo limitatissimo, secondo il parere dell’archeologa ed egittologa tedesca, specializzata nello studio della ceramica egiziana, Dorothea Arnold, questo non fu mai costruito, per cui la statua finì nella sua tomba.
Ora, questa è esposta nel Museo Egizio del Cairo, ma fu il centro di un piccolo dramma, perché un giorno era scomparsa, finché fu rintracciata in un posto non frequentato della struttura dove era stata nascosta da un operaio, che temeva conseguenze disciplinari, avendola distrattamente danneggiata.
In ogni modo, quella statua è un’opera d’arte splendida, ma è importante riconoscere che essa è un’immagine di contenuto altamente simbolico in merito alle credenze del popolo egiziano nei riguardi della morte e del suo regno. Merita di essere ammirata non solo per un senso di esecuzione artistica, ma anche e soprattutto perché dimostra di essere un elemento di fondamentale importanza del patrimonio artistico e culturale dell’Egitto risalente al XVIII secolo a.C.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Santulli. Il vero solo amico fedele.

Beati i grandi poeti e fortunate le società che li generano. Già Omero, oggi diremmo: anche animalista! a quell’epoca! tramanda un episodio degno della massima attenzione e commozione: ci racconta che Ulisse dopo un’assenza di venti anni dalla sua isola, quando ritorna, travestito da mendicante per certe ragioni che gli avevano riferito, nessuno lo riconosce, nemmeno la moglie: solo Argo, il suo cane, ormai vecchio e cieco ancora vivo, dalla voce capisce chi ha di fronte, dopo tanti anni e gli manifesta e conferma il proprio amore e devozione, come sogliono fare i cani coi loro amati padroni. Il poeta rivela che Ulisse è commosso nel rivedere Argo e le sue effusioni ed una lacrima, pare, scende giù per la gota: Argo ormai dopo la lunga attesa, ha rivisto il padrone e ora può anche andarsene, e gli muore ai piedi!
Sono infiniti questi episodi di fedeltà e di amore -possiamo usare il termine- che la vita e la letteratura ci richiamano alla mente: quegli occhi, quelle espressioni indescrivibili del volto di un cane quando ti osserva, suppliscono alle parole che non possono esprimere quando vorrebbe parlare al padrone.
Pur se da allora fino ad oggi sono trascorsi oltre tremilacinquecento anni e chissà quante altre vicende si potrebbero richiamare alla memoria, l’episodio di Ulisse mi obbliga a citare un altro grande poeta, ma dei nostri giorni, che pure ebbe una profonda esperienza d’amore con i suoi cani, Totò, sì, l’attore, il grande poeta, chi l’avrebbe immaginato? “Il cane è quella cosa a metà strada tra un angelo e un bambino”, ”Un cane vale più di un cristiano”, ”Il cane è un signore, tutto il contrario di un uomo”, “Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo.” Parole quasi incredibili. Verso la fine della esistenza di attore, diede impronta visibile al suo rispetto e considerazione verso i cani allorché a Roma, racconta la cronaca, in via di Boccea, impiantò un canile per i randagi che lui, il poeta, chiamò “Ospizio dei trovatelli”: ne erano 220! Rimase attivo, pare, solo due anni perché poi tutto finì con la sua morte. Il cane amico di Totò, ma anche di Hitler che nutriva una vera passione per i pastori tedeschi e l’ultimo morì con lui nel bunker di Berlino: cioè il cane non è razzista, cerca solo affetto e protezione ed un tozzo di pane e la possibilità di esprimersi e manifestare la propria devozione ed affetto.
Il cane umile e dolce quadrupede, ha una sola sventura, da sempre: di essere la creatura più vicina all’uomo, dagli inizi della storia, cioè vicino all’essere più crudele e più spietato della terra. E ne ha seguito le vicende, soprattutto ne ha subito le perversioni e le infinite crudeltà che non vogliamo ricordare.
C’è un film del 1962 “Mondo Cane” di Gualtiero Iacopetti, un giornalista, che è una specie di cronaca delle perversioni e ferocie dell’uomo specie verso gli animali, un film forse troppo impressionante per gli esempi di crudeltà e cattiveria ma non più di tanti altri film, epperò alla televisione questo film non appare mai, mentre fino alla indigestione quelli di Stanllio e Ollio!
I cani sono le creature più amorevoli e leali di questo pianeta e amano incondizionatamente, fino alla morte. Anche quando vengono maltrattati o feriti, continuano ad amare. Quale umano conosci che ha la metà di queste meravigliose caratteristiche?
Eppure la loro è vita da cani, solo come un cane, mondo cane, cane rognoso; una puttana? cagna! cane randagio, cane senza padrone: Pasolini in una sua poesia scriveva:…. Vago come un pazzo, come un cane senza padrone …..
Nemmeno vogliamo richiamare alla memoria gli infiniti torti e maltrattamenti e sofferenze che tanti padroni riservano ai loro cani tanto che ci si chiede: come mai alla gente, ai vigili, ai carabinieri che assistono e vedono normalmente tante scene di cattiveria e di maltrattamento, non intervengono o denunciano l’autore? Una domanda è lecita: quale particolare facoltà possiede il bipede per ritenere normale e giusto il suo comportamento di terrore verso il proprio cane? Oppure: che cosa gli fa credere di sentirsi superiore e migliore del proprio cane? In realtà si può essere certi che un individuo di tal fatta sarà crudele anche con la propria famiglia, perché un malato di mente lo è con tutti.
E qui si pongono questioni determinanti: vigilanza e controllo serio degli uomini e dell’ambiente, la famiglia, la scuola, la televisione; se si pensa a certi genitori, si può non perdonare ma escludere sì, solamente poveri figli, ma la televisione e la scuola sono da sempre e imperdonabilmente i veri autentici colpevoli di quanto stiamo descrivendo: il fatto che a scuola ancora normalmente si parla e si illustra il maltrattamento e l’ammazzamento degli animali da parte dei bipedi anche per mangiarli, il fatto che mai o quasi non dico illustrare ma almeno attirare l’attenzione, deprecare gli episodi di violenza e cattiveria verso gli animali e l’umanità e condannarli e, per esempio, proibire a questi soggetti di possedere animali, anziché mostrare quelle orribili pubblicità di quelle bocche enormi che addentano amburgher enormi o tutta quella gente a tavola che azzanna brandelli di polli o carne di pesce, si mostrino con il soccorso di un pizzico di sensibilità scene ed episodi che possibilmente edifichino o quanto meno rientrino nella normalità, differente, che stiamo illustrando.
Come può accettarsi di ammazzare e poi mangiare un capretto o un agnellino simbolo di Gesù Cristo o un vitellino o un coniglio o un galletto? Come può un bambino che vede certe scene o sente certi commenti impedirsi di ripeterli, mancando la guida saggia e matura che sensibilizza e ammaestra? Già cinquant’anni fa qualcuno che se ne intendeva, scriveva ripetutamente: tale televisione bisogna abolirla.
Torneremo ancora sull’unico vero amico fedele del bipede.
Anche se di nobile aspetto, colui che sevizia gli animali è senza anima e privo della grazia divina: non gli si dovrebbe mai dare fiducia”, Goethe.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu