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Simona INCATASCIATO. Le masserie nel ragusano raffinate testimonianze di antica civiltà.

Perle di charme tra natura e storia.  Oggi sono un’attrazione per il turismo internazionale.
Il paesaggio rurale della provincia di Ragusa è caratterizzato, nell’altopiano, dai muri a secco e dalle masserie a cui sono frequentemente connesse residenze gentilizie e borghesi di villeggiatura.
Questi edifici testimoniano il tessuto unitario di tutto il territorio non solo per lo stretto rapporto fra città e campagna ove hanno operato le stesse maestranze e gli stessi ingegneri, ma anche per il fatto più semplice che tutta la campagna è stata costruita dall’uomo. Ne è testimonianza l’opera del massaro ragusano che con arte sapiente ha accumulato nei ”muragghia”, mirabili e incomprensibili architetture, le pietre che ha dissodato e recintato con i muri a secco.
Opera davvero ciclopica la rete di muri a secco che copre gli interi altipiani di Ragusa e Modica e per dirla con Cattaneo “immenso deposito di fatiche”.
Fino al tardo medioevo, quando la struttura della Sicilia sud-orientale era ancora completamente di tipo feudale, non si hanno costruzioni del tipo “masserie” nella forma che ci è stata tramandata fino ad oggi. Si potevano trovare nelle campagne delle costruzioni a torre che servivano per la sorveglianza dei dintorni e del gregge. Bisogna risalire al 1600, quando era intervenuto lo smembramento dei feudi, per incontrare qualcosa di analogo alle attuali masserie.
Formatisi i primi suffeudi (piccoli feudi), si trasformò il rapporto tra l’uomo e la campagna e si verificò un vero e proprio fenomeno di lottizzazione. Ci si divise le terre mediante l’istituzione dell’”enfiteusi” con cui il  conte feudatario conservava la proprietà ma cedeva il possesso a chi avesse ritenuto conveniente sfruttare uno o più lotti di terreno.
Il risultato fu che le città si riversarono nella campagna. Dapprima i contadini si dedicarono alla cultura dei cereali e di qualche leguminosa, ma di pari passo si diffuse l’allevamento del bestiame.
La coesistenza di un’attività mista, agricola e di allevamento, costrinse i nuovi usufruttuari a dividere con i muretti a secco l’animale dalla coltura, separando questa dal pascolo spontaneo, determinando una vera rotazione d’uso del terreno.
Nacque quindi l’esigenza di munire il lotto dato in enfiteusi di attrezzature di ricovero, di accumulo di derrate, di locali per utensili e strumenti di lavoro e quindi di edifici di affittuari che alla fine costituiscono una compatta categoria, un autentico ceto sociale detto dei “massari”. E siamo già nel XX secolo.
La masseria divenne, quindi, un complesso articolato di edifici che  costituiscono nell’insieme le vere e proprie fattorie nel ragusano.
La masseria presente nell’altopiano di Ragusa e Modica occupa una superficie rettangolare anche notevole fino a 25 metri nel lato più lungo, con gli edifici disposti intorno al cortile, in alcuni casi su tutti e quattro i lati e vi si accede da un porticato.
Se le costruzioni si dispongono su tre o due lati, uno o due lati sono chiusi da muri notevolmente sviluppati in altezza. La “casina” del proprietario tradisce chiaramente negli elementi architettonici la sua derivazione cittadina. Sono presenti oltre alla casa ”abitaria”, al “casulario”, locale per la conservazione del formaggio, le stalle, i recinti adibiti alla custodia del bestiame sia bovino che ovino (“manniri” o “mandre”),  i fienili, il granaio, una o due cisterne e molto spesso una cappella anche se di modeste dimensioni. Quest’ultima rappresentava un importante punto di aggregazione durante alcune fasi particolarmente intense del ciclo agrario quali la mietitura e la raccolta delle olive. La presenza di lavoratori stagionali, soprattutto donne con al seguito i rispettivi bambini, che si prolungava anche per mesi doveva prevedere, in loco, la partecipazione obbligatoria alle funzioni religiose.
Oggi

Paolo CAMPIDORI. Il tempio etrusco di Fiesole.

E’ ipotizzabile prevederne la ricostruzione?
Alle pendici nord-orientali della collina principale fu creata alla metà del VI secolo (a.C.) un’area sacra con al centro un piccolo edificio di culto pressoché quadrato di circa 5 m. di lato, con pareti di mattoni crudi su basamenti di pietra, il pavimento interno in terra battuta, con copertura costituita da tegole e antefisse dipinte. Una fognatura, alcuni terrazzamenti completavano l’area” Maurizio Martinelli-Guido Paolucci – Guida ai luoghi degli Etruschi – Ed. Scala 2008


Se noi tracciamo una linea sulla carta geografica  della Toscana, in direzione Ovest-Est partendo da Pisa sul versante tirrenico, fino a Verucchio, versante adriatico, e toccando al centro le località di Artimino, Fiesole e Firenze, noi avremo una linea retta quasi perfetta. Proprio su questa linea verso il VII-IV sec. a.C. doveva svolgersi il traffico commerciale etrusco, dal Mar Tirreno al Mar Adriatico. Parte di questo tracciato è stato ritrovato alcuni anni fa in località Capannori (Pisa), si tratta di una strada con ampie carreggiate, una vera e propria “autostrada” etrusca, come è già stata definita.
Dobbiamo adesso tener conto che su questo tracciato si trovavano anche le località Comeana, Quinto (Firenze) dove sono state ritrovate le tombe dette “della Mula” e “della Montagnola”, ambedue realizzate con la tecnica detta “a falsa cupola”,  con grossi conci squadrati di pietra  disposti in forma concentrica (tomba della Mula) che si restringono verso l’alto fino a formare una volta di forma ogivale (tomba della Montagnola). Queste tombe risalgono, verosimilmente al VII secolo a.C. Si tratta di tombe principesche i cui proprietari erano i signori e padroni della zona. Su questa linea doveva trovarsi pure la città-carovaniera etrusca di Gonfianti, nelle vicinanze di Prato, che doveva svolgere un ruolo di città-emporio, luogo di deposito e di smistamento delle merci, nonché città industriale ed artigianale.
Questa “autostrada dei due mari”, come è plausibile  definirla, secondo fonti greche, si sarebbe potuta percorrere in soli tre giorni di viaggio, che per quei tempi rappresentava un bel primato.
A Verucchio, centro etrusco di primaria importanza, gli archeologi hanno ritrovato reperti UNICI nel loro genere, come campioni di stoffe di lana, tessute in vari colori, che non hanno niente da invidiare ai nostri tessuti moderni, in quanto la tessitura e la tecnica di lavorazione è in  tutto simile alla nostra, ovviamente gli etruschi non possedevano i macchinari che possediamo oggi. Inoltre sono stati ritrovati a Verucchio reperti importantissimi in metallo e in altri materiali più o meno pregiati, molto interessanti.
Le città etrusche di Fiesole  e Firenze si trovavano proprio al centro di questa “carretera” commerciale ed è facilmente intuibile il ruolo di prestigio che queste due città avessero proprio per le loro ubicazioni strategiche ma anche difensive e di controllo del territorio. Se Gonfienti aveva il ruolo di città di scambio, di deposito, di lavorazione delle merci, quindi città industriale e commerciale (ruolo svolto in sinergia con la “gemella” Misa, Marzabotto) Firenze e Fiesole dovevano giocare due ruoli diversi, l’una di città legata ad una economia fluviale e agricola (Firenze), l’altra doveva essere centro politico-amministrativo e militare offensivo e difensivo (Fiesole), anche per la posizione strategica che occupava (sulla cima di una collina e difesa da una ciclopica cinta di mura).
Proprio a Fiesole, sulle pendici nord occidentali della collina, come bene ci descrivono M. Martinelli e Giulio Paolucci (op. citata), in un’area che comprendeva diversi edifici di culto, era sorto, per opera etrusca un tempio, le cui proporzioni non sono grandiose come, ad esempio, quelle di Tarquinia, ma che tut

Paolo CAMPIDORI. Opere d’arte maggiori e opere d’arte minori (pur sempre importanti).

Lettera aperta alla Dr.ssa Clelia Arduini, Presidente Nazionale Archeoclub d’Italia ROMA.


Ho letto con interesse la Sua lettera-articolo “Regali e riflessioni sotto l’albero” su Archeoclub notizie n. 4/2008. Intanto mi congratulo con Voi per le novità che avete apportato alla Tessera Sociale 2009. Meno male che il prezzo è rimasto invariato!


Riguardo al Ministero Beni Culturali “ridotto a una sorte di agenzia”, posso dirLe che ciò non è una novità. Lei sa bene che una trentina di anni fa, forse più, il MBC (Ministero Beni Culturali) non esisteva e che tale settore era “appoggiato” al MPI (Ministero Pubblica Istruzione) dove, ovviamente, per la mentalità dell’epoca, l’istruzione scolastica era al primo posto e i Musei, ecc, erano un po’ la “Cenerentola” di questo, che veniva definito, “grosso baraccone”.
Poi, forse, per la presenza di alcuni parlamentari fiorentini “illuminati” vedi Bargellini, Spadolini, ecc, veri uomini di cultura, il settore Belle Arti si staccò dal M.P.I.  e fu creato il Ministero Beni Culturali, con proprio “portafoglio” e proprie competenze. Ma le carenze, le mancanze di fondi, delle quali parla Lei nel suo articolo, ci sono sempre state, NON SONO UNA NOVITA’. Neppure lo è il trasferimento della tutela del nostro ingente patrimonio artistico ad altri Enti, vedi Regioni, Provincie, ecc. (e si è parlato anche di privati), non è affatto nuova. Lei ricorderà in Emilia Romagna, circa trent’anni fa, la creazione dell’Istituto Beni Culturali (diretto dal Prof. Emiliani, divenuto poi Soprintendente di Bologna) che avrebbe dovuto sostituire, o, perlomeno sovrintendere le Soprintendenze Statali della Regione Emilia-Romagna.
Io lavoravo, allora, presso tale Soprintendenza Beni Artistici (per più di due anni) in qualità di segretario-documentalista (di nuova nomina) sotto l’allora Soprintendente, la romana, Prof. Maria Vittoria Brugnoli Pace, che venne a Bologna a sostituire il Prof. Gnudi.
A questo Istituto Regionale, probabilmente, mancarono le ali per decollare e presto la cosa venne archiviata (o quasi). Ora il problema si sta ripresentando con maggiore insistenza:
BENI CULTURALI = REGIONI, PROVINCIE, ECC, ?
BENI CULTURALI = MINISTERO BENI CULTURALI ROMA?
Si tratta di una questione di lana caprina, e io Le darò il mio giudizio, anche se con un po’ di ritardo, e lo faccio,  essendo stato da Lei sollecitato a farlo   come socio Archeoclub d’Italia, nell’articolo sopra citato.
Il mio parere sarebbe che certi musei importantissimi restino strumenti di vera cultura e non si guardi (per cortesia!) a ciò che fanno all’estero, dove, in certi casi, i musei e le pinacoteche pubbliche sono diventate veri e propri mercati. Noi italiani abbiamo, come si dice a Firenze, “un cervellino”  niente male, oppure “dello gnegnero” che tutti ci invidiano. Tuttavia, possiamo  certo imparare da tutti, ma non possiamo immaginare, neppure lontanamente, di fare dei nostri maggiori musei uno “strumento” deleterio dell’economia italiana e della borsa valori del turismo presente e futuro. Il “nostro” compito è quello di tutelare le opere d’arte, e queste, si tutelano solo con certe regole. Non possiamo, ad esempio pensare agli Uffizi come ad un autobus giapponese, dove le persone vengono stipate a forza di spinte. LA CULTURA E’ CULTURA. Guai a coloro che ne vogliono fare un “Business”. I vini toscani, i panforti e i ricciarelli si possono benissimo vendere in negozi attigui,  non possiamo trasformare gli Uffizi in una Fattoria e, di conseguenza, i Soprintendenti in Fattori! (però se ci tengono….) Se i francesi fanno i vari “Centri Pompidou” oppure idiote piramidi in vetro davanti al Louvre, padroni di farlo,  ma non “scimmiottiamoli” per favore, l’Italia è l’Italia, non  è la Francia o gli Stati Uniti d’America (e vorrei aggiungere “per

Vincenzo ANDRAOUS. Un assalto umano disumanizzato.

Non c’è giorno che non venga scandito da un assalto umano disumanizzato, perpetrato nei riguardi delle donne, nei confronti di un bambino,  di una giovanissima.
Il branco è nell’ombra, predisposto a un’opera demolitrice, a violare la realtà dell’altro, sconvolgendone l’equilibrio e compromettendone  il benessere, un’azione infame nel più profondo del termine, dove non c’è lessico che tenga per definirne il raccapriccio.
Ciò che deve scuotere le coscienze è l’infamia che non consente giustificazioni, né ansia da contagio, ma promuove una linea comportamentale priva di black-out ideologici: infatti con le ideologie stendiamo ipocrisie e false aspettative, non cogliamo le urgenze né le insopprimibili necessità-priorità, a riconferma che donne, bambini e anziani non si toccano, non si debbono toccare, non bisogna permettere che ciò accada.
Il branco si fa beffe della bellezza, della fragilità, entra a gamba tesa dove l’innocenza e la stessa femminilità regalano al mondo il piacere dell’esistenza, e all’esistenza il miracolo del futuro che nasce e cresce, perché custodisce il segreto dell’amore più grande.
Sociologi, pedagogisti, psicologi, preoccupati per le dimensioni crescenti di questo  fenomeno, nella torsione in cui  costringe l’attualità, che somiglia sempre più a un’apnea soffocante, tant’è che ognuno esplicita ragioni diverse  per spiegarne l’exploit.
Si coglie il male, lo si traveste di bugie, lo si affascina con il dolore dell’altro, per colmare i propri vuoti e le proprie assenze, che diventano patologie.
Non c’è ritocco al corredo del codice genetico umano, una eventualità del genere non è possibile nel breve passo che intercorre tra una generazione e l’altra, allora come è possibile che a ogni pagina appare la notizia di uno stupro, di una violenza da poco commessa, ciò non solo nelle strade, nei vicoli ciechi, nelle campagne buie, ma nelle famiglie, dove dovrebbe prevalere il principio dell’amore, dei vincoli affettivi, nella continuità del vivere insieme. Eppure proprio all’interno del nucleo famigliare, vicino al focolare passa sotto silenzio questa pratica infame, proprio lì, ognuno assume il ruolo parossistico di teatrante, recita la parte di chi nega, di chi non vede, di chi occulta e passa avanti agli abusi che non hanno fine.
In questa ferita c’è l’esperienza intera del dolore, dell’amore frustrato, un modello che si tramanda senza che alcuno intervenga a porre un freno, eppure come ha detto qualcuno “ i ragazzi violenti del futuro sono ora dei bambini “, proprio quelli afferrati come oggetti e spogliati di ogni emozione.
Occorre ritrovare un senso comune non più rinviabile, non sono più sufficienti le notizie, il bombardamento mediatico, forse è arrivata l’ora di un ripensamento culturale che sia sinonimo di coinvolgimento, nel discuterne e  rifletterne insieme, non solo per preservare le menti giovani dalla violenza che non risparmia alcuno, ma per coltivare in chi cresce un senso critico sano e attento ai valori della vita, quella di tutti, soprattutto delle donne, dei bambini, degli anziani, CHE NON SI DEBBONO TOCCARE MAI.


 

Autore: Vincenzo Andraous