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Giuseppe Costantino BUDETTA, Emodinamica del talamo.

Questo breve saggio di anatomia comparata e di fisiologia mette in rilievo l’emodinamica nei vari nuclei del talamo che subisce modificazioni in rapporto con l’età, in particolare nella specie umana dove le arterie comunicanti posteriori del poligono di Willis – da cui si staccano rami talamici – si riducono fino ad atrofizzarsi nell’adulto.


Lo studio completo si trova nell’allegato.


 

Autore: Giuseppe Costantino Budetta

Allegato: TALAMO-08.pdf

Emanuela CARDARELLI. Il leone di Hamadan: ciò che resta dell’amore e del dolore di un re.

Hamadan, ovvero l’antica Ecbatana
Hamadan è una città dell’Iran, capitale dell’omonima provincia e situata all’incirca a 360 km a sud-ovest di Teheran e a 1850 mt. sul livello del mare.
Si tratta di una città molto antica, fondata intorno al 1100 a. C., anche se alcuni storici ritengono che possa risalire addirittura al 3000 a. C.  Il suo antico nome era Ecbatana, che significa “luogo di assemblea”.


Lo studio completo si trova nell’allegato.

Autore: Emanuela Cardarelli

Email: emi@italianechelon.it

Allegato: Il Leone di Hamadan.pdf

Vincenzo ANDRAOUS. La pedagogia della nonna ossia del buon esempio.

Gli incontri con le classi di una scuola media secondaria sono terminati, anche quelli  con  i genitori e gli operatori, per tirare le somme, per tentare un bilancio sulla ricaduta avuta sui ragazzi, per prevenire gli atteggiamenti bullistici ed aiutarli ad entrare in possesso degli strumenti necessari a non  risultare vittime né  complici.
Non è semplice disegnare una linea di confine netta, tra ciò che è una responsabilità imprescindibile nell’esser genitori, e una collettività sclerotizzata dai miti mediatici, dai maledetti per vocazione.
Eppure rimanere alla finestra, abbarbicati a una linea mediana sonnolenta, a un trespolo di cera vicino a un fuoco che divampa, equivale a cadere a nostra volta, e,  come ci ha detto qualcuno, “ chi rimane accomodato alla balconata a osservare indifferente, non è un individuo innocuo, ma una persona inutile”.
Forse nei riguardi dei più giovani, non si è solamente inutili, ma anche esempi pericolosamente induttivi a sgretolare il valore della solidarietà e autorevolezza.
Atti preventivi in azioni secondo coscienza, stili educativi e comportamenti equilibrati, per arginare nei giovanissimi gli atteggiamenti prevaricanti, violenti, dentro le classi a studiare metodi e dinamiche affinché nessuno rimanga isolato, ma spesso si mette in fuori gioco il disagio dei minori.
Da una parte si invoca l’isola felice del proprio angolino ben gestito, dall’altra si tenta di inquadrare il bullismo e il disagio relazionale degli adolescenti, la loro maleducazione e trasgressione, con la violenza, la devianza, il conflitto stesso.
Ma questa operazione confonde la pratica della violenza che elargisce sofferenza e tragedie, con la dinamica del conflitto che invece va a monte del problema, senza per questo cancellare le persone.
Per l’ennesima volta al bullo, alla vittima, ai complici caduti nella rete omertosa, rispondiamo  con una difesa a oltranza delle nostre casate, dei nostri confini, come a voler sottolineare che non c’è nulla da sapere che già non sappiamo, tranne che arrabbiarci a nostra volta se veniamo additati tra gli imputati, tra quanti alimentano questo fenomeno con la loro irrappresentabilità  educativa.
Un grande amico e pedagogista nell’incontrare il mondo dei cosiddetti grandi, per un momento ha lasciato da parte gli accessi scientifici alla ragione, consigliando ad ognuno di ritrovare l’umiltà necessaria per affinare la “pedagogia   della nonna”, quella pratica unica e insostituibile tutta dentro il concetto del “buon esempio”, del non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, del fare bene o al meglio delle tue capacità, se pretendi che faccia altrettanto anche tuo figlio.
Essere genitore significa conoscere il proprio figlio, essendo presenti, disponibili, non abituandoci e non abituandolo a NON creare mai problemi, ma a ricevere un amore speciale, dunque a essere entrambi degni di stima, affinché non esistano abissi insondabili, dialettiche cifrate, parole non più leggibili, causate dal desiderio di avere tutto “misurato” al nostro sentimento, rischiando così di non considerare gli avvenimenti fuori dalla nostra ottica, riducendo la distanza dai giochi più feroci, dove quasi sempre è il più giovane a perdere la partita più importante.


 

Autore: Vincenzo Andraous

Giovanni Mario INCATASCIAT0. Viaggio tra le opere fortificate della provincia iblea: Il Castello di Modica.

Le opere fortificate della provincia di Ragusa vanno dai  monumenti ricostruiti nel settecento alle dimore abbandonate e ridotte a semplici ruderi, per lo più interrati.


Manufatti questi che sorgevano su suggestive e incantevoli posizioni che hanno per anni attirato i grandi viaggiatori e che nel tempo si sono trasformati: da fortezze medioevali sono divenute eleganti palazzi rinascimentali o nobili residenze dell’Ottocento.
L’attuale patrimonio architettonico fortificato esistente in provincia di Ragusa è frutto della particolare configurazione del paesaggio nell’area degli iblei meridionali, delle vicende economiche e sociali, nonché dei grandi eventi naturali e storici.
A causa delle concessioni enfiteutiche operate dai conti  dal 1400 in poi  e soprattutto del disastroso evento sismico del 1693 questo patrimonio si è notevolmente ridotto cancellando in gran parte preziose testimonianze di queste particolari dimore.
Iniziamo questo nostro viaggio partendo da Modica.
Il castello di Modica era stato impiantato su uno sperone roccioso a picco su due vallate confluenti e per la sua posizione attirò l’attenzione di numerosi viaggiatori stranieri.


Questo acrocoro roccioso  che sovrasta la città rappresenta senza dubbio la più singolare testimonianza lasciata dagli abitanti dell’antica Motyca.


La sua preponderante emergenza sull’abitato ci invita ad un viaggio indietro nel tempo, fino a ritrovare una forma diversa di fare architettura. La pareti rocciose dell’acrocoro si fondono con le pareti di pietra costruite dall’uomo. Il colore dello stesso materiale contribuisce a creare con il verde dei rampicanti, il grigio della roccia, il verde dei licheni una mescolanza di effetti cromatici di cui solo la natura è maestra. Le torri che sovrastavano la rocca ai quattro angoli esprimevano l’apparente dominio dell’uomo sulla natura.


La descrizione più antica del manufatto si deve allo storico Placido Caraffa, che parla di quattro torri angolari, un ponte levatoio, un cortile, un giardino, un vivaio, tre chiese, gruppi di fabbricati in doppia fila, con volte a crociera, un “tempio del sole”, una porta centrale di ingresso. Per tre lati il castello era protetto da profondi scoscendimenti. Nei fianchi che partono da oriente e vanno  verso mezzogiorno, il paesaggio è fantastico: fette di roccia pare siano state messe sotto le costruzioni per impedire agli assalitori di arrampicarsi. Il castello aveva un ingresso da nord dove era situata la porta Anselmo ed una torre di difesa sulle rocce retrostanti. Una seconda porta era ubicata nel quartiere Raccomandata, una terza nel quartiere San Pietro e la quarta a Sud nella zona della Postierla, dove esisteva una uscita sotterranea.


Il castello ha vissuto varie vicende che ne hanno purtroppo determinato la sistematica spoliazione. E’ probabile che la sua fondazione risalga al periodo normanno. 


Distrutto dal sisma del 1693 fu venduto nel 1816 e occupato nel 1877 da un collegio femminile delle suore di carità.


Oggi la vista dei pochi ruderi può lasciare una scarsa nozione dell’antica magnificenza, ma  le opere conservate in prestigiose biblioteche testimoniano del passaggio di antiche famiglie quali i Mosca, i Chiaramonte, i Cabrera, gli Henriquez e personaggi come Manfredi, Andrea Chiaramonte e Bernardo Cabrera.

Autore: Giovanni Mario Incatasciato

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