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Vincenzo ANDRAOUS, Altro che spegnere la speranza.

Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo.
Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha mostrato in pochi minuti come la sola ritorsione non solo è contraddetta dall’etica evangelica, ma non porta i risultati desiderati.
Da qualche tempo sul carcere italiano è calato un silenzio refrattario all’impegno dell’ascolto, una indifferenza che genera un trascinamento lontano dal dolore e dalla sofferenza, come se dialogare sulla umanizzazione della pena fosse diventato un atto di lassismo politico e istituzionale.
Eppure il carcere è luogo deputato alla elaborazione della pena, della colpa, dove l’uomo della pena nel tempo non sarà più l’uomo della condanna, ma quale uomo potrà diventare in una condizione di perenne disagio, costretto fino alle ginocchia nel proprio malessere, e in quello dell’altro.
Un tempo il dentro e il fuori interagivano, riuscendo a edificare ponti di socializzazione, attraverso una capacità di coinvolgimento-partecipativo da parte del personale penitenziario, con impegno da parte di quel volontariato solidale perché costruttivo, basato sulla fatica dialogica e comportamentale, e con una interazione proficua e necessaria con la società tutta.
Perfino a chi disconosce la  funzione del carcere e l’utilità della pena, non può sfuggire il valore educativo del lavoro, che la stessa Costituzione pone a fondamento del nostro Stato Repubblicano: senza occasioni di lavoro, senza l’acquisizione di strumenti formativi  professionali, il carcere come istituzione non può raggiungere gli obiettivi che gli sono richiesti, gli scopi per cui esiste nella sua utilità sociale.
In questa inquietante insicurezza, che spinge a richiedere maggiori tutele e garanzie per le vittime e i cittadini onesti, forse è proprio questo il momento di ripensare non all’abolizione della Riforma Penitenziaria, non a rendere nuovamente invisibili uomini che hanno saputo ravvedersi e tornare ad essere parte viva del consorzio sociale. E’ necessario ripensare un carcere dove esistano veramente tempi e modi di ristrutturazione educativa, rifacendo per davvero i conti con la metà della popolazione detenuta non italiana, con un buon altro quarto di tossicodipendenti, mentre la rimanenza è quella criminalità che ben conosciamo.
Riforme e innovazioni non sono istituti-totem da imbalsamare, ma vista prospettica per rispondere efficacemente alla richieste della collettività, che si duole di una recidiva che permane un mostro a due facce: una dimostra che la pena non aiuta a migliorare le persone, l’altra che il carcere non si riappropria della funzione di salvaguardia della comunità.
Altro che ammazzare la speranza annullando la legge Gozzini, è urgente trasformare l’ozio e un tempo pericolosamente bloccato in occasioni di lavoro e abitudine alla fatica progettuale, affinché il rispetto per la dignità personale divenga qualcosa da guadagnarsi durante l’arco della condanna, proprio perché quella speranza di essere uomini  migliori dipenderà dal lavoro che ognuno di noi sarà disponibile a fare con se stesso.

Autore: Vincenzo Andraous

Giovanni Mario INCATASCIATO, Modica città d’arte. Il Convento di Santa Maria del Gesù. Autentico capolavoro dell’architettura religiosa del XV secolo.

Modica è una città tipicamente barocca, come tante altre città degli Iblei, ricostruita dopo il terremoto del 1693.
Da un computo fatto in base alle rovine, alle tradizioni e ai documenti storici risulta che la città contava fino al XVII secolo circa cento chiese. La gloria artistica della città, come è ovvio, sta soprattutto nelle sue chiese senza escludere alcuni edifici civili.
Il nostro itinerario prende avvio dal complesso di  Santa Maria del Gesù a Modica Alta, ove Chiesa e Convento dopo un lungo e laborioso restauro dovrebbero essere aperti definitivamente a giugno.
Il Convento dei Frati Minori Osservanti con l’annessa chiesa di Santa Maria del Gesù è uno dei monumenti superstiti dell’architettura del quattrocento siciliano tra i più rilevanti e meno conosciuti.
I resti oltre allo stile gotico chiaramontano mostrano influenze prettamente spagnole.
Il complesso venne costruito a partire dal 1478 nell’area “extra moenia”, cioè in uno spazio non urbanizzato fino al ‘700.
Intorno alla chiesa ed al convento vi era una grande piazza e vi si accedeva da un lungo viale che, ai lati, era ornato da statue di Santi e di frati dell’Ordine dei Minori Osservanti; sui pilastri di sostegno erano scolpiti dei versi religiosi.
A partire dalla fine dell’Ottocento il viale monumentale venne gradualmente demolito e trasformato in strada d’accesso al nuovo quartiere popolare del Gesù.
La chiesa fu costruita restaurando una preesistente chiesa francescana già presente almeno dal 1343, per la volontà della contessa Giovanna Ximenes al fine di celebrarvi nel gennaio del 1481 le nozze della propria figlia Anna Cabrera con  Federico Henriquez, primo cugino del re di Spagna Ferdinando il Cattolico.
Il legato perpetuo concesso alla fabbrica sanciva il matrimonio ed esprimeva contemporaneamente la volontà del nuovo conte di risiedere nella Contea di Modica come per obbligo dei capitoli matrimoniali. Di fatto non avverrà così dal momento che Anna Cabrera e Federico Henriquez , eccezione fatta per un  breve periodo, ebbero residenza stabile in Spagna.
La fisionomia attuale del Convento e dell’annessa chiesa è un articolato palinsesto architettonico che abbraccia i secoli dal XV al XVIII.
La facciata , riferibile alla prima metà del XVI secolo, si distingue per il portale ogivale fortemente strombato che si conclude , ai lati, in due pilastrini pronunciati, privi delle cuspidi conservate al Museo Civico.
“Il complesso architettonico grande e di notevole rilievo in Sicilia non fu distrutto ma soltanto danneggiato dal terremoto del 1693-così analizza lo storico dell’arte Paolo Nifosì-; è un monumento importante come palinsesto dell’architettura del ‘400-’500, del ‘600 e del ‘700. La facciata è di stile tardo-gotico fiorito per la ricca decorazione. A sinistra rispetto al prospetto, avanza la robusta torre campanaria.


All’interno la chiesa, nell’impaginazione gotica , era a tre campate con tre crociere prima dell’abside. Lo spazio attuale dell’interno venne ridefinito nel Settecento.
L’abside era poligonale, e dietro l’attuale abside si può ancora individuare la forma poligonale delle pareti originarie con le antiche finestre strombate. Nel corso degli attuali lavori si stanno portando alla luce anche alcuni interessanti affreschi. Le cappelle sono sul lato destro come avviene in altre chiese francescane che hanno un convento annesso”.
In riferimento al chiostro il critico aggiunge: “L’80% della struttura originaria è presente. Manca solo parzialmente un’ala a sinistra entrando. E’ del primo ‘500 ed è a due ordini.
Confronti stilistici possono essere fatti con il convento di Santa Maria della Croce e chiostro di San Antonio a Scicli. Gli archetti sono otto al primo livello su quattro lati e nove al secondo su tre lati. Nel primo ordine   le