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Vincenzo ANDRAOUS. Un intruso gioca con la tua vita.

Il gioco d’azzardo, la nuova droga, non fa notizia, allarme sociale, perché dalla notte dei tempi legato al piacere ludico dell’uomo.
La scommessa allo stremo delle proprie possibilità, finchè la vita diventa una schedina sgualcita, un gratta e vinci lucente, una slot machine incandescente, il vizio non è più un optional, così bere, fumare, giocare, non sono più svaghi temporanei: la botta di adrenalina mette in ginocchio la paura,  la follia di una sera diviene il comportamento da vestire, muta in abito mentale che non schioda più dal corpo, dalla mente, dal cuore.
E’ già malattia.
Un amico mi ha chiamato per parlarmi di suo figlio, a suo dire rispettoso nel mantenere relazioni sociali soddisfacenti: ma a strattonare la sequela di belle parole, le buone intenzioni, la presenza rigorosa del bene che lega un padre al proprio figliolo, c’è qualcosa che non è sopportabile.
La scoperta di un intruso che non bussa alla porta, né chiede educatamente di poter fare un passo avanti, pronto a forzare l’uscio senza preavviso, è uno straniero dallo sguardo apparentemente mansueto, di quelli che non fanno paura, e non rendono tumefatti gli zigomi.
Un intruso che dapprima si insinua lentamente, non fa troppo rumore, procede come un omino curioso che scopre territori inesplorati, meravigliandosene, prende posizione, sceglie il luogo e la parte da recitare, acquista fiducia, compra con denaro sonante domicilio e residenza, non intende più andarsene.
Un cattivo compagno di viaggio, non scosta il piede, non dà passo a chi è dietro, testardo rimane ad attendere la prossima giocata, la goccia di sudore fredda come la lama di un pugnale.  Sprovvisto di documenti di identità, è ingombrante ma non si fa vedere, non chiama né risponde, sa soltanto rilanciare con le tasche vuote.
Un maledetto intruso abita il cuore di questo ragazzo, una presenza indistinta ma feroce, risoluta a non mollare la chiamata del banco illusoriamente da sbancare, un numero che non esce, un dado che non si ribalta, una carta che non intende accoppiarsi a un’altra.
Un intruso che lavora sottobanco, scava la fossa, racconta un piacere irripetibile divampare nel cervello, e quando il numero tanto atteso è allo scoperto, dentro il sonoro della sconfitta c’è il momento in cui non sì è  più capaci di resistere.
Il mio amico è un padre aggrappato all’appiglio più vicino, per tentare di comprendere cosa sta accadendo al suo mondo tirato su con amore e cura, quel suo figlio attore consumato della menzogna mandata a memoria, quel male negato e ostinato che distrugge le relazioni personali, famigliari, lavorative, e quell’intruso sempre lì a manipolare la realtà, la vita messa a soqquadro, i legami d’amore miseramente dispersi.
E’ malattia da curare, prevenire dove possibile, perché è un dolore profondo che non si fa riconoscere facilmente, una sofferenza che non è semplice mettere a tacere, debellare.
Il ragazzo ha bisogno di parlare con uno specialista, con un esperto, con qualcuno che può e deve aiutarlo, ma se non riuscirà a chiedere una mano  con franchezza, ci sarà l’inseguimento a perdifiato per tentare di trasformare il destino, mentre i fallimenti saranno grida inascoltate.
Il gioco d’azzardo non è mai parente di un colpo di fortuna, non è strada che consente scappatoie, è malattia che disconosce il diritto di poter scegliere, il dovere di una libertà da rispettare.

Autore: Vincenzo Andraous

Vincenzo ANDRAOUS, Il carcere delle parole e delle assenze.

Nuova edilizia penitenziaria, otto per mille per ristrutturare gli istituti di pena, porte girevoli da arginare, condanne residue da scontare agli arresti domiciliari-penitenziari, nessun indulto né amnistia per tentare di consolidare un senso di giustizia equa a una disumana ingiustizia.


L’intera riflessione si trova nell’allegato.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Allegato: PAROLE E ASSENZE.pdf

IL NATALE NON E’ IN VENDITA

Il Bambino nasce per ogni uomo libero,
per tanti altri ai ceppi,
qualcuno dimenticato,
per ciascuno che ritorna alla propria casa.
E’ un tempo di ricongiungimenti auspicati,
di separazioni schiodate ai legni,
di una pena che non possiede cadenza
dei domani che bussano alla porta.
Natale è festa sprovvista di timbri sul passaporto,
non concede autorizzazione
né rilascia vacanze pagate al miglior offerente,
è attesa che non regala favole inventate,
lettura di qualche pagina consunta
dalle dimenticanze,
usurate,
nell’indifferenza.


E’ Avvento di perdono che non teme tradimenti,
non lascia scampo alle attenuanti,
quelle comode di ieri,
di oggi che è già domani,
non sta nascosto alle parole,
ai gesti, ai comportamenti.


Non sarà Natale delle solite promesse,
delle rese,
delle perdite consistenti,
non sarà percorso di gara
da affrontare con il numero UNO
in bella mostra sulla pettorina,
quel Bambino nasce per tutte le colpe
che non sono facili da raccontare,
per formare un sentiero
dalle radici piantate profonde,
affinché l’albero della vita
non tema il vento né la tempesta
che pure ci saranno.


E’ momento di con-partecipazione,
di cittadinanza e appartenenza a un progetto,
richiamo per coloro che non vedono,
guardano a ciò che è accaduto,
a ciò che ancora accade tutti i giorni,
senza pensare a questa venuta
che induce a prendere coscienza,
a non avere paura dei muri di gomma,
del prossimo rimbalzo,
del potere che non fa servizio,
e rimanda alla strada del tempo freddo
che non finisce,
spinge fuori
dalle assi di coordinamento sociale,
sbalestrate al punto da intenderle
linee architettoniche inarrivabili.


Riconoscere Natale non sta nell’acquisto
dell’albero di luce meglio addobbato,
alla messa di mezzanotte
perentoriamente in prima fila.


Quando la pietà non fa scaramucce,
è pietà che non ha coraggio da vendere,
solamente da offrire,
mai miserabile o miserevole,
è pietà che offre alla gamba di spinta
un lungo e lento viaggio di ritorno,
per chi  non ha voce,
non ha più tempo,
non ha amore.


Per chi possiede ancora un barlume di dignità,
persino quando la vicinanza è imbarazzante,
con quanti si ritengono giudici ultimi,
nei giudizi espressi,
senza conoscere e senza sapere
chi vive e chi muore,
chi cammina con le ginocchia consumate,
o quanti non ce la fanno più neppure ad arrabbiarsi,
figuriamoci mantenere viva la speranza.


Non sarà il solito Natale in vendita,
è un monito a difesa di chi ha bisogno,
di chi rimane indietro,
di chi è in difficoltà,
non ci sarà bisogno di recarsi
al mercato delle bugie
per acquistare un altro po’
di quella speranza indignata,
essa sta dietro ogni croce piegata,
ogni fossa  scavata malamente,
ogni fallimento del cuore,
non del portafoglio.


Non sarà Natale da comprare,
bensì una relazione d’amore
da fare crescere insieme,
lascerà sparse orme buone,
non saranno quelle del famoso Orso,
ma sono certo
fanno un po’ di aiuto
per un mondo finalmente migliore.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Vincenzo ANDRAOUS, L’angolo della paura.

La ragazzina torna a casa a passi veloci dal centro città sfavillante alla periferia meno illuminata, meno controllata, meno interessata a tutelare lo scambio delle merci e delle persone.
Dal marciapiede alla strada da attraversare, dal vicolo stretto allo sterrato per arrivare alla propria abitazione, tutt’intorno negozi chiusi, porte sbarrate, luci inchiodate allo spegnimento,  solo un ristorante aperto lasciato alle spalle.
Pochi metri ancora, il cassonetto è sempre lì al suo posto, bisogna passargli dietro, improvvisamente una sagoma più nera della tenebra, stagliarsi minacciosa, sbarrare il passo, obbligare all’arresto, con la paura a mordere le viscere, afferrarti il cuore.
La giravolta, la fuga a perdifiato, cercando disperatamente un appiglio, una mano amica a trascinarti via dal baratro, è buio, la carreggiata deserta, ma inaspettatamente il miracolo in quel ristoratore ancora aperto, spalancata la porta, catapultarsi dentro, implorare la pietà di un conforto.
Dietro l’angolo non c’è più nessuno, la ragazza viene accompagnata a casa, tutto ritorna tranquillo, tranne il rischio di una violenza che poteva fare davvero male a una donna, indifesa, innocente.
A fare da sentinella resta qualche parola spesa qua e là, un po’ di apprensione sfogata con gli avventori, i vicini di casa, un paio di righe su un giornale, qualche sottolineatura di circostanza, niente di più e niente di meno  per raccontare uno spavento di periferia.
Per una sorta di esorcismo al contrario, voltiamo pagina immediatamente, è materia da contenere sottopelle, non farne un dramma, è un episodio che non ha avuto conclusioni drammatiche, occorre passare avanti, pensare ad altro, il sangue scorrerà domani.
Ma domani sarà senz’altro un momento a cui dedicare più importanza e attenzione, non ci potrà essere dispendio di banalità scontate del pensare, del dire, del fare, perché una giovane donna: tua figlia, mia sorella, nostra madre, poteva essere depredata di ogni bellezza, per una vita intera umiliata e ferita nella propria dignità.
Qualcuno accenna a dire che è accaduto in una zona malandata, popolata da molte persone per bene, ma circondata da tribù di reietti, di ultimi rimasti al palo tra bottiglie vuote a azioni compulsive, altri ripetono che si tratta di una parte della città abbandonata all’incuria.
Forse occorre osare disturbare ogni giorno all’orecchio più ottuso e concluso.
“Qualcuno dice, nessuno dice”, questa è la politica che non educa alla  prevenzione, non aiuta a fare spesa pubblica necessaria per una luce in più, una lampadina di riserva, uno sguardo sensibile mai in doveroso eccesso.
E’ quartiere abbruttito dal disagio, attraversato dal fantasma di una violenza condensata, contratta e proiettata sulle persone corrose dalla povertà, dalla malattia, dalle solitudini armate.
Di fronte a accadimenti così indegnamente miserabili, c’è da chiedersi se si tratta di spinte agite dalla violenza patologica, oppure  non sia anche una sorta di violenza sopita, adagiata tra le macerie di una architettura della sopravvivenza, in un ambiente che appare senza più uscita, e allora non può che degenerare.
La speranza è che quanto successo ieri non si ripeta, e che qualcuno domani non abbia a ricordare che eravamo stati avvertiti.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo-andraous@cdg.it