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Barbara CARMIGNOLA: Scrigni d’arte nelle chiese romane.

Dal 1° settembre 2004 fino al 31 agosto 2005, nell’Urbe, 82 giovani saranno impegnati nel servizio civile volontario nel progetto “Scrigni d’arte”, patrocinato dall’ente Diocesi di Roma del Vicariato e coordinato dal Centro Oratori Romani nella persona del responsabile Gianluca Grillo. Lo scopo del progetto è la promozione e la tutela di numerosissime chiese storiche della capitale dislocate primariamente nel cuore antico della città, dal rione Campo Marzio a quello denominato Pigna, fino a giungere alla zona di Termini e all’area comprendente San Giovanni, per includere addirittura la chiesa periferica di Santa Passera alla Magliana.

Il servizio di tutela e valorizzazione di questi fulcri d’arte, considerati minori rispetto alle pietre miliari del ricchissimo panorama culturale romano, entrerà nel vivo della sua operatività a metà ottobre quando le ragazze ed i ragazzi prescelti, ultimato il corso di formazione, verranno dislocati nelle chiese a loro assegnate.

Per la promozione di questi magnificenti forzieri di marmo, i volontari si avvarranno di visite guidate, incontri nelle scuole, della possibilità di organizzare eventi, tutto al fine di rendere maggiormente nota la storia secolare delle chiese poste ai crocevia di strade percorse dai romiti o relegate in viottoli angusti e poco noti.

Antichissima, plurisecolare, la tradizione artistica italiana si giova per gran parte, dall’età paleocristiana in poi, delle numerose testimonianze di beni legati ai luoghi di culto della cristianità e ai tesori ecclesiastici connessi a committenze cardinalizie e papali. Roma, centro spirituale per eccellenza, sede della corte pontificia e luogo cardine dello Stato della Chiesa, è per antonomasia la città dalle mille cupole. Il fasto di secoli di potere è racchiuso in esse e attende un incremento del numero dei visitatori. Offuscate dall’ombra della fama della basilica di San Pietro, dai numerosi monumenti che caratterizzano la città del Colosseo, le tante chiese che in altri paesi ed in altre città rappresenterebbero il fiore all’occhiello da sfoggiare con orgoglio, a Roma restano, complice la vastità del tessuto urbano, sconosciute ai più e disertate da coloro che vi passano distrattamente davanti. E’ così che la conoscenza di icone antichissime, mosaici tardo-medievali e affreschi rinascimentali e barocchi, che si potrebbero visitare gratuitamente ogni giorno, resta relegata ai costosi libri di arte che non tutte le tasche possono permettersi di acquistare.

Da Santa Maria del Popolo, dalla chiesa dei Santi Marcellino e Pietro, da Sant’Andrea delle Fratte e, ancora, da Santa Maria in Ara Coeli, Sant’Ivo alla Sapienza e Sant’Andrea della Valle, senza poterle elencare tutte perché troppo numerose, si diparte l’invito ad una nuova frequentazione di questi luoghi sacri che hanno ospitato illustri mecenati, dai della Rovere ai Chigi, ed altrettanti prestigiosi artisti, dal Cavallini a Raffaello, dai Carracci a Caravaggio, dal Mochi al Bernini.

Il Papa nel 1999 si rivolgeva agli artisti invitandoli a proseguire nella ricerca epifanica della bellezza, quale stimolo per la cristianità, evidenziando l’alleanza profonda che sussiste tra il Vangelo e l’arte e affermando: “Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante, il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio. Deve dunque trasferire in formule significative ciò che è in se stesso ineffabile. Ora, l’arte ha una capacità tutta sua di cogliere l’uno o l’altro aspetto del messaggio traducendolo in colori, forme, suoni che assecondano l’intuizione di chi guarda o ascolta. E questo senza privare il messaggio stesso del suo valore trascendente e del suo alone di mistero”.

Aldilà di ogni credo è comunque certo che il rapporto tra buono e bello stimola alla riflessione e conduce l’uomo ad elevare il suo spirito. Già i Greci lo avevano

Laura TUSSI: I luoghi della memoria.

Introduzione

La terra di Brianza è un territorio costellato di “Luoghi della memoria” ossia di Musei, Fondazioni ed enti culturali che trasmettono e testimoniano “i segni dei tempi”, vale a dire i “reperti” non solo di una cultura contadina che è andata via via scomparendo nella seconda metà del secolo scorso, ma anche di una storia antichissima testimoniata da fossili e reperti di diverse ere geologiche, indicanti addirittura la presenza del mare in terra di Brianza e delle primitive comunità di ominidi dall’homo herectus, all’homo sapiens. I luoghi della memoria sono realtà effettive e militanti culturalmente nell’ambito del territorio Brianteo anche dal punto di vista didattico/pedagogico ed educativo, in quanto cooperano e collaborano a diretto contatto con le istituzioni scolastiche ed educative di ogni ordine e grado. Anche per questo motivo tali molteplici e variegate realtà culturali devono essere tutelate ed appoggiate da politiche socioculturali ed ambientali lungimiranti per “…dare un futuro alla memoria”, al fine di conservare e tramandare ai posteri la storia locale più recente o antichissima, utile per lo sviluppo cognitivo globale delle giovani generazioni in fase di apprendimento e di formazione che dovrebbero avere una visione olistica del territorio e delle comunità paesistiche in cui vivono, anche in vista di una riforma neoglobalizzatrice della cultura che pone in risalto anche le minoranze culturali e sociali, inserite in un sistema globale e mondiale.

Il Museo Etnografico dell’Alta Brianza nel Parco Monte Barro.

Nell’area del Parco, nella porzione di Camporeso ha sede il museo che documenta gli usi ed i costumi dell’attività contadina dell’Alta Brianza. Il nucleo, attestato sin dal 1300, ebbe destinazione agricola a partire dal 1500; i terrazzamenti testimoniano il duro lavoro per recuperare terreno dalle colline mentre l’esistenza di teleferiche testimonia la coltura del bosco e l’attività di raccolta del fieno trasportato a valle. Praticata era la coltura della vite; allevamento e pastorizia erano le altre attività che permettevano alle genti di questi luoghi di vivere dei proventi di un economia esclusivamente agricola e qui verranno reintrodotti la pecora brianzola e l’asino: quest’ultimo viene immesso nella parte somministrata allo scopo di eliminare le erbe infestanti (la serpizio e l’erba nolino) e preservare la biodiversità dei prati magri. Scopo del museo è di documentare le condizioni (la vita dei contadini della Brianza collinare e di far rivivere il territorio anche attraverso il graduale recupero ambientale con la piantumazione di specie arboree e autoctone o da secoli presenti localmente, come l’ulivo, il gelso, le piante da frutta e i filari di viti. E di preservare anche gli interventi fatti dall’uomo nel corso dei secoli stimolando la ripresa dell’attività agricola tradizionale ancor oggi possibile. In sintesi, è di creare un ecomuseo, ciò che fa di Camporeso un’esperienza unica nel sistema di musei della Brianza.

Il Museo della Meccanizzazione Agricola a Usmate-Velate.

Il museo fu ideato alcuni anni orsono dal sig. Mario Roveda, imprenditore agricolo di Usmate. Scopo del museo è di raccogliere ed esporre esemplari autentici di attrezzi e macchine che rappresentano l’evoluzione tecnica e tecnologica dell’agricoltura e, quindi, dell’evoluzione della meccanizzazione che ha accompagnato una delle attività fondamentali praticata dall’uomo sin dai tempi più antichi. L’idea è divenuta progetto per il sostegno dato all’iniziativa dal Rotary Club Vimercate Brianza Est, che ha richiesto all’Ente locale la possibilità di collocare il materiale raccolto utilizzando una parte della villa Scaccabarozzi. L’edificio, già censito dal catasto Teresiano, fu quasi certamente una villa di delizia che, nel tempo, ha subito radicali trasformazioni; esso è stato
recentemente acquisito dall’Amministrazione locale e destinat

Andrea ROMANAZZI: Santa Maria di Sovereto e l’ombra del bianco mantello.

…AD HONOREM. DEI ET VIRGINIS. MARIE…

A pochi chilometri dal comune di Terlizzi, in provincia di Bari, è sito uno dei più affascinanti e misteriosi luoghi di Puglia, crocevia per i pellegrini in transito lungo l’antica via Appia verso la Terrasanta e da sempre “centrum” di antiche conoscenze e scrigno di antichi segreti templari.

Sarà così per giungere al cospetto della Vergine dal volto scuro, “nigra sum sed formosa”, che dovremo addentrarci tra antichi culti preistorici e megalitici, misteriosi simboli di arcane religioni e affreschi templari, tracce indissolubili di un passato che ancora riecheggia tra le mura della bellissima chiesa di Santa Maria di Sovereto.

Fin dal periodo protostorico il sito doveva essere ritenuto un “Omphalos”, un luogo ove, con una accezione simile all’Etemenanki biblica, il “divino” si unisce con il “terrestre” e dove non c’è confusione di lingue. Il concetto di centro sacro lo troviamo in moltissime tradizioni che tagliano trasversalmente l’intera Europa, dall’Italia alla Grecia, dalla Bretagna alla Scandinavia. E’ l’idea di una proiezione in terra di un centro celeste, il “loco” ove dimorano gli dei. In Omero, per esempio, l’isola di Ogigia è detta l’ombelico del mare, è solo in questo luogo ove umano e divino posson dialogare che Ulisse incontra una dea, Calipso, l’elemento femminile, che lo rigenera, lo rinsavisce e finchè vi rimarrà potrà esser immortale. Da sempre il primitivo ha così cercato di indicare ai suoi simili questi mistici luoghi di culto, questi “centri sacri” con Betili e menhir, tradizione che già ritroviamo nella Bibbia ove si narra di Giacobbe che, durante il suo viaggio “essendo giunto in un certo luogo, e volendo riposarsi dopo il tramonto del sole, prese una delle pietre che stavano per terra e, ponendola sotto la testa, dormì in quello stesso luogo. E vide in sogno una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo, e vide anche alcuni angeli che vi salivano e vi scendevano. E in cima alla scala vi era il Signore, che gli diceva :” io sono il Signore, il dio di Abramo, tuo padre, e il dio di Isacco. La terra sulla quale ti sei coricato la darò a te e alla tua discendenza”. Alla mattina, svegliatosi dal sonno e intendendo il potere della pietra che si era posto come guanciale, Giacobbe la alzò, la piantò sulla terra a mò di stele e sparse dell’olio sulla sua sommità e pronunciò queste parole:” Questa pietra, che ho innalzato come tempio, sarà chiamata casa di Dio”: Bethel. E’ così seguendo questo mistici filo d’Arianna che approdiamo all’Ogigia pugliese, il mistico omphalos di Sovereto. Etimologicamente per diversi studiosi il suo nome sembrerebbe provenire da “Suberitum” e cioè da suber, sughero, ma intrigante è l’idea di una derivazione diversa, forse da “sovra ereto” o meglio “eretto sopra”, che fa pensare ad un qualcosa di importante sotto la contrada e che ci riporta nel grembo ctonio della madre terra. Del resto già nelle campagne limitrofe troviamo i segni di antichi rituali le cui pietre sono rimaste uniche e silenti testimoni, ed ecco così che nel vicino Bosco delle vergini sono presenti ben quattro menhir allineati, un piccolo leys sicuramente molto più fitto in passato, ma che pian piano l’ignoranza popolare ha distrutto.

Il Mistico Omphalos

L’idea di “Centralità” del loco è ben espressa da un simbolo “Fuori dal Tempo” che va dal periodo protostorico a quello Rinascimentale e che ritroviamo nella Chiesa di Santa Maria e conosciuto con il termine “TRIPLICE CINTA”. Questo disegno che ritroviamo in moltissimi luoghi sacri è rappresentato da tre quadrati concentrici e da dei segmenti che uniscono i punti mediani dei lati e quasi stante ad indicare all’incauto viaggiatore la “centralità” e la sacralità del loco. Nella Bibbia indica il cortile con la triplice cerchia di mura del Tempio di Salomone, ma anche la Gerusalemme Celeste e quella Terrestre, i