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Giuseppe PIPINO: I Liguri? Mai esistiti.

Il titolo, ovviamente esagerato e provocatorio, scaturisce dalla recente visita alla mostra di Genova, mostra che mi ha deluso, sia perché mi aspettavo di più e di meglio, dato il grosso impegno intellettuale ed economico profuso, sia perché non mi aspettavo certo di ritrovarvi l’esagerata e retriva sopravalutazione della tipicità e della grandezza del “popolo ligure” e, nel contempo, l’estrema sottovalutazione descrittiva della loro “celticità”, valutazioni che, peraltro, sono entrambe contraddette dalla maggior parte dei reperti esposti. Mi auguro pertanto che questa mia serva ad aprire un dibattito serio sull’argomento.

La mostra apre con l’esaltazione della presunta citazione di Esiodo, secondo la quale i Liguri sarebbero stati uno dei tre grandi popoli occidentali, mentre è da tempo dimostrato che questa favoletta, alla quale non crede, o non dovrebbe credere, più nessuno, è dovuta ad errata trascrizione della originaria dizione libui (libici) in ligui (liguri).

In tempi recenti è stata ripresa in considerazione dagli studiosi italiani l’opinione, già espressa a metà del Novecento da storici francesi, secondo la quale al tempo delle prime frequentazioni greche venivano indicate come “liguri” quelle popolazioni, abitanti nel sud delle Gallie, di cui non si conoscevano origine ed appartenenza etnica. Strabone, come segnalato nella mostra, li definisce stirpe diversa ma simile ai Celti (Galli), ma si tratta di una testimonianza tardiva. Nella mostra non si fa invece alcun riferimento all’unica autodefinizione dei Liguri, quella secondo la quale essi appartenevano alla stirpe degli Ambroni, cioé ad una popolazione germanica che, da altre fonti, sappiamo essere stata spinta da invasioni celtiche in Italia, dove occuparono l’area definita Gallia cispadana, la quale, come è noto, assieme a quella traspadana costituiva la Gallia (o Celtica) Cisalpina.

Della celticità dei Liguri, come detto, gridano, inascoltati dagli organizzatori, gli stessi reperti esposti. La lingua attestata in alcune stele della Lunigiana, già ritenuta celtica ai primi del Novecento, dopo decenni di oscurantismo ligurista è stata riconfermata celtica dai maggiori linguisti; d’altra parte alcuni dei personaggi raffigurati portano armi caratteristiche dei Celti. Ed armi tipicamente celtiche sono la maggior parte di quelle esposte, non solo, ché tutte le spade sono state ripiegate, all’ uso celtico, prima di deporle nelle tombe. E celtiche (padane) sono le monete di Serra Riccò, esposte senza alcuna definizione specifica.

Personalmente sono poi rimasto deluso dal misero spazio riservato alle attività minerarie, per le quali, proprio in Liguria, abbiamo testimonianze che sono tra le più antiche ed interessanti d’Europa: anzi, il sicuro manico di piccone utilizzato nella miniera di Libiola è inserito in sede generica e definito “manico di ascia o attrezzo di lavoro” (non sarà forse perché esso assomiglia troppo a quelli utilizzati in miniere di area celtica?). E che dire poi della mancata citazione degli imponenti resti dello sfruttamento aurifero nell’ Oltregiogo genovese, resti del tutto analoghi a quelli presenti in molte zone della Gallia transpadana ?

Autore: Giuseppe Pipino

Roberto PETRIAGGI:Tecniche innovative per restaurare sott’acqua.

Tecniche innovative per restaurare sott’acqua. I recenti esperimenti condotti dal Nucleo subacqueo dell’Istituto Centrale per il Restauro.

Nel settembre scorso, presso il Parco Archeologico sommerso di Baia (Bacoli-NA), si è svolto il 2° cantiere sperimentale di restauro subacqueo di strutture archeologiche sommerse. Progettista e direttore dei lavori è stato Roberto Petriaggi, direttore del Nucleo per gli interventi di archeologia subacquea dell’Istituto Centrale per il Restauro, che già nel 2001 aveva avviato analoga sperimentazione presso la Peschiera romana di Torre Astura (Nettuno-Roma), grazie alla disponibilità e alla collaborazione della Soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio e della Direzione del Poligono Militare di Nettuno.

Anche in questo caso, è stata preziosa e indispensabile la cooperazione della Soprintendenza Archeologica per le Provincie di Napoli e Caserta, che ha messo a disposizione una porzione di area archeologica e ha offerto il contributo degli operatori del proprio nucleo subacqueo, permettendo ai tecnici dell’ICR di ampliare, con questo intervento, le esperienze precedentemente acquisite. Oggetto della sperimentazione di quest’anno è stato quello di testare nuovi strumenti e tecniche operative sulle strutture di un ambiente con mosaico pavimentale, facente parte dell’edificio denominato “Domus con ingresso a Protiro“, non distante dalla più celebre Villa dei Pisoni. Il pavimento si presentava fortemente degradato, con una macroscopica infestazione da parte di agenti biologici marini e in grave dissesto strutturale per il cedimento del massetto di fondazione.

Le fasi di lavoro, che hanno visto impegnati gli esperti dell’Istituto coadiuvati dai colleghi della Soprintendenza coordinati dal dr. Paolo Caputo, possono essere suddivise in quattro momenti principali: valutazione dei parametri ambientali; diserbo e pulitura delle superfici architettoniche; riempimento delle lacune del mosaico e ripresa dei paramenti murari; consolidamento e risanamento del dissesto strutturale del pavimento.

Per la pulitura delle superfici, oltre agli strumenti tradizionali già utilizzati a Torre Astura, è stata impiegata per la prima volta una microfresa pneumatica per abradere i residui carbonatici degli organismi marini su superfici particolarmente delicate, quali quelle delle tessere musive e degli affreschi.

A Torre Astura, per l’erogazione delle malte di allettamento e di consolidamento strutturale erano state impiegate sacche di tela impermeabile di forma conica.

A Baia è stato utilizzato anche un prototipo di erogatore subacqueo di malta a pressione, costituito da un serbatoio di acciaio inox alimentato da una bombola di aria.

Una pistola a ugelli intercambiabili di vario calibro, manovrata dal restauratore, permette di
rilasciare il giusto quantitativo di malta per ogni esigenza, sia che si tratti di colmare una profonda lesione, sia che si debba intervenire nel riempimento di una lacuna. Al termine dell’intervento le strutture sono apparse libere dagli infestanti biologici, risarcite delle lesioni e delle lacune e perfettamente leggibili, sia per lo studioso, sia per i visitatori.

E’ ovvio che tale situazione non è destinata a protrarsi nel tempo perché, in assenza di provvedimenti per contenere l’aggressione degli organismi colonizzatori, i muri ed il tappeto musivo saranno presto ricoperti, oltre ad essere soggetti al degrado meccanico e chimico dovuto ai fattori ambientali.

Per ovviare ad inconvenienti di questo tipo, per le strutture non facenti parte di un percorso di visita, il metodo di protezione più semplice ed economico è costituito dalla ricopertura con geotessuto bianco e sabbia, accompagnato da una periodica ed insostituibile sorveglianza da parte del personale tecnico.

Questa procedura potrebbe servire anche per i settori costituenti il percorso di visita ma, in questo caso, le strutture andrebber

MASSA CARRARA: il Duomo si racconta.

Ricostruita virtualmente da Brunello Pucci una importante targa marmorea, che si trova all’interno del cortile del Duomo di Massa.

La targa parla dell’evento miracoloso che nel 1632 risparmiò all’intero stato di Massa il contagio della peste (la famosa peste del Manzoni nei Promessi Sposi). La targa stabilisce come nello stato di Massa si debba festeggiare il XIII giugno, perché in quel giorno si scopri il male salvando l’intera comunità.

La scoperta di indubbio interesse storico e culturale, che farà affluire studiosi da ogni parte d’Italia, dichiara il critico d’arte Brunello Pucci, da sempre impegnato a valorizzare la cultura locale, è stata possibile grazie alla costanza di chi è convinto che il Duomo di Massa sia una vera e propria miniera, ricca di storia su cui è scritto tutto il nostro essere e dove gli storici, al di là delle edizioni patinate propinateci a Natale, devono scavare per decifrare il nostro passato. Passato che merita diessere scoperto e valorizzato. E’ incredibile, asserisce Brunello Pucci, poter disporre di un patrimonio culturale come la Cattedrale e non utilizzarla pienamente sotto ogni profilo culturale.

Autore: Brunello Pucci

Narcisa FARGNOLI: L’Assunta del Vecchietta a Montemerano Restauro e nuove proposte di lettura”

Montemerano, piccolo borgo medievale fra i più caratteristici di tutta la Maremma, conserva una collezione di dipinti e sculture di scuola senese di inestimabile valore, tra cui la pala d’altare in legno policromo con l’Assunta del Vecchietta. Il terzo volume della collana dedicata alla Soprintendenza senese e alla valorizzazione della sua attività di tutela, recupero e ricerca sul territorio, illustra il recente lavoro di restauro di questa importante pala quattrocentesca, evidenziandone le particolarità tecniche e l’altissima qualità di esecuzione.

Articolata in tre capitoli – il primo dedicato alla iconografia dell’Assunta, il secondo alla fortuna critica dell’opera, il terzo al lavoro di restauro vero e proprio – la pubblicazione è corredata da una ricca documentazione fotografica e di un’aggiornatissima bibliografia.

L’autrice affronta il tema iconografico dell’Assunzione, anche in relazione all’importanza della figura della Vergine come simbolo religioso e civile della città di Siena, e ripercorre tutta l’attività dell’artista cogliendo le relazioni tra la pala lignea di Montemerano e le altre dello stesso soggetto, scolpite o dipinte dal Vecchietta nel corso della sua lunga esperienza: dalla famosa Assunta pientina del 1462 (per il Duomo voluto da Pio II) all’Assunta lignea conservata a Lucca nel museo di Villa Guinigi e ad altre preziose testimonianze di questa rara tipologia.

Il restauro, che ha riportato alla luce il modellato originale falsato dalle numerose ridipinture, le caratteristiche costruttive della pala e la raffinata eleganza della policromia, consente di confermare la pala di Montemerano come opera eseguita da Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, la personalità più originale e innovativa del Quattrocento senese.

Ali edizioni, Asciano Si, 2004, pp. 112, ill. 49, ISBN 88-88769-08-0; € 28.

Info: tel/fax 0577 700020 – URL: www.ali-edizioni.com – E-mail: ali@ali-edizioni.com