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Piero BARALE: Il cielo del popolo del faggio, Sole Luna e stelle dei Ligures Bagienni.

Introduzione alla lettura di Giuseppe Brunod.

Lo studio dell’archeoastronomia è una novità in Italia, ma è consuetudine in Inghilterra dove i primi studi iniziano dal Settecento. Nell’isola c’è persino una cattedra di Archeoastronomia. Credo sia unica in tutta Europa.

In Italia, al contrario, in certi posti ed in qualche Soprintendenza è persino proibito accennare di astronomia, ma la cosa non stupisce in un paese dove in certe Università è proibito parlare persino di Darwin.

Eppure, si tratta di una disciplina che può insegnare molto sulla storia antica del nostro continente; i molti manufatti preistorici costituiti da pietre disposte secondo forme geometriche potrebbe avere una ragione astronomica: essere orientati verso zone dell’orizzonte in corrispondenza delle quali, in origine, sorgevano o tramontavano oggetti celesti come Sole, Luna e stelle. L’osservazione del cielo ha giocato un ruolo di primissimo piano nello sviluppo sociale e culturale delle civiltà antiche, partendo dal Paleolitico. Così, accanto all’osservazione delle cose del cielo i nostri antenati hanno costruito “osservatori” di pietra che sono sopravvissuti fino ai giorni nostri. In queste tombe, pietre, allineamenti si trovano un bagaglio di informazioni congelate e codificate nei vari reperti archeologici di rilevanza astronomica.

I reperti che abbiamo a disposizione non si limitano ad allineamenti di monoliti o buche, in cui erano infissi dei pali. Esistono strutture più complesse quali monumenti, pozzi, templi e santuari pensati, costruiti e utilizzati tenendo ben presente la direzione del sorgere e del tramontare della Luna, del Sole o delle stelle più luminose visibili ad occhio nudo, in taluni periodi stagionali. Il che aveva anche importanti ragioni pratiche.

Se la levata eliaca di una stella poteva essere associata ad un periodo in cui una determinata pratica agricola doveva essere eseguita, per esempio la semina, ecco che il fenomeno astronomico diveniva un indicatore temporale preziosissimo che avrebbe in futuro permesso di seminare nei tempi e nei modi ottimali ai fini di un buon raccolto.

Attualmente gli studiosi chiamano dunque Archeoastronomia la scienza che studia i reperti archeologici che ci tramandano il ricordo dell’attività di osservazione e studio dei corpi celesti portata avanti da individui appartenenti alle culture antiche.

Una disciplina affascinante, a cui Piero Barale ha dedicato il libro “Il cielo del popolo del faggio, Sole Luna e stelle dei Ligures Bagienni”, dedicato all’archeoastronomia del cuneese.

Il terreno dell’astronomia archeologica in provincia di Cuneo è stato dissodato da pochi coraggiosi studiosi tra i quali Piero Barale, tra i pochi che si sono fatti carico di passare i confini tra una disciplina scientifica come l’astronomia e una disciplina umanistica come l’archeologia.

Il volume è riccamente illustrato con disegni e foto in bianco e nero ed ha 183 pagine. Il valore dell’opera consiste nella capacità dell’autore di mettere insieme dati astronomici e misure da lui stesse ricavate con la documentazione archeologica. Piero Barale raccoglie le sparse pagine del sapere archeologico per inserirle un una visione complessiva che oggi non pare più rinviabile. Essa consiste nel ricostruire il paesaggio attraverso i segni materiali per collocare questi reperti in una ricostruzione delle credenze cosmologiche ed astronomiche che i popoli ben prima dei Romani avevano.

Nel libro di Barale si incontrano, ben amalgamate, due culture. Quella scientifica astronomica e quella tradizionalmente umanistrica dello scavo archeologico che per troppi anni ha visto i Romani, anche per il nostro passato fascista, protagonisti assoluti dell’interesse della cultura archeologica, e non solo. Che cosa ci fosse prima dei Romani era lasciato a pochi studiosi come Gustavo Laeng e Giovanni Marro, che da Antropologo (fondatore del Museo di Antropologia di Torino) stu

Barbara CARMIGNOLA: La Cattura di Cristo del Caravaggio.

La “Cattura di Cristo” di Caravaggio, magistrale quadro del ‘600 attribuito al Merisi solo nel 1993 dopo che per lunghi anni era stato considerato perso, è giunto al Museo Diocesano di Milano, dove rimarrà esposto dal fino al 9 gennaio. Il dipinto, ad olio su tela, conservato a Dublino, è il protagonista della terza edizione di “Un capolavoro per Milano”, evento che la sede ospitante e Bipiemme Gestioni organizzano annualmente e che, nelle precedenti edizioni, ha avuto modo di accogliere altre opere di indubbio valore quali l’”Ecce homo” di Antonello da Messina e “L’annunciazione” di Beccafumi.

L’occasione di questa breve permanenza in Italia rappresenta per l’opera, alla quinta uscita da Dublino dall’anno della sua scoperta, una strada per accrescere la sua notorietà.

Dipinta nel 1602 su commissione di Ciriaco Mattei, per il quale l’artista realizzò anche la “Cena di Emmaus” (ora a Londra) ed il “S. Giovanni Battista” dei Musei Capitolini, la “Cattura di Cristo” nell’orto racconta in immagini il momento del tradimento di Giuda, il bacio nefando che porta alla morte il Redentore.

Questo preciso istante in cui la storia dell’umanità cambia per sempre viene immortalato dal Caravaggio in uno stupendo notturno. Il buio del peccato avvolge ogni cosa, pochi fulgidi bagliori rischiarano questa notte senza tempo: il luccichio delle armature dei soldati romani, il volto presago del Cristo, le sue mani intrecciate, l’urlo di San Giovanni bloccato di tre quarti sulla tela. L’unico colore che squilla in quest’oscurità dilagante è il rosso acceso dei panneggi, quasi una metafora coloristica, un sinestetico accostamento, tra la cromia delle vesti ed il sangue del Golgota, chiamato ad evidenziare la drammaticità dell’attimo e delle espressioni e ad incorniciare in un’unica parabola, carica di molteplici valenze, le teste del tradito e del traditore. L’unico volto che ci si rivolge, che ci è dato di percepire per intero è quello del Salvatore, gli altri personaggi, di profilo, di spalle, ci sfuggono, non ci è permesso di cogliere i loro tratti, di ricomporre i loro volti, non hanno la stessa dignità iconica del Cristo. L’evidente sbilanciamento a sinistra dell’immagine è reso attraverso le direttrici motorie e luministiche dell’opera.

Per molti anni dimenticata nella chiesa dei Gesuiti di Sant’Ignazio a Dublino, riscoperta nel 1990, la tela, attribuita nel 1993 da Sergio Benedetti al maestro del colorismo secentesco, è stata ubicata nello stesso anno nelle sale della National Gallery of Ireland. Fino ad una decina di anni fa, dunque, di questo capolavoro si conoscevano unicamente delle copie diffuse ovunque, una delle quali si trova al Museo d’arte occidentale di Odessa. Ancora oggi, nonostante il dipinto irlandese sia stato riconosciuto dalla critica come autentico, ci sono studiosi come l’esperta Maria Letizia Paoletti che sostengono l’inautenticità caravaggesca dell’opera. La Paoletti afferma altresì di avere delle prove inoppugnabili per dimostrare che il vero originale si trova, in realtà, nelle mani di un mercante d’arte romano.

La storia conosciuta del dipinto è molto travagliata e ci sono voluti lunghi e approfonditi studi d’archivio e un attento restauro perché Sergio Benedetti, nel 1993, potesse considerarlo con certezza l’autentico Caravaggio. Dagli archivi risulta che fino al 1700 il quadro si trovava nella collezione Mattei, sebbene gli inventari lo citassero con attribuzione a Gerhard von Honthorst, pittore fiammingo. Di certo l’opera venne acquistata nel 1802 da Sir William Hamilton, che la portò nella sua residenza in Scozia dove rimase fino al 1921, anno in cui gli eredi misero all’asta i beni della collezione. Vi furono diversi passaggi di proprietà fino a quando, all’inizio degli anni ‘30, Marie Lea Wilson, pediatra di Dublino, donò il dipinto ai Gesuiti della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola. Quando questi ultimi nel 1990 interpellarono Benedetti per vagliare l’originalità di a

Andrea ROMANAZZI: Culti Agrari e Rituali di Fertilità. Analisi comparata di alcune tradizioni popolari friulane e del folklore lucano.

In molte tradizioni contadine italiane, seppur geograficamente lontane tra loro, troviamo alcuni temi comuni che sembrerebbero legare indissolubilmente il mondo agrario ad antiche tradizioni pagane. Le forme estatiche, i rituali di fertilità ed in particolare l’incontro con i morti sembrano essere filo conduttore di una cultura “subalterna” mai del tutto scomparsa. La continua associazione tra mondo contadino e il tema della morte sembrerebbe preludere una stretta unione tra questi due aspetti, basti pensare ai rituali legati al pianto funebre e al cordoglio nelle tradizioni agricole. Per conoscere il legame che c’è tra le tradizioni legate alla morte e i rituali di fertilità dei campi dobbiamo addentrarci tra i ricordi friulani e la magia lucana, due regioni distanti e profondamente diverse tra loro che però nascondono il seme comune del paganesimo silvano. Non è un caso che queste tradizioni si siano conservate in zone favorite dall’isolamento e accomunate dalla paura del negativo nella vita quotidiana e delle angustie della povertà agricola. Il sopravvivere di una cultura subalterna contadina ancora attaccata a queste credenze, attraverso ricordi, narrazioni, passaggi e sincretismi ha permesso il tramandare delle stesse fino al secolo scorso.

Una tipica tradizione dell’area friulana è quella dei Benandanti. Secondo i racconti contadini, i Benandanti sarebbero delle persone particolari, portatori di un culto di fertilità e difensori di campi e raccolti contro streghe e stregoni, in un’immagine stereotipata della morte che accomuna l’area nord Italiana con quella tedesca e balcanica legata alla figura di Frau Holle (Cossar, 1933). Queste persone sono caratterizzate dall’evento di essere nati con la “camicia”, in realtà un pezzo di placenta che da sempre, nella tradizione popolare era considerata come sede dell’anima. Forse è da questa credenza, che i Benandanti vengono considerati delle persone del tutto speciali, le uniche a poter guarire le persone dai malocchi e dalle fatture delle streghe, in grado di assicurare la fertilità dei campi. Del resto l’espressione popolare “nascere con la camicia”, ad indicare persone particolarmente fortunate, sembrerebbe proprio sottolineare questo atavico legame. E’ dunque la camiciola a rendere una persona “benandante”, non solo, ma è il suo stretto contatto a garantire la eccezionale condizione psichica del soggetto. Perdere la placenta significava non avere più alcun diritto di fascinazione e infatti molte sono le testimonianze in tal senso. “…portava quella mia camiciola al collo sempre, ma la persi et dipoi che la perdei non ci son più stato alli raduni…”( C. Ginzburg, 1996).

La tradizione vuole che in particolari periodi dell’anno questi magi si scontrerebbero contro streghe malefiche in una battaglia a colpi di rami di finocchio e di sorbo per assicurare, nel caso di loro vittoria, le fertilità dei campi.

“…Io sonno Benandante perché vò con li altri a combattere quattro volte l’anno, cioè nelle quattro tempora, di notte, invisibilmente con lo spirito et resta il corpo…noi con le mazza di finocchio et loro con le canne di sorgo…”( C. Ginzburg, 1996)

Ecco così trasparire lo stretto legame, di tipo sciamanico, tra il masciaro e la fertilità campestre. Questi combattimenti erano sicuramente il ricordo di antichi riti agrari, infatti la vittoria o la sconfitta nello scontro poteva assicurare fertilità ai campi o, in caso contrario, un periodo di ristrettezze. Si potrebbe così rivedere, in questo “scontro”, una riproposizione di rituali agrari ben più antichi e legati a quello che il Frazer definirebbe spirito arboreo, spesso identificato come l’aspetto maschile del culto primigenio della Grande Madre ( A. Romanazzi 2003)

All’inizio la divinità è vista e concepita come immanente, essa permea tutto ciò che circonda il selvaggio e dunque essa è anche dendromorfa. Nell’evoluzione del pensiero religioso-sciamanico primitivo la divinità, seppur nella su

Giuseppe PIPINO: I Liguri? Mai esistiti.

Il titolo, ovviamente esagerato e provocatorio, scaturisce dalla recente visita alla mostra di Genova, mostra che mi ha deluso, sia perché mi aspettavo di più e di meglio, dato il grosso impegno intellettuale ed economico profuso, sia perché non mi aspettavo certo di ritrovarvi l’esagerata e retriva sopravalutazione della tipicità e della grandezza del “popolo ligure” e, nel contempo, l’estrema sottovalutazione descrittiva della loro “celticità”, valutazioni che, peraltro, sono entrambe contraddette dalla maggior parte dei reperti esposti. Mi auguro pertanto che questa mia serva ad aprire un dibattito serio sull’argomento.

La mostra apre con l’esaltazione della presunta citazione di Esiodo, secondo la quale i Liguri sarebbero stati uno dei tre grandi popoli occidentali, mentre è da tempo dimostrato che questa favoletta, alla quale non crede, o non dovrebbe credere, più nessuno, è dovuta ad errata trascrizione della originaria dizione libui (libici) in ligui (liguri).

In tempi recenti è stata ripresa in considerazione dagli studiosi italiani l’opinione, già espressa a metà del Novecento da storici francesi, secondo la quale al tempo delle prime frequentazioni greche venivano indicate come “liguri” quelle popolazioni, abitanti nel sud delle Gallie, di cui non si conoscevano origine ed appartenenza etnica. Strabone, come segnalato nella mostra, li definisce stirpe diversa ma simile ai Celti (Galli), ma si tratta di una testimonianza tardiva. Nella mostra non si fa invece alcun riferimento all’unica autodefinizione dei Liguri, quella secondo la quale essi appartenevano alla stirpe degli Ambroni, cioé ad una popolazione germanica che, da altre fonti, sappiamo essere stata spinta da invasioni celtiche in Italia, dove occuparono l’area definita Gallia cispadana, la quale, come è noto, assieme a quella traspadana costituiva la Gallia (o Celtica) Cisalpina.

Della celticità dei Liguri, come detto, gridano, inascoltati dagli organizzatori, gli stessi reperti esposti. La lingua attestata in alcune stele della Lunigiana, già ritenuta celtica ai primi del Novecento, dopo decenni di oscurantismo ligurista è stata riconfermata celtica dai maggiori linguisti; d’altra parte alcuni dei personaggi raffigurati portano armi caratteristiche dei Celti. Ed armi tipicamente celtiche sono la maggior parte di quelle esposte, non solo, ché tutte le spade sono state ripiegate, all’ uso celtico, prima di deporle nelle tombe. E celtiche (padane) sono le monete di Serra Riccò, esposte senza alcuna definizione specifica.

Personalmente sono poi rimasto deluso dal misero spazio riservato alle attività minerarie, per le quali, proprio in Liguria, abbiamo testimonianze che sono tra le più antiche ed interessanti d’Europa: anzi, il sicuro manico di piccone utilizzato nella miniera di Libiola è inserito in sede generica e definito “manico di ascia o attrezzo di lavoro” (non sarà forse perché esso assomiglia troppo a quelli utilizzati in miniere di area celtica?). E che dire poi della mancata citazione degli imponenti resti dello sfruttamento aurifero nell’ Oltregiogo genovese, resti del tutto analoghi a quelli presenti in molte zone della Gallia transpadana ?

Autore: Giuseppe Pipino