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Maria Luisa Nava. Le nuove regole proposte per l’Archeologia preventiva (VIPIA ex VIARCH): come vanificare la tutela e la conservazione del patrimonio storico-culturale.

Nella legge di bilancio in corso di approvazione si propongono nuove regole che mirano a vanificare le indagini archeologiche preliminari oggi obbligatorie per la realizzazione di lavori pubblici che abbiano incidenza sul territorio, limitandone l’esecuzione alle sole aree già vincolate. Poiché, come è noto, solo una minima parte del territorio italiano è sottoposto a vincolo, a fronte di una grande e ricca diffusione di testimonianze storiche che lo caratterizzano in tutta la sua estensione e che vengono alla luce solo a seguito degli scavi, ciò comporterebbe la sicura perdita di moltissimi dati e informazioni, fondamentali per la conoscenza della nostra storia, nonché gravi e irrimediabili perdite per il nostro patrimonio culturale.

Lo scorso 24 novembre Giuliano Volpe ha segnalato su Huffpost “l’emendamento Matera, Gelmetti all’Art. 108-bis della legge di bilancio, con il quale si propone di modificare l’articolo 28, c. 4 del d. Lgs. 22 gennaio 2004 n.42 (Codice dei Beni Culturali e Ambientali): “In caso di realizzazione di lavori pubblici ricadenti in aree di interesse archeologico, il soprintendente può richiedere l’esecuzione di saggi archeologici preventivi sulle aree medesime a spese del committente solo quando per esse siano intervenute la verifica di cui all’articolo 12, comma 2, o la dichiarazione di cui all’articolo 13”.

Il tracciato dell’oleodotto nella piana di Metaponto

Un attentato alla tutela e alla conoscenza
Con ciò si propone che “si possano applicare le procedure dell’archeologia preventiva solo per le opere pubbliche poste in aree per le quali sia già presente un vincolo archeologico. Un vero controsenso: l’archeologia preventiva ha senso proprio nelle aree prive di dati, di presumibile interesse archeologico, e non certo nelle aree per le quali la presenza di beni archeologici sia già stata accertata, tanto da essere già vincolate”.
In pratica, non si potranno più effettuare ricerche preventive necessarie ”per acquisire informazioni prima ancora di elaborare un progetto e di effettuare lavori pubblici, grazie alle indagini diagnostiche preliminari effettuate proprio per evitare o limitare al massimo il rischio di un doppio danno: il blocco dei lavori, con inevitabili ritardi e aggravio di costi, e/o la distruzione di patrimonio archeologico.”

Condivido totalmente quanto denunciato da Volpe nella sua giusta e doverosa segnalazione.

Planimetria dei tubuli dell’età del bronzo antico nei pressi di Viggiano

Tuttavia, chiediamoci anche quali sono le motivazioni per le quali si è arrivati a queste proposte, al di là delle ovvie motivazioni di interesse economico e dell’evidente insofferenza di dover sottostare a controlli e autorizzazioni.
Da ex soprintendente che ha operato sempre in regioni molto sensibili dal punto di vista archeologico e storico, mi corre l’obbligo di evidenziare come molti, anzi moltissimi, dirigenti e funzionari archeologi siano stati (e lo siano ancor di più oggi) ciechi e sordi alle esigenze di sviluppo e di ammodernamento del territorio nazionale.
Sia ben chiaro, sono la prima ad affermare che inderogabile è la necessità di tutela e di conservazione dei beni culturali.
Spesso, però, vi è stato (e vi è tutt’ora) un atteggiamento di totale chiusura e di completa e sorda incomprensione alle necessità di adeguamento e di trasformazione di determinate strutture e infrastrutture alle moderne esigenze della nostra società. D’altra parte, l’uomo almeno dal Neolitico in poi, ha sempre esercitato sull’ambiente interventi di modifica: i pochi che conoscono la mia vita professionale sanno che nel 2001 sono stata promotrice di un Convegno dell’Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia incentrato proprio su questo tema, e cioè sulle modifiche operate sull’ambiente magnogreco a partire dai prodromi (e anche gli antecedenti) della colonizzazione.

Le sepolture dei tumuli dell’età del bronzo antico nei pressi di Viggiano

L’applicazione delle norme dell’Archeologia Preventiva richiede anche un grande e attento impegno da parte delle Soprintendenze.
Ricordo come proprio in quegli anni tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000, allorché non esisteva alcuna normalizzazione dell’archeologia preventiva dei cui effetti oggi si discute, ho posto in essere un accordo con i vertici di ENI per consentire la realizzazione dell’oleodotto di raccordo tra il Centro Oli di Viggiano, in Basilicata (all’epoca ne ero il Soprintendente Archeologo) e la raffineria di Taranto. Si è trattato, come ben si sa, di un’opera di grande impatto sul territorio, che, purtuttavia, ha consentito la realizzazione di quella che mi risulta essere stata l’unica grande opera di interesse pubblico realizzata nei tempi previsti e senza aggravi di costi. Va ben sottolineato come ciò abbia comportato un grande impegno e uno strenuo lavoro da parte mia e di tutti i miei collaboratori, ma tutto è stato fatto nell’ottica di permettere la costruzione di una struttura fondamentale per lo sviluppo e la crescita economica della Nazione, salvaguardando il suo patrimonio culturale. E ci siamo riusciti pienamente, tanto che da quell’accordo sono poi scaturite le norme che hanno portato alla regolamentazione poco più tardi dell’archeologia preventiva.

Tomba a cassa con sepoltura bisoma di IV sec. a. C. presso Policoro

I costi dell’Archeologia Preventiva sono a carico del committente.
Ora però il punto è un altro: quanto costa alla collettività, in termini di tempo, denaro e disagi, l’opposizione delle Soprintendenze alla realizzazione di un’opera, sia essa un singolo fabbricato, o un’espansione edilizia o ancora un’infrastruttura che porterebbe indubbi vantaggi alla cittadinanza? A mio modo di vedere è questa la ragione fondamentale da tenere ben presente, pur nella ovvia (e per me inderogabile: il mio operato in passato ne è chiara testimonianza) e imprescindibile necessità della tutela e della conservazione. Purtuttavia, personalmente ritengo che, ove possibile, ci si debba sforzare di trovare un punto di incontro che risponda ad entrambe le necessità. Quante volte abbiamo assistito a lavori che si bloccavano per decenni, in attesa di infinite (e spesso maniacali, fatevelo dire da chi è stata sempre un’archeologa da campo) esplorazioni archeologiche? Posso fare esempi infiniti: uno per tutti, però. Costruzione dell’ampliamento della terza corsia della A1 tra Salerno e Pontecagnano. Area archeologica estesa circa 300 metri, indagata per oltre 8 anni. Ritrovamenti: strutture di fondazione di un’area abitativa e di un piccolo santuario (l’unico che abbia restituito materiali interessanti). Costi iniziali: 5 miliardi di lire, divenuti poi 10 per la prosecuzione e la fine dei lavori in un settore viario che per tutto il periodo ha sofferto di intasamenti e code che hanno interessato tutti i collegamenti tra Napoli e Reggio Calabria …
Si capisce bene come, di fronte ad esempi (innumerevoli) di questo genere la società diventi intollerante e come la classe politica possa pensare di ridurre un potere così coercitivo e stravolgente per la gestione del territorio.

La necessità di una maggior responsabilizzazione e di una più ampia collaborazione da parte degli Organi di Controllo per favorire uno sviluppo sostenibile, garantendo la tutela e la conservazione del patrimonio culturale.
E allora, facciamoci tutti quanti noi che abbiamo lavorato e che lavoriamo in questo settore un esame di coscienza e chiediamoci se – forse – quello che sta avvenendo non sia anche il frutto di una nostra chiusura e di una mancanza di una più ampia comprensione delle esigenze del progresso. Forse, ce lo siamo meritato.
Personalmente sono molto avvilita e amareggiata che si stia pensando di ridurre l’intervento della tutela alle sole aree archeologiche già oggetto di dichiarazione di interesse. Condivido lo sconcerto e risentimento di Volpe e di tutte le Associazioni attive nel campo archeologico e mi unisco alle loro iniziative per ostacolare il prosieguo di questa manovra che toglierebbe inevitabilmente la possibilità di tutelare e conservare la maggior parte del nostro patrimonio culturale e della nostra storia. Ma ci si deve anche rendere conto che si è arrivati a questa situazione proprio per gli atteggiamenti vessatori e oppressivi posti in essere da molti di noi che hanno scambiato il loro ruolo di tutori temporanei di un bene nella facoltà di esercitare in maniera tirannica e dispotica un loro presunto potere.
E’ questa l’interpretazione sbagliata e che deve essere necessariamente cambiata e riportata ai giusti e doverosi termini di rispetto della legge, in primis, ma anche nella giusta e doverosa considerazione delle esigenze della collettività.
Diversamente, come accade oggi, il nostro operato sarà sempre e sempre più inviso e sempre meno tollerato dalla società. Dunque, avranno ben ragione coloro i quali, con il potere loro conferito, lo ridurranno a mera guardiania di ciò che c’è già, con le conseguenti e gravissime perdite che ci possiamo inevitabilmente aspettare per la nostra storia e, anche, per la nostra crescita culturale e sociale futura.

Autore: Maria Luisa Nava – mlsnava@gmail.com

NAPOLI – POZZUOLI. Le Terme Flegree chiuse da anni, ne resta solo il ricordo!

Le Terme “fantasma”. Da Bagnoli, quartiere ad ovest di Napoli, importante centro termale da tempi antichissimi assieme al resto dei Campi Flegrei, un unicum con “La Pietra” e oltre verso Pozzuoli: Terme Subveni-Homini, La Salute, Terme Puteolane e quelle Pisano-Verdino, resta tutto oramai un lontano ricordo.
Un esponenziale attrattore turistico e di sviluppo economico, oggi più di ieri sostenibile, affossato dall’incuria assoluta e dalla mancata lungimiranza, a livello di valorizzazione-riqualificazione, di una gestione imprenditoriale e di una classe politica dirigente, susseguitesi in quegli anni, a dir poco “senza vedute” e quanto meno superficiali, per non dire incapaci e non all’altezza della situazione.
Ecco infatti, di seguito, la descrizione sommaria delle più importanti fonti termali antiche e relativi stabilimenti, ormai quasi completamente (ed inspiegabilmente) scomparsi. Il primo autore moderno che scrisse delle acque Flegree (32 bagni), fu il medico Alcadino di Siracusa che, dedicando la sua opera all’imperatore Enrico VI, la scrisse in versi, per renderne più gradevole la lettura. Successivamente, si interessarono allo stesso tema: Pietro da Eboli, scrittore e forse medico; Sebastiano Bartoli, medico; Alessio De Sariis, politico e governatore regio di Pozzuoli e, infine, William Paget Jervis, detto Guglielmo, geologo e ingegnere inglese, naturalizzato italiano.
L’origine del nome della località di Bagnoli, è certamente legata ai bagni termali qui abbondanti e, con ogni probabilità, deriva da quello più antico della zona detto Bagnuolo (o Balneolo).
Partendo da Posillipo, il primo bagno propriamente flegreo è quello conosciuto come Balneum Foris Cryptae, ovvero Bagno Fuori la Grotta, con riferimento alla Grotta di Seiano (Coroglio), distante 112 passi dalla spiaggia del Lazzaretto (davanti Nisida), e 130 dalle radici del Monte Posillipo, con vicine allora le vestigia di un edificio che si giudicò essere i ruderi di bagni, da una vena d’acqua chiara e un sapore al quanto alcalino. Vi si fece quindi un pozzo in cemento, che fungeva da approvvigionamento idrico per le case vicine, verso il bivio per Coroglio. Conosciuto anche come Bagno dei Giunchi o Balneum Juncariae, perchè sorto in terreno paludoso e pieno di giunchi, successivamente, nei pressi vi nacque lo stabilimento Di Pierno, poi Terme Manganella, alla cui sinistra sorse anche lo stabilimento Hotel Terme Tricarico, mentre a pochi metri dalla piazza, sulla strada verso Fuorigrotta – Via Nuova Bagnoli, venne realizzato lo stabilimento Terme Rocco e così via. L’acqua che alimentava questi bagni fu chiamata da Alcadino: Aqua de Balneo Plage, seu Balneoli. Il primo nome fu dovuto alla sua posizione rispetto alla spiaggia, il secondo, per Eliseo, alla poca lunghezza del bagno.
Gli antichi “stabilimenti”, situati immediatamente dietro la casa di quelli moderni, seppelliti per lungo tempo sotto le macerie cadenti del sovrapposto monte, vennero scoperti per caso nel 1864, ad un metro di profondità, nello zappare la terra per piantarvi viti ed agrumi. La temperatura delle acque raggiungeva i 50°/C. L’impianto, caduto in disuso, venne trasformato in un complesso residenziale: Il Balneum Petra o De Petra, così soprannominato grazie alle proprietà litontritiche delle acque, se bevute (disgregazione dei calcoli renali).
Poco lontano dal Bagno del Bagnuolo, fu realizzata una celebre struttura termale attrezzata: Terme La Pietra, caduta poi in disuso e trasformata in un complesso residenziale…
Il resto, tutto il resto di quanto appena raccontato, è storia degli anni passati ma non troppo lontani e, peggio ancora, dei nostri giorni. Le suggestive quanto medicamentose e, quindi, salutari, “Terme Flegree”, da Bagnoli a via Napoli – Pozzuoli (e viceversa), hanno una alla volta segnato il passo, abbassato le classiche saracinesche, per essere infine “misteriosamente” serrate.
Un vilipendio, uno sfregio insanabile, all’allora particolarmente evidente richiamo storico-culturale e turistico-inclusivo, di e per Pozzuoli, dei e per i Campi Flegrei, di Napoli, della Campania. Insomma un inglorioso tramonto, di cui ancora oggi restano ferite non più rimarginabili. Purtroppo e specie in danno dell’interesse di tutti.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Gennaro D’Orio. Le Terme romane di via Terracina, un antico posto di ristoro e relax.

Riflettori sul panorama “in restyling” delle Terme romane di via Terracina 236, quasi attaccate agli studi della RAI – sede di Napoli, nel cuore dello storico quartiere Fuorigrotta.
Si è infatti conclusa sabato appena scorso, la serie di visite guidate “straordinarie” gratuite, al meraviglioso sito antico, dopo i due appuntamenti di sabato 9 e domenica 17 novembre, conclusisi con soddisfacente successo.
I Romani, si sa, amavano le terme. Ce ne erano di grandi e piccole, sparse qua e là: Roma, Ercolano, Pompei, Baia, Pozzuoli, Agnano…. Erano luoghi di ritrovo, ristrette agorà in cui parlare di tutto: affari, consigli, pettegolezzi… E per rinfrancarsi dalle fatiche di essere un civis romanus.
Così fu costruito questo complesso, alimentato dal fiume Serino come le altre grandi terme, anche se il calore era generato da stufe, come il complesso del Carminiello ai Mannesi nel cuore di Napoli, diversamente invece da quello di Agnano, alimentato da sorgenti sotterranee.
Le terme di via Terracina sono un unicum piccolo, rispetto ad esempio a quelle più a ovest nei Campi Flegrei. Erano un luogo di sosta, tra Napoli e Pozzuoli, quindi ben lontano dall’essere un hub sociale come altre spaziose aree termali.
Ecco, a questo punto, un salto fino al ‘600, in pieno viceregno spagnolo. L’architetto e archeologo Francesco Antonio Picchiatti, scavando le fondamenta, si imbattè in resti di epoca romana: tracce di mura dell’antica Neapolis e una porta rivolta verso Cuma: la Porta Cumana.
La necessità di erigere la guglia, anche per volere del viceré Gaspar Méndez de Hero, lo spinse a riseppellire tutto e a fare l’obelisco. Ma prima il Picchiatti aveva realizzato dei disegni dell’area, rinvenuti poi nel 1744 dall’architetto Nicola Carletti, che li considerò preziosissimi. Successivamente, l’apertura della cosiddetta Crypta neapolitana avrebbe evitato la difficile via “per colles”, sfiorando la costa per arrivare a Baia (via per Cryptam).
Le terme di via Terracina, trovandosi a mezza via tra Napoli e Pozzuoli, risultavano una sorta di “centro benessere” di quel tempo, per rinfrancarsi dal cammino, una inconsueta distinzione di genere con turni maschili e femminili. Le donne, meno assidue, vi erano ammesse ma, nel caso di via Terracina, ci si divideva: le prime, meno assidue di mattina, mentre gli uomini, più frequenti, di pomeriggio. Inoltre le donne, considerate “perle rare”, pagavano un biglietto più alto rispetto agli uomini, per i quali in antichità le terme erano una specie di “resort”, per chiacchierare di affari e ristorarsi dal lavoro. Due frigidarium, tre tepidarium ed un calidarium. Questi erano gli ambienti delle “terme romane” di via Terracina, oltre ad un’ampia sala d’ingresso, gli spogliatoi (apodyterium), le latrine e un solarium. I pavimenti, decorati a mosaico a tessere bianche e nere, rappresentavano diverse scene mitologiche con, a testimonianza nella sala d’ingresso, il “ratto della Nereide” da parte di Tritone, che la costringe al matrimonio, mentre nell’ambiente successivo le tessere nere si uniscono, a comporre sul pavimento strane raffigurazioni mitologiche: cavalli con coda di pesce, draghi, tori marini. Negli ambienti tiepidi e caldi, il civis romanus si ritemprava al tepore generato dal vapore, prodotto da un forno che scaldava l’acqua e che, fuoriuscendo, veniva incanalato in condotti che sfociavano nell’hypocaustum, una camera sotto il piano di calpestio. Tra l’hypocaustum vero e proprio, vi erano delle colonnine (suspensoria), che reggevano il pavimento reale e creavano un ambiente vuoto sotto i piedi, in quanto riscaldato dal basso, come pure ai lati in quanto la conduttura girava torno torno il complesso. La profondità dell’hypocaustum determinava la differenza tra tepidarium e calidarium: più basso nel primo, più profondo nell’altro; questo perché maggiore era il volume di circolazione dell’aria calda, più caldo era l’ambiente.
Intanto ecco una chicca o presunta tale: nelle Terme di via Terracina si sostava o ci si immergeva, ma non si praticava la natatio, sottolineando se vogliamo la scarsa capacità di nuoto dei “dominatori del mondo”.
Tra i mosaici del complesso ce n’è uno che, a guardarlo con attenzione, procura uno strano effetto: una delle figure ha tre gambe, due braccia diverse ed una mano con sei dita! Come è possibile? Fu tutta colpa di un idraulico del tempo che, per riparare una tubatura sotterranea, divelse i mosaici che, poi, furono riapplicati in modo assai maldestro, tale da spiegare la figura umana così anatomicamente strampalata.
Intanto, le Terme cessano l’attività nel IV secolo d.C., sia per il dissesto geopolitico causato dalle incursioni barbariche, sia perché l’avanzante Cristianesimo aveva sostituito le terme con le chiese, quali luoghi di ritrovo, forse perché i Romani avevano diversi valori morali ed un senso diverso del pudore, inconciliabile con la “damnatio corporis” propria del Cristianesimo.
Oggi il complesso archeologico di via Terracina ha quell’aspetto, in un certo qual modo marginale ma decoroso, proprio di tutte le testimonianze che attraversano il tempo, anche se sfigurate dal lungo volgere dei secoli.
Chi oggi è interessato a conoscerle più profondamente, si suggerisce, può rispolverare la seicentesca descrizione nella “Thermologia Aragonese”, di Sebastiano Bartoli che, nel 1679, fu incaricato dal vicerè Don Pedro Antonio de Aragona di enumerare le terme ed i balnea, sparsi nel cammino tra Napoli e Pozzuoli.
Riguardo all’apertura straordinaria ed alle più che recenti visite guidate, esse sono state svolte a cura della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, per il Comune di Napoli, in collaborazione con i volontari del Gruppo Archeologico Napoletano (GAN), impegnati da tempo per mantenere la visibilità, con l’effettuare continui interventi di pulizia e, dove possibile, di restauro.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it