Lorenzo Morone. Il Matese ed il sistema difensivo dei Sanniti Pentri.

C’era una volta, e purtroppo dal 12 marzo non c’è più, un uomo di straordinaria e suggestiva cultura storica, FLAVIO RUSSO. Oltre che un apprezzato ingegnere, è stato uno dei maggiori esperti in Italia di storia militare, ricoprendo per anni il ruolo di consulente dello Stato Maggiore dell’esercito italiano.
Autore di innumerevoli pubblicazioni storico-scientifiche, nell’affrontare lo studio delle operazioni militari lo storico ha saputo fondere tra loro varie sfaccettature delle vicende belliche, mettendo a confronto fonti letterarie, archeologiche, numismatiche ed artistiche, con una straordinaria capacità di sintesi.
“Oggetto dello studio che segue, scrive il Russo nella premessa con le quali apre il suo volume “Dai Sanniti all’esercito italiano, è appunto una ricostruzione, nella particolare area montana del massiccio del Matese, di una serie di tali ricorrenze (belliche), a partire dalla strenua resistenza dei Sanniti Pentri…

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Autore: Lorenzo Morone – morone.morone@libero.it

Michele Zazzi. Le origini degli Etruschi.

La questione dell’origine, provenienza degli Etruschi fu ampiamente dibattuta anche dagli autori antichi.
Secondo l’opinione più diffusa (tesi della provenienza orientale) sarebbero venuti da Oriente.
Erodoto, storico del V secolo a.C., riconduce l’origine degli etruschi alla Lidia. Al tempo del re Atis (intorno al XII secolo a.C.) ci sarebbe stata una lunga e terribile carestia; per sopravvivere il popolo fu diviso in due gruppi ed uno di essi (estratto a sorte) partì per mare alla ricerca di nuove terre. Coloro che erano destinati a viaggiare salparono da Smirne alla guida di Tirreno, figlio del re. Dopo aver oltrepassato molti popoli giunsero nella terra degli Umbri (Erodoto identificava l’Italia centrale come terra degli Umbri) ed ivi costruirono molte città che abitano tutt’ora. I lidi mutarono il loro nome in Tirreni (Erodoto, le Storie I, 94).
Per Ellanico di Lesbo, vissuto nel V secolo a.C., gli Etruschi erano in realtà Pelasgi, popolo mitico che aveva occupato il Mar Egeo prima dei Greci. Erano giunti in Italia attraverso il Mare Adriatico (Spina) e si sarebbero poi spostati in altre città assumendo il nome di Tirreni o Etruschi (in Dioniso di Alicarnasso, Antichità Romane I, 28).
Anticlide (IV-III secolo a.C.), ponendo in essere una sorta di contaminazione tra le due precedenti tesi, riferisce che i Pelasgi dapprima colonizzarono Lemno e Imbro e poi si unirono alla spedizione di Tirreno verso l’Italia (in Strabone, Geografia V, 2, 4).
Ad avviso di Dioniso di Alicarnasso (Antichità Romane, I, 26-30) retore del I secolo a.C., gli Etruschi sarebbero invece un popolo autoctono (teoria dell’autoctonia) considerato che lo storico lidio Xanto non parla di migrazioni dei Tirreni in Italia nonché l’originalità dei costumi e della lingua di quest’ultimi. L’autore precisa anche che gli Etruschi chiamavano sé stessi Rasenna, dal nome di un loro capo.
Le tesi degli antichi, fra l’altro riferite ad una civiltà nata ben prima della loro epoca, non avevano basi scientifiche, presentavano tratti mitici o romanzeschi ed erano determinate da ragioni di convenienza. Le teorie della provenienza orientale (lidia o pelasgica) sembrano riconducibili alla tendenza degli antichi di proclamare parentele ed origini comuni con popoli con i quali intrattenevano relazioni commerciali o con i quali erano in buoni rapporti.
La tesi dell’autoctonia fu elaborata da Dionigi di Alicarnasso nel contesto dell’opera Antichità Romane, commissionata da Augusto. L’autore, per magnificare ed elevare Roma, volle attribuire esclusivamente all’Urbe un’origine ellenica od orientale e, a tal fine, negò la medesima provenienza agli Etruschi, sostenendone l’origine autoctona.
Nel XVIII – XIX secolo è stata poi elaborata una ulteriore tesi della provenienza etrusca dall’Italia settentrionale (teoria dell’origine settentrionale) fondata sulla somiglianza del nome Reti con quello etrusco di Rasenna e sulla scorta di evidenze archeologiche (N. Frèret, B.G. Niebuhr, K.O. Muller, E. Lattes).
Gli autori moderni hanno cercato di chiarire il cd mistero delle origini. A tal fine sono state esaminate le varie teorie postulate dagli scrittori antichi alla luce delle risultanze archeologiche e linguistiche emerse senza però giungere a conclusioni pienamente convincenti sul tema.
Sull’annosa questione deve essere segnalato il pensiero, l’intuizione illuminante di Massimo Pallottino – il fondatore dell’etruscologia – che ebbe il merito di spostare l’attenzione dalla tematica dell’origine degli Etruschi a quella della formazione etnica di detta civiltà. Il processo formativo della nazione etrusca, ad avviso del luminare, ebbe luogo nel territorio dell’Etruria e fu determinato dal concorso di fattori diversi e cioè elementi orientali, continentali ed indigeni. L’apporto orientale in particolare risalirebbe all’età del bronzo e sarebbe stato essenziale nella formazione del popolo etrusco, politicamente già costituito durante il periodo villanoviano almeno dalla fine del IX secolo a.C. (Massimo Pallottino, L’origine degli Etruschi, 1947; Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, 1984).
La problematica è stata studiata anche sotto il profilo genetico. Un team di ricercatori internazionali – provenienti dalle Università di Firenze, Siena, Ferrara e dal Museo della Civiltà di Roma, dalla Germania, dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Danimarca -, guidati dall’antropologo Cosimo Posth dell’Università di Tubinga ha esaminato campioni genetici di 82 individui vissuti in dodici siti in Etruria (tra i quali Volterra, Chiusi, Vetulonia e Tarquinia) e nell’Italia meridionale tra l’800 a.C. ed il 1000 d.C., confrontandoli con il DNA di altre popolazioni antiche e moderne. Con riguardo agli Etruschi è stato rilevato un comune profilo genetico con le popolazioni vicine come i latini. Gran parte di questo profilo genetico deriva da antenati provenienti dalle steppe euroasiatiche. Durante il successivo periodo imperiale romano la popolazione dell’Etruria ha invece subito un cambiamento genetico derivante dalla commistione con le popolazioni dal Mediterraneo orientale trasferite nell’impero romano (in particolare schiavi e soldati).

Sulle origini degli Etruschi cfr, tra gli altri:
– Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, 1984, Settima Edizione Rinnovata, pagg. 85 e ss.;
– Jean-Paul Thuiller, Gli Etruschi la prima civiltà italiana, Lindau, 2007, pagg. 41 e ss.;
– Dominique Briquel, Le origini degli Etruschi: una questione dibattuta fin dall’antichità in gli Etruschi, Bompiani, 2000, Pagg. 43 e ss.;
Introduzione all’Etruscologia a cura di Gilda Bartoloni, Hoepli, 2012, pagg. 47 e ss.;
– Antonio Giuliano Giancarlo Buzzi, Etruschi Guide Archeologiche Mondadori, pagg. 10 e ss (Le origini);
– Andrea Antonioli, Alle origini della civiltà etrusca, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, 2009;
L’origine e l’eredità degli Etruschi attraverso un transetto temporale archeogenomico di 2000 anni, ScienceAdvances, Vol 7 n.39, 24 settembre 2021 sito internet www.science.org;
– Massimo Zito, le misteriose origini degli etruschi svelate tramite il DNA, 27 febbraio 2025 sito internet reccom.org.

Di seguito immagine della copertina del libro L’origine degli Etruschi di Massimo pallottino

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Mario Zaniboni. La teriaca. Un amico fedele per la salute umana.

Da quando l’uomo, e naturalmente non solo per lui, vive sulla terra, le malattie sono state una cattiva compagnia, sempre pronte a rendergli difficile il tirare avanti e a indurlo a tentare di curarle e superarle, per non finire miseramente alla sua resa e alla morte. E, pertanto, fra le tantissime attività, ci fu chi scelse di studiarle e possibilmente di combatterle, estirpandole.
I rimedi erano spesso soggettivi, applicati a seguito di esperienze vissute, personali o di altri, per questioni religiose e così via, rivangando su cause naturali (talora curabili) e spirituali (con pochi o nulli risultati). E fin dai tempi più lontani ci sono stati tentativi di produrre sostanze medicinali che aggredissero le malattie, debellandole, quando andava bene, altrimenti…
Un medicinale, la cui nascita si perde nella notte dei tempi, è la teriàca, nome derivato dal termine greco thēriaké che significa “antidoto” e che, stando ai “si dice”, aveva un potere miracoloso o addirittura portentoso, che dava risultati positivi contro ogni malattia. Questo prodotto ha attraversato tutti i secoli, sempre utilizzato in ogni caso e situazione, e solamente al principio del XX secolo è stato messo in pensione. E’ nato come medicinale contro diversi disturbi fisici, con efficacia polivalente, andando dalla cura dei morsi di animali velenosi alla lotta contro le sostanze che infettano l’organismo umano; e non solo, perché serve pure per combattere i bruciori di stomaco, i dolori di testa, gli abbassamenti della vista e dell’udito; e non finisce qui, giacché va pure bene per favorire il sonno, per irrobustire e rinvigorire il corpo, per allungare la vita e… chi più ne ha, più ne metta: più polivalente di così, che si può pretendere?
Storicamente, si ritiene che la nascita della teriàca sia avvenuta attorno al 50 a.C., a seguito dell’interessamento per le malattie e per la sua passione per i medicinali del re del Ponto, Mitridate Eufator Dioniso VI, noto come Mitridate il Grande. Egli temeva sempre che qualcuno lo facesse fuori avvelenandolo, e perciò, per precauzione, si rivolse al suo medico personale Crateva, ordinandogli di studiare e preparare una sostanza che lo proteggesse da qualsiasi tipo di avvelenamento, qualora qualcuno, come temeva, tentasse di eliminarlo. E il suo metodo, come fu testimoniato da medici romani, era basato sull’assunzione giornaliera di questa miscela; ma l’uso prolungato di una sostanza può sancire l’assuefazione ad alcuni componenti, rendendolo inefficace: questa pratica passò alla storia con il nome di Mitridatismo.
Quando fu sconfitto dai Romani, per non farsi catturare con le figlie, Mitridate decise per il suicidio, e perciò, dopo averle fatte avvelenare e aver seguito il corso del loro decesso, tenuto conto del fatto che per lui il veleno sarebbe stato inefficace per l’immunità acquisita, stando alle leggende, si fece trafiggere con la spada da un soldato.
Pompeo, da conquistatore, si appropriò di tutti i possedimenti del re del Ponto e di tutte le conoscenze del suo popolo, fra le quali non mancarono quelle mediche e farmaceutiche, in cui trovò pure la formula del Mitridatum, o mitridate che dir si voglia, composto da più di 60 ingredienti. Riconosciuta la sua importanza, la fece tradurre in latino dal liberto Pompeo Leneo e diffondere a Roma e nei suoi territori.
Nel 30 d.C., Aulo Cornelio Celso descrisse e rese pubblico l’antidoto nel suo trattato De Medicina, dove incluse l’elenco degli ingredienti e della dose di ciascuno; questi, dopo essere accuratamente battuti, per non risultare sgraditi al palato, venivano cosparsi di miele.
Comunque, l’importanza della teriàca fu riconosciuta un centinaio di anni più tardi, quando il medico dl corte di Nerone, Andromaco il Vecchio, la apprezzò e la decantò in un suo poema elegiaco di 174 versi, fornendone la composizione e i vantaggi che ne possono derivare. Ma volle aggiungervi un componente in più: infatti nella miscela aggiunse della carne di vipera, forse seguendo il principio del simila similis, vale a dire che, se l’animale possiede il veleno, nello stesso tempo deve possedere pure il suo antidoto. In definitiva, lo studioso decantò l’importanza della teriàca nella lotta di tutti i mali che affliggono l’umanità, ma soprattutto insistette sulla sua validità contro l’avvelenamento per i morsi di serpente. L’uso della carne di vipera per la preparazione della teriàca fece sorgere molte perplessità, giacché si temeva che il veleno contenuto nelle ghiandole velenifere potesse entrare a farne parte ed essere, pertanto, un pericolo per chi ne faceva uso; ma poiché queste erano eliminate insieme con la testa, il pericolo era da ritenere inesistente.
Anche Plinio il Vecchio volle dire la sua sul mitridate e sulle panacee in genere, costituite da un’infinità di ingredienti: infatti, nella sua Storia Naturale compare la sua ferma critica nella quale insinua che, secondo il suo parere, nessun cervello umano sarebbe abbastanza acuto da poter fissare le dosi per il consumo umano.
Uno dei massimi medici dei tempi antichi, Claudio Galeno, si interessò alla teriàca nelle versioni di Elio (usata da Giulio Cesare), Andromaco (da Nerone), Antipatro, Nicostrato e Damocrate.
L’antidoto ebbe una enorme fortuna e fu utilizzato da tanta gente, ma soprattutto divenne di sommo pregio quando Galeno, appunto, consigliò l’imperatore Marco Aurelio ad assumerlo ogni giorno, per evitare qualsiasi tipo di avvelenamento.
Nel Medio Evo, la teriàca, dopo la traduzione delle sue caratteristiche dal greco al siriaco, ebbe una grande diffusione nel Medio Oriente con particolare predilezione da parte dei medici arabi, fra i quali si possono ricordare Mesuè il Vecchio e Avicenna e, attraverso i rapporti commerciali, si diffuse pure in India ed in Cina. E che fosse apprezzata in Italia lo sta a dimostrare la grande produzione effettuata in modo particolare a Genova e Venezia, tanto che divenne una sostanza ricercata e commercializzata in tutta l’Europa, e soprattutto in Francia e Germania.
La teriàca si diffuse a macchia d’olio, diventando famosa e in tal modo la sua abbondante produzione favorì la prosperità di chi la creava nel XVI e nel XVII secolo. Anzi, è interessante ricordare che allora era invalsa l’abitudine di preparare quella “panacea” (cioè quel toccasana che risolve tutti i problemi, guarendo ogni male) coram populo, per mostrare quali fossero gli ingredienti utilizzati e le modalità della sua preparazione. Tutto ciò si dimostrò essere un affare gigantesco, che arricchì i produttori e anche gli Stati della nostra Penisola. Questo rimedio entrò a far parte di quei medicinali che non potevano mancare ovunque, sia nelle case dei ricchi sia in quelle dei meno abbienti, fino al XIX secolo.
Inizialmente, questo prodotto non fu accettato pedissequamente da tutti: durante i secoli in cui la sua presenza era costante e accetta, non mancarono studiosi di varie branchie della scienza, dai farmacisti ai chimici, ai medici e ad altri ancora che si interessavano di malattie e di benessere, non solo clinicamente ma anche giuridicamente, che si trovarono a discutere, anche pesantemente, sia sulla preparazione del farmaco sia sugli ingredienti utilizzati; e ciò un po’ ovunque, anche in Italia. Per esempio, a Bologna, nel XVI secolo, nacque un diverbio fra il naturalista e docente di filosofia all’Università locale, Ulisse Aldovrandi ed i farmacisti, che ricorsero pure a raccogliere il parere delle autorità cittadine; questo dissidio si accese perché lui partiva dal presupposto che la teriàca, e non solo, non era prodotta come avrebbe dovuto essere. Questa polemica controversia indusse le due parti a coinvolgere il Collegio dei Medici, il Protomedicato e il Governo Cittadino, che fra l’altro erano accusati dall’Aldovrandi di non proteggere sufficientemente la popolazione dal punto di vista sanitario: chiedeva maggiore attenzione e l’apertura di un orto botanico per la produzione delle erbe necessarie per la cura delle malattie. Dopo un lungo tira e molla, si giunse ad un accordo: due protomedici, scelti dal Collegio, ogni tre mesi avrebbero steso un nuovo ricettario, con la collaborazione di Aldovrandi e Febrizio Garzoni, scelti dal Senato.
Nel 1574, Aldrovandi nel convento di San Salvatore mise a punto la teriàca, inserendovi due nuovi ingredienti e scatenando le ire dei farmacisti; ma il Collegio, a seguito dei chiarimenti da lui forniti e della comunicazione che questi erano stati inclusi nella teriàca fatta a Venezia, Verona, Padova, Napoli e Ferrara, seguendo il suo consiglio, li calmò ed ammise che il prodotto era “buonissimo e perfettissimo”, autorizzandone la vendita.
Questo favoloso successo favorì la formazione di specialisti del settore; di questi, il primo fu il medico e farmacista francese Nicolas Lémery, che diede alla stampa l’opera “Farmacopea Universale”, diffusa a Parigi nel 1697. Questa opera fu la molla che fece scattare il passaggio fra la vecchia alchimia e la nuova chimica, con la conseguenza, fra le altre, della perdita di credito della teriàca, riconosciuta come un farmaco di non sicura prestazione. In effetti, questa panacea fu studiata profondamente ed il risultato che ne derivò fu che quella di Andromaco andò in pensione per fare posto a quella nuova, definita “riformata”, vale a dire rivista e formulata secondo le conoscenze di quell’epoca. Dunque, a questo punto, la teriàca, fino ad allora ritenuta un valido farmaco, fu bocciata dai nuovi farmacisti, ma il popolo, ignaro di questo cambiamento di rotta, continuò scrupolosamente e rigorosamente a servirsene come nel passato.
E, in effetti, sintomatico fu l’intervento di Ferdinando IV Borbone (detto Re Nasone), re di Napoli dal 1759 al 1816, che fiutò l’affare e, facendo intervenire la Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Arti, monopolizzò la produzione della teriàca, mentre la propagandava per attirare l’attenzione della popolazione, e la immise sul mercato. E, per arrotondare le sue entrate, impose ai farmacisti di acquistarne una certa quantità per ogni anno che passava. Questo nuovo prodotto continuò ad essere utilizzato non solo dal popolo, ma anche dai medici, finché nel 1906 fu definitivamente messo a riposo in soffitta.
Questo prodotto calamitò pure l’attenzione di letterati, come lo dimostra A. E. Housman nella sua raccolta di poesie “A Shropshire Lad”, pubblicata nel 1896, che si conclude con l’affermazione “Mitridate morì vecchio!”, a dimostrazione dell’efficacia del farmaco.
Comunque, come ricordato, alla fine questo farmaco fu definitivamente messo a riposo, sostituito da prodotti più moderni e consoni alle conoscenze che man mano si sono acquisite in campo medico scientifico, ma ha lasciato un ricordo di sé nel quale si riscontra un corale grazie per ciò che ha fatto, o che si ritiene che abbia fatto, per la salute umana per tantissimi anni.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

EGITTO. I papiri di Ossirinco.

Nel 1897, Bernard Grenfell e Arthur Surridge Hunt, due dei tanti studiosi sempre alla caccia di reperti provenienti da un antico passato, curiosando e cercando se vi potessero essere cose interessanti in un’antica discarica, situata nei pressi della località Ossirinco in Egitto, ebbero il classico colpo di fortuna, giacché fu rinvenuta una grande quantità di pezzetti di carta, di vellum (pergamena ottenuta dalla pelle di vitello) e soprattutto di papiro, con manoscritti.
Ossirinco (un sito archeologico, oggi denominato el-Bahanasa) era una fiorente cittadina durante l’impero romano e si trova a circa 160 chilometri a sud de Il Cairo. I suoi abitanti erano i discendenti dei Greci colonizzatori dell’Egitto a seguito della conquista di Alessandro Magno. Il suo nome deriva dal termine egizio Per-Mejed, vale a dire “città dei pesci dal naso aguzzo”, dovuto alla presenza nella zona di quel pesce venerato dagli Egizi.
Come si è anticipato, è stato il classico colpo di fortuna perché, essendo quel luogo in condizioni climatiche particolarmente secche e non dominate dai venti, ciò che di deperibile vi venne depositato fra il I al VI secolo d.C. si è potuto conservare, anche se con molte mancanze. Furono rinvenuti migliaia di manoscritti consistenti in documenti contenenti lettere e opere letterarie in lingua greca e latina, oltreché. in arabo. Il contenuto dei documenti consiste in atti pubblici e privati, quali possono essere editti, codici, inventari, registri, atti di compravendita, brani dei Vangeli e altro ancora. E, dopo dieci anni di scavo, essi si trovarono fra le mani un tesoro costituito da più di mezzo milione di frammenti manoscritti antichi, da loro correttamente catalogati.
Questi sono esposti in diversi musei e istituti del mondo, però la parte più consistente è nell’Ashmolean Museum dell’Università di Oxford.
Analizzandoli, si sono rinvenuti testi greci, fra cui poesie di Pindaro, e frammenti di brani poetici di Saffo e Alceo e anche di Alcmane, Ibico e Corinna; inoltre, frammenti di opere teatrali di Menandro, pezzi dell’Ipsipile di Euripide e, ancora, molti brani de “I Cercatori di Tracce” di Sofocle. Molto interessante si dimostrò il ritrovamento di diagrammi completi degli “Elementi” di Euclide. A proposito di Menandro, che è quello del quale si è trovata una grande quantità di reperti, si ricorda che era un drammaturgo classico ateniese, vissuto a cavallo fra il IV e il III secolo a.C.; fra le sue opere, in parte recuperate, sono Dis Exapaton, Karchedonios, Kolax, Il misantropo, La donna di Samo, L’arbitrato, Misoumenos.
Un’opera molto importante fu quella chiamata le “Elleniche di Ossirinco”, che è una storia della Grecia antica databile fra il V e il IV secolo a.C., scoperta su frammenti di papiro. La sua paternità è stata a lungo discussa fra i vari studiosi moderni: qualcuno fu del parere che fosse un’opera di Androzione di Atene, per altri di Eforo di Cuma, o Daimaco di Platea, Cratippo di Atene, Teopompo di Chio; ma, facendo le dovute considerazioni a proposito di stile, del contenuto e del periodo di nascita, si concluse che non si poteva stabilire chi ne fosse stato veramente l’autore. Così, quell’opera venne intitolata Hellenica, per ciò che riguardava la Grecia antica, e Oxyrhynchia per il sito in cui avvenne il ritrovamento dei papiri; mentre per l’autore si è risolto (si fa per dire) il problema inserendo una P, per ricordare che il supporto è “su papiro”.
Fra i frammenti è stata trovata una vita di Euripide scritta da Satiro di Callati ed anche un gruppetto di sette delle 107 opere di Livio che, forse, è stata la scoperta più importante in lingua latina.
Oltre a quelli citati, ci sono tanti altri frammenti di interesse. Del resto non sembra nemmeno il caso di citare tutti gli oltre 500.000 recuperati; chi ne dovesse essere interessato non deve far altro che consultare i funzionari dei luoghi in cui sono conservati.
In definitiva, quel malloppo è rappresentativo di una città i cui abitanti erano attivi tantissimi anni fa, di cui ci mostra qualcosa di vivo e attuale, e non morto e seppellito da mettere tristemente nel dimenticatoio. E questo era proprio lo scopo che si era prefisso l’accademico e classicista, membro della British Academy, Professor Regius di Papirologia e di greco presso l’Università di Oxford, che per molti anni è stato a capo del progetto Oxyrhynchus Papyri Proiect. Egli, con la collaborazione di John Rea, fra il 1965 e il 1989, ha raccontato la scoperta del più grande ritrovamento di papiri, che avvenne in Egitto, nel 1887, appunto, in un’opera dal titolo Papiri di Ossirhynchus, che fu stampata dalla Carrocci Editore il 4 aprile 2019, nella collana Quality Paperbacks. Ed è stato descritto, in modo che sia alla portata della comprensione di tutti, esperti o meno, come avvenne il loro ritrovamento, eccezionale sia per la quantità sia per il contenuto.
Molto interessante è quanto ha scritto Paolo Mieli a proposito di questo ritrovamento e lo si riporta integralmente: «Tutto ha inizio in una discarica. – scrive Paolo Mieli nella presentazione fatta al libro (Corriere della Sera, 24 giugno) – E’ in una montagna di rifiuti coperta dalle sabbie che si è avuto il più importante ritrovamento di preziosi papiri dell’Egitto. Ritrovamento che ha consentito una svolta nello studio della storia del mondo antico. E’ questo, cioè il fatto che fossero sepolti come immondizia, quel che ha più colpito Peter Parsons e che fa da filo conduttore di un suggestivo libro, La scoperta di Ossirinco. La vita quotidiana in Egitto al tempo dei Romani, che l’editore Carocci si accinge a pubblicare, in un’impeccabile traduzione e curatela di Laura Lulli».
Interessante è ricordare che fu grazie anche e soprattutto alla collaborazione dei ricercatori della statunitense Brigham Young University dello stato dell’Utah, che hanno applicata, per l’analisi dei frammenti dei papiri di Ossirinco, la tecnica denominata immagine multi spettrale: con questa tecnica è stato reso possibile individuare e interpretare nello spettro dell’infrarosso i segni di inchiostro sbiaditi o quasi cancellati dal tempo, risultato che sarebbe stato assolutamente impossibile ottenere a occhio nudo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

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