Giuseppe C. Budetta. Cenni evolutivi sulle reti mirabili nel gatto.

Nel Gatto, la rete mirabile encefalica è formata da una parte esocranica, disposta lungo il percorso dell’arteria mascellare ed una endocranica, meno estesa in prossimità dell’origine dell’arteria carotide cerebrale. I due sistemi arteriosi sono collegati da quattro rami anastomotici che, dalla rete mirabile della mascellare, entrano nel cranio attraverso la fessura orbitaria.
Nel Gatto, la rete mirabile extracranica, forma una specie di barriera cribrosa disposta trasversalmente sulla direzione dell’arteria mascellare esterna. Ne deriva rallentamento e calo pressorio del flusso sanguigno, sia nell’arteria carotide cerebrale, sia nell’arteria mascellare nel suo tratto orale post-rete. …

Leggi tutto nell’allegato: CENNI EVOLUTIVI SULLE RETI MIRABILI NEL GATTO (1)

Autore: Giuseppe C. Budetta – giuseppe.budetta@gmail.com

GERMANIA. Gli scheletri di Waldassen.

Nella Germania centrale, in Baviera, c’è una deliziosa e incantevole cittadina, Waldsassen, che ha un fascino particolare per tutto quanto attiene all’arte gotica. Per questo, tutti gli anni è meta di frotte di fedeli e di appassionati di archeologia, in particolar modo per il suo lato oscuro e misterioso. Invero, i visitatori si soffermano ad ammirare i cosiddetti “Scheletri di Waldsassen”, appunto, denominati anche i “Corpi Santi” e le “Sante Reliquie Ingioiellate”, che sono conservati nella locale Abbazia, che è un monastero femminile della congregazione cistercense, fondato nel 1133.
Si tratta dei resti di dieci martiri cristiani, rivestiti in oro, gioielli e monili, esumati dalle catacombe romane nel periodo che va dal 1688 al 1765. Interessante è la posizione assunta dalla Chiesa a proposito di questi martiri, che non venivano riconosciuti come santi, però erano ritenuti alla loro pari, per cui, per distinguerli, furono chiamati “Santi delle Catacombe” (Katakombenheiligen).
Fino a quando, nel 313 d.C., Costantino legalizzò il cristianesimo, i fedeli della nuova religione, che non potevano praticarla a Roma ed erano perseguitati dalla legge, si nascondevano nella profondità del suolo, in quella quarantina di cavità, le catacombe, da loro escavate al di fuori delle mura, per pregare, per onorare i loro defunti e per dare loro una dimora. Ciò accadeva fra il I e il IV secolo d.C.
Fino alla prima parte del XVI secolo, martiri della fede non erano troppo venerati, anche e soprattutto a seguito del parere della Riforma Protestante, per la quale tale forma di culto rasentava l’idolatria ed il paganesimo. Poi, più avanti nel XVI e quindi nel XVII secolo, le catacombe cominciarono ad essere aperte per recuperare i resti di coloro che, ritenuti martiri, vi erano sepolti, e per portarli nelle regioni della Germania meridionale, in Svizzera ed in Austria.
Nel XVII secolo, si verificò un fatto un po’ strano, cioè si sviluppò un fervore religioso avvalorato dalla passione per l’arte barocca, che spinse quelli dotati di un senso artistico a produrre opere, senza dubbio veri capolavori, pronte per essere esposte all’ammirazione del pubblico di fedeli e di appassionati a ciò che proviene dal passato. Così, si avviò la sistemazione artistica degli scheletri a disposizione con la loro vestizione con indumenti contemporanei, ricchi, per non dire ricchissimi, adornati di preziosi gioielli, oro e monili; talora si nascondevano le orbite dei crani con occhi di vetro; e i teschi venivano ricoperti di cera o di cartapesta, poi modellata a offrire l’aspetto di volti. Come scelta degli indumenti maschili, si puntava su quelli di generali romani, muniti di corazza ed aggiungendo spade e corone d’alloro o anche palme a significarne vittoria.
Poi, piano piano, il culto per le reliquie dei martiri cominciò a raffreddarsi, tanto che oggi, per quel che si sa, praticamente Waldsassen rimase l’unico o forse uno dei pochi monasteri dove le salme delle catacombe romane continuano ad essere venerate.
La Basilica di Waldsassen, una delle tante chiese costruite secondo i dettami del barocco, ben decorata di affreschi e stucchi, non è diversa dalle tante simili esistenti, ma quando il visitatore alza lo sguardo sulle pareti, si rende conto che quella abbazia ha, come si suol dire, una marcia in più. Questa constatazione perchè incassate nel muro sono dieci teche, contenenti altrettanti scheletri, portati in quella chiesa nel periodo ricordato, sistemati in diverse posizioni, cioè in piedi o adagiati, con drappeggi dorati ed armature tempestate di pietre preziose. Tutto questo fu opera del monaco cistercense Adalbart Eder che, dotato com’era della capacità artistica dell’orafo, si adoperò per rivestire ed ornare gli scheletri come se appartenessero a nobili del suo tempo.
In genere, si tratta di martiri di cui non si conoscono i nomi (a parte quelli di Santa Mundizia, di San Valentino, di San Graziano e di qualche altro), però, qualora si conoscesse, di solito si preferiva dargliene un altro, spesso immaginario, se non si era sicuri al cento per cento della loro identità. In effetti, pare di poter affermare con sicurezza, o quasi, che uno sia stato identificato per San Valentino, che in vita era vescovo, e pertanto sia stato reso riconoscibile per la tonaca talare e per il tricorno, che denotano la sua posizione ecclesiastica. Inoltre, si è evidenziato lo scheletro di San Graziano che, secondo la leggenda, era un militare romano, per cui gli si fece indossare una corazza.
Gli scheletri, circa 2.000, furono distribuiti in monasteri e chiese della Germania meridionale, della Svizzera e dell’Austria, con l’ulteriore nome di “Sante Reliquie Ingioiellate”.
A proposito di questo fenomeno, è molto interessante il libro con tante belle illustrazioni dal titolo “Hevenly Bodies: Cult Tresaurus & Spectacular Saints from the Catacombes“, edito dalla casa editrice Thomas & Hudson nel 2013. Questo fu il frutto del lavoro dello storico e fotografo Paul Koudounaris, il quale, trovandosi nel 2008 in un villaggio tedesco presso il confine con la Repubblica Ceca, visitò una piccola chiesa nella quale ebbe la sorpresa di trovarvi due scheletri ingioiellati. Colpito da quella visione, si dedicò, negli anni successivi, alla visita di chiese dove ne erano ospitati altri ed il tutto fu riportato in quel libro di cui si è detto.
Secondo il suo parere, il fatto che gli scheletri indossassero abiti di lusso e fossero ingioiellati era per mostrare come doveva essere la Gerusalemme celeste, di cui si parla nel ventunesimo capitolo del libro dell’Apocalisse, dove si trova scritto che il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima; e, secondo lui, il risultato fu che si ebbero “gli oggetti artistici più belli mai creati con ossa umane”.
Quei dieci scheletri, ogni anno sono celebrati con una messa solenne in loro onore dei loro proprietari.
Oggi, pare che ci siano solamente quelli di Waldsssen che sono esposti in teche di vetro, che tempo addietro potevano essere oscurate con pannelli di legno perché solo in particolari momenti della Chiesa era consentita la visione dei “Corpi Santi” (Heilige Leiber).
Tanti fedeli religiosi europei di quell’epoca si erano recati a Roma, dove spesero ingenti somme di denaro per rilevarli e trasportarli nei luoghi di culto delle loro città d’origine.
Fra questi, il primo scheletro completo, chiamato Deodatis, prelevato dalla catacomba di Calixtus, un’importante area funeraria di Roma, pervenne a Waldsessen nel 1688, a seguito dell’intervento di un canonico di Regensburg.
Nel secolo XVIII – come ricordato più sopra – gli scheletri dei martiri provenienti dalle catacombe romane erano esumati e trasportati nelle regioni meridionali della Germania, Svizzera ed Austria. Una volta arrivati a destinazione, vigeva l’abitudine di vestirli con ricchissimi indumenti attuali di allora e ricoprirli abbondantemente di gioielli.
Era una forma di riconoscimento per tutto quanto era legato al loro sacrificio. Quei martiri vissero attorno al IV secolo d.C. I loro scheletri venivano sistemati in atteggiamenti e pose che possono prendere le persone vive, quali quelle di vincitori di battaglie, per esempio, o quelle sedute durante una discussione o altro ancora: sempre e comunque pose di persone “vive”: quello era lo scopo.
Ma, in definitiva, quanti furono gli scheletri di martiri esumati e agghindati? La Chiesa ritiene che gli scheletri completi finiti in Germania, Svizzera edd Austria siano stati non meno di 2.000. E, sempre secondo la Chiesa, la chiesa di Valdsassen è da considerare la “Cappella Cristiana della Morte”, essendo ben dieci le salme recuperate.
Le Sante Reliquie sono entrate presto a far parte della cultura popolare, diventando un punto di riferimento quando si necessita di aiuto e in molte famiglie e ai neonati si danno il nome del martire locale proveniente dalle Catacombe Romane.
Però, come capita sempre, anche in questo caso si giunse alla fine. Nel XVIII secolo, infatti, l’imperatore d’Austria Giuseppe II, cattolico che seguiva i principi dell’Illuminismo, volle chiarire molte cose su quelle ossa e giunse alla chiusura di 700 monasteri che, secondo il suo parere, non svolgevano al meglio i loro compiti a proposito dei servizi educativi o di assistenza; inoltre, ordinò la distruzione degli scheletri che non si riusciva a dimostrare che erano veramente di martiri. Solo qualcuna di quelle reliquie venne risparmiata, ma solamente perché era stata donata alle chiese dall’imperatrice Maria Teresa, madre di Giuseppe; comunque vennero “declassati”.
A completare l’opera ci pensarono i ladri che, nel XX secolo, si introducevano nelle chiese e spogliavano le reliquie di ciò che di prezioso indossavano.
Ora le salme visibili sono molto diminuite, però – sempre per quanto riportato da Koudounaris – il visitatore ed il fedele hanno la possibilità di godere degli esempi che sono il frutto dell'”Arte delle Ossa”.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Pirro Marconi, Direttore della Missione Archeologica Italiana in Albania.

La storia delle ricerche archeologiche in Albania durante la prima metà del XX secolo è strettamente legata all’attività della Missione Archeologica Italiana. Fondata nel 1924, questa missione si trasformò per molti anni nell’istituzione centrale degli studi archeologici nel territorio albanese. Tra le figure più eminenti vi fu il professore italiano Pirro Marconi, che negli anni 1936-1938 diresse le ricerche a Butrinto, Finiq ed in altre zone del sud del paese. I suoi lavori influenzarono in modo considerevole la conoscenza scientifica del patrimonio albanese.

L’arrivo della Missione Archeologica Italiana. L’attività delle missioni archeologiche italiane in Albania è ampiamente documentata nell’Archivio Centrale dello Stato, nei rapporti ufficiali, nelle fotografie conservate negli archivi personali e nella stampa dell’epoca. Queste fonti testimoniano che negli anni ’20 e ’30 l’Italia sviluppò un progetto strutturato di ricerche scientifiche, che ebbe anche implicazioni politiche e culturali.

La formazione e lo sviluppo della Missione Archeologica Italiana. La missione fu istituita nel 1924 sotto il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri italiano. Essa faceva parte di una politica più ampia volta a rafforzare la presenza italiana sulla sponda orientale dell’Adriatico. Nei primi anni, la missione divenne il principale centro di ricerche archeologiche in Albania. Aprì nuove strade nello studio dell’antichità e creò una nuova tradizione di documentazione scientifica dei monumenti.

L’attività di Pirro Marconi in Albania. Pirro Marconi, uno dei più illustri studiosi dell’arte e dell’archeologia romana, fu posto a capo della missione nel dicembre del 1936. Nei suoi scritti del 1939, egli menziona i risultati più importanti dei lavori svolti in Albania e sottolinea che, sin dal 1924, le ricerche italiane avevano mirato a portare alla luce i monumenti del periodo romano e la storia antica del paese.
Gli scavi che riportarono alla luce l’antica città di Butrinto sono strettamente legati al lavoro continuo della missione sotto la direzione di Ugolini, Marconi e successivamente Mustilli. Secondo la Prof.ssa assoc. dott.ssa Lida Fabian Miraj, nel marzo del 1937 Marconi proseguiva gli scavi nell’area tra il Teatro ed il canale di Vivari, completando integralmente la scoperta del Teatro di Butrinto.
Il giornale “Drita”, nell’aprile del 1939, pubblicò gli articoli di Marconi in cui egli presentava gli scavi a Finiq e la sua necropoli, nonché studi su Butrinto nel contesto virgiliano. I suoi scritti offrivano una vasta panoramica dell’attività archeologica italiana nel sud dell’Albania.

La biografia e la formazione scientifica di Marconi. Secondo il Dizionario Biografico Italiano (2007), Pirro Marconi nacque a Verona il 1° gennaio 1897. Interruppe gli studi a Roma per arruolarsi volontariamente nella Prima Guerra Mondiale, dove fu decorato con diverse medaglie. Dopo la guerra, completò gli studi e si specializzò in iconografia e nell’arte del periodo adrianeo.
Lavorò presso la Scuola Italiana di Archeologia a Roma e ad Atene, poi al museo di Palermo come direttore, e realizzò oltre cento studi importanti, soprattutto nei campi della scultura, della topografia e della pittura romana.

La direzione della missione e la morte tragica. In qualità di direttore della Missione Archeologica Italiana in Albania, Marconi diresse scavi sistematici a Butrinto, collaborando con studiosi come Luigj Cardini per progetti preistorici.
Tuttavia, la sua carriera fu tragicamente interrotta il 30 aprile 1938, quando perse la vita in un incidente aereo a Formia, dopo una missione di ricerca in Albania.
Egli lasciò incompiuta un’ampia opera di sintesi sull’arte romana, che intendeva sviluppare durante la sua carriera accademica presso l’Università di Napoli.

L’attività di Pirro Marconi come direttore della Missione Archeologica Italiana in Albania rappresenta uno dei capitoli più importanti nella storia dell’archeologia albanese. Egli contribuì in modo significativo alla scoperta, documentazione e interpretazione dei monumenti di Butrinto, Finiq e di altre aree del sud.
Nonostante la brevità della sua carriera, il lavoro di Marconi rimane un punto di riferimento negli studi archeologici ed una testimonianza di un periodo in cui la ricerca archeologica in Albania conobbe un nuovo sviluppo. Il suo ruolo di studioso e direttore ha lasciato un’impronta duratura, sia nell’archeologia italiana sia in quella albanese.

Autore: Gezim Llojdia – llojdia@yahoo.com

Michele Santulli. Le tre donne più esemplari.

Maria Sklodowska Curie (Varsavia 1867-1934) e Rosa Luxemburg (Zamosch 1871-1915), entrambe russe-polacche o polacche-russe: le due donne più significative della umanità, dopo Maria, madre di Gesù.
Mentre di Maria e di Rosa è necessario ricordare almeno i fatti essenziali delle loro esistenze, di Maria Madre di Gesù è memorabile la sua maternità ed il Magnificat, le parole di ringraziamento ed anche di gioia che mormora, parole che racchiudono e sintetizzano gli ideali e le speranze degli uomini nelle loro lotte e conflitti secolari, fino ad oggi, parole che anticipano di duemila anni quelle, più umane altrettanto preziose, purtroppo sempre attuali, di alcuni spiriti eletti dei nostri tempi:
MAGNIFICAT
L’anima mia magnifica il Signore
Magnificat anima mea Dominum
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
quia respéxit humilitátem ancíllæ suae.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Ecce enim ex hoc beátam me dicent
Ha mostrato la potenza del suo braccio,
omnes generatiónes.
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
Fecit poténtiam in bráchio suo,
ha rovesciato i potenti dai troni,
dispérsit supérbos mente cordis sui;
ha innalzato gli umili, depósuit
poténtes de sede
ha ricolmato di beni gli affamati,
et exaltávit húmiles;
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
esuriéntes implévit bonis
et dívites dimísit inánes.

Chi mai ha espresso tali rivoluzionarie sempre ancora sostanzialmente speranze, con parole più degne e gravide?
LE AFFINITA’ di Maria e Rosa: due mondi solo apparentemente differenti perché uno, quello di Maria SKLODOWSKA dedicato alla scienza ed alla ricerca, quello di Rosa Luxemburg più immediato e vicino all’uomo, perché dedicato alla politica, alla lotta sindacale, al giornalismo, alla letteratura; il primo si realizza e svolge nel chiuso del laboratorio o dell’aula universitaria mentre quello di Rosa nella piazza, nella strada, nel ‘vortice’.
A fondamento di entrambe, la passione smisurata della ricerca e dell’impegno, la volontà di raggiungere gli obiettivi ad ogni costo e smisurata premura per il prossimo; la consapevolezza senza riserve della libertà ed indipendenza proprie, pragmatismo indiscutibile nelle proprie azioni e sovranità intellettuale e culturale. Coraggio indomito. Maria e Rosa, massima laboriosità e spirito di sacrificio, inderogabile senso del dovere ed affidabilità; aconfessionali, sensibili senza scrupoli o freni all’amore ed agli affetti. Ruolo determinante e significativo alla istruzione, anche per “costruire un mondo migliore”.
Non conosco altri epiteti per individuare queste due splendide donne: ogni aggettivazione per loro è insufficiente: non è niente commisurato a loro. Poliglotte entrambe: l’una polacco, russo, francese, Rosa anche Tedesco. Maria ostile alla Russia dominatrice della Polonia, lei invece sempre sollecita del suo paese al quale dedicò una delle sue due scoperte che le meritarono il premio Nobel e cioè la sostanza radioattiva da lei chiamata polonio e creò a Varsavia, come aveva fatto a Parigi, l’istituto del radio che destinò la sorella Brodislawa a dirigere.
Rosa LUXEMBURG di relgione ebraica, nata a Zamosch (1871) all’epoca in gran parte ebraica come la fiorente Odessa in Ucraina. Amante degli animali, piante e fiori, malgrado una vita molto dinamica (“il vortice”) e le non poche assenze per i periodi trascorsi in prigione, ebbe una gatta di nome ‘mimì’ quale compagnia; socievole, leggermente claudicante da bambina ma sempre attraente e ricercata, sensibile fino alle lacrime alle sofferenze sia degli uomini sia degli animali: si ricorda l’episodio del bufalo rumeno (lettera a Sofia Liebknecht, dic. 1917) bastonato a sangue da un feroce criminale bipede al quale assistette dalla sua prigione di Breslavia: i grandi occhi neri del povero bufalo le apparvero pieni di lacrime e anche lei non potette fare a meno di commuoversi e di piangere allo spettacolo mentre il truce seviziatore passeggiava nel cortile fischiettando.
Maria SKLODOWSKA nata a Varsavia 1867: occhi neri intensi, fronte alta, volontà di acciaio, bella apparenza; piuttosto chiusa, partecipe a quanto di suo interesse professionale ma non solo, pronta a rinunciare a tutto nella salvaguardia dei suoi proponimenti e finalità. In quel momento la famiglia ebbe problemi economici e le due sorelle -tre anni di differenza- fecero un patto: tu, Maria, lavorerai per aiutarmi a laurearmi e quando è il momento io, Brodislawa, farò lo stesso per te: e così avvenne. Maria dal 1885 lavora come governante e istitutrice, circa sei anni, fino a +- sett. 1891, anno in cui si trasferisce a Parigi dove la sorella era diventata medico. Maria e Rosa riuscirono a realizzare le loro ambizioni di studio e sebbene nella Polonia-Russia fosse proibito alle donne l’accesso alle università come lo era in Russia zarista, entrambe riuscirono a seguire corsi regolar e a portarli a termine: Marie (non più Maria, francesizzato: Marie) alla Sorbona di Parigi in fisica nel 1893 e poi in matematica nel 1894 e Rosa a Zurigo in filosofia e laurea in giurisprudenza nel 1897: non si contano le difficoltà incontrate dalle due donne nel corso degli studi e nella professione in un mondo maschilista. Marie nel 1895 sposa Pierre CURIE professore alla Sorbona: il nome fatale Marie Curie! hanno due figlie. All’università lavorano alla radioattività. La ricerca degli elementi è indefessa, senza soste: nel luglio del 1898, tappa fondamentale nella storia della scienza, Pierre e Marie riescono ad isolare una piccola quantità di un nuovo elemento, 330 volte più radioattivo dell’uranio già conosciuto, che col marito chiamò polonio in onore del suo paese. Nel 1903 Marie e il marito assieme al Prof. Bequerel ottengono il premio Nobel!
Il 19.4.1906 giorno tragico nella esistenza di Marie: il marito muore investito da una carrozza. La vita continua. La Sorbona le affida il corso tenuto dal marito: sarà la prima donna a salire sulla cattedra nella storia secolare dell’ateneo. La tappa ancora più radicale e innovatrice fu il giorno 28 marzo 1902 quando Marie nel suo quaderno degli appunti poté registrare RA=225,93 peso atomico del radio! Questo elemento, fondamento primario della scienza, come l’uranio, il radio, si trova in un materiale particolare che si chiama pechblenda in quantità infinitesimale: per ottenerne un grammo Marie dovette lavorare giorni e giorni a purificare, dice la storia. una quantità enorme di sette tonnellate! Ma il radio fu la fine di un’avventura senza precedenti nella storia della scienza nel cui edificio Marie Sklodowska Curie occupa uno dei piedistalli più elevati!
Le ricerche sul Radio comportarono un sensibile impegno nella chimica per cui nel 1911 un secondo premio Nobel, questa volta per la chimica: non c’è uno scienziato che abbia ricevuto due premi Nobel per due materie differenti.
Un dettaglio tipico della personalità di questa donna veramente fuori del comune: una decisione insolita unica, Marie Curie Skłodowska intenzionalmente non depositò il brevetto internazionale per il processo di isolamento del radio, decidendo di lasciarlo libero affinché la comunità scientifica potesse effettuare ricerche senza ostacoli”.
Numerose e varie le sue attività ed iniziative scientifiche e professionali e le benemerenze ricevute, ovunque nel mondo nel campo della medicina e della scienza: il suo nome era sulla bocca di tutti.
Morì nel 1934 ed inumata affianco al marito a Passy in Savoia. Nell’aprile 1995 era Presidente Mitterand e le spoglie di Marie e di Pierre vengono traslate al Panthéon di Parigi, la prima donna a trovarvi posto, affianco a re e regine e celebrità nazionali: oggi sono sei-sette, quasi tutte partigiane salvo Simone Veil, ebrea reduce da Auschwitz, giudicessa e presidente del Parlamento Europeo.

Rosa Luxemburg l’abbiamo lasciata per due anni nella prigione di Breslavia, nella Slesia ora polacca. Rosa a seguito della sua passione politica e la sua fiducia nella rivoluzione quale sola soluzione alle ingiustizie verso i lavoratori, fu spesso vittimizzata dai governi ed imprigionata: pur se sovente condizioni quasi invivibili, comunque momenti positivi per Rosa per lo studio e la elaborazione dei suoi numerosi scritti, alcuni di grande valenza dottrinaria.
Il 15 gennaio 1919 il governo socialdemocratico di Friedrich Ebert a Berlino, più Nazista che socialista, ex operaio e sindacalista, guerrafondaio che appoggiò e sponsorizzò gli altri partiti socialisti di Germania e di Europa alla guerra, ordinò ai propri accoliti i cosiddetti Freikorps cioè dei paramilitari di destra cioè un’armata di facinorosi anticomunisti e di fascisti, futuri seguaci delle SS naziste, pari alle squadracce fasciste ed agli ICE di Trump, di zittire Rosa e Karl Liebknecht che invece si erano schierati apertamente contro: i sicari sequestrarono prima Rosa e dopo averla tramortita, in macchina durante il trasporto fu ammazzata e il corpo gettato nel canale che fiancheggiava la strada; il compagno Karl Liebknecht invece fu portato allo zoo e qui trucidato. Un delitto di stato, ancora oggi impunito: era la Repubblica di Weimar del partito socialdemocratico! Le esequie di Rosa e di Karl Liebknecht, vittime ingenue ed appassionate, furono un trionfo, le cronache parlano di diecine e diecine di migliaia di persone al corteo funebre. Certo è che ogni anno, di sabato, intorno al 15 di gennaio, nel Cimitero centrale di Friedrichsfelde a Berlino, davanti al monumento a lei e a Liebknecht, ha luogo una commemorazione!
Per ultimo, sempre tenendo a mente Rosa, ricordo l’epitaffio che le dedicò quel grande di Bertold Brecht:
”«Die rote Rosa nun auch verschwand.
«Ora è sparita anche Rosa la rossa.
Wo sie liegt, ist unbekannt.
Dov’è sepolta non si sa.
Weil sie den Armen die Wahrheit gesagt,
Siccome disse ai poveri la verità,
Haben die Reichen sie aus der Welt gejagt».
I ricchi l’hanno spedita nell’aldilà».

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

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