Jacopo Moretti. Le Sporadi meridionali tra mesolitico e neolitico.

Nelle Sporadi meridionali esiste un unico sito conosciuto risalente al Mesolitico: esso è ubicato a Chalki, isolitto che si trova a pochissima distanza da Rodi….
Disabitata durante il mesolitico, sia per la sua posizione strategica, sia per la sua particolare geomorfologia, durante l’ultima epoca dell’età della pietra l’isola di Gyali è diventata sede di una importante occupazione neolitica…

Vedi lo studio allegato: Le Sporadi meridionali

Autore:
Jacopo Moretti – jacopo-moretti@virgilio.it

Michele Zazzi. La Tanella (tomba) di Pitagora a Cortona (AR).

La cd Tanella di Pitagora è ubicata a breve distanza dalle mura di Cortona in località Maesta del Sasso, a metà strada tra Camucia e Cortona. Il nome deriva dalla confusione fatta in passato tra Cortona e Crotone la patria del filosofo Pitagora, ritenendo che il monumento fosse la casa in cui viveva.
Non sappiamo quando la tomba fu scoperta ma il primo a dare notizia del monumento fu Giorgio Vasari che ebbe modo di vederlo nel 1566.
Nel XVII secolo fu chiarito che la costruzione non aveva relazione con Pitagora e che si trattava piuttosto di una tomba.
Nel XIX secolo si ha notizia delle condizioni di precaria conservazione della tomba (nel 1808 il sepolcro fu danneggiato dalle truppe napoleoniche durante il passaggio dal territorio cortonese) e del ritrovamento di un cippo funerario formato da un parallelepipedo sormontato da una sfera, del coperchio inscritto di un’urna cineraria e di frammenti di vasi assai rozzi (olle?).
Tra il 1918 ed il 1924 vi fu un significativo restauro della tomba.
Nel 1929 il monumento fu donato dalla contessa Maria Laparelli Pitti (proprietaria del terreno su cui il monumento insisteva) all’Accademia Etrusca a cui tutt’oggi appartiene.
Si tratta di una tomba in pietra arenaria a camera costruita sopra un basamento e provvista di un tamburo circolare con copertura a botte.
La porta della tomba era chiusa a due battenti. Attraverso un breve dromos a pianta trapezoidale si accedeva alla camera funeraria interna (m 2,60 x 2,05), munita di nicchie sui lati e sul fondo per la deposizione delle urne funerarie. Sulla parete destra vi sono tre nicchie; sulla sinistra, conservata solo per l’altezza di un filare, è visibile una sola nicchia; sulla parete di fondo le nicchie sono sovrapposte è quella più in alto ha dimensioni maggiori ed è arrotondata in corrispondenza con la parte superiore della tomba. Può darsi che quest’ultima ospitasse le ceneri del capostipite.
La copertura del vano era realizzata a volta con cinque monoliti di pietra (oggi ne restano tre) e da due lunette poste sui lati brevi.
La parte superiore del monumento era ricoperta da un tumulo di terra con segnacolo.
Dall’area della tomba proviene il coperchio di un’urna iscritta “v: cusu: cr: l: apa petrual: clan”. La tomba apparteneva quindi alla famiglia Cusu che risulta coinvolta anche nella transazione avente ad oggetto terreni di cui alla Tabula Cortonensis. Si tratta di una gens aristocratica più volte attestata nel territorio cortonese.
La tomba è databile al II secolo a.C.
Nel 1951 nei pressi della Tanella di Pitagora venne alla luce un’altra tomba denominata Tanella Angori (databile al II secolo a.C.) dal nome del proprietario del terreno in cui fu rinvenuta e per analogia con la Tanella di Pitagora. Di questo sepolcro restava visibile solo il basamento circolare formato di grandi lastre di arenaria. Per quanto è stato possibile ricostruire il monumento che aveva un tamburo esterno ed una camera funeraria interna rettangolare con due bracci perpendicolari. La copertura doveva essere a botte e probabilmente la tomba era sormontata da un tumulo. Dall’area della tomba più recentemente è stata recuperata una lastra in arenaria inscritta “larth : kusu : markeal”. Anche questo sepolcro quindi è riferibile alla famiglia Cusu.
Il modello architettonico delle tanelle si ritrova anche a Chiusi e Perugia.

Sulla tanella di Pitagora cfr., tra l’altro:
– Paolo Bruschetti, Paola Zamarchi Grassi, Cortona Etrusca Esempi di Architettura Funeraria, Calosci, 1999, pagg. 69 e ss.;
– Mauro Menichetti, Le nuove tombe monumentali in MAEC Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona Il Museo della Città Etrusca e Romana di Cortona Catalogo delle Collezioni a cura di Simona Fortunelli, Edizioni Polistampa, 2005, pagg 357 – 359;
– informazioni sulla tomba contenute nel sito Facebook MAEC Cortona.

Di seguito immagini della Tanella di Pitagora ed illustrazione ottocentesca del sepolcro di Taylor tratta da Le Tour du Monde.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Mario Zaniboni. Ercole di Venafro. Il riposo del guerriero.

Nel museo di Chieti è da tanto tempo esposta una statuetta di bronzo che raffigura il semidio Ercole; Venafro, comune di Isernia in Molise, è il luogo dove forse è stato rinvenuto, però non si sa esattamente né quando né dove, nè chiede la restituzione.
Secondo la tradizione orale è stato rinvenuto un po’ a monte delle abitazioni, grosso modo fra il teatro romano ed il duomo. È, se si trova in quel museo, non è stato a seguito di una un’appropriazione indebita da parte sua; infatti la statuetta, insieme con altri reperti, fu affidata provvisoriamente allo stesso, in attesa che Venafro avesse il luogo giusto dove esporla; ebbene, Venafro, che finalmente se l’è creato, ha già avuta la restituzione di altri pezzi (una Venere e le statue di Tiberio e Cesare) e spera che anche Ercole possa assommarsi agli stessi.
Secondo la mitologia, Ercole era un semidio, famoso per le sue dodici “fatiche”, e la statuetta ricorda quella che aveva come tema la soppressione del feroce leone Nemeo, ritenuto un animale invulnerabile, con una pelle durissima, del tutto imperforabile, a prova di ogni arma da punta, inviato contro Ercole dalla dea Era. Il leone, quando giunse a Nemea nell’Argolide, prese dimora in un grotta dotata di due uscite, e iniziò a uccidere uomini in quantità. Ercole si mise alla sua caccia, seguendo il suo percorso assassino, finché lo incontrò. Per prima cosa, tentò di ucciderlo con il lancio di frecce, che non lo scalfirono nemmeno, e altrettanto avvenne con l’uso della spada. Allora egli ricorse alle armi che la natura gli aveva donato, cioè alle braccia e alle mani; gli riuscì di bloccarlo strettamente con gli arti superiori, riuscendo alla fine a soffocarlo. Con i denti lo scuoiò, per fare con la pelle di Nemeo la sua invulnerabile corazza o armatura che dir si voglia.
Nella mitologia, sia greca sia romana, Ercole è sempre stato rappresentato con un clava tenuta con la mano destra e con la pelle del leone (detta leonté) sull’avambraccio sinistro.
Nella statuetta trovata, egli è in piedi, completamente nudo, con un fisico da atleta, muscoloso negli arti e nel petto e con glutei vigorosi, in un posizione che sembra di riposo, né di offesa né di difesa, appoggiando il peso del corpo sulla gamba destra. I capelli, belli e abbondanti, sono tenuti a posto da una fascia. La mano destra manca e si presume che questa tenesse una clava, pure mancante; e anche dall’altra mano manca qualcosa, ma solamente le ipotesi possono dare un’idea di cosa fosse. La statuetta è su una base cubica, nella quale è inciso un’epigrafe che forse rappresenta la parte più interessante e importante del reperto archeologico; si tratta di uno scritto che è nettissimo, ma che ha creato problemi pressoché insolubili a coloro che hanno tentato di capirci qualcosa.
Di seguito si riportano le tre brevi righe dello scritto, affidandolo, magari, a qualcuno che desideri provare a trovare il bandolo della matassa. Comunque almeno questo è stato chiarito: sembra sia in lingua osca, parlata dagli Osci, che erano un miscuglio variegato di popoli europei.
Ecco l’epigrafe:

nùviiui upsiiùi
pr miìnatùi ùht
herek ùi brate

La scrittura non è per nulla raffinata, tutt’altro, e probabilmente incisa dopo, a fusione avvenuta, consolidata e raffreddata.
Comunque, la statuetta di Ercole è un magnifico reperto archeologico, degno di essere esposto al pubblico, che ne può ammirare le forme e la serafica tranquillità del momento di riposo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

NAPOLI. Villa imperiale Pausilypon, nuove ricerche archeologiche nel settore termale.

Tesori del passato, nascosti o voltati o addirittura sfondati da clandestini, che vengono finalmente alla luce, nell’ambito del pregiato evento di cultura inclusiva: “Incontri di archeologia, speciale trentennale ottobre 2024 – maggio 2025”, presentato giovedì 14 novembre nella sala Auditorium del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann), dal dottor Marco Giglio, qualificato archeologo dell’Università di Napoli, l’Orientale, che ha illustrato ai convenuti le nuove ricerche da lui dirette, effettuate in uno col Comitato preposto, presso il settore termale della Villa imperiale romana, del Parco Pausilypon della città partenopea.
Nel corso della recente campagna di scavo, in concessione da parte del Ministero alla Cultura, tutte le fasi del prezioso, articolato lavoro, hanno visto impegnati, nelle attività di ricerca e formazione, gli studenti triennali e magistrali (una quindicina di partecipanti), del predetto Ateneo: dallo studio delle stratigrafie alla documentazione grafico-fotografica, alla gestione del magazzino.
Sotto il classico riflettore, come accennato, l’area termale superiore della Villa, normalmente datata ad epoca Adrianea, ed in particolar modo l’ambiente ovest del cosiddetto calidarium, nonché i “praefurnia” (che producevano aria calda!), individuando in alcuni punti il “mosaico di prima fase”, ricoperto con un telo non idoneo alla conservazione, prima di interrarlo nuovamente.
Gli obbiettivi del pluriennale progetto di ricerca sono molteplici: da un lato individuare i resti archeologici, presenti nell’area compresa tra la terrazza dei teatri e l’area demaniale affacciata sulla Gaiola, dall’altro di definire lo sviluppo architettonico di questo settore della Villa e le sue sequenze cronologiche.
Le attività di quest’anno si sono, in particolare, concentrate in due distinti settori della villa, già indagati in maniera non sistematica agli inizi del Novecento dal Günther e, da questi, identificati con il settore delle terme superiori e del cosiddetto vigneto. La prima area fu parzialmente scavata dal Günther (non esiste però una dettagliata documentazione fotografica…), che rimosse ingenti porzioni della sequenza stratigrafica di uno degli ambienti termali, lasciandola esposta per lungo tempo, fino al suo progressivo reinterro e abbandono alla vegetazione infestante.
In anni più recenti, fu qui realizzato un intervento di recupero dell’ambiente circolare, noto come calidarium, rimuovendo sia porzioni dell’interro di epoca contemporanea, sia elementi dei piani pavimentali e delle pilae, lì lasciate dopo l’intervento dell’inizio del Novecento.
Sempre nel settore delle terme, si apprende, è stato effettuato un secondo intervento nell’area identificata dal Günther come pertinente ai praefurnia del complesso termale, area in cui lo stesso studioso aveva identificato la presenza di più fasi edilizie, tutte pertinenti al complesso termale, normalmente datato come detto ad epoca Adrianea. Purtroppo, si sottolinea, non è possibile collocare cronologicamente altri interventi di epoca moderna, visibili nell’area, tra cui si segnalano scarichi di materiali da costruzione, e che non è stato possibile intercettare stratigrafie in situ, in associazione con le molteplici fasi architettoniche riscontrate.
Infine, un terzo intervento nell’area è stato realizzato più a Ovest del calidarium, in una zona sopraelevata, in cui era visibile una porzione di un ambiente voltato. Tuttavia, proprio a ridosso dell’area di scavo insiste una struttura muraria, residuo di un più ampio ambiente di epoca bellica, a cui erano connessi alcuni sistemi di canalizzazione che hanno intaccato superficialmente la stratigrafia antica.
Inoltre, nell’area insistevano alcuni alberi di alto fusto (lecci e olivastri), con un fitto apparato radicale superficiale.
Ultima zona di intervento è stata quella dell’area del denominato vigneto, posto sul lato meridionale della collina e raggiungibile, sulla base delle notizie pregresse, attraverso una scalinata in muratura di epoca non precisata, non più visibile.
Fino ad una quindicina di anni fa, come dimostrato dall’ortofotopiano della Regione Campania del 2007, l’area era ancora accessibile e le strutture qui conservate visibili; dopo di allora la vegetazione aveva completamente invaso questo settore, facendo perdere le tracce delle evidenze di epoca antica e moderna.
L’attività, pertanto, è stata soprattutto di diserbo, rimozione di accumuli moderni e documentazione di tutte le evidenze qui presenti. Il saggio 1, si rileva inoltre, è stato impiantato nell’area in cui l’ambiente circolare viene identificato da Günther come calidarium. Ad una prima fase edilizia, successiva a quanto emerso nell’area del saggio 3, è riferibile un ambiente circolare in opera reticolata, il cui paramento meridionale è visibile sia nella parte sommitale delle strutture murarie, riutilizzate successivamente, sia all’interno del corridoio di accesso al praefurnium di seconda fase. Il paramento esterno, invece, è visibile dal saggio 3, area in cui si appoggia ad una più antica struttura muraria, sempre in “opus reticulatum”.
Il paramento interno, come visibile in una porzione sul lato nord-occidentale, conserva, si spiega ancora, una serie di chiodi, allineati, funzionali a sostenere un’intercapedine realizzata con tubuli.
In un secondo momento, l’ambiente, per il quale non è possibile posizionare l’ingresso, né definire l’organizzazione del sistema di riscaldamento, viene completamente modificato.
<<Il sistema di circolazione del calore più antico, si fa presente, viene abolito e l’ambiente ristretto attraverso la creazione di un nuovo setto murario, addossato al paramento interno più antico, in opera testacea. La nuova struttura riduce il diametro dell’ambiente e lo dota di un praefurnium, collocato sul lato settentrionale, e per accedere allo stesso viene realizzato un breve corridoio tagliando la struttura muraria più antica. Oltre al nuovo praefurnium, probabilmente pertinente a questa fase, è una concameratio realizzata con tubuli quadrangolari, di cui si conserva traccia sul lato settentrionale, in corrispondenza del praefurnium>>.
Non è invece chiaro, si osserva, se è pertinente a questa fase il piano pavimentale dell’ipocausto, su cui si conservano tracce delle pilae, di forma ovale e ridotte dimensioni, mentre si aggiunge: <<Sempre di difficile collocazione cronologica è un taglio circolare al centro del piano pavimentale dell’ipocausto dell’ambiente. Il taglio, delimitato da cinque basi in laterizio, è a sezione ovoidale e profondo 1.52m; ne è stata ipotizzata la pertinenza all’alloggio di un sistema di riscaldamento a samovar. Le pareti del pozzo sono in opera testacea, mentre il piano pavimentale, leggermente inclinato verso est, è in laterizi; le strutture inglobano due setti murari, sempre in opera testacea, al momento di non chiara funzione. Il paramento murario, sul lato Nord-Ovest, è tagliato e da qui si accede ad un precedente ambiente voltato, forse un corridoio, di cui si conserva la volta in cementizio impostata su muri perimetrali in opera mista. Il piano del pozzo si trova in quota con l’imposta della volta, elemento che rende poco plausibile l’interpretazione del pozzo come praefurnium>>.
L’ambiente voltato, si chiosa al momento, è tuttora obliterato da un deposito archeologico non scavato, che sarà oggetto di future indagini.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

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