LA TOMBA DEL BARONE DI TARQUINIA

Questa figura è tratta da un particolare della pittura etrusca nella tomba detta del “Barone” a Tarquinia. Rappresenta la scena centrale dell’affresco e racchiude un piccolo mistero: come afferma S.Steingraber nell’autorevole catalogo ragionato della pittura etrusca, non è stata proposta a tutt’oggi nessuna interpretazione plausibile di tutto l’affresco.

Eppure è ritenuto, nonostante il mistero, l’affresco più emblematico della pittura tombale etrusca tanto che la sovraintendenza dei beni archeologici ha disposto da sempre la chiusura della tomba al pubblico e misure particolari di protezione. Tenterò ora di rilanciare una nuova ipotesi interpretativa con l’aiuto della logica e della ricerca bibliografica. Osservate un curioso particolare: l’uomo barbuto porge a quella che viene ritenuta la defunta un Kylix; da questo calice fuoriesce un fluido che via via che cade a terra si trasforma in un fiore. Ora cercherò di dimostrare che questo piccolo particolare è la chiave di lettura dell’intero dipinto che si può osservare qui di seguito quasi per esteso.

Poiché in natura e quindi nella realtà non esiste nessun fluido che uscendo da un calice si trasformi in fiore quando cade a terra è chiaro che questo particolare ha un forte valore simbolico. Inoltre se ci fate caso nessun autore di testi sulla pittura etrusca lo descrive; dal catalogo più prezioso alla più dozzinale guida tutistica, nessuno lo descrive come se nessuno riuscisse a vederlo! Oppure nessuno vuole descrivere qualcosa che non è in grado di spiegare. Questo particolare si può riassumere in una equazione di primo grado :

kylix + fiore che sboccia in caduta = graal

Intendiamo per graal con la g minuscola il calice che contiene la bevanda di eternità; tale mito è presente in tutte le civiltà antiche, sumeri, ebrei, celti; l’ambrosia secondo i greci, il soma secondo gli indù. Il Graal con la G maiuscola appartiene alla tradizione Cristiana. A sostegno della nostra equazione interviene la ricerca bibliografica; scrive Renè Guenon in “simboli della scienza sacra”: la conchiglia (altro simbolo del calice) si apre per lasciare sfuggire i germi, secondo la linea retta orientata in senso verticale discendente che è quello dello sviluppo della manifestazione a partire dal suo principio non manifestato. Ed ancora “il fiore è come simbolo equivalente al calice; il fiore con la sua forma evoca l’idea di calice”. Sempre Guenon riporta le osservazioni di Charbonneau-Lassay a proposito di una vetrata della cattedrale di Angers dove è raffigurato “il sangue divino che scorre in ruscelli sboccia sotto forma di rose” e di un ferro da ostie del XII secolo in cui si può osservare il sangue delle piaghe del Crocifisso cadere in goccioline che si trasformano in rose. Infine nella mitologia Adone (il cui nome significa il signore) viene colpito a morte da un cinghiale ed il suo sangue, spandendosi per terra, fa nascere un fiore. Possiamo ora affermare con certezza che :

  • quel kylix è la coppa contenente la bevanda di immortalità in base all’equazione già descritta. Infatti se kylix e fiore li consideriamo separatamente non hanno più senso; se invece li consideriamo insieme come una unità, anche alla luce dei risultati bibliografici e delle tradizioni mitiche e storiche dei popoli antichi, allora caratterizzano un “graal”
  • Solo il fluido che esce dal calice di eternità cadendo genera un fiore, germe di divinità e di vita
  • Con questa chiave si può leggere tutto il dipinto: ci troviamo nell’ade etrusco dove l’uomo barbuto e il bambino già viventi dell’ade porgono il calice di eternità alla defunta appena arrivata (è ancora avvolta dagli abiti funerari)
  • BIBLIOGRAFIA BREVE

    Bianchi Bandinelli R., L’arte etrusca, Roma, 1982
    Bloch R., Gli etruschi, Milano, 1984
    Cattabiani A., Florario, Milano, 1997
    Cristofani M., L’arte degli etruschi, Torino, 1985

    Guenon R., Simboli della scienza sacra, Milano, 19

SOLE SOTTO LO STESSO TETTO. IL MONASTERO DELLE POVERE ORFANELLE DI TORINO NEL SETTECENTO

Introduzione alla tesi di Laurea anno accademico 1999-2000, relatore Professor Luciano Allegra

Il monastero della Santissima Annunciata di Torino era un’istituzione privata le cui incerte origini risalgono con ogni probabilità alla seconda metà del Cinquecento e all’attivismo di pochi conservatori e conservatrici; fra di esse emerge la figura della nobildonna Antonia Montafia Langosca di Stroppiana, che fu “… non v’ha dubbio, una delle più zelanti e benemerite Conservatrici della Compagnia, e, se non ne fu la fondatrice, ne fu certo la ristoratrice ed insigne benefattrice…”: a lei infatti si deve l’acquisto della prima porzione di casa destinata a ospitare l’istituzione almeno fino alla fine del XIX secolo.

Il fine che ebbero i fondatori nello stabilire l’Ospizio delle Orfane fu di togliere principalmente le figlie già in quell’età prima prive di padre e di madre per morte immatura dai pericoli del mondo, educarle cristianamente e civilmente secondo la loro condizione e così abituarle ad adempiere le obbligazioni connesse allo Stato religioso o secolare; o rimanersene nell’ospizio per il corso della loro vita secondo che lor sarebbe piaciuto: a proporzione che crescevano i redditi dell’ospizio …


In queste poche righe sono raccolte le caratteristiche essenziali dell’istituzione. Il Monastero delle Povere Orfanelle era infatti un’istituzione totale per donne, in cui le orfane accolte vivevano recluse, con poche possibilità di relazioni col mondo esterno, fino all’eventuale matrimonio o, sempre più frequentemente nel corso del XVIII secolo, per tutta la vita – l’altra possibilità di uscita era la monacazione che, forse per problemi dotali, costituiva però un esito poco frequente.

L’oggetto privilegiato delle mie attenzioni sono state le donne, sia in quanto destinatarie di assistenza, sia in quanto benefattrici e amministratrici dell’istituzione. Proprio l’analisi del ruolo svolto dalle donne nel Consiglio Direttivo ha riservato le principali sorprese. In una società quale quella moderna, in cui la carità era l’unico ambito nel quale si riconosceva alle donne un ruolo sociale visibile, anche se in una posizione subalterna all’elemento maschile, trovare un Consiglio Direttivo costituito in netta prevalenza da donne con pieni poteri decisionali rappresenta una eccezione di grande interesse storico.
Nel condurre la mia ricerca mi sono servita essenzialmente di fonti di prima mano. Il materiale archivistico di base è costituito dai registri d’ingresso e dagli atti notarili di costituzione di dote, che ho utilizzato per conoscere la fisionomia demografica, sociale e economica delle orfanelle. Sono ricorsa ai conti consuntivi e ai testamenti per lo studio dei benefattori, mentre, per indagare sulle origini dell’istituto, ho utilizzato i cenni storici delineati nel Regolamento dell’Orfanotrofio femminile di Torino stampato nel 1892, integrati con un saggio manoscritto di Giorgio Antonio Gola. Dallo stesso Regolamento ho tratto la lista dei congregati, all’interno della quale ho individuato un campione che ho cercato di studiare in modo approfondito, servendomi delle preziose informazioni biografiche gentilmente offertemi da Sandra Cavallo e ponendo attenzione soprattutto ai legami individuali e parentali dei benefattori e ai loro rapporti con altre istituzioni assistenziali della città. La consultazione degli Ordinati della Congregazione risalenti al XVIII secolo mi ha consentito di effettuare ulteriori integrazioni su ciascuno degli argomenti trattati.

Soprattutto a partire dal ‘600 in Italia, come in gran parte dell’Europa, si verificò un consistente sviluppo delle istituzioni caritatevoli, in concomitanza con l’affermarsi di una nuova concezione del povero, non più degno di compassione, ma fonte di paure, fastidi, ripugnanza e visto come sovvertitore dell’ordine. E’ in questo contesto che le istituzioni tesero ad assumere un carattere segregativo e si svilupparono progetti di espulsione dalla città

IL COMPLESSO AUGUSTEO SUL PALATINO

LA TESTIMONIANZA DELLE FONTI, I DATI DI SCAVO E LA STORIA DEGLI STUDI

Il complesso del Palatino è stato oggetto di recentissimi studi, che hanno tratto nuovo impulso soprattutto dagli ultimi scavi. Queste indagini, iniziate già nel secolo scorso, furono incitate dalla lettura delle numerosissime fonti storiche e letterarie che descrivevano la prima residenza imperiale sul colle. Sarà quindi utile prendere in esame queste testimonianze, prima di affrontare l’esame dei dati di scavo e di trarre le conclusioni più congrue sulla base del confronto di tutte le indicazioni che possediamo.

Molte fonti del I secolo e anche altre posteriori si riferiscono alla dimora sul Palatino in cui risiedeva Augusto. Velleio narra che Ottaviano, nel 36 a.C., di ritorno dalla battaglia di Nauloco, in cui sconfisse Sesto Pompeo, acquistò numerose case sul Palatino, al fine di ampliare la propria dimora ; fino ad allora infatti egli aveva vissuto con molta semplicità nelle modicas aedes Hortensianae, come dichiara Svetonio, dopo aver abitato iuxta forum, supra scalas Anularias. Ottaviano fece allora acquistare i terreni, in parte già edificati, nella zona sudoccidentale del colle, presso il tempio della Magna Mater. Tra i privilegi accordati ad Ottaviano in occasione del suo ritorno trionfale nel 36 a.C., il popolo romano decise di edificare per lui a spese pubbliche una casa sul terreno acquistato da Ottaviano e da lui dichiarato bene pubblico . Infatti un fulmine, caduto proprio in questa area dopo l’acquisto, fu interpretato come segno del volere di Apollo; Ottaviano fece erigere un tempio dedicato al dio suo protettore nel punto indicato dagli aruspici . Il tempio era in posizione elevata e scenografica, ben visibile – fulgente nel suo marmo lunense – dalla città, e racchiudeva preziose opere d’arte.

Nel 27 a.C. il Senato insignì Ottaviano del titolo di Augusto e decretò ad ornamento dell’ingresso della sua abitazione due lauri e la corona civica di foglie di quercia, che ci è nota da diversi conii monetali, con la iscrizione “ob ciues seruatos” al di sopra della porta; fu poi scolpito in vestibulo aedium l’epiteto di pater patriae, attribuito all’imperatore nel 2 a.C.

Secondo le fonti Augusto assegnò un carattere pubblico alla propria residenza. Già nel 36 a.C. aveva infatti promesso di destinarla publicis usibus; nel 12 a.C., morto Lepido, Augusto divenne pontefice massimo; donò quindi alle Vestali la vecchia domus publica e rese pubblica una parte della sua dimora, consacrandola a Vesta ; infatti egli, in quanto pontefice massimo, “viveva in una casa contemporaneamente privata e pubblica” ed era necessario che abitasse e)n koin%=. Nel 12 a.C. il Senato decretò la costruzione di un tempio a Vesta, dea del focolare, che simbolicamente proteggeva la domus per eccellenza, quella del Princeps e pontefice massimo . Augusto si trovava così ora a dividere la propria dimora con due divinità!

Infine, nel 3 d.C., l’imperatore proclamò la sua casa interamente di pubblico dominio. Infatti un incendio rovinoso aveva devastato la domus, nonché l’attiguo tempio della Magna Mater Cibele , e il popolo intervenne nuovamente per ricostruire la casa di Augusto; allora il Princeps cedette la propria dimora allo Stato, in quanto costruita nuovamente con il concorso dei cittadini.

Secondo la testimonianza delle fonti, i lavori per la casa e il tempio furono contemporanei e coprirono gli anni dal 36 al 28 a.C., quando il tempio fu inaugurato. Numerose erano dunque le testimonianze della tradizione letteraria che indussero a scavare sul colle. L’area compresa tra le Scalae Caci (la rampa di accesso al Palatino dal Velabro) e le biblioteche domizianee era stata indagata a partire dall’Ottocento, per volere dell’imperatore Napoleone III.L’architetto Pietro Rosa, tra il 1865 e il 1870, prese in esame il settore occidentale del Palatino e la parte più meridionale ; qui scavò soprattutto intorno al podio del tempio di Apollo, m

VIVE DE’ SUOI TRAVAGLI. DONNE, LAVORO E FAMIGLIA NELLA TORINO DI ANCIEN REGIME

Introduzione della tesi di in Storia economica, anno accademico 1999-2000, relatore professor Luciano Allegra

Oggetto di questa ricerca è il lavoro delle donne nella Torino di fine ancien régime.
Il lavoro delle donne come area di ricerca storica ha avuto, negli ultimi trent’anni, grande fortuna. Se è vero che “si fa sempre la storia del presente”, è ovvio leggere, nell’interesse storiografico per il rapporto tra donne, lavoro e famiglia, il riflesso di un secolo che “ha (..) scritto la storia dell’ingresso imponente delle donne nell’istruzione e nel lavoro dipendente” .

La bibliografia in merito è immensa, a partire dai classici anglosassoni di Alice Clark e Ivy Pinchbeck , che all’inizio del secolo hanno segnato il risvegliarsi dell’interesse al riguardo; ma lo sviluppo più notevole delle ricerche sul lavoro femminile risale all’ultimo quarto di secolo: l’affermarsi, a livello accademico, della storia delle donne come disciplina ha determinato un notevole impegno storiografico intorno all’esame della posizione occupata dalle donne nell’economia nei secoli passati. Il ventaglio di problemi e domande affrontato è stato molto ampio: dalla presenza numerica sul mercato del lavoro, al rapporto tra strategie familiari e strategie lavorative, al posto occupato dal lavoro nella costruzione dell’identità femminile.

Tuttavia, nonostante il notevole impegno profuso nella ricerca, i problemi lasciati irrisolti sono ancora numerosi. Pare estremamente difficile fare luce sul lavoro delle donne, che continua a sfuggire a definizioni precise, e il fatto che tra le sue caratteristiche fondamentali ci siano la scarsa formalizzazione e la labilità dei confini tra lavoro e non lavoro (intendendosi, con quest’ultimo, il lavoro di cura) sembra talvolta giustificare una certa vaghezza nell’argomentazione, che si nutre di affermazioni le quali non vengono poi suffragate da fatti concreti. Il lavoro delle donne viene così definito “flessibile” o “legato al ciclo di vita”, ma è molto difficile dare spessore a tali considerazioni, che rimangono spesso sospese nel limbo delle buone intenzioni storiografiche.
Le lacune tematiche sono ancora notevoli: studiare il lavoro delle donne ha spesso significato limitare l’attenzione alle “donne sole”, nubili o vedove, che più frequentemente compaiono nella documentazione. Molte delle difficoltà che incontra la storiografia nel definire in modo adeguato il lavoro femminile sono infatti imputabili alla reticenza, se non al silenzio, delle fonti. Quelle più tradizionalmente utilizzate per determinare numero e composizione della popolazione attiva, ad esempio le fonti censuarie, dagli stati delle anime ai moderni censimenti, tacciono troppo spesso sulle occupazioni femminili. I compilatori, parroci o funzionari statali, classificavano generalmente le donne esclusivamente in funzione del loro stato civile, come vedove, nubili o maritate: solo le serve residenti con i padroni venivano quasi sempre definite secondo la loro occupazione. Le sole, al di fuori delle serve, a cui talvolta venisse attribuita un’attività lavorativa erano appunto le “donne sole”, nubili o vedove. Erano le coniugate a passare maggiormente sotto silenzio come lavoratrici, e con loro le figlie nubili ancora conviventi con i genitori.

Al silenzio delle fonti ha fatto seguito il silenzio della storiografia: il fatto che “nelle attività organizzate a livello familiare, come quelle degli artigiani (…) il lavoro delle figlie e soprattutto delle mogli, pur assumendo in non pochi casi una grande importanza” rimanesse “invisibile e senza riconoscimenti giuridici” ha come diretta conseguenza la scarsa attenzione della ricerca per il lavoro delle donne sposate, che viene spesso liquidato come semplice compartecipazione all’attività del marito. Lo stesso vale per le giovani nubili che non andavano a servire: non sapendo molto di loro, ci si limita a ipotizzare la loro collaborazione all’economia familiare.

Quello dell

Ricerche, Studi, Tesi e Saggi